Se l’operazione statunitense in Venezuela ha prodotto l’effetto immediato di rimuovere un leader politicamente e simbolicamente centrale come Nicolás Maduro, le sue implicazioni più rilevanti eccedono la dimensione domestica venezuelana e investono il piano sistemico. In particolare, l’episodio non può essere interpretato esclusivamente come una crisi regionale, bensì come un fattore accelerativo di una transizione più ampia, dal paradigma di un ordine internazionale formalmente fondato su norme e istituzioni, pur spesso applicate in modo selettivo e soggette a violazioni ricorrenti, verso una configurazione in cui la capacità coercitiva e la posizione di potenza tendono a riemergere come fonte primaria di legittimità operativa. Tale mutamento non genera instabilità perché la politica di potenza rappresenti un fenomeno inedito, ma perché la sua riaffermazione in assenza di vincoli condivisi tende a produrre dinamiche di imitazione, reazione e contro bilanciamento.
Nel breve periodo, il rischio principale consiste nella possibilità che il Venezuela entri in una condizione di “transizione permanente”, definibile come una fase intermedia nella quale la continuità del precedente ordine politico risulta indebolita o contestata, senza che emerga contestualmente un nuovo assetto istituzionale capace di generare legittimità interna e riconoscimento esterno. In assenza di un percorso credibile di normalizzazione, elezioni, garanzie minime, pacificazione, ricostruzione della sicurezza interna e reintegrazione delle principali componenti sociali, tale zona di indeterminatezza può consolidarsi come scenario dominante.
All’interno di questo spazio, tendono a rafforzarsi attori e reti che traggono vantaggio dalla fragilità istituzionale: apparati non pienamente controllati, milizie, circuiti criminali e interessi informali che trasformano l’emergenza in una rendita. In tale contesto, la competizione politica rischia di perdere i tratti di una dialettica ordinata e di assumere la forma di una gestione permanente dell’instabilità, mentre l’economia può dipendere in misura crescente da logiche eccezionali di distribuzione selettiva, protezione e fedeltà.
Parallelamente, l’operazione statunitense potrebbe produrre un esito politicamente contro-intuitivo, ossia l’intensificazione dell’antiamericanismo regionale, anche in contesti nei quali il precedente governo venezuelano risultava largamente delegittimato. Nell’America Latina contemporanea, l’ostilità verso Washington non è riconducibile esclusivamente a posizionamenti ideologici, ma si alimenta di una memoria storica relativa a interventi diretti e indiretti, pressioni economiche, regimi sanzionatori e forme di tutela politica percepite come intrusive. In tale cornice, l’episodio venezuelano può offrire ai governi della regione un dispositivo efficace di mobilitazione interna, fondato sulla rivendicazione della sovranità e sulla riaffermazione del principio di non interferenza. Ne consegue che, anche laddove l’obiettivo di un cambiamento politico a Caracas sia condiviso, la modalità operativa impiegata dagli Stati Uniti può risultare difficilmente difendibile sul piano del consenso interno e della legittimità internazionale.
Un ulteriore effetto, potenzialmente immediato, riguarda il livello diplomatico e istituzionale. È verosimile che diversi Paesi richiedano una discussione formale nelle sedi multilaterali competenti, incluse le Nazioni Unite e l’Organizzazione degli Stati Americani, al fine di valutare la portata del precedente. Indipendentemente dalla valutazione politica di Maduro, la possibilità che una potenza esterna proceda alla cattura di un capo di Stato senza un chiaro mandato multilaterale costituisce un precedente problematico, con ricadute dirette sulla credibilità statunitense non soltanto come attore coercitivo, ma come garante di ordine.
Nel medio periodo, l’America Latina potrebbe entrare in una fase di riallineamenti politici e strategici interpretabile come una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe, intesa non come formulazione esplicita di politica estera, bensì come percezione di una rinnovata assertività emisferica. Tale scenario risulta plausibile anche alla luce di un dato strutturale, nel subcontinente sudamericano gli Stati Uniti non dispongono di consenso consolidato e uniforme, e la loro presenza viene frequentemente interpretata attraverso la lente della dipendenza e dell’interferenza. In questo quadro, il caso venezuelano può agire da catalizzatore, rendendo più visibili fratture preesistenti e riducendo lo spazio per ambiguità diplomatiche.
Nel rapporto con il Messico, ad esempio, la dimensione più significativa non è rappresentata da eventuali rivendicazioni territoriali in senso formale, bensì dal potenziale consolidamento di retoriche nazionaliste e dall’irrigidimento delle relazioni bilaterali su dossier strutturali quali migrazione, sicurezza, commercio e gestione del confine. In una fase caratterizzata da logiche di potenza, le narrazioni storiche possono trasformarsi in strumenti di pressione politica interna, limitando la possibilità di compromesso e aumentando il costo politico di scelte cooperative.
Nel caso del Brasile, l’operazione in Venezuela potrebbe rafforzare la tendenza di Brasilia a difendere con maggiore determinazione i propri margini di autonomia strategica. L’Amazzonia, infatti, viene percepita simultaneamente come risorsa sovrana e come vulnerabilità geopolitica, non solo per ragioni ambientali, ma anche per la presenza di criminalità transnazionale, reti informali, pressioni internazionali e potenziali dinamiche di penetrazione economica e informativa. Se l’azione statunitense venisse letta come un tentativo di normalizzare pratiche intrusive in nome della sicurezza, il Brasile avrebbe incentivi a blindare il dossier amazzonico e a rafforzare partnership alternative, al fine di ridurre dipendenze e affermare un profilo autonomo.
Nella cintura andina e nei contesti caratterizzati da maggiore volatilità istituzionale, Bolivia, Ecuador e Colombia, la dinamica potrebbe assumere una configurazione bifronte. Da un lato, alcune coalizioni politiche potrebbero utilizzare il precedente venezuelano per consolidare un discorso antistatunitense e rafforzare la propria legittimità interna. Dall’altro, governi preoccupati dagli effetti di spillover, quali migrazioni, instabilità di frontiera e criminalità transnazionale, potrebbero perseguire forme di contenimento e cooperazione securitaria senza tuttavia apparire subordinati a Washington. Si tratta di un equilibrio difficile, poiché la ricerca di stabilità può entrare in tensione con l’esigenza di autonomia politica.
In tale contesto, la competizione tra grandi potenze può rafforzarsi anche in assenza di interventi militari diretti. Cina e Russia, infatti, potrebbero trarre vantaggio dal deterioramento reputazionale statunitense attraverso strumenti a bassa intensità ma ad alto rendimento quali credito, tecnologie, forniture militari, infrastrutture, intelligence e accesso a mercati. Ogni riduzione della credibilità statunitense tende a diminuire il costo politico della diversificazione strategica per gli Stati latinoamericani, ampliando lo spazio di manovra dei concorrenti.
Nel lungo periodo, la questione centrale non riguarda più il Venezuela come caso specifico, bensì il principio sistemico che potrebbe consolidarsi: qualora prevalesse l’idea che la potenza sostituisce la regola, l’esito più probabile non sarebbe una stabilizzazione dell’ordine internazionale, ma una sua crescente frammentazione. Il primo effetto di tale trasformazione consisterebbe nel rafforzamento di un precedente operativo ossia se una superpotenza può agire in questo modo, altri attori potrebbero sentirsi autorizzati a replicare pratiche analoghe nei rispettivi contesti regionali, oppure a predisporre misure di prevenzione e deterrenza. Ne deriverebbe un aumento delle corse alla deterrenza regionale, non soltanto in termini militari, ma anche nei domini cyber, informativo e dell’intelligence.
Il secondo effetto sarebbe un’ulteriore erosione della fiducia nei meccanismi multilaterali. Se una parte crescente degli Stati percepisse che le istituzioni internazionali non garantiscono protezione effettiva o che operano in modo selettivo, la sicurezza tornerebbe a dipendere in misura maggiore da alleanze rigide, autonomia strategica e capacità di ritorsione. In altri termini, la norma perderebbe centralità rispetto alla forza, o alla minaccia credibile del suo impiego.
Il terzo effetto riguarderebbe la dimensione energetica e finanziaria. Se il petrolio venezuelano divenisse oggetto di un “contratto politico” determinato da pressioni esterne, altri produttori potrebbero interpretare tale dinamica come un incremento del rischio sistemico. Il timore di coercizione o di trattamenti differenziati diventerebbe un fattore strutturale di incertezza, con ricadute sui mercati, sugli investimenti e sulla volatilità dei prezzi. La geopolitica, in tal modo, verrebbe incorporata stabilmente nei meccanismi di valutazione economica.
A rendere più grave il quadro complessivo interviene una seconda crisi, apparentemente distante ma strategicamente connessa: la Groenlandia. In questo caso, la questione non riguarda esclusivamente l’Artico e le rotte future, ma la percezione europea di un’America incline a trattare sovranità e alleanze come variabili negoziabili. Le dichiarazioni relative a un “accesso totale” o a un framework privilegiato per la Groenlandia hanno incontrato una risposta netta da parte della Danimarca e della Groenlandia stessa, che hanno posto la sovranità come linea rossa. Ciò ha trasformato il dossier artico in un punto di attrito nei rapporti transatlantici, in una fase in cui l’Europa ricerca stabilità e prevedibilità in un contesto internazionale già segnato da elevata incertezza.
L’effetto combinato dei casi Venezuela e Groenlandia tende quindi a produrre un esito strategico rilevante: per una parte significativa dell’opinione pubblica e delle élite europee, gli Stati Uniti sembrano muoversi da una posizione di “leadership dell’ordine” verso una posizione di potenza che utilizza alleanze, accessi strategici e coercizione come strumenti negoziali. E quando cambia la percezione di affidabilità, cambiano anche le scelte politiche. In tale quadro, risulta plausibile un rafforzamento della spinta, in particolare nei Paesi nordici e in Francia, verso maggiore autonomia strategica, maggiore resilienza economica (energia, materie prime, difesa industriale) e una prudenza politica crescente nei confronti di Washington. Non necessariamente in termini di rottura, ma come progressivo distanziamento, minore affidamento automatico, maggiore calcolo e più accentuata tutela degli interessi nazionali ed europei.
Il Venezuela non costituisce soltanto un teatro di crisi, ma un indicatore di sistema. La Groenlandia non rappresenta soltanto una controversia artica, ma una frattura di fiducia. Considerati congiuntamente, tali casi delineano la configurazione di un disordine in atto, nel quale l’ordine internazionale tende a funzionare non attraverso regole condivise, bensì attraverso precedenti imposti. La letteratura storica e strategica suggerisce che i precedenti di potenza raramente producono stabilizzazione, più frequentemente, invece, generano imitazioni, reazioni e nuovi cicli di conflitto.
Pasquale Preziosa
