Forze Speciali, Perego: «Capacità strategica nella guerra multidominio»

Dal Global SOF Symposium di Roma il sottosegretario alla Difesa richiama il ruolo dei reparti speciali nei conflitti ad alta intensità. Innovazione, interoperabilità e rapidità nel trasferire le nuove tecnologie sul terreno diventano fattori decisivi. Al centro restano formazione e tutela degli operatori.

La guerra contemporanea corre su più domini, intreccia operazioni convenzionali, cyber, spazio, intelligence e nuove tecnologie. In questo scenario le Forze Speciali assumono un peso crescente nella capacità di un Paese di reagire rapidamente alle crisi e di operare insieme agli alleati. È il quadro delineato dal sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago intervenendo il 7 ottobre al Global SOF Symposium – Europe, in corso a Roma.

«Le Forze Speciali rappresentano una delle capacità di eccellenza della nostra Difesa», ha affermato Perego, collegando il loro ruolo al ritorno della guerra ad alta intensità e alla velocità della trasformazione tecnologica. Due dinamiche che stanno modificando dottrine, strumenti e tempi delle operazioni militari. La possibilità di adattarsi rapidamente e agire in ambienti complessi diventa così una capacità strategica, oltre il perimetro tradizionale delle missioni speciali.

Il punto riguarda soprattutto il rapporto tra tecnologia e campo di battaglia. I conflitti più recenti hanno mostrato quanto rapidamente droni, sistemi autonomi, sensori, guerra elettronica, comunicazioni protette e strumenti digitali possano modificare le condizioni operative. Per Perego i reparti speciali costituiscono un «laboratorio naturale di innovazione per tutta la Difesa»: strutture nelle quali nuove soluzioni possono essere sperimentate sul terreno, valutate e adattate prima di una loro eventuale diffusione più ampia.

È proprio la velocità del ciclo dell’innovazione a rappresentare una delle sfide principali. «Accorciare la distanza tra esigenza operativa, sperimentazione e disponibilità degli strumenti è oggi più che mai una necessità», ha osservato il sottosegretario. Significa ridurre il tempo che separa l’individuazione di una necessità da parte degli operatori dalla disponibilità effettiva della tecnologia capace di soddisfarla. Nei conflitti ad alta intensità, cicli di acquisizione troppo lunghi rischiano infatti di consegnare ai reparti soluzioni già superate dall’evoluzione della minaccia.

Accanto alla tecnologia c’è l’interoperabilità. Addestramento comune, procedure condivise e fiducia reciproca consentono alle Forze Speciali di operare all’interno di dispositivi multinazionali nei quali unità provenienti da Paesi diversi devono essere integrate rapidamente. Per l’Italia questa dimensione assume una rilevanza specifica per la posizione del Paese nel Mediterraneo e per il ruolo del Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (COFS) nel coordinamento di operazioni complesse anche in ambito alleato.

Il Mediterraneo allargato resta infatti uno spazio nel quale convergono alcune delle principali linee di instabilità che interessano direttamente la sicurezza italiana: Nord Africa, Sahel, Medio Oriente, rotte marittime strategiche e competizione per le infrastrutture critiche. In un ambiente nel quale minacce convenzionali e ibride tendono a sovrapporsi, la capacità di disporre di unità altamente specializzate e rapidamente impiegabili acquista una funzione che riguarda l’intero dispositivo di difesa.

Perego ha però riportato il tema sulla componente umana. Tecnologie avanzate e procedure operative non sostituiscono il personale chiamato a prendere decisioni in tempi estremamente ridotti, spesso in condizioni nelle quali il quadro informativo è incompleto e le conseguenze possono essere immediate.

Da qui la necessità, indicata dal sottosegretario, di garantire agli operatori formazione continua, strumenti adeguati e una tutela giuridica coerente con le responsabilità assegnate. Un tema che Perego ha collegato alla revisione normativa in corso relativa alla disciplina delle Forze Speciali.

Il messaggio emerso dal symposium di Roma supera quindi la dimensione dei singoli reparti. Le Forze Speciali vengono considerate come un acceleratore di trasformazione dell’intero strumento militare: sperimentano tecnologie, affinano procedure, costruiscono interoperabilità e trasferiscono esperienza operativa al resto della Difesa.

«Ciò che rende più forti le nostre Forze Speciali contribuisce a rendere più forte tutta la Difesa», ha sintetizzato Perego. Una formula che fotografa il cambio di prospettiva: nella guerra multidominio, la capacità speciale non è più soltanto uno strumento destinato alle operazioni più sensibili, ma uno dei luoghi nei quali si misura la velocità con cui le Forze Armate riescono ad adattarsi alla trasformazione del conflitto.

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