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Jihadismo nel Sahara: «Una seria minaccia alla sicurezza del Marocco»

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 Nel novembre del 2020 il Fronte Polisario, ha fatto sapere al governo marocchino di Re Mohamed VI la sua intenzione di riprendere la lotta armata per ottenere l’indipendenza del Sahara dal Marocco. A dare l’annuncio è stato un giovane membro del Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, tale Salmi Gailani, giovane marocchino, che da anni risulta residente in Spagna, il quale spiega che i motivi per i quali il Fronte Polisario intende riprendere la lotta armata sono riconducibili ad una violazione messa in atto dal governo di Rabat sugli accordi internazionali riguardanti il Sahara.

Nel 1991 infatti tramite la mediazione delle Nazioni Unite, venne firmato un accordo per far cessare tra il Marocco e il Fronte Polisario, il quale dal 1973 aveva dato il via ad una vera e propria strategia di guerriglia per ottenere l’indipendenza da: Marocco, Spagna e Mauritania; in tutto questo molto probabilmente godeva del sostegno del governo della vicina Algeria, la quale di fatto forni al Fronte Polisario una base operativa nell’area occidentale del paese, più precisamente a Tindouf, nella parte occidentale dell’Algeria. L’interesse dell’Algeria a questa situazione era molto probabilmente riconducibile alle grandi risorse energetiche presenti nell’area sahariana, la quale è molto ricca di materie prime come per esempio il fosfato. Con questo cessate il fuoco, le Nazioni Unite promisero al Fronte Polisario che presto sarebbe stato indetto un referendum per determinare o meno la nascita della Repubblica Democratica del Sahara, cosa che in trent’anni non è mai avvenuta. Il Marocco tuttavia non rispetto mai gli accordi presi nel 1991. Nell’ottobre dello scorso anno, la popolazione sahariana blocco dei camion che stavano transitando a Guerguerat, area di confine tra il Sahara occidentale e la Mauritania, il governo marocchino si serviva di quest’area per importare le proprie merci verso gli altri paesi africani. In seguito al blocco messo in atto dai manifestanti sahariani, il governo marocchino decise di inviare l’esercito per risolvere la situazione. La presenza dell’esercito non fece altro che causare un ulteriore dissenso nell’area; inoltre in seguito a questa risposta, il Marocco si è reso autore di una violazione degli accordi stipulati nel 1991, nei quali è specificato il divieto dell’utilizzo di forze militari da parte di entrambe le parti. L’attuale sovrano del Marocco Re Mohamedd VI ci tenne a fare sapere la volontà del governo marocchino di mantenere gli accordi presi nel 1991, tuttavia ha ribadito la sua volontà di intervenire militarmente, qualora il Fronte Polisario dovesse tornare a costituire nuovamente una minaccia per la sicurezza del paese. A fornire un’altra valida spiegazione su questa nuova tensione è stato il Professore Jacob Mundy dell’Università di Colgate, il quale dichiarò che«Nel 2016 il Marocco ha cercato di aprire la strada che collega l’ultimo posto di blocco al confine con la Mauritania, che passa attraverso il muro difensivo, nella “zona cuscinetto” dell’Onu e tecnicamente sotto il controllo del Polisario anche se la loro presenza amministrativa è stata minima. Il Polisario si è fortemente opposto a questa costruzione vista come sforzo marocchino per ribadire la propria presenza e di fatto per aumentare il commercio tra il Marocco, il Sahara Occidentale occupato e l’Africa occidentale. Lo spazio tra l’ultimo posto di blocco marocchino, il muro militare e poi il primo posto di blocco mauritano, dall’altra parte, si chiamava “terra di nessuno” perché era abbastanza pericolosa da attraversare per via delle mine. Gli accordi Onu vietano questo tipo di progetti di infrastrutture. Per il Fronte la cosa insostenibile è stata che cadesse in una sua parte di territorio» . Lo stesso Gailani annunciò che di fatto i governi spagnolo e marocchino, cosi come le Nazioni Unite, avevano del tutto dimenticato l’esistenza del Fronte Polisario, il quale per la ripresa di questo conflitto sta raccogliendo il consenso anche di molti giovani, molti dei quali residenti all’estero, i quali potrebbero fare ritorno in patria per aderire alla causa sahariana. La questione della ripresa dei conflitti sulla questione sahariana dovrebbe essere presa seriamente dal mondo occidentale e dalle Nazioni Unite, in quanto c’è il forte rischio che gruppi terroristici di matrice jihadista potrebbero infiltrarsi all’interno del Fronte Polisario. Tutto ciò sarebbe oltremodo favorito dalla vicinanza del Sahara con due paesi nei quali negli ultimi anni è stata riscontrata una forte presenza di gruppi jihadisti ovvero: il Mali e la Mauritania. In questi paesi risulterebbe attiva un organizzazione terroristica legata ad Al Qaeda, meglio conosciuta come AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico) organizzazione nella quale sono confluiti molti membri del Fronte Polisario subito dopo la fine delle ostilità col governo marocchino. Con la ripresa del conflitto non è da escludere che molti ex membri del Fronte Polisario potrebbero rientrare nel paese per sostenere la causa sahariana, tuttavia sarebbe da verificare la disponibilità dell’AQMI ad impegnarsi attivamente la causa sahariana, in quanto l’alleanza con il Fronte Polisario gli garantirebbe la possibilità di installare basi in Marocco. Dall’altra parte, il Fronte Polisario guadagnerebbe molto dal punto di vista della visibilità e dell’ideologia . Inoltre nell’ultimo periodo anche l’ISIS ha manifestato il proprio interesse alla questione del Sahara. Nel 2018 l’allora leader dello Stato Islamico Abu Bakr al-Bagdadi, affiliò allo Stato Islamico diversi gruppi jihadisti presenti sul territorio africano, tra questi vi è l’ISGS – Islamic State in the Greater Sahara, alla cui guida vi è l’emiro Adnan Abu Walid al-Sahrawi, un sahariano, che durante gli anni del conflitto tra il Fronte Polisario e il governo marocchino, fece parte dell’ Esercito popolare di liberazione saharawi, il braccio armato del Fronte Polisario. Dopo il cessate il fuoco stipulato tra quest’ultimo e il governo marocchino, al-Sahrawi trascorse molto tempo tra in Mali, luogo nel quale molto probabilmente prese contatto con gruppi jihadisti presenti nel paese. Lo Stato Islamico del Grande Sahara, potrebbe costituire una grave minaccia per la sicurezza internazionale e per il paese marocchino, in quanto stiamo parlando di un organizzazione che negli ultimi anni ha accolto nei propri ranghi molti seguaci, inoltre ha già dimostrato una certa abilità anche nel compiere attentati terroristici, tra i più clamorosi vi è quello messo in atto dalla formazione jihadista nel villaggio di Togo Togo in Niger, in questo attentato vennero uccisi anche dei militari degli Stati Uniti d’America. Senza contare che il gruppo jihadista in accordo col Fronte Polisario, potrebbe scegliere di mettere in atto numerosi attentati terroristici contro il governo marocchino al fine di ottenere l’obbiettivo prefissato, ossia l’indipendenza del Sahara . Giuseppe Giliberto

Tensione Marocco-Germania. Rabat richiama ambasciatore a Berlino

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Sale la tensione diplomatica tra Marocco e Germania. Lo scorso 6 maggio, infatti, Rabat ha richiamato il proprio ambasciatore a Berlino per consultazioni, annunciando, in un comunicato ufficiale del Ministero degli Esteri, che la decisione è stata presa a seguito di “atti ostili” perpetrati da Berlino.

Il ruolo degli Usa

La Repubblica federale di Germania ha intensificato atti ostili e azioni che sono dannose per gli interessi superiori del Regno del Marocco”, si legge nel comunicato, nel quale si dichiara che il governo tedesco avrebbe assunto “un atteggiamento negativo” sulla questione del Sahara occidentale, l’area – appartenente a un’ex colonia spagnola – contesa tra Rabat ed il Fronte Polisario, movimento attivo per l’autodeterminazione del territorio. In particolare, si denuncia “l’attivismo antagonista” dimostrato da Berlino a seguito del riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, della sovranità di Rabat sul territorio del Sahara occidentale, in cambio della ripresa delle relazioni tra Marocco ed Israele. L’iniziativa Usa, uno degli ultimi atti di Donald Trump poco prima di lasciare la Casa Bianca, era giunta a ridosso di nuove tensioni e scambi di accuse tra l’esercito marocchino ed il Fronte Polisario per la rottura del cessate il fuoco, in vigore da 29 anni. In quell’occasione, la cancelliera Angela Merkel aveva criticato la scelta dell’ex Presidente Usa, chiedendo una riunione straordinaria a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

I precedenti

Va notato, tuttavia, che le relazioni tra i due Paesi si erano incrinate già all’inizio del mese di marzo, quando il capo della diplomazia marocchina, Nasser Bourita, comunicò la sospensione dei rapporti con l’ambasciata tedesca a Rabat, in segno di protesta contro la posizione di Berlino nella disputa sul Sahara occidentale. Nella comunicazione ufficiale si prevedeva, infatti, la sospensione di “ogni contatto, interazione o azione di cooperazione con l’ambasciata tedesca in Marocco sia con le organizzazioni di cooperazione e le fondazioni politiche ad essa legate”.

A complicare ulteriormente i rapporti tra i due Paesi è la denuncia, da parte delle autorità marocchine, di presunti atti volti a  “contrastare l’influenza regionale di Rabat” da parte della Germania. Si fa riferimento, in particolare, alla decisione di Berlino di escludere il Marocco da una serie di incontri regionali dedicati al conflitto in Libia, tra cui la nota Conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020. In tale occasione, le autorità marocchine avevano rilasciato una dichiarazione esprimendo “profondo stupore” per il mancato invito all’incontro, ribadendo la centralità del Marocco nei diversi “sforzi internazionali per risolvere la crisi libica”. A tal proposito, Rabat aveva ricordato il ruolo chiave assunto nella conclusione dell’accordo di Skhirat, nel 17 dicembre 2015, grazie al quale era stato istituito, sotto l’egida dell’Onu, il Governo di accordo nazionale, e delineata una strada verso la soluzione del conflitto in Libia.

La questione irrisolta del Sahara occidentale

È nella questione relativa alla sovranità sul Sahara Occidentale – ultima colonia europea in Africa, abbandonata dalla Spagna nel 1975 – che vanno rintracciate le principali motivazioni alla base della scelta di Rabat di richiamare il proprio ambasciatore.

La regione, infatti, è da anni occupata militarmente dal Marocco che ritiene le proprie rivendicazioni di sovranità sull’ex colonia spagnola come non negoziabili, nonostante nella regione operi, sin dal 1973, il movimento separatista del Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria. Questo, nel 1976, ha annunciato unilateralmente la nascita della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi (SADR), intraprendendo una guerriglia per l’indipendenza durata fino al 6 settembre 1991, anno in cui è stato dichiarato un cessate il fuoco, promosso dalla Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO).

Ad oggi, detto referendum di autodeterminazione non ha ancora avuto luogo, complici non solo i conflitti interni, ma soprattutto la difficoltà riscontrata nella formazione delle liste elettorali, a causa dei tentativi, da parte di entrambe le fazioni, di modificare la demografia dell’area per influenzarne i risultati.

 

Onu: le ragioni dell’impegno cinese nella promozione della sicurezza interna all’Unione Africana

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Rafforzare la cooperazione tra l’Onu e le organizzazioni regionali e sud-regionali”, è stato questo il tema del discorso tenuto dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi in occasione della seduta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tenutasi il 19 aprile scorso.

Con queste parole, il ministro di Pechino intendeva far riferimento, principalmente, all’Unione Africana (UA), l’organizzazione internazionale cui fanno parte tutti gli Stati africani, e con cui la Cina, alla fine del 2020, ha concluso un importante accordo di cooperazione.

Nel corso del suo intervento, Wan Yi ha ricordato che quest’anno – precisamente il 27 ottobre prossimo – ricorrerà il 50esimo anniversario del ripristino del seggio del governo di Pechino in seno all’Onu e che, in tale arco temporale, la Cina ha sempre partecipato positivamente all’azione dell’organizzazione, contribuendo e sostenendo gli sforzi regionali e sub-regionali, anche attraverso il Fondo delle Nazioni Unite per la pace e lo sviluppo. Inoltre, citando il partenariato strategico concluso con l’Unione africana, il ministro ha ribadito l’impegno di Pechino nella promozione dell’Agenda 2063 dell’UA e dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Con queste premesse, e nell’intento di stabilizzare i conflitti interni al contenente africano, migliorando, al contempo, le capacità di lotta al terrorismo dell’UA, Wang Yi ha esortato le Nazioni Unite ad assistere l’organizzazione nella creazione di un esercito permanente, e ad affiancare le operazioni di peacekeeping poste in campo dall’Unione africana in chiave antiterrorismo o di stabilizzazione delle zone di conflitto.

La strategia cinese

Per meglio comprendere l’interesse cinese nella promozione della sicurezza interna al continente africano, ed il significato dell’iniziativa del ministro degli Esteri Wang Yi al Consiglio di Sicurezza Onu, occorre tenere presente che, negli ultimi anni, la Repubblica Popolare Cinese ha fortemente investito nei rapporti con i paesi in via di sviluppo, ampliando notevolmente il suo raggio d’azione in Africa in termini di investimenti, aiuti allo sviluppo e diplomazia culturale. Di ciò, è prova la coincidenza temporale tra la pubblicazione da parte di Pechino del libro bianco ad hoc sugli aiuti all’estero e i viaggi in Africa e Sud-Est asiatico svolti dal ministro degli Esteri Wang Yi.

Oggi la Cina si configura come il maggior partner commerciale ed investitore dell’Africa.

Con l’obiettivo di accrescere la sua influenza economica e politica sulla sponda meridionale del Mar Mediterraneo, la diplomazia cinese ha seguito, negli ultimi anni, il famoso invito al go out (la Go Out policy), una serie di misure promosse dal Governo di Pechino per promuovere gli investimenti esteri degli imprenditori cinesi, inquadrando poi i suoi sforzi nella cornice narrativa della nota Belt and Road Initiative (BRI, o Nuove Vie della Seta), cui hanno aderito, in totale, 44 Paesi africani, che rappresentano 1/3 dei firmatari totali.  

Origine dei rapporti sino-africani

Tappa fondamentale per comprendere il “grande balzo” del Dragone in terra africana è il mese di ottobre del 2000, data di istituzione del primo Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), step cruciale nell’evoluzione dei rapporti economici – e quindi in cui certo senso politici – tra Cina ed Africa. In occasione di quel primo forum FOCAC– poi organizzato con cadenza triennale – venne elaborato un documento in 10 punti in cui si stabilivano gli ambiti e gli aspetti fondamentali delle nuove relazioni sino-africane. Presto il FOCAC, da tavola rotonda per rafforzare le relazioni sino-africane secondo una logica di cooperazione win-win, è diventato l’occasione per Pechino di annunciare massicci piani di finanziamento, confermando il proprio ruolo e la propria influenza nel continente.

Dal primo meeting FOCAC, le relazioni economiche e non tra i due Paesi sono andate consolidandosi, per motivi diversi ma complementari. Da un lato, la volontà di Pechino di estendere la propria influenza globale, favorendo processi di internazionalizzazione delle proprie imprese, e dall’altro i bisogni e le esigenze dell’Africa, un continente ricco di risorse naturali, ma con impellenti necessità di sviluppo, piani infrastrutturali e competenze tecniche.

Al 2018, data dell’ultimo summit FOCAC, la Cina aveva costruito in Africa più di 6.000 chilometri di strade e ferrovie, quasi 20 porti e più di 80 centrali elettriche. Gli investimenti diretti nel continente raggiungevano la cifra di 110 miliardi di dollari USA, con oltre 10.000 imprese cinesi con investimenti sul suolo africano.

L’agenda politica di Pechino

Nonostante gli interessi economici giochino un ruolo fondamentale nel determinare il crescente impegno di Pechino in Africa, a spiegare tale spinta in avanti concorre, tra le altre cose, la volontà cinese di allargare la propria influenza politica all’interno delle organizzazioni internazionali. Rafforzando le sue relazioni diplomatiche attraverso la cooperazione economica, Pechino auspica di poter contare, sempre di più, sul voto dei Paesi africani in sedi importanti come quella dell’Onu. L’importanza strategica dell’Africa consiste non solo nel suo vantaggio numerico, in quanto grande raggruppamento di Stati, ma soprattutto nella loro tendenza a votare “in blocco”.

Il sostegno degli Stati africani all’agenda politica di Pechino nelle sedi multilaterali può dunque assumere un ruolo determinante, capace di spostare l’ago della bilancia nell’atto di decidere questioni delicate e prioritarie per il governo cinese, quali Taiwan o il controllo del Mar Cinese Meridionale.

 

Non solo Draghi, anche il premier greco Mitsotakis vola in Libia

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Kyriakos Mitsotakis ufficializza il cambio di pagina nei rapporti greco-libici con la sua visita ufficiale in Libia, cui ha fatto seguito l’annuncio del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Il Primo ministro greco è stato uno dei primi leader europei ad incontrare il nuovo Premier libico Abdelhamid Dabaiba, nella giornata del 6 aprile scorso, poco dopo la visita del Primo ministro italiano Mario Draghi.

I dossier sul tavolo

Al centro dell’incontro le nuove opportunità di cooperazione bilaterale su più fronti: dall’economia, all’energia, dalla sanità, al trasporto marittimo. Il dossier più controverso è stato, invece, quello relativo al Memorandum of Understanding turco-libico sulla delimitazione dei confini marittimi, che, secondo il governo di Atene, “in una Libia normale, non può essere valido”.

Infatti, l’intesa tra Turchia e Libia sulle zone economiche esclusive (ZEE) nel  Mediterraneo, firmata il 27 novembre 2019, consente ad Ankara di avanzare degli ostacoli legali per lo sfruttamento e l’esportazione di gas dalla zona del Mediterraneo orientale, ed è stato, per questo, contestato da diverse istituzioni europee e da numerosi Stati membri dell’Unione. Tra questi, immediata fu la reazione di Atene, che dopo aver definito l’accordo come “un’aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani della Grecia e di altri paesi”, decise di espellere l’ambasciatore tripolino.

Aperture e nuovi spunti di dialogo

La visita di Mitsotakis ed suo incontro con Dbeibah hanno dunque offerto nuove opportunità di confronto e di dialogo tra i due leader, consentendo di riavviare le relazioni diplomatiche, e non, su basi più solide. Nonostante Dbeibah abbia evitato di entrare nei dettagli del destino dell’accordo con la Turchia, non ancora ratificato alla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, ha prospettato la possibilità di istituire un comitato greco-libico per discutere congiuntamente della delimitazione dei confini marittimi, avviando un tavolo di confronto istituzionalizzato.

Il giorno successivo alla visita, Atene ha annunciato la ripresa, dopo 6 anni d’interruzione, delle attività dell’ambasciata greca in Libia, nonché la riapertura dello spazio aereo tra i due Paesi. Per una normalizzazione delle relazioni bilaterali ed un rafforzamento della cooperazione su più fronti, si è decisa l’istituzione di “Comitati misti” in tutti i campi di comune interesse.

Un poderoso assembramento diplomatico

Oltre a Mitsotakis e a Draghi, gran parte dei leader europei stanno cercando di dare un segnale di sostegno al processo di riconciliazione nazionale e al nuovo governo libico, salvaguardando, al contempo, i propri interessi strategici. Il giorno precedente alla visita dei due Premier europei, anche il maltese Robert Abela ha annunciato la riapertura della sede diplomatica di Tripoli, mentre quella francese ha ripreso le attività il 29 marzo. Il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, anche lui in visita a Tripoli nei primi giorni di aprile, ha dichiarato che l’Europa intensificherà il suo impegno in Libia sul fronte della ricostruzione economica, dopo anni di conflitto, contribuendo alla governance, alla stabilità, e al rispetto dei diritti umani all’interno del Paese. A questo proposito, fonti Ue hanno reso noto che l’ambasciatore dell’Unione europea tornerà permanentemente a Tripoli a partire dalla fine di aprile.

Affinché ciò avvenga, tuttavia, l’Unione europea, per il tramite di Michel, ha ribadito la necessità che mercenari e combattenti stranieri lascino la Libia, in quanto conditio sine qua non per il rispetto dell’embargo sulle armi e dell’accordo sul cessate-il-fuoco all’interno del Paese.

Le tensioni in Etiopia rischiano di esplodere in una crisi umanitaria

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L’Etiopia sta attualmente affrontando un conflitto armato nella regione del Tigrè, a nord del paese. Le tensioni, che vedono coinvolti il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (TPLF) e il governo centrale dell’Etiopia, sono state scatenate a settembre scorso dall’annuncio del Primo ministro etiope, Abiy Ahmed Ali, del rinvio delle elezioni nazionali a giugno 2021 a causa del coronavirus. Il TPLF, che già da tempo considera il governo centrale come illegittimo, e ritiene che il Primo ministro non abbia più il mandato per prendere decisioni, ha tenuto ugualmente le proprie elezioni a settembre, sfidando il Governo di Abiy. Ciò ha innescato una reazione a catena in cui il governo centrale e il governo del Tigrè, che accusano i reciproci governi di essere illegittimi, hanno dato inizio al conflitto armato.

Nel novembre 2020 sono stati registrati incidenti presso il Comando settentrionale etiope, attribuiti dal governo centrale al TPLF. Ciò ha portato a un contrattacco da parte delle forze di difesa nazionale etiope. La situazione è andata ulteriormente peggiorando quando le forze di sicurezza del TPLF sono state accusate di aver ucciso centinaia di civili (per lo più lavoratori di etnia Amhara) nel massacro di Mai Kadra. Sebbene la leadership del TPLF abbia negato ogni responsabilità dell’accaduto, le forze armate governative si sono spinte nella capitale Macallé, il cuore della regione del Tigrè.

La regione settentrionale del Tigrè è uno dei 10 Stati federali semi-autonomi dell’Etiopia.

Inizialmente suddivisa in 13 province, nel 1996 l’Etiopia ha visto l’entrata in vigore della riforma del sistema amministrativo, in base alla quale il paese veniva riorganizzato in 10 Stati regionali federali suddivisi su base etnica.

La Costituzione attribuisce ampi poteri agli Stati regionali che possono stabilire il proprio governo nei limiti della carta costituzionale. Ogni regione è infatti governata dal Consiglio regionale, che detiene i poteri legislativi ed esecutivi per dirigere gli affari interni della regione. L’articolo 39 della Costituzione etiope concede inoltre il diritto di secessione a tutti gli Stati regionali dell’Etiopia.

Sotto il governo di Abiy, salito al potere nel 2018, i leader del Tigrè si sono lamentati di essere ingiustamente presi di mira nei procedimenti per corruzione, rimossi dalle posizioni di vertice e ampiamente considerati come capri espiatori per i problemi del Paese.

Dall’inizio del conflitto, sono state documentate le atrocità e i crimini di guerra commessi dalle forze etiopi e alleate contro i residenti del Tigrè. Nella notte del 9 novembre, uomini armati hanno attaccato la città di Mai-Kadra, nella zona sud occidentale della regione del Tigré, facendo stragi per le strade a colpi d’ascia e di machete. Secondo i media statali sono stati contati 500 cadaveri. Le vittime erano lavoratori giornalieri di etnia Amhara, che non avevano nessun ruolo nel conflitto in corso nella regione.

I dati sui morti e i feriti sono tuttavia difficili da confermare e le notizie che arrivano dal Tigrè non possono essere verificate in modo indipendente, in quanto il governo di Addis Abeba ha dato l’ordine di impedire l’ingresso nella regione, di bloccare le linee telefoniche e l’accesso a internet. Ma la conferma arriva da Amnesty International che, grazie ad un attento lavoro di comparazione dei dati provenienti da più fonti, ha potuto accertare l’autenticità, la data e il luogo delle foto e dei filmati giunti in suo possesso.

Sebbene le agenzie umanitarie non abbiano accesso alla zona del conflitto, numerosi appelli sono stati lanciati dalle organizzazioni umanitarie affinché tutte le parti in conflitto rispettino il diritto internazionale, garantendo l’accesso degli aiuti nella regione e la protezione dei civili.

Secondo quanto comunicato nei rapporti dell’Associated Press e di Amnesty International, il conflitto ha ucciso centinaia di persone e ha causato migliaia di sfollati nelle ultime settimane. L’ONU ha avvertito che il conflitto potrebbe innescare una crisi umanitaria, sia per l’afflusso di rifugiati che nel frattempo si stanno riversando in Sudan, sia per la crisi alimentare esacerbata dall’incendio dei raccolti da parte delle truppe.

Si stima che almeno 33.000 rifugiati sono già entrati in Sudan, una nazione che già sostiene circa un milione di sfollati da altri paesi africani, e che rischia di essere ulteriormente destabilizzata dai continui flussi migratori. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati in base alle previsioni attuali teme l’arrivo di altre 200.000 persone nei prossimi sei mesi se i combattimenti dovessero continuare.

Funzionari umanitari hanno inoltre avvertito che un numero crescente di persone potrebbe morire di fame nel Tigrè. I combattimenti sono scoppiati sull’orlo del raccolto nella regione prevalentemente agricola e hanno mandato un numero incalcolabile di persone a fuggire dalle proprie case. Testimoni hanno peraltro descritto il saccheggio delle provviste da parte dei soldati eritrei e l’incendio dei raccolti.

L’attuale situazione continua a sollevare preoccupazioni sul fatto che il conflitto potrebbe estendersi a una guerra più ampia, che veda coinvolti anche gli Stati confinanti.

Venerdì il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, in qualità di presidente dell’Unione africana, ha annunciato la nomina di tre ex presidenti per mediare i colloqui per porre fine al conflitto in Etiopia. Ma il governo di Abiy ha rifiutato l’offerta perché vede l’operazione come un’intromissione negli affari interni del paese.

“Non negoziamo con i criminali. Li assicuriamo alla giustizia, non al tavolo delle trattative”, ha detto Mamo Mihretu, assistente senior del Primo ministro Abiy. “I nostri fratelli e sorelle africani avrebbero un ruolo più significativo se esercitassero pressioni sul TPLF affinché si arrendesse”.

Mamo ha affermato inoltre che gli ex leader del Mozambico, della Liberia e del Sud Africa – che arriveranno nel paese nei prossimi giorni – non avranno accesso alla regione del Tigrè a causa delle operazioni militari in corso.

Dopo tali dichiarazioni, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha riportato alla Commissione per gli affari esteri del Parlamento degli Stati Uniti le “violazioni dei diritti umani e atrocità in corso, nonché atti di purificazione etnica” in alcune parti del Tigrè.

Un alto diplomatico etiope mercoledì ha lasciato il suo incarico a Washington per le preoccupazioni sulle atrocità riportate nel Tigrè. Berhane Kidanemariam, che ha servito come vice capo missione presso l’ambasciata etiope a Washington, ha criticato Abiy come un leader spericolato che sta dividendo il suo paese.

“Migliaia di civili sono stati massacrati, centinaia di migliaia sfollati dalle loro case con la forza, infrastrutture civili distrutte sistematicamente”, afferma il comunicato pubblicato su Twitter da Getachew Reda, uno dei leader del Tigrè. “Nonostante il regime di Abiy Ahmed e i suoi alleati abbiano invocato spudoratamente la loro innocenza e promesso di consentire l’accesso alle agenzie umanitarie e alle indagini internazionali sulle accuse, i loro crimini di guerra e atti contro l’umanità sono solo aumentati nelle ultime settimane e giorni”.

 

Samia Suluhu Hassan, una donna a capo della Tanzania

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Mercoledì sera la vice-presidente Samia Suluhu Hassan ha annunciato ai cittadini della Tanzania la morte del presidente John Magufuli, evento le conferisce automaticamente l’incarico di capo di Stato del paese.

Eletta per la prima volta nel 2015 come vicepresidente di Magufuli, è stata rieletta lo scorso anno insieme a lui per un secondo mandato quinquennale.

Con l’assunzione della carica di presidente, Hassan diventa l’unica attuale leader nazionale donna in Africa – laddove invece la presidenza etiope ha in gran parte funzioni cerimoniali.

La presidente Hassan è affettuosamente conosciuta come Mama Samia, che lungi dall’essere un’etichetta discriminante di genere, è invece sinonimo di rispetto e orgoglio nella cultura tanzaniana.

La campagna elettorale del 2015 l’ha vista vincitrice a sorpresa, riuscendo a scavalcare molti altri politici più importanti nel partito, tra cui Chama Cha Mapinduzi (CCM), ai vertici del potere dall’indipendenza del paese nel 1961.

La carriera politica della nuova presidente è partita nel 2000, quando è stata eletta per la prima volta a una carica pubblica, per poi diventare nel 2014 vicepresidente dell’Assemblea costituente, con compiti di redazione di una nuova costituzione. È in questa occasione che le sue doti politiche e di leadership le hanno fruttato i complimenti e il consenso dell’elettorato.

 

Dalla personalità pacata e rispettosa delle procedure normative, per la sua etica del lavoro e per il metodo con cui prende decisioni di interesse nazionale, è stata definita “la leader politica più sottovalutata della Tanzania”.

Le prossime settimane saranno un’occasione per avvalorare le aspettative, e soprattutto vederla prendere partito in merito al COVID-19, mai accettato dal suo predecessore come malattia contagiosa o mortale.   

Il presidente Magufuli infatti ha sempre avuto un atteggiamento scettico nei confronti del coronavirus, rifiutandosi di indossare una mascherina e denigrando chi la utilizzava. Secondo i leader dell’opposizione, le ragioni della morte repentina del presidente andrebbero proprio ritrovate nella mancata prevenzione contro il virus. Le fonti istituzionali riportano invece cause legate ad insufficienza cardiaca.

Spetta ora alla nuova presidente in carico appoggiare o allontanarsi da questa politica.

 

 

 

 

Il nuovo governo libico ha giurato: tra ombre e speranze prosegue il cammino verso nuove elezioni

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Lunedì 15 marzo i nuovi ministri del governo libico ad interim hanno prestato giuramento presso la sede temporanea del Parlamento di Tobruk, impegnandosi a preservare l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale del Paese, rispettando la Costituzione.

Giuro di assolvere i miei doveri con tutta onestà e devozione, di restare federe agli obbiettivi della Rivoluzione del 17 febbraio, di rispettare la Dichiarazione costituzionale, di prendermi cura degli interessi del popolo e di preservare l’indipendenza della Libia, la sua sicurezza e la sua integrità territoriale“, sono state le parole pronunciate dal nuovo premier libico Abdel Hamid Dbeibah. La squadra governativa da lui proposta aveva ottenuto l’avallo della Camera dei rappresentanti di Tobruk nella mattina del 10 marzo scorso, con ben 132 voti favorevoli su 134, anche se con 2 astensioni e 36 parlamentari assenti. 

Con questo evento, per la prima volta dal 2014, la Libia torna ad avere un governo legittimo ed unitario, seppur con un mandato temporalmente limitato. L’esecutivo di unità nazionale guidato dal premier Abdel Hamid Dbeibah, insieme al nuovo Consiglio Presidenziale, saranno, infatti, le due istituzioni che avranno il compito di traghettare il Paese africano verso nuove elezioni parlamentari e presidenziali, previste per il prossimo 24 dicembre 2021.

La squadra

Il nuovo esecutivo si configura, di fatto, come un governo di unità nazionale, che ruota attorno al tandem composto da Abdel Hamid al-Dbeibah, ricco imprenditore libico, e da Mohammed al-Menfi, ex ambasciatore in Grecia, nei ruoli, rispettivamente, di Primo Ministro e di Presidente. Attorno a loro è stata costruita un’ampia squadra governativa, composta da ventisette ministri, in gran parte figure definite “sconosciute” all’opinione pubblica.

Va notato che la componente femminile è pari al 30% della squadra di governo, corrispondente a 5 incarichi ministeriali.  Oltre al Ministero della Giustizia, per la prima volta nella storia della Libia, anche il Ministero degli Esteri sarà guidato da una donna, Najla Mangoush, avvocato e docente di diritto penale. Resta invece vacante la carica di ministro della Difesa, sulla quale non vi è ancora accordo tra i deputati libici, e che verrà quindi assunta ad interim dallo stesso Premier nell’attesa di giungere ad un’intesa. 

Come ci si è arrivati

Il nuovo governo, risultato dei lunghi negoziati condotti sotto l’egida delle Nazioni Unite, prenderà il posto dei due governi che, di fatto, negli ultimi anni si sono divisi il controllo della Libia: quello di Fayez al-Serraj —nell’ovest del paese —, sostenuto dall’Onu, e con sede a Tripoli, e quello che faceva riferimento al maresciallo Khalifa Haftar e al suo Esercito Nazionale Libico (LNA), con sede a Tobruk, nell’est della Libia. I colloqui dell’Onu avevano subìto un’accelerazione dopo la sconfitta militare di Haftar, seguita al fallimento del suo tentativo di conquistare Tripoli ed imporre il suo potere su tutta la Libia.

A seguito dell’accordo sul cessate il fuoco permanente del 23 ottobre 2020, e agli sviluppi politici interni al Paese, l’ex Premier al-Serraj si era detto disposto a garantire una “transizione graduale” del potere.

A inizio febbraio, dopo mesi di negoziati, i 75 membri del Forum per il Dialogo Politico libico (LPDF), tenutosi a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite, hanno eletto le figure di al-Manfi e Dbeibah.

In questi giorni, in vista del passaggio di consegne, e dell’imminente insediamento del suo successore, al-Serraj ha annunciato pubblicamente di non presentare la sua candidatura alle elezioni di dicembre. All’ex premier sono giunti gli auguri di numerose cancellerie internazionali, dei paesi arabi, della missione Onu in Libia Unsmil: “la Libia ha ora una reale opportunità per andare avanti verso l’unità, la stabilità, la prosperità, la riconciliazione e per ripristinare completamente la sua sovranità” sono state le parole dell’Inviata Speciale Onu in Libia Ján Kubiš.

Agenda governativa

Nel breve termine, il governo guidato dall’imprenditore Abdel Hamid Dbeibah dovrà percorrere un sentiero non privo di ostacoli. Primo tra questi, provvedere all’espulsione delle numerose milizie di mercenari stranieri, prevalentemente inviati da Ankara e Mosca, presenti sul territorio del Paese nordafricano. L’espulsione delle truppe straniere rientrava, in realtà, nell’intesa sul cessate il fuoco raggiunta lo scorso 23 ottobre, per poi divenire oggetto di un ultimatum che poneva come data ultima quella del 23 gennaio, termine che è stato ampiamente disatteso. È proprio la presenza di attori non libici, tra milizie tribali e gruppi armati stranieri, a complicare ulteriormente lo scenario interno al Paese. Secondo le Nazioni Unite, infatti, sono circa 20 mila le unità di mercenari stanziati sul territorio libico, soprattutto nelle basi di Sirte, al-Jufra e al-Watiya.

I mercenari sono una pugnalata alle spalle del nostro paese e devono andarsene. La nostra sovranità è violata dalla loro presenza” ha dichiarato Dbeibah al Parlamento riunito a Sirte, annunciando la volontà di chiederne l’immediato ritiro.

L’economia mondiale è donna: la nigeriana Okonjo-Iweala è la nuova direttice del WTO

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Il primo marzo scorso l’economista nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala ha assunto formalmente l’incarico di direttrice generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO nell’acronimo inglese). Il voto dei 164 Stati membri dell’Organizzazione, riuniti a Ginevra, ha dunque permesso di giungere ad una nomina storica: Ngozi Okonjo-Iweala, ex ministra delle Finanze della Nigeria e già numero due della Banca Mondiale, è infatti la prima donna e la prima africana a rivestire l’incarico apicale del WTO.

Dopo il voto del Consiglio Generale, nelle prime parole da direttore generale in pectore ha ribadito la necessità di garantire accesso universale “ai vaccini e alle cure” contro il Covid-19, impegnandosi a mettere l’Organizzazione al servizio della ripresa dall’emergenza economica e sanitaria.

Un WTO forte è essenziale se vogliamo riprenderci completamente e rapidamente dalla devastazione causata dalla pandemia del Covid-19. Insieme possiamo rendere il WTO più forte, più agile e più adatto alle realtà di oggi“, ha aggiunto Okonjo-Iweala, tracciando così la rotta per il suo mandato, che scadrà poi nell’agosto 2025.

Una nomina attesa da tempo

Nei giorni antecedenti al voto la sua nomina appariva già come un fait accompli, a seguito dell’annuncio del sostegno di Washington, dichiarato da parte dell’amministrazione Biden. Prima dell’endorsement degli USA, infatti, nonostante fosse sostenuta dalla maggior parte dei Paesi membri dell’Organizzazione, la nomina di Okonjo-Iweala è rimasta bloccata per mesi a causa del veto posto dal predecessore di Joe Biden, Donald Trump, che, invece, sosteneva la candidatura di Yoo Myung-hee, attuale Ministra del Commercio della Corea del Sud. Proprio per questa ragione, la carica apicale della WTO è rimasta vacante dal mese di maggio 2020, quando l’ex direttore generale Roberto Azevêdo aveva presentato le sue dimissioni, un anno prima della scadenza del suo mandato.

In questa occasione l’amministrazione Trump — da sempre critica nei confronti delle organizzazioni internazionali e in particolare della WTO, accusata di agire contro gli interessi degli Stati Uniti nella risoluzione delle dispute commerciali — impedì dunque la nomina di un direttore generale ad interim. Nelle ultime settimane è stato dunque l’endorsement di Biden a permettere di superare l’impasse, una mossa decisiva, visto che la nomina deve essere adottata per consensus, e non a maggioranza.

Nel corso della sua prima dichiarazione pubblica sotto l’Amministrazione Biden, l’Ufficio del Rappresentante del Commercio degli Stati Uniti ha perciò spianato la strada per la nomina di Ngozi Okonjo-Iweala, lodando la sua “ricchezza di conoscenze in economia e diplomazia internazionale” nonché la sua “comprovata esperienza nella gestione di una grande organizzazione internazionale”.

Lavorare per il rilanciare il WTO

Ngozi Okonjo-Iweala assume la guida del WTO nel momento più difficile della storia dell’Organizzazione simbolo della globalizzazione, in cerca di riforme e rilancio, di una nuova centralità, dopo essere stata messa all’angolo dal sovranismo di Trump.

Okonjo-Iweala punta il dito specialmente contro il meccanismo di gestione dei conflitti commerciali, paralizzato ormai da anni a causa della previsione di un voto unanime degli Stati membri per l’adozione di risoluzioni, e del conseguente sistema dei veti incrociati. Quanto detto, avviene contrariamente a uno degli obiettivi primari dell’Organizzazione stessa, ovvero quello di configurarsi come il luogo preposto per la risoluzione di tali conflitti.

Negli ultimi anni, la diretta conseguenza di queste dinamiche, è stata quella di portare i vari Stati ad agire al di fuori del WTO, e ad optare per la conclusione di accordi bilaterali o multilaterali, esonerando di fatto l’Organizzazione dal suo ruolo fondativo.

In un clima internazionale caratterizzato da nazionalismi economici e crescente protezionismo, cui si aggiungono gli squilibri macroeconomici aggravati dalla pandemia, la mission della nuova direttrice generale sarà tutt’altro che semplice: dare nuova vita ad un’Organizzazione paralizzata dai veti incrociati, conferirgli la centralità necessaria per essere in grado di accompagnare il sistema internazionale nell’era post-pandemica. E questo, tramite l’adozione di un approccio pragmatico che consenta di superare la sfiducia, lavorando per una migliore comprensione delle dinamiche socioeconomiche del continente africano e dei paesi in via di sviluppo, rilanciando, al contempo, organizzazioni e dinamiche multilaterali.

Plauso internazionale per un Curriculum d’eccezione

66 anni, doppia cittadinanza nigeriana e americana, Okonjo-Iweala ha una formazione da economista dello sviluppo e due lauree conseguite al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e Harvard. È stata due volte ministro delle Finanze del suo paese, per poi trascorrere venticinque anni alla Banca Mondiale. Da anni presiede anche la Gavi, Organizzazione internazionale che garantisce accesso e distribuzione dei vaccini nei paesi in via di sviluppo, consentendo ogni anno la somministrazione di dosi vaccinali per milioni di bambini in tutto il mondo. 

Qualche mese fa, nel corso di un’intervista al Guardian, parlando della sua possibile nomina al WTO Okonjo-Iweala  aveva dichiarato: “a noi donne i ruoli di leadership vengono riconosciuti solo quando le cose vanno molto male”, aggiungendo: “Dobbiamo rompere il soffitto di cristallo sulle nostre teste”.

Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha parlato di un “momento storico per il mondo intero”, mentre Christine Lagarde, Presidente della BCE, nel complimentarsi con la sua collega, ha sottolineato come “la sua forte volontà e determinazione la porteranno a promuovere il libero scambio a vantaggio delle popolazioni del pianeta intero”.

Minaccia terroristica in crescita in Africa: Mozambico nel panico

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Il movimento globale salafita-jihadista, che include al Qaeda e lo Stato islamico, continua a diffondersi in Africa. Di recente la regione settentrionale del Mozambico è stato protagonista di un’insurrezione ad opera di un gruppo legato al movimento. Questa insurrezione, come quelle in Mali e Somalia, rischia di diffondersi nei paesi vicini e di offrire un rifugio stabile ai militanti estremisti, a discapito del crescente numero di civili costretti a scappare dal loro paese.

Le minacce salafita-jihadiste, intrecciate ai conflitti locali, stanno già affliggendo molte delle maggiori popolazioni ed economie dell’Africa, tra cui l’Algeria, l’Egitto, il Kenya e la Nigeria, che affrontano insurrezioni all’interno o poco al di là dei loro confini. Il gruppo insurrezionalista formatosi in Mozambico settentrionale a causa dei recenti cambiamenti economici e della debolezza nella gestione delle sfide di governance da parte dello stato mozambicano, minaccia ora di interrompere la produzione di gas naturale liquefatto, considerato la pietra angolare della futura crescita economica del Mozambico. Questo scenario si preannuncia ancor più disastroso, nel caso in cui la crisi dovesse riverberarsi sui paesi confinanti, e in particolare su economie emergenti come quelle del Sud Africa e della Tanzania.

 

Le conseguenze di questo scenario

Se ciò dovesse verificarsi, il gruppo dello Stato Islamico in Mozambico (IS-M) potrà godere di un punto d’appoggio duraturo nella provincia di Cabo Delgado, in cui la presenza militare del governo non è in grado di avviare un’offensiva a causa di carenze nel settore della sicurezza e altre priorità concorrenti. Non che una difesa militare significativa potrebbe aiutare la causa. Il governo del Mozambico, indirizzato verso democrazia solo nel 1992 quando è uscito da una lunga guerra civile, ha visto riaccendere nel 2013 le ostilità fra le fazioni locali.  È in questo contesto che la minaccia terroristica diventa un detonatore non solo di natura politica, ma anche economica. Difficilmente infatti l’economia del paese potrebbe risollevarsi dopo una seconda guerra civile.

A preoccupare ulteriormente è anche il modo in cui viene gestita la crisi umanitaria e i flussi migratori, di vitale importanza per prevenire un’ulteriore radicalizzazione e internazionalizzazione del problema. Gli sfollati, vittime di violenza e discriminazione negli altri paesi, potrebbero infatti optare per un ritorno sotto il controllo dell’IS-M, permettendo così un consolidamento del loro controllo nella regione.

Dal momento che il governo del Mozambico non dispone delle risorse e della capacità per affrontare le sfide umanitarie e di sicurezza, il contributo internazionale risulta di fondamentale rilevanza, soprattutto se realizzato nel breve periodo. Un ritardo nella gestione della crisi provocherebbe infatti la crescente espansione del gruppo sul territorio, con il conseguente aumento delle occasioni per i gruppi jihadisti di reclutare attori esterni attratti dalle prospettive di profitto economico e di status sociale.

 

Attacco in Congo, morto l’ambasciatore italiano Luca Attanasio

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L’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, e un carabiniere della sua scorta, Vittorio Iacovacci, sono morti nel corso di un attacco ad un convoglio delle Nazioni Unite nel parco dei Virunga, ad est del Paese africano. Tra le vittime, anche l’autista Musapha Milambo.

 

L’attacco al conguaglio delle Nazioni Unite

La delegazione era partita da Goma, in pieno parco dei Virunga, ed era diretta in visita ad un programma di alimentazione scolastica del World Food Program (WFP) a Rutshuru, come parte di un convoglio della missione di peacekeeping Onu Monusco, che dal 2010 opera per la stabilizzazione della RDC. Secondo un portavoce del Parco nazionale, l’attacco è avvenuto alle 10.15 ora locale — le 9.15 italiane — presso la località di Kanyamahoro, a pochi chilometri a nord di Goma, con l’obiettivo di sequestrare personale Onu. La strada in cui è avvenuto l’attacco era stata ritenuta “sicura” e quindi senza necessità di scorta.

Dall’inizio della missione Onu, 93 dei suoi componenti sono rimasti uccisi, a testimonianza della pericolosità del territorio in cui questa è chiamata ad agire. Appena una settimana fa, dieci civili sono stati massacrati in una località limitrofa, portando a cinquanta il numero dei civili uccisi nella provincia congolese del Nord Kivu nell’ultimo mese, secondo quanto dichiarato dall’Agenzia francese AFP. Sono numerosi, infatti, i gruppi armati che operano nella zona dei monti Virunga, fra Congo, Ruanda e Uganda, e spesso prendono di mira i ranger del parco.

Attanasio è il secondo ambasciatore europeo ad essere ucciso nella Repubblica Democratica del Congo: nel gennaio 1993 l’ambasciatore francese Philippe Bernard perse la vita durante una rivolta nella capitale Kinshasa.

 

Chi era Luca Attanasio

Riconfermato il 31 ottobre 2019, in qualità di ambasciatore Straordinario Plenipotenziario accreditato a Kinshasa, Attanasio era nato a Saronno, in provincia di Varese, nel 1977 ed era in Congo dal 5 settembre 2017, quando fu nominato capo della missione italiana in loco. Prima dell’assunzione dell’incarico nella RDC, Attanasio aveva rappresentato lo Stato italiano in Marocco, Nigeria e Svizzera. Dopo essere rientrato alla Farnesina nel 2013, come Capo Segreteria della direzione generale per la mondializzazione e gli affari globali, era tornato in Africa nel 2015, in qualità di primo consigliere presso l’ambasciata d’Italia ad Abuja, in Nigeria. 

 

«Missione pericolosa ma dare esempio»

Lo scorso ottobre era stato insignito del Premio Internazionale Nassiriya per la Pace 2020: un premio che riconosceva “il suo impegno volto alla salvaguardia della pace tra i popoli” e “per aver contribuito alla realizzazione di importanti progetti umanitari distinguendosi per l’altruismo, la dedizione e lo spirito di servizio a sostegno delle persone in difficoltà“. Il riconoscimento era stato condiviso con la mogle, Zabia Seddiki, fondatrice e presidente dell’associazione umanitaria “Mama Sofia” che opera nelle aree più difficili della Repubblica democratica del Congo, lavorando con bambini e giovani madri. “Non si può essere ciechi davanti a situazioni difficili che hanno come protagonisti i bambini“, aveva spiegato in quella occasione Zakia. “È necessario agire per dare loro un futuro migliore. Cerchiamo, nel nostro piccolo, di ridisegnare il mondo“.

Quella dell’ambasciatore è una missione, a volte anche pericolosa, ma abbiamo il dovere di dare l’esempio”. Erano queste le parole che l’ambasciatore Luca Attanasio rilasciò in occasione del ricevimento del premio da parte dell’associazione culturale “Elaia”.

In Congo – proseguiva Attanasio – parole come pace, salute, istruzione, sono un privilegio per pochissimi, e oggi la Repubblica Democratica del Congo è assetata di pace, dopo tre guerre durate un ventennio”.

 

Dolore e sgomento in Italia e in Europa

In un comunicato, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, di rientro in urgenza dal Consiglio Affari Esteri di Bruxelles, ha chiarito che “non sono ancora chiare le circostanze di questo brutale attacco e nessuno sforzo verrà risparmiato per fare luce su quanto accaduto”, ricordando che la procura di Roma ha aperto un’indagine per sequestro di persona e terrorismo. Seguono le parole dell’Alto Rappresentante UE Josep Borrell:”Con tutti i ministri degli Esteri Ue, abbiamo espresso la nostra vicinanza al ministro Luigi Di Maio e all’Italia, per la morte di tre persone nella Repubblica Democratica del Congo, fra cui l’ambasciatore italiano Luca Attanasio. Restiamo determinati a continuare a combattere contro ogni violenza nella regione”.

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Giulia Treossi
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