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La situazione in Medio Oriente dopo il 7 Ottobre

 

L’attacco che Hamas ha condotto contro lo Stato di Israele, lo scorso 7 Ottobre, rappresenta un ulteriore episodio del conflitto che devasta il Medio Oriente da circa un secolo (anno più, anno meno).

Per poter comprendere tale nuova fase di questa guerra infinita, è necessario esaminare gli aspetti che ad essa sono connessi al fine di potere avere una visione complessiva del suo significato.

Come tutti i conflitti, anche questo si svolge su piani paralleli ineluttabilmente interconnessi e le cui conseguenze richiedono una comprensione d’insieme per identificare le eventuali ipotesi di soluzione.

Non si tratta, quindi, di uno scontro manicheo dove il bene e il male si affrontano e dove basta manifestare contro l’uno e a favore dell’altro dei due contendenti per risolvere la situazione, ma ci troviamo di fronte a un conflitto dove sono in gioco molteplici interessi geopolitici e differenti interpretazioni dei concetti fondamentali per la convivenza tra le nazioni che sono posti alla base del sistema di riferimento mondiale.

Gli aspetti da esaminare, per comprendere la situazione in corso e cercare di identificare gli eventuali sviluppi futuri, sono molteplici.

Innanzitutto, è necessario fare una premessa per comprendere l’evoluzione della situazione in Medio Oriente nel corso degli anni. Originariamente, il conflitto è nato come una guerra tra gli Stati Arabi e Israele; successivamente, dagli anni Novanta del secolo scorso, quando è iniziato un processo di distensione che attraverso varie tappe ha condotto alla accettazione parziale di Israele da parte di una serie di Paesi, il fronte arabo è stato sostituito dall’Iran. Questo cambio di paradigma ha trasformato il conflitto in una crociata finalizzata alla distruzione dello Stato Ebraico che il mondo sciita, cioè l’Iran, ha intrapreso come elemento fondamentale della sua politica di egemonia.

In sintesi, il problema sostanziale alla base di tutto è la concezioni di negare la presenza di Israele, non solo in quanto enclave non musulmana (in un territorio che si ritiene debba essere dominio esclusivo dell’Islam perché conquistato quattordici secoli fa), ma soprattutto quale fattore di ostacolo al conseguimento di una egemonia locale che rappresenta l’obiettivo geostrategico della leadership teocratica iraniana.

Con buona pace dei vari movimenti di intellettuali e delle organizzazioni studentesche dei campus universitari che hanno inscenato ipocrite manifestazioni pro-Palestina libera, il destino del Popolo Palestinese non interesse minimamente a nessuno degli attori mediorientali coinvolti in questo conflitto, il fattore critico è, invece, rappresentato dalla distruzione dello Stato di Israele, quale corollario della espansione di quella rivoluzione religiosa che ha ispirato l’Iran di Khomeini finalizzata ad eliminare uno degli ostacoli che si frappongono al conseguimento della supremazia regionale.

Fatta questa debita puntualizzazione si può esaminare la situazione considerando sia agli aspetti regionali sia a quelli di carattere globale che derivano da questa crisi e che potranno costituire le basi per i successivi sviluppi.

Per quanto riguarda gli aspetti regionali, essi sono numerosi e con conseguenze di notevole portata.

In primo luogo, l’offensiva di Hamas ha colto di sorpresa il mondo arabo destabilizzandolo e parcellizzando la sua reazione nei confronti dell’atteggiamento verso Israele.

Infatti, il supporto per Hamas non è stato deciso e unanime in considerazione della differente posizione diplomatica che caratterizza i Paesi del MENA (Middle East and North Africa) a seguito del processo di normalizzazione con Israele in atto da tempo nella regione. Inoltre, l’azione di Hamas ha creato una situazione di tensione interna in quasi tutti i Paesi, dove le manifestazioni di piazza (più o meno spontanee), tese a supportare il Popolo Palestinese, oltra a costituire un fattore di pressione sulla componente governativa, potrebbero tramutarsi in un pericolo per la tenuta di alcuni dei regimi.

In secondo luogo, l’indeterminatezza della situazione potrebbe portare a un coinvolgimento di altre protagonisti, con un allargamento del conflitto, la cui escalation destabilizzerebbe anche il Libano e aumenterebbe lo stato di crisi della Siria. Infatti, la tensione che da tempo caratterizza il settore nord di Israele, fomentata da una serie continua di provocazioni messe in atto principalmente da Hezbollah lungo il confine, potrebbe sfociare nella apertura di un secondo fronte, qualora l’Iran decidesse di impiegare le organizzazioni che finanzia, addestra e coordina che costituiscono lo strumento principale di pressione su Israele (in attesa della componente nucleare!).

In terzo lugo, quanto successo il 7 Ottobre ha profondamente scosso l’opinione pubblica israeliana gettando un’ombra sulle capacità dimostrate dal governo e dall’establishment nella gestione e nella conduzione della fase iniziale del conflitto.

Da ultimo, ma sicuramente non meno importante, l’azione di Hamas rappresenta il corollario della fallimentare gestione della cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese (ANP), incapace di governare, inetta, senza visione politica, che dopo aver perso, già da tempo, il controllo della Striscia di Gaza a favore di Hamas, si sta facendo fagocitare da Hamas anche nella Cisgiordania. Da strumento di governo inizialmente individuato per la realizzazione dello lo Stato Palestinese, come previsto dagli accordi di Oslo, si è trasformata in una organizzazione clientelare, corrotta che ha abiurato al suo ruolo consegnando Gaza e Cisgiordania nelle mani di organizzazioni di matrice terroristica che come detto, nascondendosi dietro la causa del popolo palestinese perseguono obiettivi e interessi di potere deliranti.

Spostando l’esame agli aspetti di carattere globale possiamo osservare i seguenti elementi critici.

La regione indicata come MENA, ma soprattutto il Medio Oriente propriamente detto, rappresentano l’area di crisi più importante nel contesto geostrategico mondiale. E’ il cardine della cerniera che lega l’Asia all’Europa ed è la porta dell’Africa!

Questo è uno dei terreni dove si gioca la partita fondamentale della costruzione del nuovo ordine mondiale perché è da qui che la Cina deve passare per sostenere il suo fabbisogno energetico e per accedere alle ricchezze dell’Africa e sempre da qui passa la possibilità per l’Occidente di rafforzarsi economicamente e politicamente nel confronto con il mondo indo-pacifico garantendo non la pace (parola utopicamente abusata) ma la stabilità e l’equilibrio alla regione. Le reazioni globali che hanno caratterizzato questa nuova crisi mediorientale dimostrano ancora una volta che il destino geostrategico dell’Occidente non risiede nel tentativo di riesumare la Guerra Fredda con la Russia (per dare soddisfazione ai rancori dell’Europa Orientale) ma nella partecipazione attiva alla gestione della situazione in questa regione chiave.

Successivamente, la crisi ha dimostrato che la politica statunitense non possa fare a meno di svolgere un ruolo di primo piano nel Medio Oriente, essendo l’unico attore in grado di agire sia come protagonista diplomatico sia come elemento di deterrenza contro la tentazione di una eventuale escalation.

La risposta tiepida della Cina e l’impossibilità della Russia di giocare un ruolo determinante lasciano a Washington il ruolo di arbitro della situazione in tutti i sensi. Quando non frenati da alleati titubanti e ambigui nelle loro scelte, gli Stati Uniti sono in grado di decidere e di agire in maniera diretta, dimostrandosi in grado di svolgere quel ruolo di grande potenza che molti, recentemente, davano per appannato.

Come ultimo fattore di analisi deve essere sottolineato, ancora, il ruolo dell’ONU, anzi l’assoluta assenza dell’ONU, che si dimostra per l’ennesima volta un organismo vuoto e privo di concretezza, incapace di svolgere il ruolo per il quale era stato creato, prigioniero nel suo stesso Palazzo di Vetro di una apatia e di una insipienza ipocrita che rendono, vieppiù, necessario provvedere a una sua ricostruzione concettuale e strutturale.

Tenendo in considerazione questo contesto geopolitico e geostrategico è possibile, quindi, formulare delle ipotesi riguardo all’evoluzione della situazione.

L’intenzione di Israele di produrre una risposta coerente all’attacco di Hamas è fuori discussione, resta da vedere come tale risposta sarà concepita.

Tralasciando gli aspetti puramente operativi che verranno adottati, ciò che rappresenta il centro di gravità per la risoluzione del conflitto è costituito da quello che avverrà durante e dopo l’azione militare, cioè le azioni diplomatico politiche che non solo Israele ma la comunità internazionale saranno in grado di mettere in atto per gestire la situazione, evitare un’escalation e avviare un processo di ricostruzione.

Israele, non solo deve attentamente calibrare l’intensità e la durezza della sua azione a Gaza, conformando la sua condotta alle leggi dei conflitti evitando, così, di perdere o compromettere il sostegno internazionale ricevuto, ma deve soprattutto impedire che la neutralizzazione di Hamas apra un vuoto di potere nella Striscia tale da creare una situazione di caos istituzionale peggiore di quella attuale.

Infatti, la situazione al termine delle operazioni militari rappresenta il punto focale dell’intera questione ed è il fattore sul quale devono concentrarsi gli sforzi della comunità internazionale.

A questo proposito è importante sottolineare come le azioni diplomatiche che i Governi dell’area hanno intrapreso, nel particolare la Giordania, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, tendano sia a identificare una linea d’azione comune che pianifichi la ricostruzione dell’area sia a moderare gli effetti della crisi umanitaria in atto nella Striscia.

Oltre a condividere e sostenere una tale linea d’azione il ruolo che la diplomazia internazionale deve svolgere dovrebbe avere un duplice obiettivo: scongiurare che le caratteristiche della risposta cinetica di Israele coinvolgano anche la popolazione civile di Gaza (che è la vera vittima dell’azione di Hamas) ed evitare che il coinvolgimento di Hezbollah e dell’Iran possa determinare una escalation incontrollabile, che non solo destabilizzerebbe l’area, ma, le cui ripercussioni avrebbero effetti catastrofici globali; contestualmente, identificare delle ipotesi di soluzione credibili per la fase la ricostruzione politica, istituzionale ed economica dell’area, finalizzata a creare una situazione di equilibrio e di stabilità.

Il conseguimento di questi obiettivi sarà possibile se la diplomazia statunitense sarà sostenuta e integrata dal coinvolgimento di tutti i protagonisti del consesso internazionale, in primis Cina, India ed Unione Europea.

Un elemento di assoluta criticità è rappresentato dalla necessità di impedire che l’Iran, direttamente o indirettamente tramite le organizzazioni che finanzia e gestisce in Libano, Siria e Cisgiordania, supporti l’apertura di un secondo fronte settentrionale espandendo la crisi.

Al momento, nonostante la retorica minacciosa dei comunicati di Teheran, appare dubbio un coinvolgimento diretto dello stato islamico, tuttavia, la capacità di controllo di Hezbollah potrebbe non rivelarsi così incondizionata da evitare un possibile intervento nel conflitto. Al fine di neutralizzare questa potenziale minaccia è necessario che il contesto internazionale intervenga sia attraverso i canali diplomatici sia, anche, con azioni di deterrenza.

Per quanto attiene, invece, alla necessità di ricostruire ciò che la azione di Hamas ha distrutto, le possibili ipotesi devono essere immediatamente identificate al fine di condizionare e limitare l’azione puramente militare.

Il discorso, in questo caso, risulta essere complicato dalle infinte variabili in gioco.

La rioccupazione militare permanente della Striscia da parte di Israele non appare essere la soluzione ricercata dallo stato ebraico; l’ANP al momento non ha né gli strumenti né le capacità per poter riassumere il ruolo che gli competerebbe, avendo perso ogni forma di supporto popolare; la formazione di una missione sotto egida dell’ONU non sembra trovare il consenso necessario e risulterebbe l’ennesimo esempio di burocratizzazione inutile di una crisi senza provvedere alla soluzione; la possibilità di ripristinare la situazione quo ante puntando sull’ala moderata di Hamas (se mai ce ne fosse ancora una) è poco credibile e priva di garanzie di affidabilità per il futuro; la formazione assistita di una governance basata sulle forze politiche di minoranza locali opposte ad Hamas potrebbe risultare una imposizione dall’esterno priva di appoggio popolare.

Queste sono solo alcune delle possibili ipotesi ed è difficile predire quale possa essere la soluzione che potrà essere adottata; comunque sia, il fulcro del problema non risiede a Gaza ma investe tutta l’area mediorientale.

E’ quindi indispensabile la concretizzazione di un’azione diplomatico-politica globale che riesca a identificare e mettere in atto una soluzione idonea a creare l’equilibrio e la sicurezza indispensabili per tutto il Medio Oriente, considerando, realisticamente le aspirazioni e le aspettative legittime di tutti senza ipocrisie culturali e senza nascondersi dietro devianti interpretazioni del credo religioso.

Iran: nuova diplomazia, ma stesso obiettivo

La teocrazia iraniana ha da sempre perseguito un duplice obiettivo strategico: assumere una leadership regionale affermandosi come potenza dominante nel Medio Oriente; costringere gli USA ad abbandonare l’area e allo stesso tempo detronizzare Israele. Questa è stata e rimane la direttiva geostrategica che orienta la politica dell’Iran, ciò che invece ha subito una rimodulazione è stato l’approccio della diplomazia persiana nei confronti dei Paesi del Golfo e della Penisola Arabica.

Nei mesi scorsi, infatti, la diplomazia di Teheran ha adottato una differente e nuova modalità esecutiva che ha sensibilmente modificato la posizione del Paese nei confronti dei rapporti con gli altri Stati del Medio Oriente.

Se il risultato più sorprendente dal punto di vista della ricaduta mediatica può essere considerato il riavvicinamento tra Teheran e Riyad, avvenuto grazie alla intercessione di Pechino, non devono essere assolutamente sottovalutati gli altri passi che l’Iran ha mosso nel tentativo di riconfigurare la sua posizione nell’ambito regionale.

La ripresa di relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi, le ricerca di un dialogo con Abu Dhabi, l’inizio di negoziati con il Bahrain, rappresentano altrettante iniziative diplomatiche volte a presentare l’Iran non come un antagonista scomodo e un vicino ambizioso, ma come un possibile interlocutore di livello e come un partner per la condivisone di progetti che soddisfino interessi reciproci.

Oltre a questi passi l’Iran si è mosso in altre direzioni, dimostrando di voler normalizzare anche situazioni diplomatiche basate sulla adozione di prospettive differenti che in passato hanno opposto Teheran sia al Cairo sia all’Oman. Nel particolare, sono state intraprese significative iniziative per la normalizzazione dei rapporti con l’Egitto, che costituisce uno dei Paesi protagonisti dell’intero MENA e antagonista principale nel ruolo di Paese guida dell’area.

Ma l’azione diplomatica iraniana è stata caratterizzata da una visione a 360°, in quanto sono stati ripresi i colloqui con la Turchia e di conseguenza con la Russia e la Siria per cercare di arrivare a una soluzione che possa risolvere le problematiche che affliggono la regione siriano irachena salvaguardando gli specifici interessi di tutte le potenze coinvolte.

A coronamento di questa serie di iniziative diplomatiche di assoluta importanza, per dare rilievo al nuovo corso della geopolitica di Teheran nei confronti dei Paesi del Medio Oriente, l’Iran ha proposto l’istituzione di un forum regionale dal quale sono esclusi gli USA e Israele, ottenendo una reazione di principio, complessivamente positiva, che potrebbe aprire a nuove prospettive di sviluppo delle relazioni nell’area.

Ovviamente, questo nuovo orientamento strategico non ha risolto d’emblée i numerosi dossier che ancora caratterizzano i rapporti tra Teheran e le Capitali Arabe; infatti, rimane elevata la tensione con il Kuwait e anche con gli stessi Emirati e l’Arabia Saudita a causa di problematiche di particolare rilievo, come rivendicazioni territoriali o il supporto a fazioni contrapposte nell’ambito della crisi yemenita.

Il nuovo contesto diplomatico vede quindi l’Iran proporsi come partner disponibile al dialogo e non come minaccioso vicino pronto a “flettere i muscoli” per conseguire i propri obiettivi.

Tuttavia, rimane insita la diffidenza degli altri attori e la circospezione con la quale le iniziative di Teheran sono accolte, in quanto, nonostante il cambiamento di atteggiamento, rimane immutato l’obiettivo strategico iraniano che punta all’ acquisizione della leadership regionale.

Ma il punto di volta che sorregge il conseguimento di un tale obiettivo rimane quello della eliminazione della presenza USA nell’area.

Solo eliminando la presenza di Washington l’Iran può sperare di assumere quel ruolo di leadership che rappresenta il centro di gravità della strategia perseguita dalla teocrazia di Teheran.

L’eclisse dell’America, inoltre, renderebbe possibile, agli occhi dell’Iran, l’eliminazione del nemico atavico del regime: Israele.

Di conseguenza, se nei confronti dei Paesi del Medio Oriente la diplomazia iraniana ha adottato un atteggiamento decisamente più conciliante e meno aggressivo che nel passato, è nei confronti degli USA e di Israele che si concentra l’azione ostile e provocatoria dell’Iran.

Azione che alterna fasi dinamiche sia dirette, contro gli interessi commerciali nell’area (flusso attraverso il Golfo), sia indirette, con il continuo e massiccio supporto alle organizzazioni terroristiche di matrice islamica che conducono una sorta di proxy war contro gli interessi USA e che agiscono ai confini di Israele mantenendo elevato lo stato di tensione.

Ma quanto risulta efficace questa nuova impostazione diplomatico – strategica da parte di Teheran e come viene percepita dai vari Paesi nell’area mediorientale?

Certamente la fiducia negli USA come garante della sicurezza e dell’equilibrio nella regione ha subito un ridimensionamento notevole a causa di una linea politica priva di visione strategica adottata dalle amministrazioni americane che si sono succedute da Obama in poi (nessuna esclusa), linea che ha dimostrato l’incapacità di Washington di adattare la propria diplomazia a uno scenario i cui parametri sono in continuo mutamento. Le azioni volte a cercare di invertire questa tendenza poste in atto dalla attuale amministrazione, anche se si sono dimostrate poco efficaci e abbastanza maldestre, hanno avuto, almeno, il pregio di cercare di recuperare il terreno perduto.

La sensazione di insicurezza creatasi ha spinto i Governi dell’area a individuare delle alternative che possano colmare il vuoto lasciato dagli USA, offrendo la possibilità alla Cina di entrare quale attore di rilievo nell’area e concedendo alla Russia un rientro da protagonista nello scenario. Contestualmente, l’acquisizione di una maggiore consapevolezza nelle capacità intrinseche di alcuni Paesi (Arabia Saudita, Egitto, Turchia) nel poter ricoprire un ruolo sempre più incisivo, ha fatto nascere il concetto di Media Potenza che sta cambiando gli assetti geostrategici generando nuovi centri di equilibrio regionale.

Nonostante la nuova impostazione diplomatica di Teheran possa essere considerata, pur con un certo ottimismo, di successo, rimane la diffidenza di fondo degli altri Paesi che temono che una volta eclissatasi la potenza USA l’aggressività dell’Iran non sia più contrastabile. La presenza della Cina, partner critico dal punto di vista commerciale ed economico, e di una Russia in difficoltà non sono considerate alternative affidabili per garantire la sicurezza e l’equilibrio.

Questa situazione genera, da un parte, un atteggiamento ambiguo nei confronti degli USA, contraddistinto da aperture caute e ricerca del massimo risultato ai fini del conseguimento dei propri interessi, cercando di evitare una situazione di completa dipendenza/sudditanza diplomatico politica alla strategia di Washington.

Dall’altra, un’azione abbastanza spregiudicata nell’intraprendere soluzioni alternative, ricercando partnership e collaborazioni dirette sia verso il Sud Emergente (Global South) sia verso l’Unione Europea, identificando in essa quelle realtà politiche in grado di formulare visioni strategiche di ampia portata.

Il successo della strategia iraniana non è affatto scontato; in primo luogo, le preoccupazioni degli altri Stati non sono state di certo ridimensionate da questo nuovo corso della diplomazia, in quanto gli artigli di Teheran sono sempre più affilati.

In secondo luogo, anche se gli USA hanno visto decadere la loro influenza regionale, rimangono comunque l’unica potenza che l’Iran considera con rispetto e teme e di conseguenza sono ancora un elemento critico nell’equilibrio della Regione.

In terzo luogo, inoltre, anche ammettendo la scomparsa della presenza USA, l’Iran si troverebbe a confrontarsi con una Cina decisamente in ascesa e desiderosa di imporre la propria leadership in quella regione che rappresenta il trait d’union tra l’Asia e il Mediterraneo, dove è puntata la direttrice strategica della Road and Belt Initiative di Pechino.

Infine, anche se Israele è attraversato e scosso da una crisi costituzionale senza precedenti e sembra aver perso la lucidità diplomatico politica che ne ha caratterizzato la storia, le sue potenzialità non possono essere sottovalutate e l’esito di un eventuale conflitto, oltre a non essere affatto scontato per Teheran, altererebbe drammaticamente l’assetto dell’intera regione e potrebbe trasformarsi in un clamoroso insuccesso per la teocrazia iraniana.

Quindi, in sintesi, il nuovo corso della diplomazia dell’Iran rappresenta il tentativo di rendere meno ostili i Paesi dell’area mediorientale, mostrando una postura meno aggressiva e più incline a forme di collaborazione locale limitate, il cui fine ultimo è comunque quello di porre le condizioni per eliminare la presenza USA, che rappresenta l’ostacolo insormontabile per poter raggiungere quella leadership regionale che l’Iran insegue dalla rivoluzione del 1979.

La diplomazia persiana ha radici millenarie e l’Iran di oggi ha ereditato questa raffinatezza di pensiero, ma lo scenario non è solamente limitato allo scontro Iran vs. USA in quanto il palcoscenico adesso ospita nuovi protagonisti le cui aspirazioni geostrategiche sono altrettanto aggressive e di portata globale.

Ma questa complessa scenografia geopolitica è estremamente fluida e quindi c’è posto anche per altri protagonisti ed è qui che l’Europa potrebbe trovare le condizioni adatte a recitare un importante ruolo in questo Grande Gioco che è in atto per costruire il Nuovo Ordine Mondiale.

Sull’accordo tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti

MEDIO ORIENTE di

Attraverso un tweet risalente al 16 agosto il presidente americano Donald J. Trump ha annunciato al mondo l’avvio verso una normalizzazione dei rapporti diplomatici tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele; l’intesa segna un passaggio storico per le relazioni tra gli stati del Medio Oriente e una vittoria diplomatica per la Casa Bianca.

Stando a quanto riporta la BBC i colloqui inizieranno nei prossimi giorni e probabilmente le parti si riuniranno a Washington per firmare l’accordo di normalizzazione dei rapporti entro le tre settimane; non solo, la futura apertura delle rispettive ambasciate nei due paesi darà il via a numerosi accordi bilaterali di commercio in più campi che, stando al comunicato congiunto rilasciato dalla Casa Bianca, riguarderanno investimenti, turismo, sanità e sicurezza mentre già da giorni è stata data la possibilità di chiamarsi da un Paese all’altro, cosa fino a qualche mese fa impensabile. Leggi Tutto

Partenariato strategico Cina-Iran: non una novità

MEDIO ORIENTE di

L’ampio partenariato tra i due Paesi spianerebbe la strada a miliardi di investimenti cinesi, complicando tutti gli sforzi del presidente Trump di isolare Teheran e le sue ambizioni nucleari e militari. La cooperazione militare tra Cina e Iran non è però una novità.

Secondo il Wall Street Journal, l’Iran e la Cina avrebbero raggiunto un importante accordo militare e commerciale. L’intesa lascerebbe spazio a investimenti cinesi per circa 400 miliardi di dollari nei settori chiave dell’energia e delle infrastrutture della Repubblica islamica nei prossimi 25 anni. L’intelligence statunitense è preoccupata che l’accordo possa prevedere l’installazione di basi militari cinesi nel paese mediorientale: se così fosse la geopolitica dell’intera regione subirà un cambiamento radicale.

La bozza dell’accordo, come riporta la testata giornalistica americana, parla di una forte espansione cinese in Iran (dalle banche, alle Tlc, dalle ferrovie ai porti); in cambio Teheran dovrebbe fornire una quantità regolare di petrolio a Pechino nel prossimo quarto di secolo.

L’intesa prevedrebbe anche un approfondimento della cooperazione militare tra i due Paesi, con addestramento ed esercitazioni congiunte, ricerca e sviluppo nel settore e condivisione dell’intelligence. Questa “collaborazione militare” avrebbe l’obiettivo di contrastare il terrorismo internazionale, traffico di droga e di essere umani e crimini transazionali.

L’accordo sarebbe stato promosso dal presidente cinese, Xi Jinping, durante la sua visita nella capitale iraniana nel 2016, per poi essere approvato dal presidente iraniano, Hassan Rouhani nelle ultime settimane. Tuttavia, non è stato ancora presentato al Parlamento iraniano, sebbene i funzionari di Teheran abbiano più volte dichiarato che con la Cina esiste un progetto in sospeso. Questa  alleanza arriva in un periodo alquanto difficile per l’Iran, sia a causa delle sanzioni statunitensi  che della pandemia di coronavirus.

Per entrambi i Paesi, si tratta di una mossa strategica di grande importanza, non solo per espandere i propri interessi nella regione, ma anche per contrastare la politica di Washington. Il progetto con l’Iran mostra come la Cina, a differenza di altri Paesi, ritiene di essere in grado di sfidare gli Stati Uniti. Dall’altra parte, la Repubblica islamica, abituata ad intese di solo carattere commerciale con i Paesi europei, per la prima volta, stringe un’alleanza con una grande potenza mondiale.

Tra i vari investimenti nel settore delle infrastrutture, molta importanza acquista l’eventuale costruzione di un porto a Jask, appena fuori dal Golfo di Hormuz. Un porto cinese a Jask consentirebbe a Pechino di avere una posizione strategica in una tratta nella quale transita gran parte del petrolio mondiale. Tale ipotesi preoccupa molto la Casa Bianca che considera il passaggio di fondamentale importanza strategica.

L’accordo in sé rappresenta un duro colpo per l’amministrazione guidata da Donald Trump e la sua politica aggressiva nei confronti della Repubblica islamica da quando ha abbandonato l’accordo nucleare raggiunto nel 2015 dal suo predecessore Barack Obama e dai leader di altre sei nazioni dopo oltre due anni di estenuanti negoziati. Le rinnovate sanzioni statunitensi sono riuscite a soffocare l’economia iraniana e spingere Teheran tra le braccia di Pechino.

La collaborazione militare tra Iran e Cina non è cosa nuova. All’inizio degli anni Novanta intensi rapporti erano in atto tra i due Paesi. Durante la guerra tra Iran e Iraq, la Cina fornì all’Iran il 22% del totale delle importazioni iraniani di armi, e nel 1989 divenne il suo maggiore fornitore. Inoltre la Cina partecipò attivamente agli sforzi iraniani, esplicitamente dichiarati, di acquisire armi nucleari in passato. Dopo un primo “accordo iniziale di cooperazione sino-iraniano”, nel gennaio del 1990 i due paesi raggiunsero un’intesa decennale in materia di cooperazione scientifica e trasferimento di tecnologia militare. Nel settembre del 1992 il presidente Rafsanjani si recò in Pakistan e quindi in Cina, dove firmò un altro accordo di cooperazione nucleare. Nel febbraio del 1993 la Cina acconsentì a costruire in Iran due reattori nucleari 300-MW. In ossequio a tali accordi, la Cina trasferì informazioni e tecnologia nucleare all’Iran, addestrando inoltre ingegneri e scienziati. Nel 1995, dietro forte pressione statunitense la Cina fu costretta a “sospendere” la vendita dei due reattori. Pechino è stato anche fornitore di missili e tecnologia missilistica all’Iran, come i Silkworm (via Corea del Nord).

Iran: per Rouhani un “anno difficile”

MEDIO ORIENTE di

Secondo il presidente iraniano la pandemia di Covid-19 ha accentuato le difficoltà create dalle sanzioni americane. Ad Abu Dhabi colloquio tra USA ed EAU per la stabilità della regione.

Domenica scorsa, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha dichiarato che il suo paese sta affrontando il periodo più duro degli ultimi anni a causa delle sanzioni statunitensi e della pandemia di coronavirus.

La scorsa settimana il rial iraniano è sceso al suo valore più basso rispetto al dollaro Usa, mentre l’economia del paese mediorientale continua ad essere colpita dalla pandemia che ha aggravato la già difficile situazione causata dalle sanzioni imposte da Washington nel 2018.

“Viviamo un anno difficile a causa delle sanzioni economiche imposte dal nostro nemico e dalla pandemia”, ha affermato Rouhani in un discorso televisivo. “La pressione economica, iniziata nel 2018, è aumentata, e oggi è il periodo più duro per il nostro paese”, ha continuato il presidente iraniano.

L’Iran ha visto un forte aumento del numero di contagiati e di decessi da coronavirus nelle ultime settimana, in parte causate anche dalla revoca a metà aprile delle misure restrittive per arginare la diffusione del virus. Il bilancio delle vittime ha superato la quota di cento al giorno, per la prima volta dopo due mesi.

Circa 2.490 nuovi casi sono stati registrati nelle ultime 24 ore, portando il totale ad oltre 222.670 contagi. Secondo la portavoce del ministero della Salute, Sima Sadat, i morti avrebbero raggiunto la cifra di 10.508.

Il presidente Rouhani ha detto che indossare la mascherina diventerà obbligatorio per le prossime due settimane in alcune parti del paese considerate ad alto rischio. Funzionari iraniani hanno avvertito che le restrizioni precedentemente revocate potrebbero essere reintrodotte qualora non venga rispettato il distanziamento sociale e le altre misure di sicurezza. Il paese ha lanciato la campagna “#Iwearmask” per motivare il pubblico riluttante a utilizzare i dispositivi sanitari di sicurezza. Il viceministro della Salute, Iraj Harirchi, ha supplicato i suoi concittadini di prendere sul serio la malattia ed evitare qualsiasi comportamento che possa mettere a repentaglio la propia salute o quella degli altri. Secondo lo stesso Harichi, in Iran “ogni 33 secondi una persona viene infettata dal coronovirus, e ogni 13 minuti muore un contagiato”.

Incontro tra USA ed EAU

Sempre ieri, lo sceicco Abdullah bin Zayed al Nahyan, ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti, ha incontrato Brian Hook, il rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Iran e consulente politico presso il Segretario di Stato, per discutere le questioni regionali di interesse comune e i modi per rafforzare la cooperazione bilaterale tra i due Stati. Al centro degli argomenti trattati la minaccia alla sicurezza posta dall’Iran e gli sforzi congiunti per creare una regione mediorientale più stabile e sicuro.

Mandato di arresto per Trump

Il procuratore di Teheran, Ali Qasi Mehr, citato dall’agenzia di stampa statale IRNA, ha affermato che 36 funzionari politici e militari statunitensi “coinvolti nell’assassinio” del generale Qasem Soleimani “sono stati indagati e nei loro confronti è stato emesso un mandato di arresto”. In cima alla lista ci sarebbe il presidente Donald Trump. Lo stesso procuratore avrebbe richiesto all’agenzia internazionale di polizia Interpol di emettere i mandati di arresto nei confronti di Trump e degli indagati, ma l’Interpol avrebbe chiarito che la sua costituzione impedisce  di “intraprendere qualsiasi intervento o attività di carattere politico, militare, religioso o razziale”. L’organizzazione di polizia internazionale ha dichiarato di non aver ricevuto nessun tipo di richiesta dall’Iran, e che non sarebbe in grado di ottemperare a una richiesta del genere qualora le venisse recapitata.

Di Mario Savina

 

 

IRAN: dalle proteste di novembre alla pandemia, con le denunce dell’OMPI e la condanna dell’UE

MEDIO ORIENTE di

Secondo l’Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano l’emergenza pandemica ha permesso al regime di rafforzare il proprio potere nonostante gli errori commessi e soprattutto far passare in secondo piano il malessere del popolo. Qalibaf eletto Presidente del Parlamento. L’Unione Europea condanna le dichiarazioni su Israele di Khamanei.

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USA-Iran: petrolio e Venezuela fanno risalire la tensione

MEDIO ORIENTE di

Tra Iran e USA risale la tensione. Questa volta il motivo è il petrolio inviato da Teheran con destinazione Caracas. Una mossa vista come una provocazione per Washington.

Le cinque petroliere inviate dall’Iran con 1,5 milioni di litri di benzina stanno arrivando in Venezuela, violando l’embargo imposto dall’amministrazione a stelle e striscie, con lo scopo di aiutare  il Paese ad alleviare la carenza di carburante che ha sofferto in questi mesi, aggravata anche dall’emergenza sanitaria causata dalla pandemia di coronavirus. Fortuna, il nome della prima nave entrata in acque territoriali venezuelane, è arrivata nella mattinata di lunedì nei pressi della raffineria di El Palito, sulla costa centrale del Paese sudamericano. Le altre si stanno avvicinando alle strutture di Puerto La Cruz, a nord ovest, e Amuay, sul lato occidentale. L’operazione ha causato un aumento della tensione tra i due Paese “alleati” e gli Stati Uniti di Trump.

Il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino Lopez, ha annunciato che le navi iraniane sarebbero state scortate da elicotteri e aerei delle forze armate fino a raggiungere i porti. Il ministro degli Esteri, Jorge Arreaza, il numero due del partito chavista Diosdado Cabello, e altri leader politici e militari hanno ringraziato il sostegno alle autorità iraniane e attribuiscono il risultato alla “diplomazia pacifica” condotta da Nicolas Maduro.

L’alleanza politica tra Teheran e Caracas risale ai tempi dell’amicizia tra gli ex presidenti di entrambe le nazioni, Hugo Chavez e Mahmud Ahmadineyad. Maduro aveva annunciato a inizi gennaio la sua solidarietà alle Repubblica islamica dopo che un attacco missilistico portato a segno dagli statunitensi aveva assassinato il leader della Guardia Rivoluzionaria iraniana Qasem Soleimani a Baghdad. Uno dei principali attori in campo della gestione ufficiale venezuelana per ottenere questo importante contributo petrolifero è stato l’attuale vicepresidente dell’Economia, Tareck El Aissami, venezuelano ma di origine libanese.

I settori radicalizzati dell’opposizione venezuelana al governo speravano che Trump avrebbe impedito il passaggio delle navi per colpire maggiormente Maduro in un momento di totale collasso dei servizi pubblici e dell’economia generale del Paese: non è successo, nonostante il dispiegamento militare statunitense nell’area dovuto alla battaglia sempre più intensa contro il narcotraffico. Da Teheran, invece, il Presidente Hassan Rouhani aveva avvertito gli Stati Uniti che un atto ostile nei confronti della flotta iraniana avrebbe avuto conseguenze gravi.

Da diversi mesi il governo Maduro sta lavorando con i tecnici di Petroleos de Venezuela (PDVSA), la compagnia petrolifera statale che prima della crisi era tra le principali esportatrici di benzina al mondo, per riparare le raffinerie di El Patito e Cardòn gravemente danneggiate. Per gestire al meglio il ripristino delle industrie, il Venezuela è stato assistito da tecnici iraniani arrivati nel Paese nelle ultime settimane. Sebbene i lavori di riparazione siano a buon punto, alcuni problemi tecnici  ne hanno ritardato la riapertura.

Il Venezuela, così come lo stesso Iran, è colpito da drastiche sanzioni decretate dagli Stati Uniti. Quelle contro la Repubblica islamica erano state parzialmente eliminate dall’amministrazione Obama per poi essere ripristinate dall’attuale Presidente Trump. Con l’embargo al Paese sudamericano, invece, si vuole mettere con le spalle al muro il governo di Maduro, considerato illegittimo e colpevole di abusi contro i diritti umani. Gli Stati Uniti continuano ufficialmente a riconoscere Juan Guaidò come rappresentante legittimo di Caracas. In preda a penurie di benzina, e di elettricità, il Venezuela aveva potuto contare fino a un paio di mesi fa sui fornitori russi della Rosneft, ma dopo le sanzioni inflitte alle filiali dell’azienda russa da parte di Washington il Cremlino sembra abbia affievolito il proprio sostegno al leader venezuelano.

Di Mario Savina

Il Senato USA approva il veto di Trump sull’Iran

MEDIO ORIENTE di

Una risoluzione del Congresso che cercava di limitare il potere presidenziale per attaccare la Repubblica islamica rimane paralizzata. 

Dopo il veto imposto mercoledì scorso da Donald Trump sulla risoluzione del Congresso che aveva limitato la sua capacità di usare la forza militare in Iran senza l’approvazione del Campidoglio, il Presidente degli Stati Uniti ha segnato una grande vittoria nella giornata di ieri grazie all’aiuto del Senato – a maggioranza repubblicana – che non è riuscito a bloccare quel veto. Il risultato del voto è stato di 49 voti contrari  e 44 a favore della risoluzione, quindi ben  lontano dai due terzi necessari per  scavalcare il veto presidenziale. L’iniziativa è stata promossa dai democratici e mirava a ridurre le tensioni politiche e militari tra Iran e USA. La risoluzione fallita chiedeva al Presidente di non mobilitare le forze armate  statunitensi contro la Repubblica islamica dell’Iran a meno che non fosse esplicitamente  autorizzato da una dichiarazione di guerra o da un’autorizzazione specifica per l’uso della forza militare.

Nei mesi di gennaio e febbraio, la Camera dei Rappresentati e il Senato avevano approvato una risoluzione che limitava la capacità del Presidente di usare la forza militare  in Iran senza l’esplicita approvazione  del Congresso. L’iniziativa legislativa è arrivata dopo il raid che ha portato all’omicidio del generale iraniano Qasem Soleimani. Trump ha quindi definito l’iniziativa “offensiva” e “parte di una strategia “ da parte dei democratici nella lotta per le elezioni presidenziali.

Soleimani, comandante dell’élite Al Quds della Guardia rivoluzionaria iraniana, l’unità responsabile delle operazioni all’estero, è stato ucciso il 3 gennaio in un attacco di droni, nei pressi dell’aeroporto della capitale irachena Baghdad, effettuato dall’esercito americano per ordine dello stesso Presidente. La morte dell’architetto dell’intelligence  e delle forze militari iraniane negli ultimi vent’anni ha inferto un duro colpo a Teheran, che ha promesso vendetta e scatenato drammaticamente la tensione nella regione. L’Iran ha risposto giorni dopo la morte di Soleimani con un attacco missilistico contro due basi militari statunitensi in Iraq.

La decisione adottata a febbraio dal Senato, ricordiamo a maggioranza repubblicana, rappresentava un severo rimprovero per Trump che aveva dato il via libera all’attacco contro Soleimani senza consultare il Congresso, creando un pericoloso precedente che avrebbe significato troppa autonomia da parte del Presidente in alcune decisioni che potrebbero portare alla guerra.

Finora, Trump ha posto il veto per due volte alla restrizioni del Congresso sulle sue iniziative militari. Il precedente è stato contro una risoluzione per porre fine al sostegno degli Stati Uniti all’offensiva dell’Arabia Saudita nello Yemen.

Di Mario Savina

La visita di Mattarella in Qatar e in Israele

MEDIO ORIENTE/POLITICA di

La settimana appena trascorsa è stata per il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricca di appuntamenti istituzionali per lo più centrati sui nodi del Medio Oriente e della questione libica. 

 

IL SUMMIT IN QATAR
Il Capo di Stato dopo aver ricevuto nel 2018 al Quirinale il sovrano del Qatar, l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani, si è recato a Doha lunedì 20 gennaio per sostenere dei colloqui assieme a quest’ultimo. Nei due giorni di permanenza sono stati toccati numerosi temi, dai problemi che affliggono la comunità internazionale e la stabilità della regione fino alle fruttuose relazioni economiche tra i due paesi, che negli ultimi anni hanno registrato 2 miliardi di euro in interscambio, ovvero nell’insieme di importazioni ed esportazioni, di cui uno per le esportazioni italiane; a testimonianza del rapporto saldo in materia economica tra Italia e Qatar erano presenti al vertice gli amministratori delegati di numerose aziende italiane, tra cui Eni, Fincantieri, Leonardo e Cassa depositi e prestiti.

Il rapporto tra i due paesi non è solo di cooperazione economica, difatti sia l’Italia che il Qatar nella questione libica appoggiano il governo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj, nell’ultimo periodo sotto l’attacco del Generale Haftar, comandante dell’Esercito Nazionale Libico, che sta conducendo una grave offensiva sulla capitale nonostante le richieste di tregua avanzate sia dalla Conferenza di Berlino che dalla Russia e la Turchia, principali alleati delle rispettive compagini libiche.
Il presidente Mattarella non ha nascosto all’emiro al-Thani la sua preoccupazione per questa grave escalation di violenze, soprattutto alla luce dell’invio da parte del presidente turco Erdogan di un contingente militare in supporto di Tripoli sulla base di un accordo trovato tra Anakara e il Governo di Accordo Nazionale libico lo scorso 27 novembre. Tra i paesi che hanno condannato quest’intromissione, che sembra aver colpito l’intera comunità internazionale, c’è l’Italia. Il Presidente Mattarella ha definito la situazione preoccupante ed ha auspicato una maggiore saggezza; la crisi libica deve essere risolta tramite la mediazione poiché un ulteriore conflitto sarebbe devastante per un paese che dal 2011 ha perso la propria stabilità; è per questo che l’Italia, ha continuato il Capo di Stato, appoggia l’azione multilaterale dell’ONU e del suo alto rappresentante Ghassan Salamé.
Da parte sua l’emiro qatariota al-Thani supporta il governo di al-Serraj ed è al contempo stretto alleato di Ankara, da quando nel 2017 Erdogan supportò il Qatar a fronte di un blocco commerciale che altri Stati vicini come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, l’Egitto, lo Yemen e il Barhein gli imposero a seguito di accuse di finanziamento allo Stato Islamico; aiuto per cui la Turchia sta ora beneficiando di un piano d’investimenti pari a 15 bilioni di dollari da parte di Doha per contrastare la forte svalutazione della lira turca. L’incontro di Doha è stato quindi salutato con esito positivo,nonostante restino alcuni interrogativi circa il futuro della Libia; il multilateralismo e le richieste di tregua restano al contempo strumenti tanto solenni quanto poco efficaci, tant’è che il generale Haftar oltre a violare la tregua auspicata a Berlino sta limitando fortemente la produzione di greggio negli impianti sotto suo controllo, recando danni ingenti a compagnie come la NOC e l’Eni.

 

LA VISITA IN ISRAELE
Dopo gli incontri tenuti in Qatar per il Presidente Mattarella è stata la volta di Gerusalemme, invitato lì il 24 gennaio assieme agli altri capi di stato dal Presidente israeliano Reuven Rivlin per commemorare il 75imo anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau al memoriale della Shoah Yad Vashem. Il Presidente Rivlin per l’occasione si è voluto congratulare con l’Italia per il suo impegno in prima fila nella lotta contro l’antisemitismo, testimoniato anche dalla nomina di Liliana Segre a senatrice a vita nel 2018, a 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali. L’evento di commemorazione si è svolto linearmente; hanno preso parola molti capi di stato tra cui il Presidente russo Vladimir Putin, che anche se con un leggero ritardo ha voluto ringraziare Israele per conservare tutt’oggi la memoria dei tragici eventi legati al nazismo, eventi che uniscono il popolo russo a quello ebraico, e Mike Pence, vice-presidente statunitense, il quale ha rivolto l’attenzione dei partecipanti verso gli attuali nemici del popolo ebraico, prima fra tutti Teheran.
IL VICE USA AL QUIRINALE

All’indomani della commemorazione che si è svolta a Gerusalemme il Presidente Mattarella ha accolto venerdì 24 gennaio, presso il Quirinale, proprio il vice-presidente USA Mike Pence. Le buone relazioni che intercorrono fra Stati Uniti e Italia sono dato certo; le situazioni di crisi nella politica internazionale non ne hanno scalfito l’intesa sebbene l’Italia, come confermato dalle parole dello stesso Presidente, sia preoccupata dal graduale disimpegno americano in Siria e in Libia, oltre che dall’applicazione di dazi nei confronti del nostro paese.

A tal proposito Mattarella ha esortato gli Stati Uniti ad applicare il proprio peso poltico specialmente in Libia, dove l’Italia conserva numerosi interessi, al fine di dare efficacia alla tregua chiesta dalla Conferenza di Berlino. Sulla questione dazi il Presidente ha richiamato il concetto di alleanza come “comunità di valori”, la stessa che lega i due paesi nell’alleanza trans-atlantica, e che rischia però di essere indebolita dall’intromissione di strumenti commerciali nocivi come i dazi commerciali. Dopo il colloquio avuto al Quirinale il vice USA Mike Pence si è diretto a Palazzo Chigi dal premier Conte ma, prima di lasciare il Colle, questo si è voluto complimentare con il Presidente Mattarella per la sua forte leadership.

Terremoto Iraq-Iran; Primi soccorsi umanitari dall’Italia, il bilancio delle vittime è disastroso

MEDIO ORIENTE di

Un bilancio sempre più aggravato quello che va registrandosi a causa della potente scossa sismica di 7.3 gradi magnitudo al confine tra Iran e Iraq. Il numero delle vittime sale costantemente giorno dopo giorno, le ultime notizie fornite dall’istituto di medicina legale Iraniano parlano di 400 morti e circa 7000 feriti. Numeri agghiaccianti che hanno spinto anche le autorità italiane a compiere azioni concrete in questo senso. Nei giorni scorsi il premier Paolo Gentiloni, con un “Tweet”, si era detto “pronto a offrire aiuti ai paesi colpiti”. “Un volo cargo boeing 767 dell’Aeronautica militare è decollato dall’aeroporto militare di Pratica di Mare per Brindisi, da dove è ripartito con un carico di 15 tonnellate tra tende, coperte, kit cucina e igienico-sanitari, destinato alle popolazioni irachene colpite dal sisma”. Così recita un comunicato stampa del dipartimento della Protezione Civile, intervenuto col ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale insieme al Comando operativo di vertice interforze, alle dipendenze del ministero della Difesa, per “contribuire all’assistenza delle popolazioni colpite dal forte terremoto in Iran e Iraq”. “Con lo stesso volo , si legge nella nota, è partito anche un team di esperti delle amministrazioni coinvolte che, attraverso il personale diplomatico italiano presente sul posto, provvederà alla consegna dei materiali alle autorità locali”. Il ministro degli Esteri Angelino Alfano, annunciando anche lui la notizia del “volo umanitario” ha aggiunto ; “stiamo valutando la concessione di un aiuto finanziario sul canale multilaterale a favore dell’Iran, attraverso un finanziamento alla Mezza Luna rossa iraniana”. Anche Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza ha speso parole di solidarietà per le popolazioni in difficoltà.  Il sisma ha registrato il suo epicentro vicino la città di Halabja nel Kurdistan Iracheno, che fu teatro nel 1988 degli attacchi con il gas ordinati da Saddam Hussein. Le vittime si sono tuttavia registrate, nella maggior parte, dall’altro lato del confine, dove anche il numero delle persone che hanno perso la casa si fatica a stimare, sono decine di migliaia. Il terremoto ,registrato a 23,2 km sotto terra, è stato avvertito fino a Baghdad, ma anche in Turchia e negli Emirati. Le zone che ne hanno risentito maggiormente sono quelle della città di Kermanshah, a ovest dell’Iran a pochi km dalla frontiera con l’Iraq. Qui si sono registrate la maggior parte delle vittime tanto da dichiarare il lutto cittadino per tre giorni. Inoltre secondo quanto riportato dal responsabile dei servizi di emergenza iraniani, Pirhossein Koulivand, l’ospedale principale è stato gravemente danneggiato e non può prestare cure alle centinaia di feriti. Sono da poco arrivate le prime rassicurazioni dal parte del presidente iraniano Hassan Rohani, giunto Kermanshah; “Voglio assicurare tutti coloro che soffrono che il governo ha cominciato ad agire con tutto il suo potere e che si sforza di risolvere il problema il più velocemente possibile”.

 

Redazione
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