GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Category archive

ESTERI

Navalny, Tajani convoca l’ambasciatore russo

ESTERI di

ROMA (ITALPRESS) – “Dall’ambasciatore russo domani vogliamo sapere cosa sta accadendo sulla vicenda Navalny, se ci sono responsabilità e quando il corpo verrà restituito alla famiglia: le sanzioni nei confronti della Russia possono essere inasprite, sentono già il peso delle sanzioni economico-finanziarie”. Lo sottolinea il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani a Tg2 Post, in merito alla decisione di convocare l’ambasciatore russo.
“Yulia Navalnaya ci ha detto a Bruxelles che raccoglierà l’eredità del marito – aggiunge Tajani -. E’ una donna forte e caparbia, sento che potrà portare avanti le sue battaglie e difendere l’eredità morale di Navalny. E’ ovvio che bisogna aspettare l’inchiesta per capire come è morto, ma sulle responsabilità morali non ci sono dubbi: quando una persona finisce in un gulag per anni le responsabilità sulla morte sono ovvie”. Sul fronte interno, il capo della Farnesina sottolinea come “la Lega ha condannato senza se e senza ma quanto successo e non credo sia necessario farne un caso”.

– Foto: Agenzia Fotogramma –

(ITALPRESS).

USA 2024, come la sfida Biden-Trump potrebbe saltare

ESTERI di

di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Un presidente e un ex presidente degli USA che il 5 novembre 2024 puntano a replicare la sfida elettorale del 2020, sono anche coloro che la maggioranza degli elettori americani non vorrebbe più votare per la Casa Bianca. Da mesi diversi sondaggi indicano che la maggior parte di elettori democratici, repubblicani e indipendenti, preferirebbe non essere costretta a scegliere tra Joe Biden e Donald Trump. Nikki Haley, l’ex governatrice della South Carolina rimasta unica rivale in campo per la nomination del GOP e che si gioca le ultime chance tra una settimana nelle primarie del suo Stato, ripete come uno slogan che “il primo partito che sostituirà uno dei due candidati più anziani che abbiano mai corso per la presidenza (Biden ha 81 anni, Trump ne ha 77), vincerà le elezioni”.
Quale partito potrebbe farlo prima della fatidica data del 5 novembre? Purtroppo per le speranze dell’ex ambasciatrice all’ONU Haley, è più probabile che accada con i democratici che con i repubblicani. Nonostante Trump sia al centro di quattro distinte indagini penali, anche eventuali condanne prima delle elezioni, non potranno costringerlo a rinunciare alla candidatura a meno che sia lui stesso a deciderlo. La Costituzione USA non prevede che anche un candidato alla Casa Bianca che si trovi anche in galera dopo una condanna, sia escluso dalle elezioni (l’eccezione è il quattordicesimo emendamento della Costituzione con chi si trovi già condannato per insurrezione: ma Trump, “tecnicamente”, non è incriminato in nessuno dei processi in corso per aver partecipato attivamente alla insurrezione del 6 gennaio 2021).
Trump ha appena subito due sconfitte giudiziarie importanti. Giovedì, un giudice statale di Manhattan ha fissato la data del 25 marzo per il primo processo penale di Trump, con l’accusa di aver falsificato documenti aziendali riguardanti pagamenti segreti alla porno star “Story Daniel” prima delle elezioni del 2016.
Trump sta affrontando processi in cui è accusato di accuse molto più gravi, come quello di aver tentato di ostacolare il trasferimento pacifico del potere presidenziale dopo le elezioni del 2020. Ma venerdì Trump e la sua campagna elettorale sono stati colpiti da un altro macigno giudiziario quando un giudice statale di New York gli ha ordinato di pagare una multa di quasi 355 milioni di dollari per aver truccato il valore immobiliare in possesso della sua azienda. Se si pensa che il mese scorso, in un altro processo, una giuria federale di New York, ha ordinato a Trump di pagare più di 83 milioni di dollari per aver diffamato una giornalista dopo che lei lo aveva accusato di uno stupro avvenuto negli anni Novanta, si capisce che la campagna elettorale dovrà ricevere molti soldi dai Maga (i supporter del movimento trumpiano Make America Great Again) per aiutarlo anche con le sue spese giudiziarie.
Ma se con Trump, i problemi arrivano dai tribunali, per il presidente Biden concludere la corsa fino a novembre sta diventando più “politicamente” difficile. Il recente rapporto del procuratore speciale Robert Hur, che lo indagava per la sottrazione agli archivi federali di alcuni documenti segreti di quando era vice presidente di Obama, hanno fatto esplodere il caso che già covava sulla sua candidatura: Biden è troppo anziano, mai un presidente degli Stati Uniti ha governato alla sua età, figuriamoci per altri quattro anni. Hur ha scritto nel suo rapporto che il presidente ha problemi seri di memoria, quello che già milioni di americani temevano. Per questo in questi giorni, nelle grandi testate del giornalismo “main stream” degli USA, si indicano quali potrebbero essere i piani d’ emergenza dei democratici per sostituire il loro candidato.
La soluzione più probabile appare quella che Biden rimanga candidato, almeno fino al momento della Convention in agosto. Lì a Chicago, il partito potrebbe scegliere un’alternativa al presidente per competere a novembre. Questo piano però funzionerebbe solo se Biden si farà da parte volontariamente.
Questa “via d’uscita” sarebbe migliore dell’alternativa a una rinuncia immediata di Biden alla ricandidatura (cioè in stile Lindon Johnson), perché anche senza uscire dalla Casa Bianca, ci sarebbe comunque il problema della sua vice ma affatto popolare Kamala Harris. Siamo ormai anche al limite dei tempi per trovare altri candidati adatti per concorrere nelle primarie. Questo perché alla fine di febbraio scadono i termini per l’accesso alle elezioni primarie in quasi tutti gli stati dell’Unione. Ecco perché c’è solo un piano più adatto alla situazione, quello in cui Biden accetti di consegnare il testimone, solo dopo aver fatto il pieno di delegati per la Convention.
Cioè Biden sarebbe il vincitore delle primarie con oltre i 1.968 voti dei delegati necessari per rivendicare la nomina, ma annunciando di non accettarla, esorterebbe i suoi delegati a sostenere un candidato diverso, accettando così che è troppo rischioso per gli USA avere un presidente che avrebbe 86 anni alla fine del secondo mandato. Dopo aver sconfitto Trump una volta e aver protetto l’economia quanto la democrazia degli USA, Biden potrebbe ritirarsi con un certo successo. Il 19 agosto, quando inizierà la Convention del Partito democratico, Biden avrebbe il potere si essere il “kingmaker”, la stragrande maggioranza dei delegati sarebbe controllata da lui, perché anche se dalle regole del partito non sono legalmente obbligati a sostenere il presidente, probabilmente seguirebbero la sua indicazione sulla nomination.
A quel punto la scelta potrebbe ricadere sul governatore della California Gavin Newsom, o quella del Michigan Gretchen Whitmer o dell’Illinois J.B. Pritzker o di chiunque Biden e il suo partito si fidano e che soprattutto abbia ottime chance di battere Trump.
Ma perché non potrebbe accadere lo stesso con i repubblicani? Anche Trump, è anziano ed ha dimostrato di perdere colpi – come quando ha scambiato l’ex ambasciatrice Haley con la ex speaker del Congresso Pelosi – ma i delegati alla convention repubblicana, a differenza di quelli democratici, sono legati al loro candidato, almeno alla prima votazione. Quindi se Trump, come previsto, arriverà con la maggioranza dei delegati alla convention di luglio a Milwaukee – anche se fosse stato già condannato nei processi- e lui deciderà di voler essere nominato, i delegati che hanno ricevuto il mandato per lui, sono obbligati a votarlo (e comunque si prevede che lo faranno da Maga convinti). A quel punto, la profezia-vendetta di Haley (“Il primo partito che cambia l’anziano candidato vince”) potrebbe diventare realtà.

foto: Agenzia Fotogramma

(ITALPRESS).

Nasce ilNewyorkese, giornale di riferimento degli italiani a New York

ESTERI di

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Si è svolta a New York, presso l’Istituto italiano di Cultura, la presentazione del primo numero cartaceo de ilNewyorkese, il giornale di riferimento degli italiani a New York fondato da Davide Ippolito. L’evento è stato introdotto dal Direttore dell’Istituto, professore Fabio Finotti, e moderato dal giornalista Mattia Iovane, direttore editoriale de Il Newyorkese. Alla tavola rotonda sono intervenuti Michael Cascianelli – Head of school “La Scuola d’Italia”, Don Luigi Portarulo – Our Lady of Pompeii, Umberto Mucci – “President of “We The Italians”, Alex Carini – Real estate developer. L’obiettivo de ilNewyorkese, è stato sottolineato nel corso della presentazione, è quello di rafforzare il sentimento di comunità, un luogo dove gli italiani nella Grande Mela possano trovare un forte spirito di appartenenza e nuovi punti di rifermento, mentre gli appassionati possano scoprire nuove storie e fonti di ispirazioni. Il giornale è disponibile in versione cartacea presso la libreria Rizzoli di New York e nelle librerie Barnes&Nobles e su Amazon, mentre è sempre consultabile online su www.ilNewyorkese.com.
– foto ufficio stampa ilNewyorkese –
(ITALPRESS).

E’ morto in prigione il dissidente russo Alexei Navalny

ESTERI di

ROMA (ITALPRESS) – E’ morto Alexei Navalny. Il dissidente leader dell’opposizione russa è deceduto nella colonia penale dove era detenuto: lo annunciano i media russi, citando il servizio carcerario. Le cause della morte di Navalny “sono in fase di accertamento”.
Secondo quanto riferito dal servizio penitenziario federale russo, Navalny dopo avere effettuato questa mattina una passeggiata si è sentito male e ha perso conoscenza quasi immediatamente. Gli operatori sanitari dell’istituto sono arrivati immediatamente ed è stata chiamata un’équipe medica di emergenza. Tutte le misure di rianimazione necessarie non hanno dato però risultati positivi. I medici del pronto soccorso hanno confermato la morte del condannato e si stanno accertando le cause del decesso. Il presidente russo Vladimir Putin è stato informato della morte del leader dell’opposizione Aleksei Navalny, secondo quanto riferito dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.
“Dopo anni di detenzione in un regime carcerario non proprio liberale, la Russia perde una voce libera- Siamo vicini alla famiglia, ci siamo sempre battuti, anche quando ero al Parlamento europeo, per la libertà sia in Russia sia in Bielorussia. Adesso ci sarà una voce di libertà meno”, ha commentato il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Per il premier Giorgia Meloni, “la morte di Alexei Navalny, durante la sua detenzione, è un’altra triste pagina che ammonisce la comunità internazionale. Esprimiamo il nostro sentito cordoglio e ci auguriamo che su questo inquietante evento venga fatta piena chiarezza”.
(ITALPRESS).
– foto: Ipa Agency –

Gentiloni “L’Europa ha evitato la recessione ma crescita bassa”

ESTERI di

BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – “L’economia europea rallenta. Ha evitato la recessione, ma ha avuto una crescita molto bassa e continuerà ad averla anche quest’anno. Siamo fiduciosi che nel 2025 l’attività economica possa riprendere l’attività e questo vale anche per l’Italia, che per la ripresa deve sfruttare l’insieme di fondi ed investimenti del Pnrr”. Così il commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, a margine della conferenza stampa in cui ha annunciato le previsioni economiche per il trimestre invernale. L’inflazione del 2% in Italia è fra le più basse della media europea e “sta scendendo più del previsto” e questo dato può essere in parte visto come “dovuto al rallentamento dell’economia” ma anche come “una buona notizia per i bilanci familiari e per l’insieme del potere d’acquisto del nostro Paese”, ha aggiunto. Il commissario ripone molta fiducia sui fondi comuni europei, come il Pnrr, poichè “l’impegno in questi fondi ha contributo a limitare un allargarsi di differenze e ha fatto avanzare Paesi più in difficoltà”.
(ITALPRESS).
– Foto: xf4/Italpress –

Negoziatori rinviano i colloqui per il cessate il fuoco a Gaza

ESTERI di

ROMA (ITALPRESS) – I negoziatori che si sono riuniti ieri al Cairo non sono stati in grado di raggiungere un accordo per ottenere un cessate il fuoco a Gaza e scambiare gli ostaggi. Nonostante questo, secondo il giornale “al Sharq al Awsat”, continueranno i colloqui. Rappresentanti di Stati Uniti, Israele, Qatar ed Egitto hanno concordato di prolungare i colloqui per tre giorni. A rivelarlo è un anonimo funzionario egiziano. I funzionari di livello inferiore continueranno oggi i colloqui. Anche il “Times of Israel” ha parlato di un prolungamento dei negoziati. La delegazione israeliana, guidata dal capo dei servizi segreti del Mossad, David Barnea, è tornata dal Cairo. Accompagnato dal capo dell’agenzia di intelligence interna israeliana (Shin Bet), Ronen Bar, Barnea ha incontrato il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed bin Abdul Rahman Al Thani, e il capo della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, William Burns, Al Cairo. Fonti di Hamas hanno riferito che il movimento non ha inviato un rappresentante al Cairo. Si attendono i risultati degli “incontri in corso” e “i colloqui con i mediatori continuano”.
Allo stesso tempo, il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha incontrato in Qatar il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir Abdollahian. In una dichiarazione di Hamas sono citate le affermazioni di Haniyeh durante i colloqui: “Qualsiasi accordo deve garantire un cessate il fuoco, il ritiro dell’esercito di occupazione dalla Striscia di Gaza e il completamento di un serio accordo di scambio”. Egitto, Qatar e Stati Uniti premono per un cessate il fuoco più lungo nella guerra di Gaza. Nell’ambito di un possibile accordo, gli ostaggi ancora detenuti nella Striscia di Gaza verrebbero scambiati con prigionieri palestinesi in Israele in più fasi.

– Foto: Agenzia Fotogramma –

(ITALPRESS).

Ankara e la ricerca dell’equilibrio geopolitico

Turkish President Tayyip Erdogan makes a speech during his meeting with mukhtars at the Presidential Palace in Ankara, Turkey, March 16, 2016. REUTERS/Umit Bektas – RTSAPB4

In occasione della imminente visita di Putin in Turchia il Presidente Erdoǧan ha dichiarato l’intenzione di svolgere il ruolo di mediatore nell’ambito del conflitto ucraino facendosi promotore di una possibile situazione negoziale tra le due parti.

L’iniziativa sembra voler sottolineare la volontà della Turchia di riprendere a svolgere quel ruolo di grande potenza regionale che rappresenta il disegno geopolitico di Erdoǧan, conferendo alla diplomazia del Paese il ruolo di garante degli equilibri regionali.

Il tentativo di rientrare a pieno titolo nelle dinamiche geopolitiche dell’area euroasiatica, quale protagonista, è stato determinato dalla necessità di ribilanciare la posizione di flessibilità pragmatica caratteristica della Turchia di Erdoǧan compromessa dall’atteggiamento unilaterale fortemente critico espresso nei confronti di Israele nell’ambito del conflitto in atto a Gaza.

Il criterio che ha guidato la politica estera turca sotto la presidenza di Erdoǧan è stato quello di una diplomazia pragmatica volta ad accrescere l’importanza e il prestigio della Turchia al fine di svolgere un ruolo centrale, non solo nel bacino mediterraneo orientale, ma estendendo tale ruolo a tutta l’area euroasiatica.

Il concetto di proiezione geostrategica della Turchia, che ha visto il Paese intervenire in tutti gli scenari di crisi dall’area, Libia, Siria, Ucraina, Caucaso, è stato permeato dal criterio dell’adozione di una visione  realista e sempre attenta a essere percepita, quando possibile, nel ruolo di mediatore o garante di un equilibrio volto ad evitare profondi sconvolgimenti.

Il caso più emblematico di questa linea diplomatico strategica è l’atteggiamento che Erdoǧan ha assunto nei confronti della crisi ucraina.

La Turchia ha sostenuto la sovranità ucraina, non ha riconosciuto l’annessione della Crimea, ha aspramente criticato le azioni russe ed è stato il primo Paese a supportare con aiuti militari l’Ucraina.

Tuttavia, ha controbilanciato queste sue attività ponendo la massima attenzione a mantenere stabili i legami di natura economica con la Russia, ha appoggiato in maniera tiepida le risoluzioni internazionali di condanna contro Mosca, si è opposto alle sanzioni e agli sforzi per isolare diplomaticamente Putin, incrementando gli scambi e le relazioni economiche con la Russia.

Inoltre, a più riprese, ha svolto il ruolo di mediatore sfruttando la posizione di grande potenza (regionale) in grado di riscuotere la fiducia di ambedue i contendenti, portando a termine accordi importanti come le condizioni di esportazione del grano e lo scambio di prigionieri.

Anche la posizione assunta nei confronti della annessione della Svezia alla NATO deve essere interpretata alla luce della volontà di ricercare un equilibrio dell’intero sistema favorevole agli interessi della Turchia e propedeutico al suo ruolo di Paese leader. Il veto è caduto quando sono stati conseguiti i due obiettivi di Erdoǧan: assunzione di una linea di condanna della Svezia dell’organizzazione del PKK e avvio del processo di acquisizione di un lotto di F16 da parte USA.

Il tutto ribilanciato dall’apertura diplomatica nei confronti della Russia concretizzata nel summit di questi giorni, che rappresenta l’occasione per riprendere il ruolo di mediatore, oltre a far coincidere l’evento con la prima visita di Putin in un Paese dell’Alleanza Atlantica dopo l’inizio della crisi e nonostante la richiesta di provvedimenti coercitivi emessa da organismi internazionali nei confronti di Putin stesso.

Ma è nell’area mediorientale dove questa posizione di equilibrio è stata completamente offuscata e messa in discussione a seguito della dura presa di posizione di Erdoǧan nei confronti di Israele e del suo leader Netanyahu.

Gli interessi turchi nell’area sono estesi e abbastanza articolati.

In primo luogo, vi è il rapporto stretto con il Qatar, che rappresenta il partner economico più importante per finanziare i progetti di crescita della Turchia.

In secondo luogo, ci sono le attività condotte nello scenario siriano volte sia a contrastare l’ISIS, sia a circoscrivere il fenomeno dell’autonomia curda. Qui l’intesa con la Russia e la possibilità di una sovrapposizione di interessi con l’Iran fanno da bilanciere alla posizione di membro della NATO che, se pur in alcuni casi tiepida e sfumata, rimane, comunque, un punto non in discussione.

In terzo luogo, deve essere considerato il rapporto con i restanti Paesi del Golfo che è contraddistinto da una alternanza di aperture e di parziali chiusure diplomatiche, ma che persegue l’obiettivo di affermare la Turchia come un Paese capace di assicurare la stabilità dell’area in alternativa a un predominio iraniano.

Da ultimo, ma sicuramente non meno importante, vi è la questione religiosa, dove l’avvicinamento di Erdoǧan verso una visione meno laica del Paese e più orientata ad una maggiore ortodossia, conseguenza delle alleanze politiche interne che hanno reso possibile le ultime due elezioni del presidente, consente alla Turchia di aspirare al ruolo di guida del mondo islamico.

Tuttavia, nonostante le critiche dirette di Erdoǧan nei confronti di Israele e le dichiarazioni di supporto alla comunità palestinese, la Turchia è fuori dal contesto diplomatico che lavora per giungere a una soluzione mediata della crisi.

Malgrado, infatti, le buone relazioni con il Qatar la diplomazia turca è stata esclusa dal processo dove, invece, sia Egitto che Arabia Saudita svolgono un ruolo principale. Questo fattore ha sbilanciato la posizione di Ankara privandola della possibilità di influenzare gli eventi e relegandola ad un ruolo sussidiario che mette a serio rischio le sue aspirazioni di leadership.

Per poter comprendere tale situazione di impasse è utile fare le seguenti considerazioni.

Dopo una età dell’oro nelle relazioni turco – israeliane contraddistinte da iniziative diplomatiche quali il riconoscimento quasi immediato di Israele e la non partecipazione al ciclo delle guerre arabo – israeliane e proseguite anche da Erdoǧan nei suoi mandati iniziali, sia con un intenso scambio commerciale e con intese di carattere economico, sia con una proattiva azione diplomatica mirata a raggiungere una soluzione al problema palestinese sostenuta da una collaborazione attiva con le fazioni moderate di Hamas e dell’Autorità Palestinese, i rapporti hanno iniziato a intiepidirsi per sfociare in una serie di azioni politiche decise nei confronti di Israele che hanno creato profonde divergenze tra i due Paesi.

L’acuirsi delle relazioni diplomatiche è stato sottolineato da una serie di prese di posizioni intransigenti e dirette da parte di Erdoǧan che hanno interessato gli ultimi dieci anni e che sono determinate del crescente supporto alla causa palestinese espresso dal Presidente turco.

La decifrazione di questa linea politica del Presidente è particolarmente complessa se consideriamo i seguenti fattori critici.

Nonostante la maggioranza della popolazione sia a favore di una posizione di mediazione o di neutralità nei confronti della crisi tra Hamas e Israele, le azioni di Erdoǧan hanno indirizzato la sua politica in senso opposto, privando Ankara della libertà d’azione e della flessibilità necessarie a prendere parte al processo di mediazione in atto.

I rapporti tra Autorità Palestinese e Turchia, sebbene, non critici non hanno mai rappresentato il cardine della politica di Ankara e il sostegno dato alla causa palestinese non è mai stato determinante e incisivo, inoltre, anche i rapporti tra Hamas e la Turchia non sono stati caratterizzati da una visione coincidente, infatti, pur essendo di credo sunnita, Hamas ha legami molto più stretti con l’Iran che rappresenta l’antagonista principale della Turchia nell’area specifica.

Inoltre, all’inizio della crisi di Gaza Erdoǧan ha mantenuto una posizione di neutralità offrendosi come mediatore per raggiungere una possibile soluzione negoziale, per poi abbandonare repentinamente questa linea di condotta equilibrata e prediligere atteggiamenti di critica feroce nei confronti di Israele.

Alla luce di tali fattori la linea politica di Erdoǧan può essere perciò, motivata dalle seguenti considerazioni.

In primo luogo, il supporto alla questione palestinese è dettato da considerazioni esclusivamente personali che ne influenzano la visione politico-diplomatica.

In secondo luogo, il supporto alla causa palestinese deriva anche dalla necessita di gestire la componente islamica della sua compagine di governo al fine di non essere schiacciato da pressioni interne che potrebbero compromettere la sua posizione di forza e la stabilità del governo stesso.

In terzo luogo, l’ostilità e il risentimento per essere stato messo ai margini del processo di distensione tra i Paesi del Golfo e Israele, avviato e sostenuto da USA e Arabia Saudita prima della crisi.

Da un ultimo, ma non meno importante, un errore di valutazione nell’aver voluto assumere un ruolo intransigente e decisamente ostile verso Tel Aviv nell’ottica di cogliere l’opportunità di rilanciarsi come leader della comunità islamica regionale che appoggia e sostiene Hamas.

Le conseguenze diplomatico-politiche di queste linee di azioni hanno posto la Turchia, e a maggior ragione il suo leader, in una situazione precaria rischiando di vanificare le aspirazioni di Ankara a poter ricoprire il ruolo dichiarato di potenza regionale

Indubbiamente la sensibilità politica di Erdoǧan gli ha consentito di comprendere che questa situazione ha compromesso l’equilibrio del suo baricentro politico e che il persistere in una tale direzione avrebbe comportato una serie di conseguenze negative e quindi ha immediatamente invertito la tendenza.

Se le dimostrazioni di supporto per la causa palestinese fanno riferimento a una retorica altisonante, l’approccio diplomatico sta mutando, nell’ottica di proporre una Turchia interessata alla collaborazione e alla ricerca di soluzioni negoziali.

In attesa di poter svolgere un ruolo più attivo nella crisi di Gaza, Erdoǧan ha puntato su un altro teatro, quello ucraino, dove proponendo una sua ipotesi di soluzione alla crisi ha rilanciato immediatamente l’immagine di una Turchia disponibile al dialogo e alla mediazione in grado di poter svolgere quella funzione di garante dell’equilibrio geopolitico adeguata a interpretare il ruolo di grande potenza regionale che rappresenta il disegno geostrategico di Erdoǧan.

Trump resta vincente in attesa del caos

ESTERI di

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – L’appuntamento di martedì con le primarie repubblicane del New Hampshire appare decisivo perché se Nikki Haley non dovesse vincere – o almeno arrivare vicina a Donald Trump – sono in molti a credere che getterebbe la spugna. Quello che si attende del resto anche da Ron DeSantis, che resta a percentuali ad una cifra, ma che resiste.
Ma i due potrebbero restare in corsa anche dopo una debacle in New Hampshire? Probabile e per due motivi. Primo perché “vendere cara la candidatura” serve ad ottenere qualcosa di importante in cambio, ma anche perché nel giro di poche settimane, il responso delle urne potrebbe essere ribaltato nelle aule di giustizia e chi è secondo potrebbe di colpo ritrovarsi primo.
Come è successo in passato, i candidati che alle primarie hanno già speso tantissimo e capiscono che non hanno speranza di vincere la nomination, restano in corsa fino a quando non venga promesso loro il “giusto compenso” per sospendere la candidatura dando l’appoggio al candidato vincente. Questo perché il vincitore delle primarie ha bisogno del sostegno di tutto il partito per poter sperare di vincere le elezioni a novembre contro un candidato democratico che, in questo caso, è – almeno finora – il presidente in carica Joe Biden.
Quindi finché Trump non avrà la proposta adatta a “ricompensare” Haley (ancor più che DeSantis, che resta governatore in carica della Florida), si prevede che la ex ambasciatrice resti attiva nel chiedere di scegliere lei, mettendo in guardia i repubblicani che invece Trump rischia di perdere a Novembre.
Trump offrirà la vicepresidenza ad Haley? Ciò sembra escluso dalla stessa ex sua ambasciatrice, che ha ribadito che non accetterebbe mai quell’incarico. Ci sono però alternative di altrettanto prestigio, come quella di Segretario di Stato, come fece Barack Obama subito con Hillary Clinton dopo averla battuta alle primarie del 2008, per assicurarsi il pieno appoggio dell’ex First Lady per la sfida a novembre contro il repubblicano John McCain.
Ma la ex governatrice della Sud Carolina ed ex ambasciatrice all’ONU sta ancora cercando di vincere nel New Hampshire? Questo stato del New England non sarebbe dovuto essere “trumpista” come l’Iowa, e il suo popolare governatore repubblicano Christopher Sununu ha da tempo dato l’appoggio a Haley. Eppure, secondo il “termometro” dei sondaggi che il seguitissimo sito fivethirtyeight.com raggruppa, appare ormai impossibile. Trump sfiora il 50% (come in Iowa), mentre Haley, pur facendo molto meglio che in Iowa, resta a circa 16 punti di distacco dall’ex presidente.
Che il vento del GOP rinforzi ormai solo Trump, lo conferma la notizia che persino Tim Scott, il senatore repubblicano della South Carolina ex candidato alla Casa Bianca, ha deciso di appoggiare l’ex presidente. Cioè nella importantissima tappa alle primarie della South Carolina, dove Trump si trova già in netto vantaggio, ora con l’appoggio ricevuto anche da Scott, la risalita di Haley da ardua sembra diventata impossibile.
Ormai i sostenitori MAGA (dallo slogan trumpiano, Make America Great Again) stanno spazzando via le ultime resistenze di quel mezzo partito repubblicano che non si rassegnava alla ricandidatura dell’ex presidente. A questo punto la nomination di Trump è inevitabile? Non ancora. Resta la spada di Damocle giudiziaria a pendere sopra le ambizioni di Trump di riconquista della Casa Bianca.
Proprio giovedì il team legale di Trump ha scritto alla Corte Suprema, per avvertire che una eventuale sua esclusione dal voto porterebbe “il caos e il pandemonio”. Gli avvocati di Trump, con una mossa piuttosto rischiosa, fotografano la realtà prima che l’8 febbraio la Corte Suprema si pronunci sulla sua candidatura, un vero e proprio “avvertimento”. La Corte suprema dovrà infatti decidere sulla esclusione di Trump dal voto delle primarie in Colorado, deciso da una corte statale per aver istigato l’assalto al Congresso, e quindi applicando il 14esimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che vieta la candidatura ai pubblici ufficiali che, dopo aver giurato sulla Costituzione, hanno partecipato a insurrezioni contro la stessa. Una decisione presa già anche in Maine ma sospesa in attesa che si pronuncino i 9 giudici supremi, che con la loro decisione cancelleranno o confermeranno le cause pendenti in decine di altri Stati dell’Unione.
Trump con il team dei suoi legali scrive alla Corte Suprema che queste cause minacciano di privare dei diritti civili milioni di americani e che si potrebbe scatenare il caos se altri tribunali e funzionari statali “seguiranno l’esempio del Colorado ed escluderanno il probabile candidato presidenziale repubblicano dalle loro votazioni”. Nella lettera alla Corte Suprema la difesa di Trump afferma che l’ex presidente non ha mai partecipato ad una insurrezione: “Semmai al contrario, Trump ha invocato la pace, il patriottismo, la legge e l’ordine”.
Se anche la decisione dei giudici supremi dovesse favorire Trump, si prevede un’altra importantissima decisione della Corte Suprema sull’immunità presidenziale, per quanto riguarda il processo federale intentato dallo speciale procuratore Jack Smith con l’accusa che il 45esimo presidente abbia cospirato per annullare il voto che aveva eletto Biden, provocando quindi l’attacco al Congresso del 6 gennaio 2021.
Toccherà quindi alla Corte Suprema, che ricordiamo dopo i tre giudici nominati da Trump, ha una maggioranza “conservatrice” di sei a tre, l’ultima parola. L’attesa vittoria di Trump tra pochi giorni in New Hampshire potrebbe alla fine risultare inutile, nonostante i pur credibili avvertimenti sullo “scoppio del caos”.
– Foto: Agenzia Fotogramma –
(ITALPRESS).

 

Il Meeting di Rimini in missione al Cairo

ESTERI di

RIMINI (ITALPRESS) – Missione al Cairo per il Meeting per l’amicizia fra i popoli, che si tiene ogni anno a Rimini. Il 14 gennaio scorso è atterrata all’aeroporto internazionale della capitale egiziana una delegazione composta dal presidente Bernhard Scholz, dal direttore Emmanuele Forlani e dalla responsabile delle mostre Alessandra Vitez. Ad accoglierla Wael Farouq, componente della redazione culturale del Meeting e “inviato speciale” nei paesi di lingua araba.
La mattinata di lunedì 15 è stata dedicata alla visita dei luoghi in cui secondo una tradizione millenaria la Sacra Famiglia di Nazareth ha soggiornato per vari mesi.
La delegazione ha visitato una chiesa e un monastero sul Nilo, dedicati alla Vergine Maria, la prima costruita nel IV secolo proprio per ricordare la presenza della Sacra Famiglia. Un mosaico ricorda che proprio dalla grotta che affaccia direttamente sulle sponde del fiume i tre profughi, in fuga dal re Erode, si sarebbero imbarcati continuando la loro fuga. L’altare nella cripta è ricoperto dai biglietti di preghiera dei fedeli che arrivano in pellegrinaggio.
La zona del Cairo copto è detta «delle sette chiese», ed è vicina alla moschea Amr, la prima costruita dagli arabi, e alla sinagoga di Ben Ezra, dove la tradizione vuole sia stato ritrovato il piccolo Mosè.
Ma qual era lo scopo principale della visita al Cairo? Come spiegano Bernhard Scholz e Alessandra Vitez, “vogliamo realizzare una mostra sulla Fuga in Egitto, mostrando luoghi cari a cristiani e musulmani, per un evento che è percepito come sacro da varie religioni. Una mostra in piena linea con la vocazione del Meeting, per portare alla luce esperienze sia storiche sia contemporanee di dialogo vissuto”.
Nel pomeriggio poi la delegazione del Meeting di Rimini ha visitato l’Ambasciata italiana d’Egitto, accolti dall’ambasciatore Michele Quaroni. Con lui un dialogo sul ruolo del Meeting nel contesto internazionale e in Egitto, ricordando il Meeting Cairo del 2010 e 2012 e le presentazioni ad Alessandria e al Cairo nel 2018, prospettando la possibilità di un lavoro comune nel 2025. “La speranza – spiega Scholz – è riproporre in futuro eventi simili”.
Martedì 16 gennaio, come racconta Wael Farouq, l’incontro con Anba Ermia, vescovo generale e presidente del Centro culturale Copto ortodosso. Il vescovo Ermia, che fu al Meeting nel 2011, si è detto molto contento di realizzare insieme la mostra sulla Fuga in Egitto al Meeting. «Siamo rimasti colpiti», commenta Wael, «da questa chiesa povera e perseguitata ma che vive profondamente la sua fede, lavorando silenziosamente per il bene».
Al direttore Emmanuele Forlani il compito di offrire una sintesi delle due giornate: “Due giorni intensi, vissuti senza respiro, ma di cui essere profondamente grati. Al termine della visita non si può non ringraziare per l’accoglienza e per la bellezza che abbiamo visto per i luoghi della Fuga in Egitto. Altrettanta gratitudine va a Wael Farouq, senza il quale la visita non sarebbe stata possibile, e assieme a lui agli amici che realizzeranno la mostra”.

– Foto Meeting di Rimini –

(ITALPRESS).

Raid pakistani in Iran, 9 morti

ESTERI di

TEHERAN (ITALPRESS) – E’ di 9 morti il bilancio dei raid condotti nella notte dal Pakistan in territorio iraniano ed in particolare nelle province del Sistan e del Belochistan. Tra le vittime si contano anche quattro bambini, secondo quanto riferiscono i media arabi. Islamabad ha così risposto a Teheran che aveva condotto nel giorno precedenti analoghi raid nella provincia pakistana del Belochistan, sostenendo di aver colpito gruppi ribelli che operano oltre confine. Il ministero degli Esteri pakistano ha confermato gli attacchi lanciati erano contro postazioni di presunti gruppi terroristici nella provincia del Sistan e Balochistan, nel sud-est dell’Iran. Entrambi i paesi, Iran e Pakistan, si accusano a vicenda da tempo di ospitare gruppi armati che compiono attacchi dalle regioni lungo il confine condiviso. Inoltre, è stata confermata la morte di “diversi terroristi” nel corso di un’operazione di intelligence denominata “Marg Bar Sarmachar”, che cercava di neutralizzare il gruppo autoproclamato “Sarmachars”, considerato terrorista da Islamabad.
Da parte sua, il vice governatore del Sistan e Balochistan, Alireza Marhamati, ha riferito di un’esplosione vicino alla città di Saravan alle 4,30 (ora locale) in cui sarebbero morti tre donne e quattro bambini.
-foto Agenzia Fotogramma –
(ITALPRESS).

1 2 3 30
admin
0 £0.00
Vai a Inizio
×