Giovanni Grasso: «La tecnologia ci fa risparmiare tempo, ma le giornate sembrano sempre più corte»

Lo scrittore e consigliere del Presidente della Repubblica ospite del video podcast “Lei non sa chi sono io”. Dal nuovo romanzo “Finché durerà la terra” al giornalismo nell’era dei social, passando per il rapporto con la scrittura e Sergio Mattarella. E una parola che racconta il suo modo di guardare alla vita: saudade.

La tecnologia prometteva di restituirci tempo. Ha eliminato code, accorciato distanze, trasformato operazioni che richiedevano ore in gesti da pochi secondi. Eppure la sensazione dominante è opposta: le giornate sembrano diventate più brevi. È da questo paradosso che Giovanni Grasso, giornalista, scrittore e consigliere del Presidente della Repubblica per la stampa e la comunicazione, parte per raccontare il rapporto tra lavoro, informazione e scrittura.

Ospite di “Lei non sa chi sono io”, il video podcast di Kleos condotto da Roberta De Marco, Grasso ha presentato il suo nuovo romanzo, Finché durerà la terra, ma la conversazione si è allargata rapidamente alle trasformazioni che hanno investito la società e il mestiere del giornalista.

«Con tutta questa tecnologia dovremmo avere molto tempo libero, invece sembra di non averne più», osserva. Un problema che, secondo Grasso, riguarda meno Internet in sé e molto di più il modo in cui abbiamo finito per vivere il tempo. Oggi si può andare da Roma a Milano in tre ore, evitare una fila in banca e ordinare il pranzo dallo smartphone. Il guadagno ottenuto attraverso la tecnologia, però, sembra essere immediatamente assorbito da nuove attività e da una richiesta continua di velocità.

Il fenomeno è visibile anche nei prodotti culturali e nell’informazione. Articoli e servizi si accorciano, così come la durata delle fiction. Grasso ricorda con ironia una generazione per la quale poteva essere persino «un po’ snob» scegliere un film di tre ore e mezza. Oggi l’attenzione viene contesa minuto per minuto e i formati si adattano a un pubblico abituato alla rapidità dello schermo.

Il lavoro che sottrae tempo e alimenta la scrittura

La giornata di Grasso resta inevitabilmente di ventiquattro ore. «Bisogna anche dormire nella vita», scherza. Il suo incarico al Quirinale impone però una disponibilità costante: essere «sempre a tiro di un computer», anche durante i fine settimana e nei giorni festivi.

Da questa condizione nasce uno dei paradossi più personali emersi nell’intervista. «Talvolta ho detto che forse se non avessi questo tipo di lavoro, non scriverei». La necessità di rimanere spesso a casa finisce infatti per creare uno spazio inatteso. Dopo una fiction o un po’ di musica arriva la scrittura, quasi come una forma di riconquista del tempo sottratto dagli impegni professionali.

È in questo equilibrio che si colloca anche Finché durerà la terra, il nuovo romanzo ambientato in Umbria, regione che Grasso considera una delle sue «quattro patrie». Il titolo richiama la promessa di Dio a Noè dopo il diluvio, ma diventa anche un riferimento diretto al presente e alla crisi climatica. «Se continuiamo con questo riscaldamento globale, Dio non ci manderà diluvio, ma ce lo manderemo da soli», osserva lo scrittore.

La narrativa permette inoltre qualche libertà che il lavoro istituzionale e quello giornalistico non concedono. Nei suoi personaggi Grasso ammette di inserire talvolta «delle piccole vendette che conosco solo io», trasferendo sulle figure meno simpatiche caratteristiche appartenute a persone realmente incontrate: un bidello, un colonnello, qualcuno rimasto nella memoria e poi trasformato dalla finzione.

Il giornalismo nella corsa alla velocità

Il tempo è anche una delle chiavi per comprendere la trasformazione del giornalismo. Il cronista di un quotidiano poteva un tempo lavorare per gran parte della giornata sul proprio articolo. La rete ha cancellato quella scansione. «Oggi bisogna uscire subito», spiega Grasso. Le redazioni devono confrontarsi con social network, agenzie e una competizione continua che coinvolge gli stessi siti delle testate.

Ma la velocità non è l’unico problema. Grasso individua una questione più profonda nella progressiva sovrapposizione tra informazione e politica. «Oggi ho l’impressione che molti giornalisti si sostituiscano ai politici». Il rischio è perdere agli occhi del pubblico quella posizione di osservatore che costituisce una parte essenziale della credibilità della professione. Il lettore, sostiene, finisce così per non riconoscere più il giornalista «come un arbitro, ma come un giocatore in campo».

Una trasformazione che riguarda anche la vita quotidiana delle redazioni. Grasso torna agli anni degli esordi al settimanale La Discussione, ricordando figure come padre David Maria Turoldo, Leopoldo Elia e Roberto Ruffilli. Portavano personalmente i dattiloscritti in redazione e quell’occasione diventava un momento di confronto con i giovani giornalisti.

La posta elettronica ha reso tutto più rapido ed efficiente, ma qualcosa si è perso: «Da quando sono arrivate le email le redazioni dei giornali si sono un po’ impoverite umanamente». Per chi oggi vuole intraprendere questa professione, il consiglio è quindi essenziale e privo di retorica: «Fallo solo se è veramente una passione».

Dalla Sicilia ritrovata nei libri all’Umbria

Il racconto attraversa anche la geografia personale dello scrittore. Nato a Roma da genitori siciliani, Grasso ricorda le settimane trascorse da bambino dalla nonna a Catania quasi come «una specie di deportazione». Un rapporto con l’isola che sarebbe cambiato con gli anni, fino alla riscoperta della Sicilia adulta attraverso la letteratura e, in particolare, i libri di Andrea Camilleri.

Nel corso dell’intervista trova spazio anche il rapporto con Sergio Mattarella, nato molto prima dell’attuale incarico al Quirinale. Il primo contatto risale infatti a un’intervista realizzata da Grasso nei suoi primi anni di attività giornalistica, punto d’origine di un legame destinato ad attraversare una parte importante della sua carriera.

Alla domanda su quali aggettivi sceglierebbe per definirsi, Grasso ne indica due: «inquieto e ironico». Poi sceglie una parola che appartiene a un’altra lingua e che difficilmente trova una traduzione precisa in italiano: saudade.

Per Grasso è «una via di mezzo tra nostalgia, malinconia e un desiderio di qualcosa di più». Una malinconia che non paralizza, ma spinge ad agire e creare. L’esempio scelto è Dante, costretto lontano da Firenze e proprio per questo mosso dalla mancanza della propria città.

La saudade diventa così qualcosa di diverso dal semplice rimpianto. È una tensione verso ciò che manca, capace di trasformarsi in movimento. «Ti porta a fare delle cose», spiega Grasso. Forse è anche una risposta al paradosso da cui era partita la conversazione: in un’epoca che corre per risparmiare ogni minuto, scrivere resta uno dei modi possibili per riprendersi il proprio tempo.

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