GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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La crisi ucraina: informazione o propaganda?

 

La cronaca e l’esame analitico di come si stia sviluppando il conflitto in atto in Ucraina sono offuscate da quella che sembra essere l’unica cosa che abbia importanza nell’ambito di questa tragedia: la propaganda.

Il circuito mediatico nazionale e soprattutto internazionale non produce informazione oggettiva, seria, imparziale, ma è concentrato nel veicolare una serie di messaggi che hanno il fine di orientare l’opinione in senso unidirezionale, facendo leva su temi e aspetti ai quali il nostro mondo di occidentali risulta essere particolarmente sensibile.

Questo sistema di propaganda comporta una serie di conseguenze negative che anestetizzando il nostro senso analitico, ci spingono a ragionare servendoci di concetti stereotipati, ci allontanano da una comprensione globale del mondo che ci circonda e ci rendono difficile esaminare oggettivamente la situazione. Quali sono, quindi, i risultati di questo approccio sistematico?

Innanzitutto, accettando a priori quello che viene presentato non siamo costretti a valutare nel merito se ciò che è riportato sia effettivamente vero. Ci accontentiamo di ciò che vien detto perché colpisce direttamente il nostro atteggiamento culturale, rafforzando la nostra convinzione di universalità dello stile di vita occidentale, individuando il male nel nostro avversario soltanto.

In secondo luogo, l’identificazione di un nemico, alle cui azioni (reali o presunte) possano essere accreditati i nostri problemi, ci deresponsabilizza facendoci dimenticare che il conflitto ha solo posto in evidenza la crisi nella quale adesso annaspiamo (necessità di risorse energetiche alternative, sistema economico in affanno, mancanza di visione geopolitica).

In terzo luogo, la focalizzazione sullo scenario a noi prossimo ci nega la percezione di un mondo in continua evoluzione, creando l’illusione che la sconfitta del demone russo sia la priorità del resto dell’universo geopolitico e negando l’esistenza di ulteriori aree e situazioni di crisi che sviluppano conseguenze devastanti per il rispetto di quei concetti che permeano la nostra cultura occidentale e che sono immensamente più difficili e costose da contrastare rispetto alla situazione che si è sviluppata in Ucraina.

L’Occidente ha sempre fatto un vanto culturale dei progressi raggiunti nel favorire la libera espressione delle proprie idee e la caratteristica di avere nel suo DNA culturale il concetto di libera stampa. Quindi, perché l’informazione si è trasformata in propaganda?

Partiamo dalla definizione dei due termini, così come riportati dall’Enciclopedia Treccani

Per informazione si intende una

notizia, dato o elemento che consente di avere conoscenza più o meno esatta di fatti, situazioni, modi di essere.

Nel campo dei media tale concetto si basa sul rispetto di due cardini che sono l’oggettività e l’obiettività.

La propaganda, invece, risulta definita come una

azione che tende a influire sull’opinione pubblica e i mezzi con cui viene svolta. È un tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi lo mette in atto.

Come detto, il criterio concettuale che differenzia l’informazione dalla propaganda è che i principi di oggettività e di obiettività che caratterizzano l’informazione sono, invece, totalmente assenti nella propaganda.

L’assenza dei due principi enunciati, che devono caratterizzare l’informazione, deriva da un insieme complesso di cause che si sono verificate nel corso degli ultimi trent’anni e che hanno modificato la nostra capacità di analisi critica rendendola sempre meno autonoma e sempre più influenzabile da fattori esterni, che ci hanno fatto accettare la propaganda come la vera informazione.

La fine del bipolarismo Est – Ovest ha comportato la convinzione che il mondo si fosse avviato verso l’adozione di una universalità di pensiero dove la declinazione di concetti fondamentali come democrazia, diritti, libertà avesse un’unica accezione: quella di un Occidente vittorioso che, con la caduta del muro di Berlino, si era finalmente liberato dell’incubo ideologico-politico che aveva generato le due Guerre Mondiali e la Guerra Fredda, ponendo fine al periodo più oscuro della storia dell’Europa.

Questa convinzione ha avuto come conseguenza l’impostazione di una narrativa mediatica volta a sopprimere ed eliminare qualsiasi elemento che potesse mettere in dubbio la realtà di questa nuova Età dell’Oro, dove libertà e democrazia erano oramai divenuti patrimonio dell’intera umanità.

La caduta di un mondo diviso tra due blocchi contrapposti ha, di conseguenza, comportato una globalizzazione dei mercati con una espansione mondiale inimmaginabile nella Guerra Fredda che hanno rinforzato in noi il convincimento che anche il nostro sistema di economia fosse l’unico, il migliore quello cui tutte le altre Nazioni aspirassero.

Il nostro sistema di valori può essere ritenuto come un insieme di principi valido e moralmente corretto e abbiamo, quindi, il diritto di sostenerlo, ma quando il concetto di universalità dei nostri principi culturali ha iniziato a essere ridimensionato dalla realtà di un mondo geopolitico dove, purtroppo per noi, sono presenti visioni differenti, invece di accettare il dato di fatto e riconsiderare il nostro approccio alla divulgazione del nostro sistema culturale, abbiamo iniziato una narrativa dove obiettività e oggettività sono state sempre più assenti, trasformando il nostro impianto mediatico da mezzo di informazione a strumento di propaganda di una visione unica e non discutibile di cultura.

Anche l’affievolirsi delle ideologie che avevano contraddistinto e formato il mondo nel XX secolo ha contribuito a modificare l’azione dei media, che si è trasformata nella cassa di risonanza di una narrativa sostenitrice di una supposta verità comportamentale politicamente corretta, basata sulla demonizzazione aprioristica dell’altro in quanto esponente di un pensiero diverso da quello proprio, considerato l’unico corretto e giusto.

Non meno importante per comprendere come l’informazione sia divenuta propaganda risulta essere l’uso improprio che si è fatto degli strumenti della comunicazione. La tecnologia ha mutato la capacità di presentare un fatto in modo obiettivo e oggettivo consentendo la presentazione di qualsiasi fatto stesso come una verità assoluta e incontrovertibile attraverso la manipolazione delle immagini e delle parole.

Non solo la rappresentazione della realtà cambia ad ogni inquadratura, ma anche il lessico è stato adattato e trasformato rendendolo idoneo a supportare una visione della realtà orientata verso la propaganda e lontana dall’informazione, sancendo, di fatto, il trionfo del cosiddetto opinionismo.

Ritornando al punto di partenza, la situazione mediatica che viviamo con il conflitto ucraino è quella di essere divenuti l’oggetto di una propaganda estrema e articolata, dove le notizie che riceviamo sono commisurate per colpire il nostro inconscio di Occidentali pacifici, rispettosi dei diritti, democratici e con una coscienza umanitaria sensibilissima, ma disposti a un impegno personale e una partecipazione diretta ridotti al minimo, se non del tutto assenti.

La realtà è filtrata e veicolata attraverso i canali ai quali siamo più sensibili in modo da evocare scenari e situazioni apocalittici. Ci viene presentato un paese immerso nel freddo, nel gelo e nel buio che lotta per difendere la nostra democrazia e la nostra libertà, dove, però,  il suo Presidente si rivolge all’ONU per avere più armi – non certo per chiedere a quell’organismo di svolgere il suo compito istituzionale e riportare la pace e l’ordine.

La ricerca di una soluzione diplomatica del conflitto, che ponga fine alla tragedia delle popolazioni coinvolte, non è sostenuta dai media che, invece, sottolineano favorevolmente l’ostinazione con la quale l’Occidente spinge l’Ucraina a reclamare una capitolazione senza condizioni dell’avversario russo.

Incolpiamo altri Paesi di fornire armi e supporto alla Russia, incuranti del fatto che la tecnologia per fare quelle armi l’abbiamo fornita noi a loro in un passato abbastanza recente, da essere quasi considerato presente, mentre continuiamo fornire un supporto militare fondamentale che non ha altro risultato che alimentare l’illusoria idea di una vittoria epocale che non ci sarà.

Condanniamo come crimini contro l’umanità qualsiasi azione invocando tribunali internazionali che noi stessi non accettiamo e ai cui sviluppi non partecipiamo (uno su tutti la Corte Penale Internazionale che USA e Cina non riconoscono), come se questo potesse automaticamente risolvere il problema alla base di questo conflitto, evitando di rivedere una condotta geostrategica ipocrita e spregiudicata.

Applichiamo due pesi e due misure a seconda della nostra convenienza concentrandociologata e monotonamente uniformata, ma sicuramente incapace di esprimere un concetto di cultura adeguato alla storia millenaria dell’Occidente.

Le visiteur du futur” di Francois Descraques 

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In anteprima italiana al Science+Fiction Festival di Trieste, proiettato a ruota subito dopo The Thing, abbiamo modo di scoprire con piacere il primo lungometraggio del regista francese emergente François Descraques, che è uscito quest’anno in Francia, il 18 agosto. Stiamo parlando di Le Visiteur du Futur o The Visitor From The Future: una commedia distopica, esilarante e divertente, ambientata in un mondo tutt’altro che confortevole, popolato da personaggi deliranti, tratta dall’omonima webserie dello stesso Descraques. Leggi Tutto

Soccorso in mare e il dovere di assistenza

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IL DOVERE DEL COMANDANTE DI UNA NAVE DI SOCCORRERE LE PERSONE IN MARE

Continua l’arrivo di altri migranti per via mare, dove vede come protagonista l’Italia che sta sopportando a fatica questo continuo arrivo di navi ONG che recuperano nelle acque internazionali persone che vengono lasciate spesso in balia delle onde su imbarcazioni fatiscenti e pericolose, spesso con la complicità dei trafficanti di esseri umani via mare. Il mare Mediterraneo è diventato la traversata di mare più pericolosa, ma anche fatale con un bilancio di vittime abbastanza elevato, secondo i dati presentati di recente dall’Agenzia delle Nazioni per i rifugiati.

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Milano Golden Fashion 22: l’evento moda che unisce Paesi diversi, al fianco delle donne vittime di violenza

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L’evento Milano Golden Fashion, giunto alla sua 5° edizione, ideato e diretto dall’artista argentina Graciela Saez, è un ambizioso progetto interculturale di portata internazionale, centrato sul dialogo tra le diverse culture, attraverso il linguaggio della moda che oltrepassa i confini. L’evento si propone come opportunità per apprezzare l’universalità dell’eleganza modellata secondo le tradizioni sartoriali di Paesi diversi.

Lo show, tenutosi il 26 settembre scorso al Melia Hotel di Milano, ha fatto incontrare stiliste italiane con stiliste provenienti da Cuba, Santo Domingo, Cina, Perù, Brasile e Malta. Tra le designers in passerella con le loro collezioni erano presenti Grazia Urbano, Roberta Mellone, Adriana Monaco, Samanta MariottiSimona Pontiggia, Shaila Sabatini, Catherine Reynoso e Helen Aguilar Torres. Ospite d’onore Giannina Azar, la fashion designer dominicana che ha vestito celebrità come Jennifer Lopez, Gwen Stefani, Britney Spears e Beyoncè.

La kermesse, presentata da Anthony Peth e con madrina la cantante costaricana Cecilia Gayle, ha dedicato un importante spazio al tema della violenza contro le donne, al centro di un dibattito più che mai acceso per i tanti fatti di cronaca che vedono in aumento i femminicidi, i casi di stalking e violenza domestica. È stato infatti consegnato l’AWARDS SOLIDARIETÀ 2022 MGF a Paola Radaelli, Presidente di UNAVI-Unione Nazionale Vittime, l’associazione che lotta per i diritti delle vittime dei reati violenti e che ha tenacemente combattuto per l’approvazione della legge sulla legittima difesa. Sul palco insieme al Presidente di UNAVI, sono salite due giovani donne, vittime di violenza che con coraggio hanno denunciato i loro aguzzini e che ora testimoniano la loro esperienza per dare forza e un esempio positivo a tutte quelle donne che non riescono a ribellarsi per paura di essere sole o di non essere capite. Nel momento della consegna del premio alla Radaelli, la stilista Nada Nuovo ha omaggiato l’associazione con un abito da sposa, simbolo di candore e purezza, mentre il pittore Sergio Brabillasca ha esposto il suo dipinto della mostra “Sui Passi della Violenza” realizzato proprio per l’Unione Nazionale Vittime.

Consegna del premio alla solidarietà a Paola Radaelli, Presidente di UNAVI

Tanti i volti noti e gli ospiti della kermesse che hanno dato, a vario titolo, un contributo alla “interculturalità” attraverso il linguaggio universale delle arti visive e della comunicazione, cui sono andati altri importanti riconoscimenti, come Denny Mendez, Miss Italia 1996, attrice e modella (award allo spettacolo), Laura Avalle, direttrice della rivista SI Salute e Innovazione (award alla carriera), Leonardo Angelo, giornalista e Fashion Director (award alla comunicazione), Francesca Aiello, produttrice Mediaset e Rai (tv e cinema), Anthony Peth, presentatore tv (rivelazione).

Da considerare come anche il bilancio, dopo due anni di pandemia e stop forzato, ha superato ogni aspettativa. I numeri, infatti, non lasciano spazio a dubbi: 68 sfilate, oltre 210 eventi da calendario ed una galassia di attività collaterali hanno invaso Milano di addetti ai lavori e turisti. La Camera della Moda di Milano nel suo Fashion Economic Trends parla, infatti, di una crescita di fatturato del comparto del +25% nel primo semestre del 2022, dato che riporta il settore ai livelli pre-Covid evidenziando anzi una performance tra le migliori dell’ultimo ventennio. Cresce anche l’export che fattura 31 miliardi nel primo semestre dell’anno con un +21,6% rispetto al 2021. Di conseguenza il brand della moda made in Italy diventa sempre più autorevole nel mondo, grazie anche alla sua capacità di legarsi ai messaggi sociali e iniziative interculturali che si uniscono nel nome del bello.

Di Rosy Abruzzo

Orbiting: il nuovo subdolo confine dello stalking

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Una persona interessata a noi, oppure l’ex che avete lasciato da poco, o che vi ha lasciato, oggi ha una nuova modalità di tenervi sotto controllo e monitorare la vostra vita e, grazie ai social, è la stessa vittima che mette a disposizione del suo persecutore tutti gli strumenti necessari per farlo. Si tratta di una modalità decisamente subdola, invasiva, strisciante perché, in un primo momento, difficile da individuare.

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La Commissione si attiva per bandire dal mercato dell’UE i prodotti ottenuti con il lavoro forzato

Nella giornata del 15 settembre la Commissione Europea ha proposto di vietare i prodotti ottenuti con il lavoro forzato sul mercato dell’UE.

Il lavoro forzato include tutte quelle situazioni in cui le persone sono costrette a lavorare attraverso l’uso di violenza o intimidazioni, o con mezzi più indiretti come il debito manipolato, il mantenimento di documenti di identità o le minacce di denuncia alle autorità di immigrazione.

Dunque la proposta della Commissione riguarda tutti i prodotti, siano essi prodotti fabbricati nell’UE destinati al consumo interno e alle esportazioni o beni importati, senza concentrarsi su società o industrie specifiche. Questo approccio globale è importante perché, secondo le stime, 27,6 milioni di persone sono vittime del lavoro forzato, in molte industrie e in tutti i continenti. La maggior parte del lavoro forzato avviene nel settore privato, mentre in alcuni casi è imputabile agli Stati. La proposta si basa su definizioni e norme concordate a livello internazionale e sottolinea l’importanza di una stretta cooperazione con i partner globali. A seguito di un’indagine, le autorità nazionali avranno la facoltà di ritirare dal mercato dell’UE i prodotti ottenuti con il lavoro forzato. Le autorità doganali dell’UE individueranno e bloccheranno alle frontiere dell’UE i prodotti ottenuti con il lavoro forzato.

Valdis Dombrovskis, Vicepresidente esecutivo e Commissario per il Commercio, ha dichiarato: “Questa proposta farà davvero la differenza nella lotta contro una schiavitù moderna che colpisce milioni di persone in tutto il mondo. Puntiamo a eliminare dal mercato dell’UE tutti i prodotti realizzati con il lavoro forzato, indipendentemente dal luogo di fabbricazione.”

Thierry Breton, Commissario per il Mercato interno, ha aggiunto: “Nell’attuale contesto geopolitico abbiamo bisogno di catene di approvvigionamento sicure e sostenibili. Non possiamo mantenere un modello di consumo di beni prodotti in modo non sostenibile. Il mercato unico è una risorsa formidabile per evitare che prodotti realizzati ricorrendo al lavoro forzato circolino nell’UE e uno strumento per promuovere una maggiore sostenibilità in tutto il mondo.”

Lo strumento relativo al lavoro forzato nella pratica

Le autorità nazionali degli Stati membri attueranno il divieto attraverso un approccio di applicazione solido e basato sul rischio. In una fase preliminare valuteranno i rischi di lavoro forzato sulla base di molteplici fonti di informazione, che  dovrebbero facilitare l’individuazione dei rischi. Tra le fonti di informazione possono rientrare i contributi della società civile, una banca dati dei rischi di lavoro forzato incentrata su specifici prodotti e aree geografiche e il dovere di diligenza esercitato dalle imprese.

Le autorità avvieranno indagini sui prodotti per i quali vi sono fondati sospetti che siano stati ottenuti con il lavoro forzato. Possono chiedere informazioni alle società ed effettuare controlli e ispezioni, anche in paesi al di fuori dell’UE. Se le autorità nazionali accerteranno la presenza di lavoro forzato, ordineranno il ritiro dei prodotti già immessi sul mercato e vieteranno l’immissione sul mercato dei prodotti interessati e la loro esportazione. Di conseguenza le società dovranno smaltire i prodotti e sostenere le spese conseguenti a tale operazione.

Se le autorità nazionali non sono in grado di raccogliere tutti gli elementi di prova necessari, ad esempio a causa della mancanza di collaborazione da parte di una società o dell’autorità di uno Stato terzo, possono prendere la decisione sulla base dei dati disponibili.

Durante l’intero processo le autorità competenti applicheranno i principi di valutazione basata sul rischio e di proporzionalità. Su tale base la proposta tiene conto in particolare della situazione delle piccole e medie imprese (PMI). Senza essere esentate, le PMI saranno agevolate dall’impostazione specifica della misura: le autorità competenti infatti, prima di avviare un’indagine formale, considereranno le dimensioni e le risorse degli operatori economici interessati e l’entità del rischio di lavoro forzato. Le PMI beneficeranno inoltre di strumenti di sostegno.

 

La Commissione elabora una strategia per promuovere il lavoro dignitoso in tutto il mondo 

La proposta fa seguito all’impegno dell’UE, la quale promuove il lavoro dignitoso in tutti i settori e ambiti strategici in linea con un approccio globale rivolto ai lavoratori nei mercati nazionali, nei paesi terzi e lungo le catene di approvvigionamento globali. Ciò comprende norme fondamentali del lavoro come l’eliminazione del lavoro forzato. La comunicazione sul lavoro dignitoso in tutto il mondo, presentata nel febbraio 2022, definisce le politiche interne ed esterne che l’UE mette in campo per realizzare l’obiettivo di un lavoro dignitoso in tutto il mondo.

ll lavoro dignitoso: l’UE come leader globale responsabile

L’UE ha già intrapreso azioni risolute per promuovere il lavoro dignitoso su scala mondiale, contribuendo al miglioramento della vita delle persone in tutto il mondo. Negli ultimi decenni il numero di minori vittime del lavoro minorile è diminuito significativamente a livello mondiale (passando da 245,5 milioni nel 2000 a 151,6 milioni nel 2016). Tuttavia il numero di minori costretti a lavorare è aumentato di oltre 8 milioni tra il 2016 e il 2020, invertendo la precedente tendenza positiva. Allo stesso tempo, la pandemia mondiale di COVID-19 e le trasformazioni nel mondo del lavoro, indotte anche dai progressi tecnologici, dalla crisi climatica, dai cambiamenti demografici e dalla globalizzazione, possono avere ripercussioni sulle norme del lavoro e sulla protezione dei lavoratori.

In tale contesto l’UE è determinata a portare avanti il suo attuale impegno e a consolidare ulteriormente il suo ruolo di leader responsabile nel mondo del lavoro, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione e sviluppandoli ulteriormente. I consumatori chiedono sempre più beni prodotti in modo sostenibile ed equo, che garantiscano un lavoro dignitoso a coloro che li producono.

L’UE rafforzerà le sue azioni basandosi sui quattro elementi del concetto universale del lavoro dignitoso sviluppato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e integrato negli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (ONU). Tali elementi sono: 1) la promozione dell’occupazione; 2) le norme e i diritti sul lavoro, tra cui l’eliminazione del lavoro forzato e del lavoro minorile; 3) la protezione sociale; 4) il dialogo sociale e il tripartitismo. La parità di genere e la non discriminazione sono questioni trasversali in questi obiettivi.

Prossime tappe

La proposta deve ora essere discussa e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea prima di poter entrare in vigore e si applicherà a decorrere da 24 mesi dalla sua entrata in vigore.

Di Anna Tulimieri

NextGenerationEU: la Commissione europea mobilita ulteriori 12 miliardi di € per la ripresa dell’Europa

Ieri la Commissione europea ha emesso 12 miliardi di € in un’operazione in due tranche nell’ambito del programma NextGenerationEU, strumento di ripresa temporanea di oltre 800 miliardi di euro di prezzi correnti per sostenere la ripresa dell’Europa dalla pandemia di coronavirus e contribuire a costruire un’Europa più verde, più digitale e più resiliente. Per finanziare NextGenerationEU, la Commissione – a nome dell’UE – sta raccogliendo dai mercati dei capitali fino a circa 800 miliardi di euro da qui alla fine del 2026.

L’operazione – la 12a sindacata nell’ambito di NextGenerationEU e la settima del 2022 – consiste di una nuova obbligazione a cinque anni da 7 miliardi di € con scadenza il 4 ottobre 2027 e di una nuova obbligazione a 30 anni da 5 miliardi di € con scadenza il 4 ottobre 2052.

Il tasso di percentuale più alto per l’ obbligazione a 5 anni lo possiede il Regno Unito (29%), a seguire la Francia con il 16% , invece per quella di 30 anni al primo posto si colloca la Germania (26,5%) e al secondo posto il Regno Unito (15,1%). Per quanto riguarda l’Italia ha un tasso di obbligazione a cinque anni del 10%, e a 30 anni dell’8,4%.

Nonostante il difficile contesto di mercato, la domanda degli investitori è rimasta forte, con offerte combinate per oltre 114 miliardi di €, vale a dire una sottoscrizione di oltre nove volte superiore all’offerta. È interessante notare che sia per l’obbligazione a 5 anni che quella di 30 anni a offrire di più ci sono stati i gestori di fondi (37,4%-40,9%) e i tessili bancari (25,9%-21,4%).

Johannes Hahn, Commissario europeo per il Bilancio e l’amministrazione, ha dichiarato: “Il programma NextGenerationEU della Commissione continua a offrire vantaggi agli Stati membri dell’UE e ai suoi beneficiari. I fondi raccolti continueranno a sostenere la ripresa dell’Europa dopo la pandemia e le tanto necessarie trasformazioni verde e digitale.”

Con l’operazione di ieri, la Commissione ha emesso un totale di 73,75 miliardi di € in finanziamenti a lungo termine nell’ambito di NextGenerationEU nel 2022 e di 144,75 miliardi di € dall’avvio del programma nel giugno 2021. Di questo totale, 23,75 miliardi di € sono stati emessi dal luglio 2022, in linea con il piano di finanziamento elaborato dalla Commissione per il periodo luglio-dicembre 2022, presentato alla fine di giugno 2022.

Grazie ai fondi raccolti, la Commissione ha finora erogato oltre 110 miliardi di € a titolo del dispositivo per la ripresa e la resilienza e oltre 15 miliardi di € per altri programmi dell’Unione che beneficiano di finanziamenti nell’ambito di NextGenerationEU.

Parallelamente a NextGenerationEU, la Commissione gestisce diversi programmi di finanziamento consecutivi per finanziare le esigenze specifiche degli Stati membri dell’UE e dei paesi terzi. Ciò include il programma di assistenza macrofinanziaria, nell’ambito del quale la Commissione ha fornito un sostegno di 2,2 miliardi di euro all‘Ucraina dall’inizio dell’anno e ha proposto un ulteriore sostegno di 5 miliardi di euro, la seconda tranche di un pacchetto fino a 9 miliardi di euro.

 

Di Anna Tulimieri

 

L’armistizio che diede il via ad un’altra guerra

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L’immagine che meglio rende l’idea di che cosa ha rappresentato e come sia stato vissuto l’otto settembre del 1943 è senza dubbio la scena del celeberrimo film di Luigi Comencini, Tutti a Casa. Il sottotenente interpretato da Alberto Sordi che, con il suo manipolo di soldati, si trova sotto il fuoco dei tedeschi, comunica al suo comando una notizia incredibile: “I tedeschi si sono alleati con gli americani.” Che cosa altro avrebbe dovuto pensare lui come tutti gli altri italiani, che come lui, non erano informati di ciò che stava accadendo e non sapevano che cosa fare?

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Gianni Dell'Aiuto
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