GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Esiste un nuovo ordine mondiale

I conflitti sono sempre stati originati e condotti per ottenere risultati volti a soddisfare il conseguimento degli intendimenti strategici che le nazioni considerano essenziali per i loro obiettivi di politica nazionale.

Queste ragioni sono state, poi, immancabilmente ammantate da un pesante velo di propaganda (questo è il suo vero nome!) che le ha trasformate nell’eterna lotta tra il bene e il male dove ognuno dei contendenti è convinto che la sua fazione sia nel giusto e che la divina indulgenza ne sostenga e ne nobiliti le azioni. E l’attuale conflitto ucraino non scappa a questa regola!

Pur condannando il ricorso alla forza a prescindere, se consideriamo in modo asettico e senza condizionamenti di parte la situazione, possiamo vedere che la posta in gioco in Ucraina non è rappresentata dalla sopravvivenza della democrazia o dall’esistenza del mondo libero minacciato da una apocalisse biblica di matrice autoritaria.

Quello che è realmente in bilico è, in primis, la credibilità degli Stati Uniti nel poter gestire la sfida che rappresenta l’ascesa della Cina, quale potenza planetaria, senza il fastidio di un deuteragonista del palcoscenico mondiale (la Russia di Putin), che costringe la geopolitica americana a rimanere invischiata nell’angusto ambito euroasiatico. In stretta connessione a tale fattore è in discussione, anche, l’affidabilità degli Stati Uniti nel sostenere, militarmente ed economicamente, i propri alleati (dopo averli introdotti nella gabbia del leone!!!!!!).

Ovviamente la propaganda presenta gli USA come guida illuminata di un Occidente paladino di una visione liberale del mondo, culla e rifugio della democrazia, che lotta contro il Signore del Male di turno che, improvvisamente e senza motivo, ha attaccato il cuore pulsante dell’Europa (con tutto il rispetto per l’Ucraina, ma sino a poco tempo fa era una vaga entità ai confini del mondo sconosciuta ai più).

Dall’altra parte abbiamo, invece, una Russia che nell’ambito della sua continuità storica pretende un ruolo di potenza globale, che non accetta di essere un deuteragonista della scena mondiale e che ha radicato nel suo DNA geopolitico la sindrome dell’accerchiamento.

Questo ha come conseguenza diretta che, oltre ad essersi ripresa la Crimea (che significa l’accesso a un mare caldo e ai siti nucleari), la Russia abbia dato inizio a una seconda fase di questo conflitto per eliminare o ridurre il problema di avere alla soglia di casa un soggetto politico, considerato (non del tutto a torto, bisogna riconoscerlo) uno strumento di pressione occidentale, pericoloso perché in grado sia di condizionare le sue arterie di trasporto energetico, sia di esportare idee e tendenze poco gradite e considerate destabilizzanti per la propria stabilità interna.

Di contro, la propaganda russa presenta questo conflitto come la ineluttabile necessità di difendere la Grande Madre Patria da un nuovo attacco da parte del perverso liberalismo occidentale, che vuole privare la Russia del suo ruolo e che intende governare il mondo con le sue idee retrò di democrazia e diritti individuali.

Allargando la visione, ci troviamo di fronte, però, a un conflitto che si sviluppa su due livelli differenti: nello scenario tattico si affrontano Russi e Ucraini; nello scenario geopolitico, invece, i protagonisti sono molti di più e ciascuno ha un proprio ruolo e, ovviamente, persegue ben precisi obiettivi.

Oltre agli USA, all’Unione Europea e alla Russia, infatti, l’evoluzione della crisi ucraina interessa alla Cina in maniera diretta, mentre indirettamente ne sono coinvolti il Medio Oriente, l’India e l’Oriente Asiatico.

Se ci svincoliamo dalla visione locale eurocentrica e ci proiettiamo in un ambiente geopolitico globale, possiamo vedere che questa crisi assume significati differenti da quelli propagandistici del Davide difensore della democrazia contro il Golia neo-zarista e che la situazione stimola problematiche fondamentali per il nostro futuro, che non sono conseguenza diretta del conflitto, ma che, invece sono state ricondotte a essa come giustificazione di una impasse politica almeno ventennale dell’Occidente

Il primo aspetto da considerare è quello, composito e complesso, dello sviluppo del sistema globale delle relazioni internazionali.

Dopo l’utopia presuntuosa che la fine della Guerra Fredda avesse per sempre affermato a livello globale quei principi di democrazia e di rispetto dei diritti che sono propri del nostro patrimonio culturale di Occidentali, la crisi ucraina ha dato corpo a una realtà completamente differente che, sebbene antecedente alla crisi stessa, abbiamo sino ad ora volutamente ignorato come se non esistesse. Quello in cui viviamo, invece, è un mondo multipolare dove, giocoforza, coesistono differenti visioni e differenti interpretazioni dei concetti fondamentali di democrazia, di diritti individuali e di libertà. Ciò che non ci è chiaro è che, pur non dovendo abiurare alla nostra impostazione di società basata sulla condivisione di determinati principi, l’Occidente si trova ad affrontare un nodo gordiano: l’imposizione della nostra visione morale collide con la ricerca di una stabilità di un ordine geopolitico mondiale che non si identifica nella visione da noi proposta.

Se consideriamo che l’appello a condannare l’invasione russa e a schierarsi con l’Ucraina, concorrendo nel mettere in atto risposte precise come le sanzioni, è stato accolto con favore solo da una parte del consesso mondiale, mentre in molti dei Paesi politicamente più importanti è prevalso un atteggiamento tiepido e molto distaccato, ci possiamo rendere conto della differenza culturale che esiste tra le posizioni assunte dalla Cina, dall’India, dai Paesi del Medio Oriente e dell’Africa.

Il secondo aspetto, anch’esso cruciale per il nostro futuro, è quello della crisi energetica che ha iniziato ad abbattersi sull’economia e a incidere sulla qualità della nostra vita. Anche qui non è la crisi ucraina che è responsabile di questo problema. La vera crisi ha origini molto più profonde e lontane nel tempo (il picco massimo di sfruttamento nel settore delle fonti fossili si è verificato nel 2010!), gli avvenimenti attuali sono solo un paravento dietro al quale abbiamo cercato di nasconderci cercando di negare la gravità della situazione.

Senza dimenticare che la crisi non riguarda solo la disponibilità delle fonti di energia fossile ma soprattutto la disponibilità delle risorse di materie prime fondamentali per lo sviluppo di alternative energetiche (quasi inesistenti nel nostro continente). Il possesso, il diritto allo sfruttamento e la disponibilità delle risorse tecnologiche per poterlo realizzare sono il terreno di scontro concettuale e pratico sul quale l’Occidente si troverà a combattere per poter sopravvivere. Per tutti un esempio: la tecnologia dei pannelli fotovoltaici di cui l’Occidente è inventore e fiero promotore, quale fonte energetica alternativa, è prodotta in Cina mediante impianti a carbone, utilizza materie prime africane e ritorna in Europa con vettori su ruota a combustibile fossile.

Il terzo aspetto discende direttamente dal precedente. Energia significa economia.

Senza energia il nostro sistema economico è messo alle corde e produce incertezza e disaccordo che minano la credibilità e l’affidabilità del sistema di mercato libero che l’Occidente sostiene.

Inoltre, il sistema economico ha ricercato la via più breve e meno onerosa per svilupparsi. Tutta la nostra produzione sensibile, e non, è stata delocalizzata dove era più vantaggioso economicamente, senza la ben che minima attenzione ai rischi geopolitici che avrebbero potuto metterci in crisi. La tecnologia che l’Occidente sviluppa è prodotta all’estero per convenienza, ma ci espone a qualsiasi sconvolgimento del sistema con risultati catastrofici (un esempio è lo scompiglio che è stato causato dalla pandemia che ha modificato o interrotto i nostri flussi logistico commerciali!).

La stabilità dei mercati si basa sulla stabilità di un ordine geopolitico. La ricerca di questo ordine e il suo mantenimento è un imperativo che deve passare per l’accettazione del compromesso strategico e non per l’intransigenza di una politica morale. I concetti cardine della nostra società devono essere sostenuti e devono essere offerti come alternativa di valore assoluto, ma non possono essere imposti quale conditio sine qua non.

L’ultimo aspetto è quello che ci riguarda più da vicino: il futuro dell’Unione Europea.

La UE rappresenta una enorme potenza di carattere economico-finanziario perché è nata ed è stata sviluppata in quel senso, ma non esiste a livello politico semplicemente perché non ha la struttura per poterlo fare (nonostante la Presidente della Commissione Europea si sia arrogata un ruolo da Primo Ministro UE!).

Eppure, continuiamo a pretendere di avere un peso geopolitico sulla scena internazionale.

Se non fosse stato per la decisa spinta che gli USA hanno dato agli avvenimenti, la UE sarebbe ancora a discutere su cosa fare e non si sarebbe sognata di imporre sanzioni economiche al suo migliore cliente!

Infatti, l’UE non è un monolite compatto e coeso, ma un insieme di fazioni, gruppi e sottogruppi di Paesi che cercano di trarre il massimo vantaggio per sostenere la loro visione nazionale, che viene tenuto insieme per interessi prevalentemente economici, ma che non condivide gli stessi valori e gli stessi principi. L’allargamento incondizionato basato esclusivamente sul rispetto di parametri finanziario-economici, che è servito per allargare ed espandere l’Unione, ha snaturato quello che era il concetto alla base del progetto: la condivisone di valori e di una cultura comune, oltre che l’interesse a far parte di un mercato comune dispensatore di benefici e prodigo di aiuti.

Senza voler fare torto a nessuno, le differenze di valori e di cultura già adesso danno luogo a dissimili interpretazioni di quello che dovrebbe essere il sentire comune dell’Unione e un progressivo allargamento verso Est non farebbe che acuire questo allontanamento da una matrice culturale che rischia di perdere il suo riferimento all’interno del sistema comunitario.

Se invece, questo è il futuro di questa organizzazione allora, forse, dovremmo chiamarla Unione Euroasiatica.

In conclusione, la crisi ucraina ha aperto il classico vaso di Pandora mettendo in evidenza una serie di tematiche geopolitiche e di scelte geostrategiche che l’Occidente si era illuso di non dover affrontare, cullandosi nella colpevole utopia del dopo guerra fredda.

Obtorto collo l’Occidente è stato messo di fronte alla realtà: il mondo non è democratico, liberale, progressista, buonista ed ecologista come noi ce lo siamo immaginato; è diverso e, soprattutto, non ci riconosce alcun primato morale o culturale.

L’Occidente deve essere comunque fiero e orgoglioso dei propri valori e della sua visione della civiltà e deve continuare a proporre il suo modello perché lo ritiene valido e senza dubbio basato su concetti universalmente condivisibili.

Tuttavia, per poter proporre i suoi valori, questi devono risultare essere i migliori, cioè quelli in grado di assicurare il pieno rispetto dei diritti, ma anche l’assunzione dei doveri; il sostegno delle libertà dell’individuo, ma anche il suo rispetto della comunità; la democrazia intesa come espressione completa della gestione della società, dove vi sia il rispetto della volontà popolare che si può sviluppare, solamente, attraverso l’espressione della maturità civile dei cittadini stessi.

La posizione della Cina nella crisi ucraina

EST EUROPA/EUROPA/Europe di

Lo sviluppo della crisi in Ucraina rappresenta un importante banco di prova per il corso della politica cinese in virtù dei condizionamenti futuri, che potranno incidere sia sulle decisioni strategiche sia sulle linee di azione che il Paese dovrà prendere nel condurre la propria politica estera.

A premessa di quanto verrà detto, è necessario sottolineare che la Cina è estremamente rigida nel sostenere la sua visione geopolitica strategica e vuole evitare che una qualsiasi restrizione, od opposizione da parte degli Stati Uniti, possa limitare o vanificare il conseguimento degli obiettivi che si è posta.

La situazione che si è venuta a creare con la crisi ucraina la pone, adesso, di fronte alla necessità di affrontare tre differenti sfide che possono incidere sul conseguimento del suo programma geopolitico.

Innanzitutto, il mantenimento di una reale partnership con la Russia.

Quindi, la necessità di sostenere la sua radicata posizione diplomatica di non interferenza e di rispetto dell’integrità territoriale.

Infine, il problema di come ridurre i danni collaterali che le sanzioni economiche adottate da USA ed EU nei confronti della Russia possono causare al sistema economico cinese.

La possibilità che questi tre obiettivi siano conseguiti simultaneamente, e con successo, appare quantomeno dubbia, in quanto ognuna delle tre linee d’azione espone la Cina a una serie di problematiche la cui soluzione incide sulle altre.

Nel primo caso la condivisione di una comune visione geopolitica con la Russia, espressa da una serie di intese in diversi campi e di accordi di collaborazione di vario tipo, suggellata durante le recenti Olimpiadi di Pechino con una dichiarazione congiunta nella quale la politica USA è identificata come l’elemento destabilizzatore del sistema mondiale e che, quindi, raffigura l’avversario che Cina e Russia devono fronteggiare uniti, rappresenta sì una forma di partnership economico politica, ma non può essere intesa come un’alleanza.

Di qui deriva la posizione assunta da Pechino che non ha espressamente condannato Mosca per le azioni intraprese in Ucraina. Tuttavia, le dichiarazioni cinesi hanno assunto una certa ambiguità – confermata dalla sua astensione nel recente voto espresso dal Consiglio di Sicurezza ONU – se pur velata, non definendo un’invasione quanto attuato dalla Russia ai danni dell’Ucraina.

In tale modo la Cina ha inteso sottolineare le legittime preoccupazioni russe per la propria sicurezza, ma, allo stesso tempo, ha reiterato la visione cinese per il pieno rispetto del concetto di mantenimento della sovranità e dell’integrità territoriale.

Questo atteggiamento, oltre a offrire un supporto di carattere politico alla Russia, avvalorandone in qualche modo le presunte motivazioni poste alla base delle sue recenti attività, tende, soprattutto, a sottolineare due elementi cardine della linea di condotta cinese.

In primis, nel considerare valide le preoccupazioni per la sicurezza espresse dalla Russia, la Cina vuole ribadire il concetto che la sicurezza dei propri confini e dei propri interessi è un elemento che ritiene essere di sua esclusiva pertinenza, che prescinde da qualsiasi condizionamento esterno. Questo significa che in un’eventuale situazione simile, in cui gli interessi territoriali e di sicurezza della Cina fossero considerati in pericolo, le autorità di Pechino non accetterebbero nessuna ingerenza da parte di organismi o elementi internazionali.

Successivamente, invece, la velata ma decisa presa di distanza dalla posizione di Mosca sul mantenimento della sovranità e dell’integrità territoriale, denota l’intenzione di mantenere intatta la libertà di manovra cinese, non compromettendo la sua autonomia qualora in un futuro prossimo fosse necessario affrontare problematiche simili, concernenti la gestione dei territori cinesi con aspirazioni autonomistiche.

Per quanto concerne, invece, la posizione di non interferenza e di rispetto dell’integrità territoriale che ha caratterizzato l’indirizzo diplomatico nel contesto politico internazionale della Cina, si pone la stessa dicotomia di atteggiamento. Un supporto deciso nei confronti della Russia che vada oltre dichiarazioni diplomatiche più o meno forti, costringerebbe la Cina a effettuare una scelta di campo, non voluta né ricercata, che limiterebbe sia la sua autonomia geopolitica sia la sua libertà di movimento in altri scacchieri dove la Russia può essere considerata più un avversario che un alleato.

Similmente, un appoggio aperto alle pretese territoriali russe sulla Crimea o sul Donbass o, addirittura, su porzioni più ampie dell’Ucraina costituirebbe un elemento le cui conseguenze potrebbero essere pericolose per l’integrità della Cina stessa, come precedentemente affermato.

Consideriamo adesso la terza linea d’azione, cioè quella che riguarda il supporto economico che la Cina può offrire alla Russia per mitigare o vanificare il pacchetto delle sanzioni economiche che l’Occidente ha configurato come risposta all’attacco in Ucraina.

Innanzitutto, va sottolineato che la Cina si è sempre dimostrata contraria al concetto di applicazione delle sanzioni economiche come mezzo di pressione diplomatica e che, quindi, nei confronti del partner russo esiste una premessa di carattere concettuale che può favorire un ruolo attivo e importante in tale frangente.

Inoltre, deve essere considerato che, nei recenti contatti sino-russi, diverse sono state le iniziative di carattere commerciale che sono state concluse dai due Paesi al fine di rinforzare l’idea di una partnership a 360° che supporta e solidifica una visione geopolitica comune nei confronti dell’Occidente.

Di conseguenza, la Cina potrebbe costituire un elemento di fondamentale importanza per l’economia russa (non solo nel comparto energetico, ma anche, nei settori alimentare e degli scambi di altri beni) che sicuramente è stato analizzato da Mosca nella fase di pianificazione che ha dato il via alle operazioni cinetiche in Ucraina.

Tuttavia, nel fornire supporto alla Russia in tale settore, la Cina deve considerare con molta attenzione un fattore critico importante: la sua bilancia commerciale è fortemente condizionata dagli scambi sia con gli USA sia con l’Europa. Un eccessivo allineamento con Mosca avrebbe come conseguenza un inasprimento delle tensioni che già esistono e rendono difficile il rapporto commerciale economico con i partner occidentali. Questo, anche nel breve termine, potrebbe costituire un danno di elevate proporzioni per la sua economia.

Per concludere, le conseguenze generate dagli sviluppi di questa fase della crisi ucraina, come abbastanza facilmente ipotizzabile, non sono circoscritte al solo scacchiere europeo ma investono direttamente anche gli altri protagonisti del sistema geopolitico mondiale e la Cina non fa eccezione.

Il rafforzamento dei rapporti con la Russia in chiave prioritariamente antioccidentale, il contrasto delle democrazie occidentali sul piano dei diritti umani, e la contestuale necessità di mantenere con esse crescenti legami economici, e il sostegno dei principi di non interferenza e della intangibilità dei confini nazionali sono gli elementi che riassumono le linee guida della visione geopolitica cinese.

Nonostante l’abilità diplomatica cinese e la sua ambiguità nell’assumere posizioni chiare mantenendo sempre aperte delle possibili vie di uscita da situazioni complesse, appare molto improbabile che in questa fase la Cina riesca a perseguire con successo le sue linee d’azione.

Siamo ancora nelle fasi inziali di questa crisi, ma le conseguenze che da essa deriveranno, non solo in Europa ma nel resto del mondo, fanno pensare che la Cina non possa più a lungo permanere in un limbo diplomatico senza mettere in pericolo il conseguimento della sua visione geopolitica.

 

L’Occidente è vittima di se stesso

EST EUROPA/Europe di

 

L’evoluzione della crisi ucraina, iniziata nel 2014, sta procedendo a seguito del recente riconoscimento da parte di Mosca delle Repubbliche separatiste del Donbass, Donetsk e Lugansk, con l’attuazione di una operazione militare condotta da forze russe che, originariamente iniziata con lo scopo di sostenere i separatisti filorussi di queste due aree, si è evoluta portando le truppe russe nei sobborghi della capitale dell’Ucraina.

Questo sviluppo della crisi non può essere considerato come un avvenimento a sé stante, ma deve essere inserito, quale passo intermedio, nel contesto generale del perseguimento di una visione strategica, sviluppata dalla Russia alla fine degli anni Novanta, volta a riottenere il ruolo e il riconoscimento di grande potenza.

Il fine strategico di Mosca non appare, quindi, quello preconizzato e sostenuto dai media occidentali di invadere l’Ucraina e annettersi il paese, quasi si trattasse di una partita a Risiko, con obiettivo dichiarato di ricostituire la Russia degli Zar.

La decisione russa di puntare su Kiev è motivata, presumibilmente, dalla necessità di provocare uno scossone politico capace di screditare la dirigenza ucraina, provocando un possibile cambio di regime, delegittimando il presidente in carica al fine di creare le premesse per un governo più filorusso.

Che questo possibile scenario possa concretizzarsi resta da dimostrare e al momento appare quantomeno, improbabile che tale disegno strategico possa essere coronato da successo.

Ciò che è importante realizzare, invece, è il reale obiettivo che ha spinto la Russia a intraprendere questa operazione militare.

Il fine di Mosca è quello di impegnare l’Occidente, vincolandolo a impiegare le sue risorse e le sue energie nell’ambito di uno scacchiere di secondaria importanza geopolitica, impedendo che USA ed Europa, uniti, possano ricoprire il ruolo del terzo protagonista nella gestione del nuovo scenario internazionale, costituito dagli scacchieri africano e indo – pacifico uniti dalla cerniera del Medio Oriente, che vede Cina e Russia protagonisti a tutto campo in una competizione velata di un falso fair play.

L’attrito tra la Russia e l’Ucraina, creato ad arte da un regime, quello ucraino (che vale la pena di ricordare di democratico ha molto poco, ma che ha saputo usare argomenti come democrazia, libertà individuali e diritti universali tanto cari al campo progressista occidentale), per cercare di ottenere il massimo appoggiandosi al miglior offerente, è stato usato da Mosca per coinvolgere USA ed Europa in uno scenario ideale per mettere sotto pressione sia la tenuta dei rapporti tra i partner occidentali, sia per consolidare il riconoscimento di un nuovo ruolo da protagonista sul piano internazionale, che il nazionalismo russo reclama e insegue.

L’ironia della situazione è rappresentata dal fatto che nel perseguire questo obiettivo la Russia non ha fatto altro che utilizzare gli strumenti diplomatici che l’Occidente ritiene essere una sua prerogativa e sui quali si basa come cardine della sua politica estera, facendoli propri e rigirandoli contro di noi.

Se per un attimo alziamo lo sguardo e ci asteniamo da valutazioni superficiali e utopistico progressiste sul presunto riconoscimento universale dei nostri valori culturali, possiamo vedere quali siano le modalità usate da Mosca nella creazione e nella gestione dell’attuale crisi.

Il concetto fondamentale sostenuto dalla Russia è stato quello che l’ipotesi dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO metta in discussione le garanzie di sicurezza dei propri confini, aumentando la sensazione di minaccia provocata dall’ulteriore presenza di un paese confinante a lei ostile.

Tale visione riprende, esattamente invertendolo, il concetto strategico sviluppato dalla NATO stessa, che sulla base della ricerca della sua sicurezza, tende, sostanzialmente a privilegiare, ancora, il suo fianco Est, in un ridicolo revival della guerra fredda, stimolato sia dalla paura dell’Orso (e dalla necessità di investimenti per le proprie economie traballanti) proprio dei membri dell’area baltico – orientale, sia dalla particolare ritrosia che i membri nordeuropei hanno nel considerare, per l’Alleanza, scenari lontani dal cortile di casa loro, fattori che vengono ampiamente sfruttati per vincolare le scelte strategiche della NATO.

Inevitabilmente, per il fianco Est della NATO la Russia rimane il nemico da cui proteggersi e da contrastare!

Questo insieme di fattori è stato abilmente sfruttato dalla Russia con la richiesta inviata agli USA di bloccare l’ipotesi dell’accesso della Ucraina nella NATO e di procedere a una smilitarizzazione dei Paesi ex URSS entrati nella NATO, ben sapendo che sarebbe stata rigettata, come offensiva, sulla base dell’applicazione del solito concetto della libera e democratica adesione a un’organizzazione blasonata e indispensabile come la NATO.

Il mancato riconoscimento, da parte occidentale, della necessità russa di ottenere sufficienti garanzie sulla sicurezza dei propri confini, ha suscitato la provocazione di Mosca, che ha provveduto a schierare un robusto (ma non certo idoneo a una invasione in piena regola) dispositivo militare ai confini dell’Ucraina e in Bielorussia (che, per inciso, è stata costretta obtorto collo a partecipare mediante una serie di ricatti economici, neanche tanto velati, che però non hanno scatenato alcun tipo di reazione scandalizzata in Occidente!) per dimostrare la propria volontà di influenzare la politica ucraina verso una posizione meno antirussa, agitando contemporaneamente lo spauracchio di una guerra che avrebbe coinvolto un’Europa disunita e poco vogliosa di impegnarsi, se non a parole.

La reazione da parte occidentale, che si è sviluppata secondo un copione prevedibile e abbastanza scontato, ha consentito alla Russia di trovare delle ulteriori giustificazioni nel sostenere la sua posizione.

Dichiarazioni roboanti, ma prive di sostanza, da parte del Segretario generale della NATO, che hanno evidenziato la mancanza di coordinamento effettivo tra i membri della NATO.

Alzata di scudi delle Repubbliche Baltiche e della Polonia alla perenne ricerca di una vendetta contro l’arcinemico storico russo.

Pletora di iniziative diplomatiche, senza collegamento e prive di coordinamento, dove l’infantile ego nazionalista di Francia e Germania ha ritenuto come indispensabile il loro coinvolgimento quali mediatori di una supposta querelle tra Russia e USA, con processione di attori minori e deuteragonisti senza spessore alla corte di Putin nell’illusione di ottenere un qualsiasi riconoscimento di un possibile ruolo nelle trattative diplomatiche in corso.

Invio di sparuti contingenti militari nazionali (della decantata NRF, Nato Response Force, neppure l’ombra!), di armamenti e di materiali tecnici in Ucraina e Paesi limitrofi per rafforzare la credibilità di una volontà mancante di impegnarsi a contrastare con la forza una eventuale invasione.

Il tutto sostenuto da una campagna mediatica occidentale che preconizzava situazioni catastrofiche, con sedicenti esperti che stabilivano addirittura il giorno dell’invasione, i cui toni apocalittici hanno sfiorato il ridicolo, a completo vantaggio dell’azione russa.

Nel contesto generale la diplomazia di Mosca ha conseguito altri due risultati di spicco.

Il primo, la dichiarazione congiunta con la Cina che attribuisce agli USA il ruolo di nuovo Impero del Male.

Il secondo è stato quello di insinuarsi ulteriormente nelle crepe del blocco dei Paesi dell’Unione, aumentando il sospetto reciproco, proponendo e stringendo accordi commerciali con alcuni di loro, per forniture energetiche, facendo leva sulle necessità di esigenze nazionali specifiche.

Allo stato attuale delle cose, gli sviluppi e la gestione della crisi ucraina fanno sì che Mosca possa considerare il bilancio assolutamente positivo per i suoi fini strategici.

A questo punto è necessario esaminare quale sia, invece, il bilancio che noi, USA ed Europa, possiamo trarre sulla base dei risultati sino a ora conseguiti.

Dall’analisi dei risultati ottenuti, i seguenti fattori appaiono evidenti nella loro sconcertante realtà.

Il primo: gli Stati Uniti non hanno ancora riconfigurato la loro politica con una visione globale degna di una grande potenza e sono alla disperata ricerca di una leadership interna che non sia accecata da una impostazione Politically Correct progressista, universalista e sognatrice priva di qualsiasi strategia in grado di essere vincente.

Il secondo fattore riguarda la NATO, che ormai non è più quell’organismo costruito per produrre una politica di difesa e di deterrenza, ma sembra sempre più una specie di club al quale si deve appartenere per ricevere sicurezza e aiuti ma senza impegnarsi più di tanto, delegando il peso sul membro più grande e più facoltoso, ma discutendone ogni sua azione e astenendosi dal partecipare attivamente accampando prioritari interessi nazionali.

Forse la NATO sarebbe dovuta rimanere quella che era alla fine della guerra fredda limitandosi nella smania di ammettere nuovi membri al club, che ne hanno snaturato caratteristiche e processi procedurali.

Il terzo fattore riguarda inevitabilmente l’Unione Europea, che ancora una volta ha dimostrato il totale fallimento del suo principio costitutivo, rivelandosi non più di una unione economica (e parzialmente monetaria), aperta a tutti senza nessuna considerazione di ruoli ed efficacia, priva di una qualsiasi struttura politica in grado di prendere decisioni, senza una parvenza di strategia di politica estera, incapace di poter esprimere un ruolo politico nell’ambito di uno scenario internazionale complesso, difficile e multiforme come quello attuale.

L’Unione Europea è come un meccanismo perfetto i cui ingranaggi hanno perso la consapevolezza di appartenere a un organismo unico e lavorano in proprio, dove l’intraprendenza di Francia e Germania, e la loro convinzione di essere legittimati a proiettare un’immagine nazionale al di fuori del contesto europeo, vanificano il conseguimento di un qualsiasi fronte comune nelle scelte del sistema, relegando le imponenti Istituzioni Europee a ruolo di comparse senza valore in campo internazionale, come si sono rivelati la Commissione Europea o il Rappresentante delle Politiche di Sicurezza e Difesa (è naturale che poi la Commissione si impegni nel redigere il vademecum per definire la formula politically correct per gli auguri di Natale!!!!!!)

L’Europa dell’Unione è costituita da Paesi prigionieri delle loro stesse conquiste nel campo dei diritti e delle istituzioni libere e democratiche da loro create nella loro storia.

La presunzione che i nostri valori siano universali e che le nostre istituzioni siano le migliori ci porta a non considerare gli altri sistemi per quello che sono, impedendoci di affrontare le sfide geopolitiche che un mondo uscito cambiato dalla fine del secondo millennio ci propone e ci chiama a sostenere.

L’errore che Europa e NATO stanno commettendo adesso è quello di ripercorre una strada già percorsa, che è arrivata al suo capolinea.

La riproposizione di una nuova guerra fredda, dove abbiamo riprodotto un nemico chiaro e identificabile in una Russia, erede di una entità politica morta e sepolta, che noi vogliamo a tutti costi resuscitare, è sicuramente piacevole e ci offre una comfort zone sicura, conosciuta e rassicurante dalla quale non vogliamo uscire perché non siamo in grado di accettare il confronto con un altro ben agguerrito e pericoloso avversario del quale stentiamo a comprenderne sia la filosofia, sia la storia sia i caratteri e i valori che definiscono la struttura della sua società, ma che accettiamo come partner commerciale perché finanzia tutto.

L’attuale esperienza della crisi ucraina dovrebbe essere usata per dare l’avvio a un momento particolare di riflessione da parte dell’Occidente, che dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi per rivedere se i valori che ne hanno definito la sua storia siano realmente quelli che la nostra società realmente mette in atto.

La riflessione deve accertare se questi valori sono ancora i cardini della nostra società occidentale; se sono ancora attuali e validi, allora, se vogliano sostenerli e proporli, dobbiamo cambiare completamente il nostro approccio alle dinamiche internazionali, adottando una visione geopolitica unitaria e condivisa, che faccia a meno di individualismi da prime donne, e che veda l’impegno di tutti i Paesi senza che nessuno si nasconda, godendo dei frutti coltivati agli altri.

Se questa riflessione non sarà fatta allora il nostro mondo sarà sempre più marginale e il nostro sistema di valori perderà quell’appeal che ne ha condizionato la storia.

Mentre da noi si discuterà se il Principe Azzurro può baciare la Bella Addormentata senza essere considerato un sessista, nel resto del mondo si scriveranno le regole per un nuovo ordine mondiale che ci verranno imposte da seguire.

Sovranità nell’Artico: perché è importante e le sfide per il Canada

Difesa di

Il Canada è posto oggi davanti a una sfida inedita: far convivere il quadro delle minacce e della competizione globale con la multidimensionalità del principio di sovranità artica, che include elementi come la protezione ambientale e lo sviluppo socio-economico del Nord, i diritti, la sicurezza e la partecipazione dei popoli artici alla gestione delle relazioni internazionali, anche con il “vicino” Stati Uniti e con l’altro gigante geografico artico, la Russia.

Laura Borzi, analista del Centro Studi Italia-Canada ed esperta di Artico e politica estera canadese si addentra in un articolo pubblicato sul sito web ufficiale del Centro Studi, nella complessità del significato di sovranità nel contesto dell’Artico canadese.

Rimasta al di sotto del radar della geopolitica per tutto l’ultimo decennio del secolo scorso, la regione artica è tornata oggetto di attenzione generale a partire dagli anni 2006-2007 a causa dell’accelerazione del riscaldamento climatico.

Attraverso il grimaldello della ricerca scientifica, della protezione ambientale e dello sviluppo sostenibile, molti attori, statali e non, hanno cercato di ottenere quella sorta di passaporto diplomatico rappresentato dallo status di membro osservatore del Consiglio Artico, il forum intergovernativo che dal 1996 costituisce il pilastro della governance al Nord.

Non è tanto (o soltanto) l’attrattiva degli idrocarburi a sensibilizzare gli interessi economici – che peraltro restano incentrati su attività industriali già avviate, come l’estrazione mineraria, la pesca e il turismo.

Al momento il nuovo protagonismo della regione è piuttosto di carattere politico- militare: la possibilità che le tensioni globali, in particolare la degradazione ininterrotta dei rapporti tra NATO e Russia e la competizione sino-americana si traducano in pericoli di conflittualità in Artico.

Il ritorno della politica di potenza a livello sistemico, connesso allo scioglimento dei ghiacci che si traduce in un’apertura di spazi precedentemente inaccessibili, ha avuto significativi effetti sulla percezione della sicurezza per gli Stati rivieraschi.

Questa circostanza assume una particolare valenza per i due giganti geografici, Russia e Canada la cui enorme dimensione territoriale artica (50% e 25% del Nord) influisce fortemente sulle rispettive culture e identità politiche.

In questo ambito vogliamo prestare attenzione alle dinamiche che il cambiamento climatico ha innescato sulla percezione di sicurezza di Russia e Canada occupandoci prevalentemente della dimensione della sovranità che, al Nord del pianeta, costituisce comunque per motivazioni geografiche una questione più complessa che altrove.

La sovranità di uno Stato, che in termini basilari significa che questi non riconosce un’autorità superiore sopra di sé, ai sensi del diritto internazionale si articola su 3 componenti:

  • un territorio,
  • una popolazione residente su questo territorio,
  • un sistema di governo.

Naturalmente l’importanza degli Stati nel difendere la loro sovranità nazionale ha a che fare con la sicurezza. Gli Stati difendono la loro sovranità prima di tutto per salvaguardare i loro interessi e i loro valori.

Se in passato, nel periodo che va dall’era moderna a pochi decenni fa, nel mondo delle frontiere uscito dalla pace di Wetsphalia, questa protezione avveniva essenzialmente tramite lo strumento militare, allo scopo di difendere il territorio dalle invasioni di altri Stati oppure contrastare rivolte interne, oggi la sicurezza (security e safety) deve essere considerata anche nell’aspetto della Human Security ad esempio a protezione del benessere della popolazione o la preservazione dell’ambiente.

Una questione alla quale anche la Russia sembra cominciare a prestare maggiore attenzione poiché la gestione delle sfide ambientali e umane mette alla prova la coerenza territoriale del Paese e dunque il rilancio dello sviluppo economico del Nord nel suo complesso.

La sovranità in Artico è un topic ricorrente nel discorso politico canadese. L’attenzione si concentra spesso sulla quantità di risorse da allocare proprio per la protezione della sovranità e alla sicurezza del Nord.

Se gli studiosi canadesi di relazioni internazionali sono particolarmente attenti all’aspetto della sovranità in Artico, gli osservatori esterni sono perplessi in merito ad una certa apprensione sul tema che caratterizza questo approccio del Canada rispetto agli altri Stati artici.

Tutti gli Arctic Five (i cinque stati del litorale artico: Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti d’America) sono, come il Canada, interessati alla risoluzione delle rimanenti e non numerose dispute territoriali all’insegna del diritto interazionale. Tuttavia, altrove, il tema predominante è la complessità delle minacce, in particolare quelle provenienti da altri Stati (Russia e Cina per l’Occidente) o gruppi di Stati (come l’Alleanza Atlantica per la Russia).

Le minacce attuali sono ormai evidenti anche per il Canada nel quale sembra cominciare a farsi strada la necessità di un non più procrastinabile aggiornamento del concetto di sovranità artica che si inserisca nel quadro della competizione globale in cui è rilevante l’analisi della minaccia al Paese nel suo complesso, non tanto in Artico ma attraverso l’Artico.

Il Canada, nazione di grande peso geografico nordico, ma di impronta ben più modesta nella politica mondiale, dovrà sostituire il concetto di sovranità artica con quello di difesa dell’intero territorio dalle minacce presenti e future, nella consapevolezza che il contesto internazionale che incide sull’Artico canadese è molto più problematico e incerto che in passato.

“Nome in codice Gladio”. Presto un secondo volume sull’epopea della Stay behind italiana.

BOOKREPORTER/Difesa/FUORI DAL CORO di

Un po’ di tempo fa sono stati necessari due articoli (qui  e qui) su European Affairs Magazine per spiegare meglio ai lettori cosa fosse Gladio, vista da un’altra prospettiva, in parte non conforme a quanto negli anni era stato detto, scritto e raccontato da molti.

Per farlo, abbiamo approfittato dell’opera di Mirko Crocoli, “Nome in codice Gladio” uscita circa un anno e mezzo fa per i tipi di A.Car. Edizioni, e già ristampata due volte, ed abbiamo intervistato sia l’autore che il Generale Inzerilli, capo dell’organizzazione Gladio.

Grazie a quelle interviste ed alla lettura del libro, ci siamo fatti l’idea di come Gladio fosse un’organizzazione che nulla aveva a che vedere con l’aura di complottismo di cui, nel tempo, la storiografia ed il giornalismo di massa l’avevano ammantata.

All’epoca cercammo di fornire una versione per quanto più possibile tecnica – sotto il profilo militare e delle teorie sull’intelligence – volutamente

La copertina del primo volume, “Nome in codice Gladio”.

apolitica e, possibilmente anche costruttivamente critica.

Di sicuro gli appartenenti civili e militari di Gladio erano spinti da un sincero amor di Patria, perché sacrificarono tempo, energie, lavoro, denaro e – purtroppo – anche la reputazione per servire un’organizzazione, di cui la storiografia ufficiale ha poi disconosciuto l’impegno, il valore, il senso di appartenenza e la spinta idealistica.

Ma questo articolo non vuole essere una ripetizione di quanto già scritto. Invito i lettori e cliccare sui link che ho riportato, e potranno agevolmente farsi un’idea o rinfrescarsela.

Quello che mi preme qui sottoporre all’attenzione dei lettori e dei cultori di queste materie, è che l’autore Crocoli ci ha comunicato di avere in animo di dare alle stampe un nuovo volume sull’epopea della Stay behind italiana, scritto a quattro mani con il già citato Ufficiale. Il Generale conserva infatti ancora storie, foto, informazioni e dati inediti, che potranno confluire in questo sequel al primo libro scritto con Crocoli.

Mentre infatti il primo volume, che abbiamo recensito con i nostri articoli-intervista, si è occupato – anche sotto un profilo strettamente tecnico – della sorte della componente militare di Gladio, il secondo volume dovrebbe concentrarsi sulla gogna mediatica e sui numerosi problemi causati dallo scandalo del 1990 in danno della componente civile di Gladio, composta dai famosi 622 “Gladiatori”.

Secondo quanto ci è stato dichiarato, “Crocoli ha raccolto con fatica nell’ultimo anno solare decine di testimonianze di “reduci” della Stay-Behind sparsi in tutta Italia. Quelli ancora in vita e altri che hanno lasciato ai posteri confessioni segrete, intime e personali.” Il tutto per confezionare “un plico straordinario che mette insieme emozioni e dati storici inequivocabili. Gioie, ricordi, passione, lacrime e dolore“.

Inoltre, non è escluso che nelle pagine del libro in uscita vengano esperiti degli approfondimenti anche su altre organizzazioni, più di qualche volta erroneamente definite simili a Gladio, ma ontologicamente molto diverse anche soltanto per il fatto di essere fortemente ideologizzate e politicamente colorate. Diverse, probabilmente, anche e soprattutto perché se n’è parlato sempre poco ed in maniera sommessa.

Il lavoro, corposo, dovrebbe culminare con la pubblicazione del nuovo volume all’inizio del 2020, con la speranza che esso possa davvero “raccontare la verità, talvolta negata o mistificata”.

Proprio perché la ricerca della verità comporta un impegno certosino e meticoloso, e richiede talvolta di compiere scelte difficili, esponendosi a responsabilità ed a critiche, auguriamo di cuore buon lavoro agli autori del prossimo volume in uscita. E non vediamo l’ora di leggerlo.

NATO Smart Energy Capable Logistician 2019: l’Aeronautica Militare in prima linea per la ricerca e lo sviluppo di energie alternative

Difesa/Energia di

Si è svolta in Polonia presso la Drawsko Pomorskie Training Area (DPTA) la Capable Logistician 2019, un’esercitazione campale sviluppata in 12 unità logistiche interforze e multinazionali, “Multinational Integrated Logistic Units” (MILUs), focalizzate sulla logistica del comando e sull’ottimizzazione delle risorse energetiche. Una complessa attività multidisciplinare sviluppata nell’ottica di sinergia multinazionale conforme agli standard NATO. In questo contesto di interoperabilità si è svolta la terza edizione NATO Smart Energy Capable Logistician 2019, dove l’Aeronautica Militare si è distinta con progetti innovativi mirati ad una strategia sostenibile che ottimizza le risorse e incrementa l’efficienza dell’energia alternativa, la Smart Energy.

Drawsko Pomorskie Training Area (DPTA)

NATO Smart Energy Capable Logistician 2019

Un’evoluzione delle logiche per l’efficienza energetica che punta all’innovazione sostenibile. Dopo le passate edizioni della NATO Smart Energy Capable Logistician 2013 in Slovacchia e del 2015 in Ungheria, si consolida sempre di più la consapevolezza verde in ambito militare. La NATO Smart Energy Capable Logistician 2019 che si è svolta dal 3 al 13 giugno 2019 a Drawsko Pomorskie, a 100 km da Stettino, ha consentito di implementare la sinergia tra i diversi assetti conformi agli standard dell’Alleanza Atlantica nell’ottica di cooperare all’individuazione di strategie alternative per l’efficientamento energetico. Uno scenario condiviso da circa 40 esperti civili e militari dal Canada, Francia, Lituania, Italia e US per dimostrare le potenzialità delle Smart Energy attraverso prototipi innovativi ed esperimenti mirati in grado di ridurre il consumo e lo spreco del carburante dell’80% e il fabbisogno idrico pur mantenendo gli standard qualitativi e di comfort per l’efficienza operativa. Soluzioni ottimali per l’attività e il risparmio nei teatri operativi, soprattutto in contesti dalle condizioni ambientali critiche.

Unità dell’Aeronautica Militare nella Training Area di Drawsko Pomorskie

Susanne Michaelis, funzionaria della componente Environment e Smart Energy della NATO, ha dichiarato: “L’unità NATO Smart Energy è focalizzata sulla riduzione del consumo del carburante fossile da parte delle forze militari. Nell’ambito si lavora principalmente con i generatori diesel ma le alternative smart sono numerose e considerevoli. Prendiamo ad esempio le tende ad isolamento termico e le luci LED fotovoltaiche che riducono il consumo diesel. Riducendo il consumo di combustibile fossile è possibile diminuire l’impatto sull’ambiente e facilitare le operazioni logistiche. Le tecnologie innovative che sono già consolidate nel mondo civile stanno diventando realtà anche nei contesti militari. I risultati raggiunti sono significativi, devono solo essere maggiormente incentivati e diventare ancora più flessibili e modulari perché parliamo delle alleanze NATO, assetti multinazionali che devono acquisire ma al contempo condividere. Mi auguro che i progetti Smart Energy prendano sempre più piede nei prossimi uno o due anni e che riescano a cambiare la mentalità migliorando ulteriormente le capacità militari; mi auguro inoltre che le scelte politiche e diplomatiche intuiscano quali siano i reali bisogni e incentivino i cambiamenti nel mondo militare.”

Susanne Michaelis, funzionaria della componente Environment e Smart Energy NATO

L’edizione Smart Energy CL19, si è focalizzata su alcuni aspetti carenti individuati nella precedente esercitazione, come gli strumenti di armonizzazione dati dalle fonti energetiche, progettati per un ottimale soddisfacimento dei bisogni di rifornimento. Come sottolineato dalla Dott.ssa Michaelis: “ Dopo il termine della seconda edizione della NATO Smart Energy 2015, i problemi di interoperabilità vennero subito a galla diventando chiari a tutti gli schieramenti. Nel 2015 abbiamo appreso che non c’era un valido metro di misura per stabilire i risultati raggiunti dall’efficienza energetica perché non era stato individuato un chiaro riferimento.”

Cross power (LTU) presso l’unità Konotop

Oltre allo sviluppo di ulteriori tecnologie, l’analisi e la raccolta di dati mirati dell’efficienza energetica sono stati gli obiettivi del progetto NATO 2019. Il “Campo di Efficienza Energetica” è stato lanciato nel settembre 2018 con un budget di 620.000 Euro per sviluppare sistemi in grado di mediare le criticità individuate nell’analisi dei dati e di potenziare l’efficienza energetica con strategie alternative. Nella Training Area di Drawsko Pomorskie che comprende le aree operative di Ziemsko Arifield, il lago Jelenie e Konotop, sono stati installati 15 prototipi per la produzione di energia alternativa e risparmio energetico, e per la produzione e depurazione dell’acqua tramite generatori mobili. Tutte le informazioni e le analisi prodotte dai sistemi venivano raccolte nella Power Box 10, un sistema integrato di immagazzinamento dell’energia per la sua successiva distribuzione gestito dall’Aeronautica Militare, e il MicroGrid (US) per l’analisi e il post processing delle informazioni.

Sistema di controllo Power Box 10 (ITA)

Impianto idrovoro installato presso il Lago Jelenie (FRA)

Mobile hybrid generator unit (FRA)

BIOFLY, luci led fotovoltaiche (ITA)

Il personale dell’Aeronautica Militare in collaborazione con alcune ditte italiane ha illustrato i progetti e presentato le strutture in materiali high-tech innovativi con lo scopo di incentivare l’utilizzo di prodotti ad alta performance con peso e volume ridotti, ottima abitabilità e limitato consumo energetico. Nell’unità italiana di Ziemsko Airfield sono state installate le tende isotermiche Defshell G&G Partners. Le strutture presentano una membrana Carbon Hybrid e Thermocanvas con la capacità di aumentare la coibentazione ed il confort riducendo la trasmissione del calore per irradiazione. Sopra i tetti delle tende coibentate sono stati collocati i pannelli fotovoltaici flessibili e ultra sottili Smart Energy Management PV, forniti dalla stessa ditta italiana. La loro composizione di celle in silicio policristallino consente il raggiungimento di valori di oltre 130 Watt/mq e un rapporto peso/potenza di oltre 60 Watt/Kg. I pannelli sono connessi al Power Box 10 il quale trasforma l’energia incamerata in elettricità. Il sistema, dotato di interfaccia grafica semplice ed intuitiva, consente di monitorare i consumi elettrici e di individuare le aree di spreco.

Pannelli fotovoltaici flessibili e ultra sottili Defshell G&G Partners (ITA)

BIOFLY, ideate per l’atterraggio degli elicotteri (ITA)

Durante l’attività sono state presentate anche delle soluzioni per la produzione e depurazione dell’acqua. Il sistema Veragon V12 Military è strutturato per la generazione di acqua potabile e demineralizzata dall’umidità dell’aria con minimo fabbisogno energetico. L’impianto replica il processo che avviene in natura e nelle condizioni ottimali raggiunge la produzione di 800 litri di acqua al giorno, una valida alternativa a pozzi o altri approvvigionamenti idrici, strategico anche nelle aree a bassa percentuale di umidità. L’assetto italiano ha infine presentato i prototipi BIOFLY, luci led fotovoltaiche ideate per l’atterraggio degli elicotteri, risolutive in contesti privi di approvvigionamento elettrico.

Veragon V12 Military (ITA)

La NATO Smart Energy Capable Logistician 2019 ha rivelato un contesto di interoperabilità coeso nel raggiungimento degli obiettivi, una strategia vincente per un futuro affine ad una logica sostenibile. L’Aeronautica Militare ha svolto un ruolo da protagonista in una scena multinazionale mettendo in luce la ricerca e la produzione italiana nel campo delle tecnologie innovative.

 

 

 

Efficienza e sostenibilità, obiettivi raggiunti dalla NATO Smart Energy Capable Logistician 2019

 

 

 

 

“Nome in codice Gladio”. Seconda puntata.

BOOKREPORTER/Difesa di

Ancora un approfondimento su una pagina poco conosciuta della storia italiana.

Come promesso in un precedente articolo di European Affairs (qui), siamo ritornati di nuovo sull’argomento “Gladio”, che ci affascina proprio perché rappresenta un fenomeno storico unico nel suo genere, in grado di fondere insieme politica, geopolitica, storia, intelligence e difesa.

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Nome in codice Gladio. La storia e i valori dell’organizzazione Gladio, nel libro di Mirko Crocoli. Uno stralcio di storia italiana, sconosciuto ai più.

BOOKREPORTER di

Visto l’interesse che da sempre European Affairs nutre verso l’intelligence e la difesa,​ non potevamo non cogliere alcune novità editoriali ed alcuni importanti anniversari – appena trascorsi ed ignoti ai più – di sicuro interesse per gli appassionati di questioni strategiche e per gli addetti ai lavori. 

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L’Italia rinnova il suo impegno per la ANDSF in Afghanistan

MEDIO ORIENTE/SICUREZZA di

L’Italia ha rinnovato il suo sostegno alle forze di sicurezza per la lotta al terrorismo e la stabilizzazione dell’Afghanistan. Al termine delle procedure interne ha erogato anche per il 2017 il suo contributo che ammonta a 120 milioni di euro, dei quali 72 sono destinati al fondo fiduciario NATO per l’esercito (ANA Trust Fund) e i restanti 48 riservati al fondo LOFTA (Law and Order Trust Fund for Afghanistan) gestito dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) a supporto della polizia.

I fondi stanziati saranno impiegati oltre che nell’addestramento del personale di sicurezza nell’ambito della missione NATO “Resolute Support”, anche nell’acquisto di vaccini, medicine e apparati necessari per far fronte alla problematica degli IED, gli ordigni esplosivi improvvisati.

L’Ambasciatore d’Italia a Kabul, Roberto Cantone, ha affermato che “L’Italia è al fianco del governo afghano e sostiene le iniziative per la riconciliazione nazionale. In tale contesto, è altresì cruciale continuare a rafforzare le capacità operative dell’esercito e dalla polizia afghani a cui vanno riconosciuti grande impegno e coraggio”. L’Ambasciatore ha anche sottolineato che tra le iniziative finanziate dallo stato italiano è anche presente la realizzazione di una cittadella della polizia per le donne, di cui si auspica una più attiva partecipazione alla vita del paese.

 

Afghanistan: Passaggio di consegne al comando del “TAAC-West” a guida italiana

Difesa di

Durante la mattina del 14 dicembre 2017, presso l’aeroporto di Herat, in Afghanistan, si è svolta la cerimonia di avvicendamento al comando del Train Advise Assist Command West. Il TAAC-W è il comando Nato multinazionale operante nella regione Ovest dell’Afghanistan nell’ambito più generale della missione Resolute Support, in vigore da gennaio 2015. In particolare l’avvicendamento ha interessato la brigata  “Sassari” che è subentrata a quella alpina “Taurinense” . Quest’ultima ha operato sul territorio per sei mesi, con attività di addestramento, consulenza e assistenza a favore delle forze di Polizia afghane(ANDSF).

Le attività di addestramento e di consulenza che attualmente sono svolte dagli advisors del TAAC West a favore delle ANDSF, hanno l’ obiettivo di rendere le Forze di Sicurezza locali autonome nella gestione della crescita del proprio personale, formando nuovi istruttori. Attraverso corsi mirati, inoltre vengono addestrati “specialisti” in materia di intelligence, di contrasto agli ordigni improvvisati, di controllo dello spazio aereo ed altro ancora.

Del lavoro della brigata uscente si ricordano in particolar modo le quattro fasi dell’ “L’Expeditionary Advisory Package”, svolte a Shindand, Farah e Qala-Eye-Naw. Consistono in particolari attività esterne  del TAAC-W, condotte dagli advisor italiani, con l’obbiettivo di mantenere la sicurezza in zone ostili e costantemente minacciate dalle organizzazioni terroristiche. Durante la cerimonia, inoltre, il comandante della missione R-S, generale Cripwell, ha ricordato l’importante lavoro dei militari italiani a favore delle donne afghane, e le iniziative intraprese  per il contrasto alla corruzione nella pubblica amministrazione, soffermandosi anche sull’attenzione posta nelle campagne d’informazione nelle scuole e nelle aree rurali, per quanto riguarda la minaccia degli ordigni improvvisati(IED) .

Il generale Cripwell, durante il proprio discorso ha ringraziato dunque la brigata alpina “Taurinense” e il comandante uscente Massimo Biagini, riservando parole di incoraggiamento per il generale Carai e per i militari della brigata entrante, facendo loro gli auguri in vista del delicato compito che li aspetta.

Redazione
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