GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Tag archive

Ucraina

L’impasse

Mentre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite si consumava la rappresentazione tragicomica della inanità di questo consesso mondiale, retaggio di un mondo che non esiste più, roboante nei suoi propositi, elefantiaco nella miriade delle sue diramazioni, economicamente fallimentare, ma, soprattutto, impotente nella risoluzione dei conflitti che coinvolgono gli stessi Paesi che ne fanno parte e che era stato deputato a evitare, il Presidente Putin in un discorso alla Nazione ha dato inizio a un nuovo capitolo del conflitto che oppone la Russia all’Occidente (rappresentato sul campo dal suo campione del momento, l’Ucraina).

Giustificando la scelta di ricorrere alla mobilitazione di 300.000 riservisti quale necessità per poter condurre a compimento l’Operazione Speciale in atto in Ucraina, Putin ha sottolineato che la difesa della Grande Madre Russia sarà effettuata ricorrendo a tutte le risorse disponibili, se questo dovesse rendersi necessario!

Questa mossa, connessa all’organizzazione dei referendum per l’annessione alla Russia dei contesi territori a maggioranza russofona, eleva e complica ulteriormente la già complessa situazione in atto.

Esaminando nello specifico i due elementi introdotti dalla decisione di Putin – incremento delle forze e minaccia di elevare la soglia del conflitto – si può osservare, per prima cosa, che la mobilitazione dei riservisti deve essere vista come il risultato di una serie di esigenze di diversa tipologia che hanno imposto una tale misura. Necessità che sono sia di carattere tecnico (disponibilità di un maggior numero di unità per effettuare un turn over delle forze usurate da sette mesi di operazioni; incremento delle risorse per controllare un’area di operazioni molto estesa; possibilità di effettuare azioni offensive nel settore settentrionale in risposta al recente successo ucraino; necessità di mantenere, comunque, una parte delle Forze Armate in servizio attivo disponibili per gli altri teatri asiatici attualmente in stato di incipiente agitazione), sia esigenze di carattere interno (appeasement dell’ala dei falchi; dimostrazione che il potere è saldamente in mano della attuale dirigenza; necessità di rafforzare il supporto interno coinvolgendo più personale nell’ottica di sottolineare il pericolo per l’unità e la credibilità del Paese nel caso di un andamento sfavorevole delle operazioni). Per quanto possa apparire elevata la consistenza del contingente richiamato, tuttavia, esso non rappresenta né una forza necessaria a conquistare l’intera Ucraina o a estendere il conflitto al di fuori di essa e neppure la coscrizione obbligatoria di una leva di massa a livello nazionale.

Quindi, a parte tutte le considerazioni che si possono fare sulle ragioni che hanno indotto una tale scelta, essendo abbastanza verosimile che il peso specifico di questo aumento del contingente militare impiegato nel conflitto ucraino possa risultare incisivo solo tra un lasso di tempo stimabile tra due o tre mesi, la scelta di richiamare questo blocco di riservisti può essere vista, essenzialmente, come la prima e immediata risposta alla rinnovata volontà dell’Occidente di sostenere militarmente l’Ucraina, dimostrando la determinazione della Russia a conseguire i propri obiettivi.

Viene confermata, quindi, quella situazione di impasse politico-diplomatico che contraddistingue attualmente il conflitto.

Per quanto attiene invece alla minaccia di utilizzare tutto il proprio arsenale nella difesa del suolo patrio, anche se risulta essere strumentalmente connessa alla prevedibile annessione plebiscitaria dei territori russofoni, la questione deve essere vista come un estremo tentativo, da una parte, di incrinare il fronte occidentale, facendo leva sulla terrore e sul rifiuto che lo spettro nucleare incute alla società democratica (in tempo di elezioni e recessione la capacità critica della popolazione risulta spesso meno acuta e razionale) e, dall’altra, di minare la volontà degli avversari diretti, minacciandoli di risultare i primi e principali destinatari della devastazione atomica.

In definitiva si tratta di un altro saggio della capacità mediatico-propagandista espresso dalla dirigenza russa, in quanto ha scatenato da parte dei media occidentali una doppia reazione. Da una parte toni trionfalistici che annunciano la presunta e vaticinata imminente caduta del regime tirannico che opprime il popolo russo (frutto della nostra visione naïve di un mondo dove popolazioni essenzialmente buone e miti sono soggiogate da singoli Signori del Male) considerando le affermazioni di Putin come il delirio politico ultimo di un uomo ormai all’angolo, la cui caduta sarà salutata dalla nascita di un regime democratico, liberale, progressista e desideroso di condividere i valori e le libertà di cui noi Occidentali siamo paladini e difensori.

Dall’altra parte, un coro di visioni apocalittiche che dipingono la fine del mondo causata dallo sconsiderato ricorso all’arma estrema da parte della Russia.

Ovviamente nessuno si è interrogato su come sia stato possibile creare questa situazione di impasse diplomatico-politico e come se ne possa uscire evitando di ritornare all’Anno Zero!

Ora tutto è possibile e non si può certo affermare con assoluta sicurezza quali possano essere gli scenari futuri, tuttavia, ritengo opportuno fare alcune considerazioni di carattere generale.

La nostra storia recente ha visto lo scatenarsi di una catastrofe immane che ha profondamente alterato il mondo occidentale: due guerre, fondamentalmente combattute per cause prettamente inerenti ai rapporti tra gli Stati europei, che per opportunismo e per convenienza non ci siamo fatti scrupolo di estendere al resto del mondo, dandogli il nome di Guerre Mondiali.

Di queste, la prima ha avuto inizio per una serie di effetti domino, dove la necessità di dover tener fede ad alleanze o impegni politici ci ha trascinato in un conflitto devastante, la cui scintilla era, in definitiva, circoscrivibile ad un evento di portata locale e di importanza globale alquanto limitata e come tale inizialmente trattato. La seconda, conseguenza diretta della prima, frutto della miopia politica e della dissennata volontà di umiliare un avversario sconfitto militarmente, ma integro nella sua struttura sociale e statuaria, con inaccettabili condizioni di pace. In tutte e due i casi i conflitti erano stati previsti limitati e di breve durata.

I paragoni tra eventi storici differenti non sono validamente accettabili in quanto le condizioni di riferimento non sono uguali e, quindi, non intendo creare un quadro sinottico tra gli eventi passati e la situazione attuale. Pur tuttavia, ritengo che si possano identificare alcune similitudini utili a sottolineare come l’impostazione della visione geostrategica delle relazioni internazionali occidentali sia ancorata a principi fortemente radicati e resistenti alle modifiche che ci spingono a situazioni di impasse come quella attuale, fortemente pericolose.

Innanzi tutto, fermo restando la condanna a priori al ricorso alla forza, è necessario esaminare il comportamento dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina.

Partiamo da lontano per aver un quadro completo. Dopo aver promesso all’Ucraina di garantire la sua sicurezza, se avesse rinunciato al possesso armi nucleari stanziate sul suo territorio all’atto dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, abbiamo accettato una situazione de facto consentendo alla Russia di annettersi la Crimea, sancendola con i famosi Accordi di Minsk, in una forma di appeasement tanto cara al nostro DNA politico. Una differente più energica reazione (che non siamo in grado di adottare se non quando l’acqua è arrivata alla gola!), condotta peraltro, in un panorama geopolitico globale non ancora ostile come quello attuale, avrebbe condizionato in modo diverso la situazione.

Contestualmente, abbiamo utilizzato l’Ucraina come uno strumento di pressione verso la Russia. Intervenendo sul piano economico, nel tentativo di privare Mosca di un favorevole e docile partner commerciale, offrendo a più riprese allettanti programmi di partnership commerciale culminanti nella chimera di un facile e veloce processo di integrazione nel club esclusivo e accogliente dell‘Unione Europea.

Incrementando sul piano militare le attività di supporto, addestrando ed equipaggiando le sue Forze Armate e sbandierando l’eventualità dell’ingresso del Paese nella NATO, cioè agitando un enorme drappo rosso in faccia all’Orso Russo, abbiamo poi stimolato rancori, attriti e fobie atavici.

Quando poi, senza rispetto per ogni forma del diritto internazionale, la Russia ha dato il via alle attuali operazioni militari, invece di imporre una situazione diplomatica che avrebbe potuto beneficiare di un consesso globale ancora poco orientato e sostanzialmente non schierato, ricorrendo agli strumenti diplomatici usati in quasi tutti gli altri conflitti degli ultimi settant’anni, ci siamo gettati a capofitto in una sorta di scontro indiretto, imponendo sanzioni a oltranza e rifornendo l’Ucraina di un fiume di materiali militari, oltraggiati dal fatto che la Russia avesse potuto farsi beffe di quell’ordine mondiale da noi considerato, non solo l’unico possibile, – e quindi condiviso da tutti – ma anche inscalfibile e immutabile. Tutto nella convinzione che in pochi giorni l’intransigenza occidentale avrebbe infiammato il consesso mondiale in una condanna unanime di Mosca, mentre le sanzioni avrebbero piegato la Russia, determinato il ritiro dell’ex Armata Rossa con la coda tra le gambe e soprattutto si sarebbe, inevitabilmente, realizzata la svolta democratica di un Paese (con DNA politico spiccatamente autocratico) che avrebbe costretto Putin all’abdicazione al trono.

E qui, non le alleanze, come nel passato, ma gli interessi degli USA – sbarazzarsi di un avversario geopolitico pericoloso ma in uno scacchiere di secondo piano – e dei Paesi dell’Europa Orientale – umiliare e sconfiggere il loro nemico storico – hanno trascinato anche il resto dell’Europa, che a malavoglia si è accodata nella condanna della Russia e nell’applicazione delle sanzioni.

E dato che condanna e sanzioni non sono state ritenute sufficienti abbiamo ripreso ad armare e ad illudere l’Ucraina, facendole credere che ci possa essere una vittoria decisiva e totale nel suo futuro.

In secondo luogo, è opportuno valutare l’efficacia e l’adeguatezza della reazione diplomatico-politica adottata dall’Occidente e le conseguenze che da essa ne sono scaturite.

L’efficacia è stata forse apprezzabile nella fase iniziale del conflitto consentendo di costruire a fatica un fronte sufficientemente compatto tale da mettere in vigore le sanzioni economico finanziarie. Se si fosse condivisa questa visione al livello globale, le sanzioni avrebbero rappresentato il concreto e reale strumento utile per risolvere la situazione, senza dover ricorre al confronto armato per interposta persona (ipocritamente stiamo usando l’Ucraina per fare la guerra alla Russia!). Il fallimento di un coinvolgimento geopolitico più ampio ha vanificato, parzialmente, la loro efficacia e non ha impedito alla Russia di procedere nelle operazioni militari.

L’adeguatezza della reazione è stata contraddistinta da una veemenza mediatica e propagandistica quasi isterica e dalla imposizione di una inflessibilità nel rigettare possibili soluzioni negoziali con inevitabili situazioni di compromesso, utili a lasciare quella cosiddetta porta aperta necessaria per favorire il dialogo consentendo ad entrambi i contendenti di poter vantare un successo.

Queste due impostazioni della risposta dell’Occidente hanno praticamente chiuso ogni porta di dialogo per una accettabile situazione negoziale, hanno alienato grande parte dell’opinione globale, incrementando e contribuendo a rafforzare quel processo di formazione di uno schieramento internazionale di Paesi che sostengono valori culturali e sociali differenti da quelli occidentali (si veda a esempio il successo dell’ultimo vertice della organizzazione della Shanghai Cooperation Organization tenutosi a Samarcanda).

L’insistere caparbiamente sulla condotta di una linea di politica morale usando una propaganda da toni apocalittici (non sono in gioco né la libertà dell’Occidente né il concetto di democrazia in quanto tale) a scapito della ricerca di soluzioni afferenti a una politica nel segno del pragmatismo, posti in atto dall’Occidente, e la mancanza di un obiettivo finale geopolitico chiaro e preciso da parte della Russia nel concepire la sua Operazione Speciale, hanno determinato una situazione di impasse dalla quale entrambe i contendenti, l’Occidente e la Russia non riescono a uscire.

L’attuale conflitto non si può concludere con un vincitore assoluto e uno sconfitto azzerato; quindi, non ci potranno essere né imposizioni di nuove costituzioni allo sconfitto, né riduzioni militari e declassamenti del suo stato geopolitico. Tantomeno tribunali internazionali o estromissioni da posizioni negli organismi internazionali (l’appello di privare la Russia del suo seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU quale membro con diritto di veto, formulata dal leader ucraino, è commovente nella sua ingenuità politica).

Di conseguenza se si vuole evitare che la spirale degli avvenimenti possa condurre a un confronto militare diretto tra un Occidente, il cui giudizio geopolitico è annebbiato dalle sue considerazioni morali, e una Russia, alla ricerca di una stabilità interna e di un riconoscimento internazionale, evitando che un effetto domino possa alimentare tutti quei focolai di conflitto che caratterizzano il panorama geopolitico mondiale, si deve assolutamente uscire dalla situazione di impasse che tutti abbiamo, più o meno consapevolmente, contribuito a creare, sciogliendo da parte dell’Occidente il nodo gordiano della scelta tra l’essere i protagonisti nella creazione della stabilità di un ordine mondiale, magari non perfetto ma perfettibile, o invece arroccarsi nel perseguimento di una geopolitica sterile in cui l’anteposizione a priori dell’aspetto morale impedisce il conseguimento di quei risultati pragmatici che la stabilità geopolitica impone.

Esiste un nuovo ordine mondiale

I conflitti sono sempre stati originati e condotti per ottenere risultati volti a soddisfare il conseguimento degli intendimenti strategici che le nazioni considerano essenziali per i loro obiettivi di politica nazionale.

Queste ragioni sono state, poi, immancabilmente ammantate da un pesante velo di propaganda (questo è il suo vero nome!) che le ha trasformate nell’eterna lotta tra il bene e il male dove ognuno dei contendenti è convinto che la sua fazione sia nel giusto e che la divina indulgenza ne sostenga e ne nobiliti le azioni. E l’attuale conflitto ucraino non scappa a questa regola!

Pur condannando il ricorso alla forza a prescindere, se consideriamo in modo asettico e senza condizionamenti di parte la situazione, possiamo vedere che la posta in gioco in Ucraina non è rappresentata dalla sopravvivenza della democrazia o dall’esistenza del mondo libero minacciato da una apocalisse biblica di matrice autoritaria.

Quello che è realmente in bilico è, in primis, la credibilità degli Stati Uniti nel poter gestire la sfida che rappresenta l’ascesa della Cina, quale potenza planetaria, senza il fastidio di un deuteragonista del palcoscenico mondiale (la Russia di Putin), che costringe la geopolitica americana a rimanere invischiata nell’angusto ambito euroasiatico. In stretta connessione a tale fattore è in discussione, anche, l’affidabilità degli Stati Uniti nel sostenere, militarmente ed economicamente, i propri alleati (dopo averli introdotti nella gabbia del leone!!!!!!).

Ovviamente la propaganda presenta gli USA come guida illuminata di un Occidente paladino di una visione liberale del mondo, culla e rifugio della democrazia, che lotta contro il Signore del Male di turno che, improvvisamente e senza motivo, ha attaccato il cuore pulsante dell’Europa (con tutto il rispetto per l’Ucraina, ma sino a poco tempo fa era una vaga entità ai confini del mondo sconosciuta ai più).

Dall’altra parte abbiamo, invece, una Russia che nell’ambito della sua continuità storica pretende un ruolo di potenza globale, che non accetta di essere un deuteragonista della scena mondiale e che ha radicato nel suo DNA geopolitico la sindrome dell’accerchiamento.

Questo ha come conseguenza diretta che, oltre ad essersi ripresa la Crimea (che significa l’accesso a un mare caldo e ai siti nucleari), la Russia abbia dato inizio a una seconda fase di questo conflitto per eliminare o ridurre il problema di avere alla soglia di casa un soggetto politico, considerato (non del tutto a torto, bisogna riconoscerlo) uno strumento di pressione occidentale, pericoloso perché in grado sia di condizionare le sue arterie di trasporto energetico, sia di esportare idee e tendenze poco gradite e considerate destabilizzanti per la propria stabilità interna.

Di contro, la propaganda russa presenta questo conflitto come la ineluttabile necessità di difendere la Grande Madre Patria da un nuovo attacco da parte del perverso liberalismo occidentale, che vuole privare la Russia del suo ruolo e che intende governare il mondo con le sue idee retrò di democrazia e diritti individuali.

Allargando la visione, ci troviamo di fronte, però, a un conflitto che si sviluppa su due livelli differenti: nello scenario tattico si affrontano Russi e Ucraini; nello scenario geopolitico, invece, i protagonisti sono molti di più e ciascuno ha un proprio ruolo e, ovviamente, persegue ben precisi obiettivi.

Oltre agli USA, all’Unione Europea e alla Russia, infatti, l’evoluzione della crisi ucraina interessa alla Cina in maniera diretta, mentre indirettamente ne sono coinvolti il Medio Oriente, l’India e l’Oriente Asiatico.

Se ci svincoliamo dalla visione locale eurocentrica e ci proiettiamo in un ambiente geopolitico globale, possiamo vedere che questa crisi assume significati differenti da quelli propagandistici del Davide difensore della democrazia contro il Golia neo-zarista e che la situazione stimola problematiche fondamentali per il nostro futuro, che non sono conseguenza diretta del conflitto, ma che, invece sono state ricondotte a essa come giustificazione di una impasse politica almeno ventennale dell’Occidente

Il primo aspetto da considerare è quello, composito e complesso, dello sviluppo del sistema globale delle relazioni internazionali.

Dopo l’utopia presuntuosa che la fine della Guerra Fredda avesse per sempre affermato a livello globale quei principi di democrazia e di rispetto dei diritti che sono propri del nostro patrimonio culturale di Occidentali, la crisi ucraina ha dato corpo a una realtà completamente differente che, sebbene antecedente alla crisi stessa, abbiamo sino ad ora volutamente ignorato come se non esistesse. Quello in cui viviamo, invece, è un mondo multipolare dove, giocoforza, coesistono differenti visioni e differenti interpretazioni dei concetti fondamentali di democrazia, di diritti individuali e di libertà. Ciò che non ci è chiaro è che, pur non dovendo abiurare alla nostra impostazione di società basata sulla condivisione di determinati principi, l’Occidente si trova ad affrontare un nodo gordiano: l’imposizione della nostra visione morale collide con la ricerca di una stabilità di un ordine geopolitico mondiale che non si identifica nella visione da noi proposta.

Se consideriamo che l’appello a condannare l’invasione russa e a schierarsi con l’Ucraina, concorrendo nel mettere in atto risposte precise come le sanzioni, è stato accolto con favore solo da una parte del consesso mondiale, mentre in molti dei Paesi politicamente più importanti è prevalso un atteggiamento tiepido e molto distaccato, ci possiamo rendere conto della differenza culturale che esiste tra le posizioni assunte dalla Cina, dall’India, dai Paesi del Medio Oriente e dell’Africa.

Il secondo aspetto, anch’esso cruciale per il nostro futuro, è quello della crisi energetica che ha iniziato ad abbattersi sull’economia e a incidere sulla qualità della nostra vita. Anche qui non è la crisi ucraina che è responsabile di questo problema. La vera crisi ha origini molto più profonde e lontane nel tempo (il picco massimo di sfruttamento nel settore delle fonti fossili si è verificato nel 2010!), gli avvenimenti attuali sono solo un paravento dietro al quale abbiamo cercato di nasconderci cercando di negare la gravità della situazione.

Senza dimenticare che la crisi non riguarda solo la disponibilità delle fonti di energia fossile ma soprattutto la disponibilità delle risorse di materie prime fondamentali per lo sviluppo di alternative energetiche (quasi inesistenti nel nostro continente). Il possesso, il diritto allo sfruttamento e la disponibilità delle risorse tecnologiche per poterlo realizzare sono il terreno di scontro concettuale e pratico sul quale l’Occidente si troverà a combattere per poter sopravvivere. Per tutti un esempio: la tecnologia dei pannelli fotovoltaici di cui l’Occidente è inventore e fiero promotore, quale fonte energetica alternativa, è prodotta in Cina mediante impianti a carbone, utilizza materie prime africane e ritorna in Europa con vettori su ruota a combustibile fossile.

Il terzo aspetto discende direttamente dal precedente. Energia significa economia.

Senza energia il nostro sistema economico è messo alle corde e produce incertezza e disaccordo che minano la credibilità e l’affidabilità del sistema di mercato libero che l’Occidente sostiene.

Inoltre, il sistema economico ha ricercato la via più breve e meno onerosa per svilupparsi. Tutta la nostra produzione sensibile, e non, è stata delocalizzata dove era più vantaggioso economicamente, senza la ben che minima attenzione ai rischi geopolitici che avrebbero potuto metterci in crisi. La tecnologia che l’Occidente sviluppa è prodotta all’estero per convenienza, ma ci espone a qualsiasi sconvolgimento del sistema con risultati catastrofici (un esempio è lo scompiglio che è stato causato dalla pandemia che ha modificato o interrotto i nostri flussi logistico commerciali!).

La stabilità dei mercati si basa sulla stabilità di un ordine geopolitico. La ricerca di questo ordine e il suo mantenimento è un imperativo che deve passare per l’accettazione del compromesso strategico e non per l’intransigenza di una politica morale. I concetti cardine della nostra società devono essere sostenuti e devono essere offerti come alternativa di valore assoluto, ma non possono essere imposti quale conditio sine qua non.

L’ultimo aspetto è quello che ci riguarda più da vicino: il futuro dell’Unione Europea.

La UE rappresenta una enorme potenza di carattere economico-finanziario perché è nata ed è stata sviluppata in quel senso, ma non esiste a livello politico semplicemente perché non ha la struttura per poterlo fare (nonostante la Presidente della Commissione Europea si sia arrogata un ruolo da Primo Ministro UE!).

Eppure, continuiamo a pretendere di avere un peso geopolitico sulla scena internazionale.

Se non fosse stato per la decisa spinta che gli USA hanno dato agli avvenimenti, la UE sarebbe ancora a discutere su cosa fare e non si sarebbe sognata di imporre sanzioni economiche al suo migliore cliente!

Infatti, l’UE non è un monolite compatto e coeso, ma un insieme di fazioni, gruppi e sottogruppi di Paesi che cercano di trarre il massimo vantaggio per sostenere la loro visione nazionale, che viene tenuto insieme per interessi prevalentemente economici, ma che non condivide gli stessi valori e gli stessi principi. L’allargamento incondizionato basato esclusivamente sul rispetto di parametri finanziario-economici, che è servito per allargare ed espandere l’Unione, ha snaturato quello che era il concetto alla base del progetto: la condivisone di valori e di una cultura comune, oltre che l’interesse a far parte di un mercato comune dispensatore di benefici e prodigo di aiuti.

Senza voler fare torto a nessuno, le differenze di valori e di cultura già adesso danno luogo a dissimili interpretazioni di quello che dovrebbe essere il sentire comune dell’Unione e un progressivo allargamento verso Est non farebbe che acuire questo allontanamento da una matrice culturale che rischia di perdere il suo riferimento all’interno del sistema comunitario.

Se invece, questo è il futuro di questa organizzazione allora, forse, dovremmo chiamarla Unione Euroasiatica.

In conclusione, la crisi ucraina ha aperto il classico vaso di Pandora mettendo in evidenza una serie di tematiche geopolitiche e di scelte geostrategiche che l’Occidente si era illuso di non dover affrontare, cullandosi nella colpevole utopia del dopo guerra fredda.

Obtorto collo l’Occidente è stato messo di fronte alla realtà: il mondo non è democratico, liberale, progressista, buonista ed ecologista come noi ce lo siamo immaginato; è diverso e, soprattutto, non ci riconosce alcun primato morale o culturale.

L’Occidente deve essere comunque fiero e orgoglioso dei propri valori e della sua visione della civiltà e deve continuare a proporre il suo modello perché lo ritiene valido e senza dubbio basato su concetti universalmente condivisibili.

Tuttavia, per poter proporre i suoi valori, questi devono risultare essere i migliori, cioè quelli in grado di assicurare il pieno rispetto dei diritti, ma anche l’assunzione dei doveri; il sostegno delle libertà dell’individuo, ma anche il suo rispetto della comunità; la democrazia intesa come espressione completa della gestione della società, dove vi sia il rispetto della volontà popolare che si può sviluppare, solamente, attraverso l’espressione della maturità civile dei cittadini stessi.

Donbass; interviene Alexander Hug, vice capo della missione OSCE

EUROPA/SICUREZZA di

 

lo scorso 6 ottobre 2017 è intervenuto in una conferenza a Kiev il vice capo della missione speciale di monitoraggio dell’OSCE, Alexander Hug. L’OSCE è un’organizzazione regionale per la promozione della pace, del dialogo politico e della cooperazione in Europa.

In particolare Alexander Hug si è espresso in merito alla situazione nella regione del Donbass, al confine tra Russia e Ucraina. La missione dell’OSCE consiste nel monitoraggio della situazione di tregua, con l’invio di circa 500 civili non armati nella zona interessata. Il cessate il fuoco è stato pattuito tra le parti il 5 settembre scorso.

La decisione era arrivata in seguito alla situazione di violentissimi scontri, con l’utilizzo di armi pesanti, che si era creata ed intensificata nei mesi precedenti, con il numero dei civili coinvolti in costante crescita. Il patto è stato, però, ripetutamente interrotto nei giorni seguenti , con bombardamenti pesanti che si sono registrati nella periferia di Mariupol, una città nell’Ucraina sudorientale, nella notte del 7 settembre. Inoltre sono stati avvistati dei carrarmati nella zona che intercorre tra il confine ed i 15 km di distanza da rispettare.

Alexander Hug nel suo intervento  ha continuato a fornire dati sugli ultimi attacchi. In particolare ha parlato degli eventi più vicini in ordini di tempo, riferendosi soprattutto alla giornata del 2 ottobre, quando le forze militari ibrido-Russe hanno attaccato le posizioni dell’esercito Ucraino 14 volte in 24 ore. Queste ultime hanno infatti aderito al cessate il fuoco nella zona di Donetsk, riversandosi però, con l’utilizzo di granate nei pressi del villaggio di Zaitseve, mettendo in grave pericolo numerosi civili.

In merito alla questione civili si è poi espresso riportando dati, “positivi”, se comparati con quelli degli ultimi mesi. Attraverso i monitoraggi, è stato possibile sapere che nell’ultimo mese il numero dei civili coinvolti nel conflitto è pari a 15, tra morti e feriti, ma rappresentano addirittura il 62% in meno rispetto ai mesi precedenti.

Alexander Hug, ha concluso il suo intervento citando chi realmente si trova nelle posizioni di potere in questo conflitto, chi potrebbe decidere di farlo cessare. “ Le persone che si trovano da entrambi i lati della linea di confine non aspettano altro che le figure in posizioni di potere facciano cessare il fuoco”, e continua “ Le persone armate, ma soprattutto chi li comanda, si stanno forse dimenticando di una cosa; i civili coinvolti, ed i 500, non armati, inviati dall’OSCE, vengono da 44 paesi differenti, ed hanno un solo obiettivo; la pace” .

La partita russa tra Ucraina e Turchia

Varie di

Il fronte ucraino torna ad essere caldo. Mercoledì 16 dicembre, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato il decreto (già annunciato in precedenza) che sospende l’accordo di libero scambio tra Kiev e la CSI. La sospensione arriva a seguito dell’accordo di libero scambio tra Ucraina e Unione Europea, in vigore dal 1° gennaio. Il capo del Cremlino ha motivato la decisione spiegando che tale patto lede gli interessi economici russi.

[subscriptionform]
[level-european-affairs]
Di fatto, come citato da molte fonti internazionali, la guerra nell’Est europeo non è ancora finita. In primis, per la conferma, arrivata da Putin nel corso della conferenza stampa di fine anno, della presenza di truppe russe all’interno del territorio ucraino. Poi, a causa del’ostacolo continuo da parte dei separatisti al lavoro dell’OSCE nel Donbass, dove il blocco degli aiuti umanitari, denunciato da Unicef e Medici Senza Frontiere, e la violazione del cessate il fuoco stanno mettendo in pericolo la sopravvivenza degli accordi di Minsk/2.

Un pericolo denunciato dallo stesso segretario generale NATO Jens Stoltenberg nel corso della conferenza stampa di giovedì 17 dicembre con il presidente ucraino Petro Poroshenko: “Ci sono stati progressi negli ultimi mesi. Tuttavia, recentemente, abbiamo registrato l’aumento delle violazione degli accordi di pace. Esiste un reale rischio di un ritorno alla violenza”.

La conferenza stampa congiunta si è tenuta il giorno dopo la firma del piano di cooperazione tra NATO e Ucraina, altro fattore che potrebbe rendere vani i progressi fatti a Minsk lo scorso febbraio e portare ad un ennesimo raffreddamento dei rapporti tra Occidente e Mosca. Il piano prevede la riconfigurazione del settore Difesa ucraino e il miglioramento del potenziale delle sue forze armate, e la partecipazione di Kiev ai progetti atlantici sulla “Difesa Intelligente”.

Con il continuare delle sanzioni europee ai danni della Russia fino a quando la situazione non andrà stabilizzandosi, come annunciato dal presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, e con la possibilità dell’ingresso della Turchia in Europa, il Sud-Est europeo si è fatto rovente in questo finale di autunno.

Sempre nel corso della conferenza stampa di fine anno, oltre a definire “atto ostile” l’abbattimento del caccia russo lo scorso 24 novembre, il capo del Cremlino ha parlato di una evidente volontà dei turchi “di mostrarsi compiacenti con gli americani”.

Pur essendo conciliante con gli Stati Uniti sul fronte siriano (“faremo il possibile per trovare il modo di superare questa crisi”) e appoggiando la linea italo-americana in Libia (appoggio del governo di unità nazionale e dell’intervento militare ONU), i rapporti tra Russia e Occidente destano ancora motivi di preoccupazione.

Soprattutto perché, oltre al tema dell’allargamento NATO e alla crisi di rapporti con Ankara, dobbiamo aggiungere la crisi economica russa “troppo dipendente – come dichiarato dallo stesso Putin – da fattori economici esterni, come il drastico calo del prezzo del petrolo” e, come denunciato nei mesi scorsi, dalle sanzioni inflitte da Stati Uniti e Unione Europea.
Giacomo Pratali

[/level-european-affairs]

Ucraina, Kiev: almeno un morto e 90 feriti

BreakingNews/EUROPA di

Almeno un morto e circa 90 feriti, soprattutto poliziotti e volontari della Guardia Nazionale Ucraina, dopo una serie di ordigni fatti esplodere nella piazza antistante al Parlamento di Kiev da parte di manifestanti della destra nazionalista, in particolare riconducibili al partito Svoboda. La protesta è divampata a seguito dell’approvazione della prima bozza della riforma costituzionale sul decentramento istituzionale che, in linea con gli accordi di Minsk 2, prevede lo statuto speciale per le regioni di Donetsk e Lugansk.

[subscriptionform]
[level-european-affairs]
Un ritorno alle proteste di piazza nella capitale, dunque, ad un anno e mezzo dagli scontri di Maidan. Se gli accordi di Minsk 2 finora non erano stati rispettati per il susseguirsi degli scontri nel Donbass e il continuo rimbalzo di accuse tra Kiev e Mosca, adesso sono i gruppi nazisti a non volere cedere sul piano delle autonomie. La stessa parte politica che, negli ultimi mesi, ha visto arruolare il maggiore numero di volontari tra le brigate che combattono contro i separatisti filorussi.

Oltre alla questione dei jihadisti loro alleati in questa guerra civile, oltre alla crisi economica ucraina ormai endemica testimoniata da un debito pubblico fuori controllo, si pone il problema della collocazione nella società civile di alcuni soggetti politici sorti in difesa dei confini ucraini. La questione, infatti, non è più solo porre fine al conflitto interno al Paese e a quello internazionale che coinvolge Nato e Russia, ma il ritorno alla normalità di uno Stato che rischia di rimanere irrimediabilmente segnato al proprio interno: la destra nazista e miliziani islamisti potrebbero costituire un problema reale a due passi dall’Europa.
Giacomo Pratali

[/level-european-affairs]

Bielorussia: il doppio gioco di Lukashenko

EUROPA di

Rilasciati sei oppositori politici a pochi mesi dalle Presidenziali. Lukashenko tenta un timido riavvicinamento a Bruxelles, ma, temendo il ripetersi dei fatti di Maidan in casa propria, rafforza l’alleanza di tipo militare con Mosca.

[subscriptionform]
[level-european-affairs]
Il presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko ha decretato il rilascio di sei oppositori politici, tra cui Mykalai Statkevich, candidato alle Presidenziali del 2010: “Non pensavo che Lukashenko avrebbe avuto il coraggio di liberarmi prima delle elezioni (il prossimo 20 novembre, ndr) – afferma l’ormai ex detenuto -. Forse non avevano più soldi per il carcere. Ora per loro la situazione è ottimale. L’opposizione è in una situazione di stallo. Non può boicottare la consultazione e non è in grado di sostenere nemmeno un proprio candidato. Ecco perché mi hanno rilasciato”.

Oltre alle accuse in merito alla pesante situazione economica dello Stato ex sovietico, questi sei oppositori, così come gran parte degli attivisti presenti in Bielorussia, hanno sempre accusato Lukashenko di un eccessivo avvicinamento alla Russia e di un altrettanto forte allontamento rispetto a Bruxelles e alle democrazie europee.

La notizia del rilascio è stato accolto come “un grande passo in avanti” dall’alto rappresentante Ue Federica Mogherini, questa notizia potrebbe comportare “il miglioramento delle relazioni tra la Bielorussia e l’Unione Europea va nella auspicata direzione di un rafforzamento della tutela di diritti umani e libertà civili nel Paese. La liberazione dei sei prigionieri – osserva ancora Della Vedova – viene incontro alle aspettative che, sia bilateralmente che nel più ampio quadro del dialogo fra UE e Minsk, erano state a più riprese manifestate alle Autorità bielorusse”, afferma il sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova.

Considerato l’ultimo dittatore europeo, Lukashenko, in carica dal 1994, ha sempre mosso le proprie pedine in base alle convenienze politiche del momento. Come nel 1997, anno dell’accordo di “Unione Statale” con la Russia. Come oggi, con la decisione del rilascio dei sei detenuti come ramoscello d’ulivo verso Bruxelles, affinché ammorbidisca le sanzioni contro i patrimoni degli oligarchi bielorussi decretate nel 2004.

Di primaria importanza per la Bielorussia, inoltre, è anche la questione ucraina. Aldilà dell’accordo tra Ucraina, Russia, Germania e Francia sancito proprio nella capitale Minsk, Lukashenko teme in patria un possibile Maidan 2, anche in virtù della diffidenza di cui gode presso tutte le cancellerie europee. Conscio di questo rischio, il Presidente bielorusso ha messo nero su bianco, lo scorso 19 agosto, l’accordo con Putin che sancisce lo sviluppo di un comune spazio di difesa aerea a corto raggio.
Giacomo Pratali

[/level-european-affairs]

La Difesa italiana nel contesto globale

Difesa/EUROPA/POLITICA di

Intensificare lo sforzo della Difesa italiana per mantenere stabilità nelle aree di crisi, facendo i conti con i nuovi tagli imposti al settore e massimizzando i benefit delle cooperazioni internazionali.

[subscriptionform]
[level-european-affairs]
E’ questo il nuovo indirizzo della politica militare nazionale, inserita in un sistema di relazioni globali che da un lato garantiscono il supporto di sinergie operative e tecnologiche, dall’altro esigono risposte efficienti alle nuove sfide poste dal contesto geopolitico mondiale. Mentre l’America ci chiede formalmente di impegnarci ad arginare il problema dell’Ucraina e distendere i rapporti con la Russia, l’Europa ci affida un ruolo preponderante nella risoluzione della crisi mediterranea che la minaccia da vicino.

Ciò significa instaurare un dialogo “super partes” con i Paesi del medio oriente, rinsaldare i rapporti fondamentali con l’Egitto, appianare la questione libica, monitorare le rotte dei migranti e assumerci la responsabilità di stabilizzare l’intera area. Significa, soprattutto, acquisire una leadership che garantisca l’efficacia di strumenti collettivi quali l’Unione Europea e l’Alleanza atlantica per il rafforzamento della Politica Comune di Sicurezza e Difesa, promuovere la condivisione delle risorse tra i Paesi membri, anche in termini di misure fiscali che favoriscano incentivi al comparto militare.

Come da direttive del Libro Bianco presentato dal Ministro Pinotti, l’Italia punta a preferire le partnership multilaterali a quelle bilaterali, in assoluta controtendenza rispetto al passato, allo scopo di valorizzare il legame transatlantico alla luce dell’intesa tra la dimensione europea della Difesa e la NATO. Individuate quindi nelle regioni euro-atlantica e mediterranea le aree d’intervento prioritarie su cui concentrare gli sforzi, la presenza dei nostri militari impegnati in operazioni marginali è stata considerevolmente ridotta.

Delle oltre trenta missioni sparse in tutti i continenti, dunque, ne restano attive ventiquattro, in ambito ONU, NATO e UE. Tra queste, strategiche le missioni UNIFIL e MIBIL in Libano, volte a supportare la popolazione e le condizioni socio-economiche del Paese a seguito del conflitto siriano; la Risolute Support in Afghanistan, successiva ad ISAF e incentrata sull’addestramento delle milizie afghane; la KFOR in Kosovo, che garantisce il supporto alle organizzazioni umanitarie per l’assistenza ai profughi; le missioni European Union Training Mission in Mali, contro i gruppi terroristici locali, e in Somalia, dove l’Italia partecipa alla strategia europea per la sicurezza nel Corno d’Africa; l’operazione Prima Parthica in Iraq, di contrasto all’Isis, e infine la MIL in Libia, successiva alla guerra civile scaturita dalla caduta di Gheddafi.
Viviana Passalacqua
[/level-european-affairs]

Crisi Ucraina: “La Norvegia non deve distruggere il suo solido rapporto con la Russia”

Varie di

La Norvegia ha condannato l´annessione russa della Crimea e la destabilizzazione dell’Ucraina e ha aderito alle sanzioni europee. Il ministro della difesa ha, inoltre, affermato che il conflitto in Ucraina ha cambiato in maniera duratura il panorama politico e di sicurezza.

Questa in sintesi la reazione norvegese agli avvenimenti in Crimea, che hanno visto il loro inizio con il rinvio della firma dell’Accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Unione Europea alla fine del 2013. Un cambiamento significativo rispetto alla linea diplomatica seguita fino ad ora dal paese scandinavo. La politica che la Norvegia ha portato avanti nei confronti della Russia attraverso diversi governi è stata una politica ragionevole, caratterizzata da un dialogo costruttivo e basata sulla situazione geopolitica nella quale si trova il paese: quello di vicino di una superpotenza.

Le istituzioni norvegesi, ora governate da una coalizione di centro-destra, favorevole ad una sempre maggiore vicinanza all’Europa, hanno portato avanti, dal 2014, una politica nuova nei confronti del vicino russo, critica e vicina alla posizione europea. Una politica che non piace al vecchio establishment, in primis il corpo diplomatico che ha lavorato con la Russia negli scorsi decenni. L’ex ambasciatrice norvegese in Russia, Mette Kongshem, invita, in un articolo inviato al giornale nazionale Aftenposten, a non “lasciare che il conflitto in Ucraina distrugga il solido rapporto che la Norvegia ha avuto con la Russia” e a guardare la situazione con gli occhi dei Russi.

Secondo l’ambasciatrice sarebbe un beneficio per la Norvegia posizionarsi meglio nella storia russa degli ultimi due, tre secoli e provare a vedere il mondo attraverso gli occhi dei vicini russi.

“Dobbiamo poter collocare gli eventi in un ulteriore contesto e provare a capire perche la Russia e´intervenuto con l´utilizzo di strumenti di potere come abbiamo visto in seguito. O forse dobbiamo riconoscere che si e´trattata di una reazione della Russia a quello che il paese ha percepito come una instrusione negli interessi sensibili della Russia” spiega Kongshem “La Russia e´una superpotenza con una economia compromessa e cerca di salvaguardare il suo status. L´occidente non ha la capacità di trattare in maniera equa la Russia, e l´indebolimento che e´avvenuto da parte russa fa si che la cooperazione non funzioni come dovrebbe. Ma la conoscenza della Russia e purtroppo molto scarsa in occidente. La politica estera russia e´fortemente caratterizzata dall´esperienza che il paese ha avuto con l´occidente nel corso del tempo. Pietro il grande aprì una finestra verso l´occidente e vedeva come benvenuti gli input provenienti da ovest. Ma di volta in volta nel corso della storia le ondate di invasioni provenienti da occidente sono arrivate in Russia. La necessità di procurarsi una sfera di interesse nei paesi vicini si e´venuta a creare, non meno dopo che l´Unione Sovietica è scomparsa e la Russia si e´vista come un paese indipendente circondato da quelle che erano state prima le repubbliche sovietiche e dove vivevano grandi popolazioni russe. Perche´e´cosi difficile da capire che la Russia ha gli stessi interessi strategici nel suo circondario che l´altra superpotenza, gli Stati Uniti? Perche´ abbiamo avuto tante difficolta´a capire i segnali che arrivavano da Mosca sul fatto che l´Europa e la NATO si stavano avvicinando troppo nel momento in cui invitavano l´Ucraina e la Georgia a diventare membri EU e NATO?”.

Nella sua lettera all’Aftenposten la Kongshem avverte anche che la politica intrapresa in occasione della crisi in Crimea, con 40 milioni di aiuti all’Ucraina annunciati dall’attuale ministro degli esteri Børge Brende a maggio 2015, non è nell’interesse della Norvegia. Il rapporto costruito in decenni potrebbe complicarsi e la Russia potrebbe vedersi spinta a rivolgersi verso Est, verso la Cina e l’India. La Norvegia infatti, oltre agli aiuti all’Ucraina, si è resa partecipe di una serie di gaffe diplomatiche nei confronti della Russia, in primis respingendo la richiesta russa di aiuto per il recupero di un aereo precipitato con 4 morti russi in mare al largo di Berlevåg, e in seguito rifiutando un invito a prendere parte alla cerimonia commemorativa per soldati della marina della flotta russa che sono morti nella seconda guerra mondiale.

“E´cosi´che mostriamo il nostro riconoscimento ai russi che nel 1944/45 ci hanno difeso dai tedeschi in Finnmark e liberato?” conclude Kongshem.

Carla Melis

Ucraina: il fallimento di Minsk 2 è dietro l’angolo

EUROPA di

Gli scontri tra esercito e separatisti sono tornati ai livelli precedenti a febbraio. Sul fronte interno, l’accordo appare lontano. Sul fronte internazionale, Nato e Russia continuano a mostrare i muscoli.

[subscriptionform]
[level-european-affairs]
Complici le miti temperature estive, il conflitto nell’Ucraina orientale è tornato ad essere cruento. L’avvicinarsi dell’inverno, con la questione delle forniture di gas che tornerà centrale nell’agenda di tutti i Paesi europei, acuisce i sintomi di un’ulteriore intensificazione delle violenze. Il 3 agosto scorso, tre soldati dell’esercito di Kiev sono morti a seguito degli scontri con i separatisti. In contemporanea, si è materializzato il fallimento dei negoziati per la costituzione di una zona cuscinetto tra i gruppi di contatto degli accordi di Minsk 2.

I sintomi di una escalation di violenze, appunto. Di natura interna, tra gli ucraini, che chiedono la deposizione delle armi ai filorussi in cambio di concessioni autonomiste nella carta costituzionale, e i separatisti, intenzionati a non cedere e a volere partecipare al processo legislativo.

Di natura internazionale. Come rigurgiti di una Guerra Fredda tornata di attualità, la guerra civile ucraina non è altro che il terreno di una resa dei conti a livello internazionale. Con la Nato, intenzionata ad intensificare sempre di più l’apporto di unità speciali nei Paesi dell’Est Europa. Con Stati Uniti e Unione Europea, decisi a non cedere sulle sanzioni nei confronti di Mosca. Con la Russia, infine, determinata ad uscire dal progressivo isolamento rispetto ai partner occidentali.

La guerra a colpi di sanzioni economiche potrebbe spingere il Cremlino a non retrocedere. L’aumento del numero di addestramento dei separatisti del Donbass ne è un chiaro indicatore. Infine, i rapporti privilegiati con Siria e Iran, i nuovi canali economici e commerciali istituiti con Cina e India, potrebbero indurre Washington ad ammorbidirsi. La degenerazione del conflitto ucraino e la conseguente caduta nel caos del Paese sono dietro l’angolo.
Giacomo Pratali

[/level-european-affairs]

Giacomo Pratali
0 £0.00
Vai a Inizio
× Contattaci!