La teoria dei giochi, formalizzata nella sua versione moderna da John von Neumann e Oskar Morgenstern e successivamente sviluppata, tra gli altri, da John Nash, costituisce uno degli strumenti più potenti elaborati per comprendere l’interazione strategica. Il suo contributo fondamentale consiste nell’aver mostrato che una decisione non può essere valutata isolatamente: il risultato di ciò che facciamo dipende anche da ciò che farà l’altro, da ciò che pensiamo potrà fare e da ciò che l’altro pensa che faremo noi.
La conflittualità in corso tra Iran e Stati Uniti può essere interpretata attraverso i giochi ripetuti, la reciprocità, la reputazione, la credibilità delle minacce e le strategie di risposta. Questa prospettiva consente di comprendere un aspetto essenziale del conflitto: ciascun attore deve continuamente valutare non soltanto l’effetto immediato della propria azione, ma anche la risposta che essa produrrà nell’avversario e le conseguenze sulle interazioni successive.
Il prolungarsi della guerra suggerisce tuttavia un problema ulteriore: l’interazione tra i giocatori non modifica soltanto le loro mosse successive, ma può trasformare progressivamente il gioco stesso. È qui che la teoria dei giochi, formalizzata quasi un secolo fa e successivamente sviluppata in forme sempre più sofisticate, incontra la complessità dell’era contemporanea. Non perché perda la propria capacità esplicativa, ma perché deve confrontarsi con sistemi nei quali le decisioni degli attori, attraverso le reazioni e gli adattamenti che generano, possono contribuire a modificare interessi, vincoli, opportunità e relazioni, trasformando così le condizioni nelle quali prosegue l’interazione strategica.
Dal gioco alla complessità
La teoria dei giochi consente di rappresentare forme di interazione strategica estremamente sofisticate e non deve essere confusa con una semplice partita a scacchi. Proprio gli scacchi, tuttavia, possono aiutarci a comprendere per analogia una distinzione fondamentale tra complicazione e complessità. Gli scacchi rappresentano da tempo una delle metafore più utilizzate della strategia (la mossa del cavallo). Due giocatori, interessi contrapposti, pezzi dotati di capacità differenti, informazione completa sulla loro posizione e una successione di mosse nella quale ciascuno cerca di anticipare quelle dell’altro.
Gli scacchi sono complicati, ma non complessi nel senso proprio dei sistemi complessi adattivi. La distinzione è fondamentale. Un sistema complicato può comprendere un numero enorme di elementi e combinazioni, rendendo estremamente difficile individuare la soluzione migliore, ma conserva una struttura sostanzialmente definita. Negli scacchi, per quanto elevatissimo sia il numero delle configurazioni possibili, alcune condizioni fondamentali rimangono immutate per tutta la partita: la scacchiera conserva le stesse dimensioni, i pezzi mantengono le proprie capacità, le regole non cambiano, i giocatori rimangono due e, soprattutto, entrambi conoscono ciò che significa vincere.La complessità introduce una condizione diversa. Le interazioni tra gli attori producono feedback, adattamenti ed effetti emergenti; relazioni non lineari possono amplificare o attenuare le conseguenze delle singole azioni e, soprattutto, il comportamento degli attori contribuisce a modificare l’ambiente nel quale essi continueranno ad agire.
Un sistema complicato rende difficile calcolare la mossa; un sistema complesso può modificare le condizioni sulla base delle quali quella mossa era stata calcolata. La competizione strategica tra Stati presenta sempre più queste caratteristiche. Non stiamo semplicemente giocando una partita molto complicata di scacchi. Stiamo affrontando interazioni nelle quali le mosse possono modificare metaforicamente la scacchiera, cambiare il valore dei pezzi, fare entrare nuovi giocatori, trasformare alcune delle regole e, in determinate circostanze, ridefinire persino ciò che significa vincere. Non siamo quindi soltanto di fronte a un aumento della complicazione: siamo entrati nella dimensione della complessità.È precisamente a questo punto che torniamo alla teoria dei giochi. Non si tratta di abbandonarla, ma di comprendere come utilizzarla quando l’interazione strategica avviene all’interno di un sistema complesso adattivo, nel quale le decisioni dei giocatori contribuiscono a trasformare l’ambiente, gli incentivi e lo spazio delle possibilità delle interazioni successive. Esiste già una base teorica per questo incontro. Gli studi sui sistemi complessi adattivi descrivono sistemi costituiti da agenti eterogenei che interagiscono, apprendono e modificano continuamente il proprio comportamento. W. Brian Arthur ha mostrato, nella complexityeconomics, come agenti dotati di informazioni imperfette esplorino strategie, reagiscano agli esiti prodotti collettivamente e adattino il proprio comportamento. Altri studi hanno messo in relazione teoria dei giochi e sistemi complessi adattivi: la prima offre strumenti rigorosi per analizzare l’interdipendenza delle decisioni, mentre i secondi consentono di incorporare più pienamente apprendimento, eterogeneità, feedback, evoluzione ed emergenza.
Quando il gioco modifica anche sé stesso
Nella rappresentazione più semplice dell’interazione strategica possiamo immaginare giocatori con determinate preferenze che scelgono le proprie strategie, interagiscono e producono un risultato.
In un sistema complesso adattivo, tuttavia, la sequenza non termina con il risultato. Gli effetti dell’interazione modificano l’ambiente nel quale avverrà quella successiva. Gli attori reagiscono, apprendono e si adattano; possono cambiare le loro preferenze, mentre emergono nuovi vincoli e opportunità e si modificano le strategie disponibili. Il risultato di un’interazione diventa così una delle condizioni iniziali dell’interazione successiva.
La conflittualità tra Iran e Stati Uniti offre un esempio significativo. La pressione militare americana ha prodotto una risposta iraniana che ha progressivamente attribuito allo Stretto di Hormuz una centralità diversa rispetto a quella che aveva all’inizio del confronto. La limitazione dei traffici attraverso lo Stretto ha trasferito gli effetti della guerra dal campo militare a quello energetico ed economico, coinvolgendo Stati del Golfo, Paesi importatori, mercati e compagnie di navigazione. Questi attori hanno a loro volta reagito, modificando comportamenti, dipendenze e strategie. Una decisione presa all’interno del confronto militare ha così contribuito a trasformare l’ambiente strategico nel quale Washington e Teheran devono assumere le decisioni successive. Hormuz non costituisce più soltanto una componente geografica del confronto, ma una leva sistemica capace di collegare dimensione militare, energia, economia, politica e relazioni internazionali.
La differenza è sostanziale: la seconda mossa non avviene necessariamente nello stesso gioco nel quale è stata compiuta la prima.
Gli attori apprendono e le alleanze reagiscono. La stessa conflittualità tra Iran e Stati Uniti sta contribuendo a modificare gli equilibri regionali. L’Arabia Saudita, pur rimanendo legata alla relazione strategica con Washington, ha rafforzato la cooperazione di sicurezza con il Pakistan e intensificato quella con la Turchia, ampliando e diversificando le proprie opzioni strategiche. Attori inizialmente esterni al confronto modificano così il proprio comportamento in risposta agli effetti prodotti dal conflitto e, facendolo, contribuiscono a trasformare l’ambiente nel quale Iran e Stati Uniti dovranno assumere le decisioni successive.
I mercati modificano i prezzi e le popolazioni cambiano atteggiamento. Le tecnologie evolvono, le risorse vengono consumate e contemporaneamente emergono vulnerabilità precedentemente sconosciute, mentre attori inizialmente periferici acquistano centralità e modificano lo spazio delle alternative disponibili.
L’interazione strategica diventa quindi parte del processo attraverso il quale il sistema stesso si trasforma. Non produce soltanto conseguenze all’interno di un ambiente dato, ma contribuisce a modificare l’ambiente nel quale gli attori dovranno continuare ad agire.
Il sistema nel quale uno Stato deve assumere la decisione successiva è dunque, almeno in parte, il prodotto delle decisioni precedenti, comprese le proprie.
Razionalità adattiva
La prima conseguenza riguarda il concetto di razionalità. La teoria dei giochi ha progressivamente superato la semplice ipotesi di attori perfettamente razionali che operano in condizioni di informazione completa. I giochi bayesiani consentono di rappresentare situazioni nelle quali gli attori dispongono di informazioni incomplete e formulano credenze probabilistiche su caratteristiche, intenzioni o strategie degli altri; i giochi evolutivi studiano come strategie differenti possano diffondersi, competere o scomparire attraverso processi di selezione e adattamento; i giochi stocastici introducono una dimensione dinamica nella quale le decisioni e gli eventi probabilistici possono modificare lo stato del gioco e quindi le condizioni delle interazioni successive. Informazione incompleta e razionalità limitata hanno ulteriormente ampliato il campo di analisi, rendendo possibile rappresentare attori che decidono senza possedere tutte le informazioni o senza essere capaci di elaborarle perfettamente. Il problema posto dalla complessità, tuttavia, è ancora diverso.
In condizioni di incertezza radicale l’attore può non conoscere tutte le possibili configurazioni future del sistema. Non deve quindi soltanto attribuire probabilità differenti a risultati già identificabili, ma considerare che possano emergere possibilità non comprese nel modello iniziale e che le interazioni tra gli attori possano contribuire a generarle.
La distinzione è fondamentale. Nell’incertezza probabilistica non conosciamo quale degli esiti possibili si realizzerà; nell’incertezza radicale possiamo non conoscere in anticipo tutti gli esiti possibili. In un sistema complesso adattivo si aggiunge un ulteriore elemento: le decisioni degli attori contribuiscono a modificare lo spazio delle possibilità entro il quale dovranno essere prese le decisioni successive. W. Brian Arthur ha individuato un problema analogo studiando la razionalità economica nei sistemi complessi. Quando gli attori non possono dedurre una soluzione ottimale sulla base di un modello completo e stabile dell’ambiente, costruiscono rappresentazioni parziali della realtà, formulano ipotesi, osservano gli effetti delle proprie decisioni, apprendono e modificano progressivamente il proprio comportamento. La razionalità assume quindi un carattere adattivo. Lo stratega non può limitarsi a cercare la risposta ottimale rispetto alla configurazione presente. Deve valutare anche quanto la propria scelta rimanga sostenibile se quella configurazione cambia e, soprattutto, quali possibilità di adattamento la decisione presente conserverà per il futuro. Il valore degli esiti (payoff) può cambiare
Una seconda conseguenza riguarda gli interessi.
Nei modelli più semplici della teoria dei giochi i payoff vengono definiti prima che inizi il gioco: rappresentano il valore che ciascun attore attribuisce ai differenti esiti possibili. Nella politica internazionale reale, tuttavia, l’interazione può modificare non soltanto le strategie attraverso le quali gli attori cercano di raggiungere i propri obiettivi, ma anche il valore relativo attribuito ai diversi risultati. La guerra tra Iran e Stati Uniti ne offre un esempio significativo. Quello che inizialmente poteva essere concepito come un confronto relativamente breve si è progressivamente trasformato in una situazione di logoramento nella quale la dimensione energetica, quella economica e quella politica hanno acquisito un peso crescente. Lo Stretto di Hormuz, i mercati energetici, i costi economici della guerra e la capacità di sostenere il confronto nel tempo sono così diventati componenti sempre più importanti del calcolo strategico.
Di conseguenza, gli esiti che gli attori considerano accettabili, vantaggiosi o troppo costosi possono non avere oggi lo stesso valore che possedevano all’inizio del conflitto. Non cambiano soltanto le strategie utilizzate per raggiungere un determinato payoff: può cambiare il valore del payoff stesso.
Cambiano anche gli attori rilevanti
La trasformazione non riguarda soltanto gli interessi.
Un conflitto apparentemente bilaterale produce conseguenze su attori che non partecipano direttamente allo scontro. Questi reagiscono agli effetti generati dalla competizione e le loro reazioni modificano, a loro volta, le opzioni dei protagonisti iniziali. Attori inizialmente esterni o periferici rispetto al gioco possono così acquisire una rilevanza crescente fino a modificarne la configurazione. Lo Stretto di Hormuz ne costituisce un esempio quasi paradigmatico. La limitazione dei traffici non riguarda soltanto Iran e Stati Uniti, ma coinvolge esportatori del Golfo, importatori asiatici, mercati europei, compagnie di navigazione e catene logistiche. Questi attori non si limitano a subire le conseguenze del conflitto: si adattano. Arabia Saudita, Emirati e altri Paesi hanno così ulteriori incentivi ad accelerare investimenti in oleodotti, porti, capacità di stoccaggio e infrastrutture capaci di ridurre nel tempo la dipendenza dallo Stretto. Le conseguenze strategiche possono essere profonde. L’Iran utilizza Hormuz per aumentare il proprio leverage nel presente. Gli altri attori reagiscono cercando alternative. La costruzione di infrastrutture, rotte e relazioni differenti può progressivamente diminuire la dipendenza dallo Stretto e quindi modificare il valore strategico della stessa leva iraniana. L’impiego del potere può quindi modificare le condizioni dalle quali quel potere deriva. È uno dei paradossi più importanti della strategia nei sistemi complessi adattivi: una capacità utilizzata per produrre un vantaggio nel presente può generare adattamenti che ne riducono l’efficacia nel futuro.
Dal feedback alla trasformazione
Il processo può essere osservato seguendo la successione degli effetti. La pressione militare sull’Iran contribuisce alla risposta iraniana su Hormuz; la riduzione dei flussi energetici aumenta i costi; mercati e Stati reagiscono; vengono ricercate rotte e infrastrutture alternative; cambiano progressivamente le dipendenze e, attraverso queste, può cambiare lo stesso valore strategico di Hormuz. La causalità assume così una struttura non lineare e ricorsiva. Gli effetti prodotti da un’azione possono diventare a loro volta cause di effetti successivi che retroagiscono sulle condizioni dalle quali il processo aveva avuto origine. La letteratura sui sistemi complessi descrive queste dinamiche attraverso concetti quali feedback, non linearità, adattamento ed emergenza. Le interazioni tra gli agenti possono così produrre effetti sistemici che non sono pienamente comprensibili osservando isolatamente il comportamento di ciascun attore.
Ed è qui che occorre tornare, per analogia, alla metafora degli scacchi. Negli scacchi una torre rimane una torre indipendentemente dal numero di volte in cui viene utilizzata. Nella competizione internazionale, invece, l’utilizzo di una capacità può contribuire a modificarne il valore futuro. Una sanzione può incentivare la diversificazione. Un blocco può accelerare la ricerca di nuove rotte commerciali. Una superiorità tecnologica stimola lo sviluppo di contromisure. Un’alleanza può favorire la formazione di contro alleanze. Una dipendenza crea incentivi a ridurla. Persino l’impiego ripetuto della deterrenza può modificarne la credibilità. Il sistema strategico si trasforma attraverso le azioni, l’apprendimento e gli adattamenti degli attori che lo compongono.
Il problema dell’equilibrio
Anche il concetto di equilibrio richiede cautela. L’equilibrio costituisce uno dei concetti fondamentali della teoria dei giochi: consente di individuare configurazioni nelle quali, date determinate strategie, preferenze e informazioni, nessun attore ha interesse a modificare unilateralmente il proprio comportamento. Nei sistemi complessi adattivi, tuttavia, diventa altrettanto importante comprendere la traiettoria attraverso la quale il sistema evolve, perché le condizioni rispetto alle quali un equilibrio viene individuato possono essere esse stesse soggette a trasformazione.Una configurazione relativamente stabile osservata oggi può quindi non rappresentare un punto di arrivo, ma una fase temporanea all’interno di un processo di adattamento. Il conflitto Iran-USA ne offre ancora una volta un esempio. Sei mesi dopo l’inizio della guerra nessuno dei contendenti appare capace di imporre pienamente il risultato desiderato. L’Iran è stato pesantemente colpito ma conserva capacità di resistenza; Washington dispone di una superiorità militare incomparabilmente maggiore ma non è riuscita a trasformarla in un risultato politico definitivo. Nel frattempo, il confronto si è progressivamente esteso dal campo militare alle sanzioni, all’energia, ai traffici marittimi e alla negoziazione indiretta. Più che un equilibrio in senso tecnico, siamo quindi di fronte a una configurazione temporaneamente stabile di un sistema che continua a trasformarsi. E proprio questa trasformazione può modificare progressivamente gli interessi, il valore degli esiti, le strategie disponibili e la rilevanza degli altri attori. L’equilibrio fotografa una configurazione; la complessità obbliga a osservarne anche la traiettoria.
La variabile tempo
Questo introduce una dimensione fondamentale: il tempo. Nei giochi ripetuti il futuro influenza il comportamento presente. Se prevedo di incontrare nuovamente l’altro, cambiano la convenienza della cooperazione, il valore della reputazione e gli incentivi alla reciprocità. Nei sistemi complessi adattivi il tempo svolge però una funzione ulteriore.
Non prolunga semplicemente il gioco: consente agli attori di apprendere e adattarsi e, attraverso le loro interazioni, al sistema di trasformarsi. Con il protrarsi del conflitto gli arsenali si consumano e vengono ricostituiti, le economie si adattano, le opinioni pubbliche reagiscono, le infrastrutture vengono riconfigurate, nuove tecnologie entrano nel confronto e le alleanze modificano il proprio comportamento. Gli stessi attori apprendono dall’esperienza e possono rivedere obiettivi, priorità e strumenti.La stessa strategia può quindi produrre risultati differenti in momenti differenti perché non è più identico il sistema sul quale essa produce i propri effetti.
Questo rende insufficiente una valutazione della potenza basata esclusivamente sulle risorse possedute all’inizio dell’interazione. Il potere deve essere valutato anche attraverso la capacità di sostenere il tempo, apprendere più rapidamente degli altri, adattarsi e preservare opzioni.
Dalla mossa ottimale alla libertà d’azione
È qui che teoria dei giochi e realismo adattivo possono incontrarsi. Il realismo continua correttamente a ricordarci che gli Stati operano in un sistema competitivo, che il potere conta, che la sicurezza rimane fondamentale e che le intenzioni degli altri non possono mai essere conosciute con certezza. Ma in un sistema complesso il potere non può essere valutato soltanto attraverso la quantità di risorse disponibili o il vantaggio relativo posseduto nel presente. Conta anche la capacità di trasformare quelle risorse in effetti senza compromettere eccessivamente la possibilità di adattarsi alle conseguenze prodotte.
La domanda strategica tradizionale ossia quale sia la migliore risposta alla mossa dell’avversario, deve quindi essere accompagnata da una seconda domanda: quale decisione migliora la mia posizione presente senza ridurre eccessivamente le opzioni di cui potrei avere bisogno quando le condizioni saranno cambiate? Questo significa affiancare alla ricerca dell’ottimizzazione la conservazione della libertà d’azione futura.Non significa rinunciare al vantaggio, né sostituire alla strategia una generica prudenza. Significa riconoscere che, in condizioni di complessità, anche la capacità di continuare a perseguire i propri interessi quando cambiano le condizioni costituisce una forma di potere. Diversificazione, ridondanza, modularità, sperimentazione, feedback, reversibilità e portafogli di opzioni non sono allora semplici criteri organizzativi. Diventano componenti della strategia perché consentono di perseguire gli obiettivi presenti senza vincolare eccessivamente le possibilità future.
Una strategia che non dipenda dalla previsione
La conseguenza è importante. Se il sistema viene continuamente trasformato dalle interazioni degli attori, nessun modello può prevederne completamente l’evoluzione. Questo non significa rinunciare alla previsione, ma riconoscerne i limiti e soprattutto evitare di confondere previsione e strategia. Una strategia robusta non dovrebbe dipendere dalla necessità che una particolare previsione si realizzi.
La strategia nell’incertezza non consiste nel prevedere perfettamente la configurazione futura. Consiste nel non costruire una strategia che abbia bisogno che il futuro corrisponda alla nostra previsione per poter funzionare. Nel primo caso cerchiamo di individuare la configurazione futura più probabile e ottimizziamo rispetto ad essa. Nel secondo costruiamo una posizione capace di perseguire i nostri interessi attraverso una pluralità di configurazioni possibili. È questo il passaggio dall’ottimizzazione all’adattamento. Non significa prepararsi indistintamente a qualsiasi futuro, cosa impossibile e strategicamente inefficiente. Significa evitare dipendenze eccessive da una sola ipotesi sul futuro e conservare sufficienti opzioni per correggere la propria traiettoria quando emergono informazioni, attori, vincoli o opportunità che non erano stati previsti.
Oltre il gioco
La teoria dei giochi rimane dunque essenziale. Ci ha insegnato che nessuna decisione strategica può essere compresa senza considerare le possibili risposte degli altri. La teoria della complessità aggiunge però un ulteriore livello. Non dobbiamo soltanto domandarci come l’altro reagirà alla nostra mossa. Dobbiamo domandarci come l’interazione tra la nostra mossa, la sua risposta e le reazioni degli altri attori trasformerà il sistema nel quale dovremo prendere la decisione successiva. Le interazioni generano feedback; gli attori reagiscono, apprendono e si adattano; questi adattamenti modificano comportamenti, relazioni e vincoli e contribuiscono così a trasformare le condizioni delle interazioni successive. Il gioco continua, ma non necessariamente nelle stesse condizioni nelle quali era iniziato. Gli scacchi rimangono una straordinaria rappresentazione dell’intelligenza strategica. Ma la competizione internazionale contemporanea ci porta oltre. Negli scacchi non conosciamo la prossima mossa dell’avversario, ma conosciamo la scacchiera, i pezzi e le regole. Nella realtà strategica dobbiamo considerare che la seconda mossa possa avvenire su una scacchiera diversa da quella sulla quale abbiamo deciso la prima.
Il realismo adattivo parte precisamente da questa consapevolezza.Il potere continua a contare. Gli interessi continuano a contare. La competizione continua a contare. Ciò che cambia è il modo in cui dobbiamo valutarli nel tempo. Il vantaggio strategico non appartiene quindi soltanto a chi possiede più risorse o sa calcolare più mosse in avanti. Appartiene anche a chi riesce a comprendere più rapidamente come sta cambiando il gioco, adattarsi prima degli altri e conservare sufficienti opzioni per continuare a perseguire i propri interessi quando la scacchiera non sarà più quella sulla quale la partita era cominciata.
Pasquale Preziosa
