Potere, adattamento e libertà d’azione strategica
Il realismo è tornato al centro del dibattito strategico. La guerra in Ucraina, la competizione tra Stati Uniti e Cina, i conflitti in Medio Oriente e il progressivo indebolimento delle istituzioni multilaterali sembrano confermare alcune delle sue intuizioni fondamentali: il sistema internazionale rimane anarchico, gli Stati continuano a preoccuparsi della propria sicurezza, il potere conta e nessuna grande potenza può affidare definitivamente la propria sopravvivenza alle intenzioni degli altri. Ma proprio il ritorno della politica di potenza solleva un interrogativo ulteriore. Se il realismo continua a spiegare perché gli Stati competono, riesce ancora a spiegare come competere in un sistema caratterizzato da crescente complessità e incertezza?
La domanda diventa particolarmente importante quando la teoria realista viene impiegata non soltanto per interpretare il comportamento degli Stati, ma anche per prevedere le conseguenze delle loro azioni. Le guerre contemporanee mostrano infatti un paradosso. Disponiamo di quantità di informazioni senza precedenti, capacità di intelligence sempre più sofisticate e strumenti computazionali capaci di elaborare enormi volumi di dati. Eppure, analisti che osservano sostanzialmente gli stessi fenomeni arrivano a interpretazioni e previsioni profondamente differenti.
Il realismo e l’incertezza
Sarebbe una semplificazione sostenere che il realismo non abbia considerato l’incertezza sin dalla sua nascita. Al contrario, essa appartiene alla sua stessa genealogia. Il realismo classico, che trova in Hans Morgenthau uno dei suoi principali esponenti, attribuisce alla prudenza un ruolo centrale nell’azione politica. La politica internazionale non può essere ridotta a un esercizio scientifico nel quale condizioni iniziali conosciute producono risultati prevedibili. Il decisore deve confrontarsi con i limiti della conoscenza, le conseguenze inattese, le percezioni errate e l’impossibilità di controllare completamente gli effetti delle proprie azioni.
Con Kenneth Waltz e il realismo strutturale il problema cambia natura. Non è più principalmente la fallibilità del decisore a dominare l’analisi, ma la struttura anarchica del sistema internazionale. Gli Stati devono provvedere alla propria sicurezza perché non esiste un’autorità superiore capace di garantirla e la distribuzione delle capacità condiziona quindi il loro comportamento. Ma da questa condizione non discende necessariamente la ricerca di un’accumulazione indefinita di potere. Gli Stati cercano innanzitutto sicurezza e sopravvivenza. Un eccessivo incremento della propria potenza può provocare il controbilanciamento degli altri e produrre un risultato opposto a quello desiderato. Il realismo difensivo sviluppa ulteriormente questa intuizione. Più che una teoria riconducibile a un singolo autore, esso costituisce un filone sviluppatosi a partire dal realismo strutturale di Waltz e successivamente articolato, con prospettive differenti, da studiosi come Robert Jervis, Stephen Walt, Charles Glaser e Stephen Van Evera. Al suo interno assumono particolare rilievo il security dilemma, la percezione della minaccia e il rapporto tra capacità offensive e difensive: variabili che contribuiscono a spiegare perché l’anarchia non produca necessariamente gli stessi comportamenti strategici in ogni circostanza. Il security dilemma, in particolare, mostra come una decisione perfettamente razionale dal punto di vista di uno Stato possa generare una reazione altrettanto razionale da parte dell’altro e produrre un risultato complessivamente peggiore. L’aumento della sicurezza di A può diminuire la sicurezza percepita da B. Se B reagisce per ristabilirla, A può interpretare quella reazione come conferma della minaccia originaria e adottare ulteriori contromisure. Il comportamento di ciascun attore diventa così parte delle condizioni alle quali reagisce l’altro e il sistema entra in una dinamica di feedback. La razionalità dell’azione non garantisce quindi la razionalità del risultato.
Mearsheimer e il paradosso dell’incertezza
Il realismo offensivo di John Mearsheimer compie un passaggio ulteriore. Le grandi potenze operano in un sistema anarchico, possiedono capacità militari offensive, non possono conoscere con certezza le intenzioni future degli altri Stati, considerano la sopravvivenza il proprio obiettivo fondamentale e agiscono razionalmente. Da queste condizioni emerge una conseguenza importante: poiché nessuno Stato può escludere che un’altra grande potenza diventi ostile in futuro, la garanzia più affidabile della propria sopravvivenza consiste nell’aumentare il proprio potere relativo. Quando le condizioni lo consentono, una grande potenza tenderà quindi a sfruttare le opportunità per accrescere la propria posizione di potere, avendo nell’egemonia regionale la condizione più favorevole alla propria sicurezza. È proprio qui che emerge un paradosso. L’incertezza costituisce una premessa fondamentale del realismo offensivo, ma viene successivamente tradotta in una risposta strategica relativamente prevedibile.
L’impossibilità di conoscere le intenzioni future dell’altro rende razionale prepararsi anche rispetto alla possibilità del caso peggiore, ciò incentiva la ricerca di maggiore potere relativo, perché quanto maggiore è il potere di uno Stato rispetto ai suoi competitori, tanto maggiori dovrebbero essere le sue possibilità di sopravvivenza.
La relazione possiede una forte coerenza logica, ma presuppone qualcosa che nell’ambiente strategico contemporaneo appare meno scontato: che sia possibile stabilire una relazione sufficientemente prevedibile tra aumento del potere, aumento della sicurezza e miglioramento del posizionamento strategico. Ed è precisamente questa relazione che deve essere riesaminata.
Ma che cosa accade quando l’azione intrapresa per aumentare il proprio potere modifica il comportamento degli altri attori e, attraverso le loro reazioni, trasforma le condizioni stesse nelle quali quel potere dovrà essere esercitato?
Quando il potere cambia il sistema
Uno Stato non esercita il proprio potere all’interno di un ambiente immobile. Ogni azione modifica il comportamento dell’avversario, influenza quello degli alleati e interviene sulle percezioni attraverso le quali gli altri attori interpretano la situazione. Ciò che caratterizza l’ambiente contemporaneo non è necessariamente una maggiore instabilità rispetto al passato, ma la velocità con cui gli effetti dell’azione possono propagarsi attraverso sistemi sempre più interconnessi. Le conseguenze possono infatti estendersi dalla dimensione militare a quella tecnologica, economica, industriale, politica e sociale, modificando coalizioni, dipendenze e persino le identità degli attori coinvolti. Una guerra iniziata per aumentare la propria profondità strategica può provocare l’allargamento dell’alleanza che si voleva tenere lontana. Una politica coercitiva destinata a ottenere una concessione può incentivare l’avversario a sviluppare strumenti che ridurranno in futuro l’efficacia di quella coercizione. Una superiorità tecnologica può produrre dipendenze industriali che diventano vulnerabilità. Un’alleanza può aumentare enormemente il potere aggregato dei suoi membri ma, contemporaneamente, introdurre nuovi vincoli alla loro libertà d’azione. Il problema non è quindi soltanto che gli altri attori reagiscono.
Il problema è che le loro reazioni possono propagarsi attraverso domini interdipendenti e trasformare progressivamente il sistema nel quale il potere dovrà continuare a essere esercitato.
Quando l’incertezza nasce dal sistema
Il realismo ha sempre attribuito un ruolo centrale all’incertezza. Essa riguarda innanzitutto ciò che uno Stato non può conoscere pienamente degli altri attori: intenzioni, capacità, percezioni e decisioni future. È questa incertezza strategica a contribuire alla diffidenza che caratterizza un sistema anarchico nel quale nessuno Stato può affidare definitivamente la propria sicurezza alle intenzioni altrui. L’Europa del secondo dopoguerra offre, da questo punto di vista, un caso particolarmente significativo: la garanzia americana ha accresciuto enormemente la sicurezza europea, ma la crescente dipendenza da essa ha progressivamente ridotto alcune opzioni autonome, rendendo la sicurezza del continente anche dipendente dalla continuità nel tempo delle capacità, degli interessi e della volontà strategica del garante. Esiste tuttavia una condizione più profonda. In alcune circostanze il problema non consiste semplicemente nel non conoscere ciò che farà l’altro o nel non riuscire ad attribuire probabilità sufficientemente affidabili a eventi già identificati. Possiamo non conoscere neppure tutti gli eventi rilevanti che potrebbero verificarsi e, di conseguenza, non essere in grado di costruire uno spazio completo delle possibilità future. È ciò che viene generalmente ricondotto al concetto di incertezza radicale. Ma per la strategia diventa altrettanto importante comprendere da dove provenga una parte di questa incertezza. Nei sistemi complessi e adattivi il futuro non è difficile da conoscere soltanto perché disponiamo di informazioni incomplete o perché possono verificarsi eventi inattesi. Una parte dell’incertezza deriva dal funzionamento stesso del sistema: le azioni degli attori provocano reazioni che modificano progressivamente le condizioni nelle quali le decisioni successive dovranno essere assunte. Una decisione militare può modificare la percezione della minaccia degli altri Stati e provocare nuove alleanze. Una misura economica può incentivare la costruzione di catene di approvvigionamento alternative. Una superiorità tecnologica può indurre i competitori a sviluppare capacità asimmetriche. Una politica coercitiva può ottenere una concessione immediata e, contemporaneamente, creare gli incentivi per ridurre in futuro la vulnerabilità che aveva reso possibile quella coercizione. L’azione, quindi, non produce soltanto un risultato, ma modifica alcune delle condizioni dalle quali dipenderanno i risultati successivi.
Possiamo definire incertezza sistemica questa componente dell’incertezza generata dalla trasformazione endogena del sistema. L’espressione non intende introdurre una nuova categoria generale dell’incertezza, ma isolare analiticamente quella componente che deriva dalla capacità delle interazioni strategiche di modificare endogenamente le condizioni future del sistema.
Non si tratta, quindi, di una categoria alternativa o superiore all’incertezza radicale. L’incertezza radicale descrive una condizione nella quale non siamo in grado di identificare compiutamente tutti gli eventi futuri rilevanti né di attribuire probabilità attendibili al loro verificarsi; l’incertezza sistemica identifica invece uno dei processi che possono contribuire a produrre quella condizione: il sistema cambia anche per effetto delle azioni e delle reazioni degli attori che operano al suo interno. La distinzione è importante. Nel tradizionale problema dell’incertezza strategica, lo Stato cerca di comprendere un avversario le cui intenzioni future non sono pienamente conoscibili. Nell’incertezza sistemica deve affrontare un problema ulteriore: mentre agisce sulla base delle condizioni presenti, le conseguenze della sua azione contribuiscono a modificare le condizioni future. Il conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran ne offre un esempio. L’impiego della superiorità militare americana non ha prodotto soltanto una risposta militare iraniana, ma ha incentivato adattamenti operativi, modificato le modalità di impiego dello Stretto di Hormuz come leva strategica, inciso sui flussi energetici e sulle scelte degli attori regionali e generato nuove pressioni economiche e politiche. Il sistema nel quale Stati Uniti e Iran continuano a confrontarsi non è quindi più esattamente quello nel quale erano state assunte le decisioni iniziali. Lo spazio delle possibilità non deve quindi essere immaginato come un insieme immutabile di scenari tra i quali si nasconde quello che effettivamente si realizzerà. L’interazione può modificare quello stesso spazio, facendo emergere vincoli, opportunità, relazioni e capacità che non esistevano, almeno nella stessa configurazione, quando la decisione iniziale era stata presa. Il futuro, in questa prospettiva, non è soltanto sconosciuto. Viene in parte costruito attraverso l’interazione. Ed è questa caratteristica a porre un problema alla relazione tradizionale tra potere e sicurezza. Se l’impiego del potere contribuisce a trasformare il sistema nel quale quel potere dovrà essere nuovamente esercitato, non è sufficiente domandarsi quanto potere uno Stato riesca ad accumulare. Occorre chiedersi anche quale sistema contribuirà a produrre attraverso il suo impiego, quale posizione occuperà nel sistema che ne emergerà e quali possibilità di azione avrà conservato.
Il problema della massimizzazione
Questa distinzione modifica il significato stesso della massimizzazione del potere. Se l’ambiente fosse sufficientemente stabile, aumentare il potere relativo potrebbe costituire una strategia razionale per accrescere sicurezza e capacità di influenza. Ma in un sistema complesso e adattivo occorre considerare anche gli effetti di secondo e terzo ordine, ossia le conseguenze prodotte non direttamente dall’azione iniziale, ma dalle reazioni, dagli adattamenti e dalle successive interazioni che essa mette in movimento. Un incremento del potere militare può rafforzare la deterrenza, ma può anche produrre balancing: gli altri Stati, percependo una modifica del rapporto di forza potenzialmente pericolosa per la propria sicurezza, possono aumentare le proprie capacità militari, rafforzare alleanze esistenti o formarne di nuove per controbilanciare la potenza emergente. Il risultato può essere paradossale: lo Stato che ha aumentato il proprio potere assoluto può ritrovarsi in una posizione strategica relativamente meno favorevole a causa delle reazioni che quell’aumento ha provocato. Analogamente, l’acquisizione di territorio può aumentare la profondità strategica, ma anche accrescere i costi necessari per difenderlo e controllarlo. Una maggiore capacità coercitiva può produrre concessioni immediate, ma anche accelerare la formazione di coalizioni antagoniste o incentivare gli altri attori a ridurre le vulnerabilità sulle quali quella coercizione si fondava. Una crescente specializzazione tecnologica può aumentare efficienza e superiorità operativa, ma contemporaneamente creare dipendenze e punti di vulnerabilità che riducono la resilienza complessiva. Il problema non consiste quindi nel negare che maggiore potere possa produrre maggiore sicurezza. Consiste nel riconoscere che il valore strategico del potere non può essere misurato indipendentemente dalle reazioni che il suo accumulo e il suo impiego producono nel sistema. Ne deriva una conclusione importante: la massimizzazione del potere presente non coincide necessariamente con la massimizzazione delle possibilità strategiche future.
Dal potere alla libertà d’azione
Questo non significa che il potere abbia perso centralità. Al contrario, rimane la condizione che rende concretamente esercitabili molte delle opzioni a disposizione di uno Stato. Una strategia priva delle capacità necessarie può disporre di alternative sul piano teorico senza avere gli strumenti per trasformarle in azione. Il problema riguarda piuttosto come debba essere valutato il potere in condizioni di incertezza. Il suo valore strategico non dipende soltanto dalla capacità di ottenere oggi un determinato risultato, ma anche dalla possibilità di preservare libertà d’azione nel tempo. Con questa espressione si intende la capacità di uno Stato di conservare opzioni strategiche effettivamente praticabili anche quando le condizioni nelle quali era stata formulata la strategia iniziale sono cambiate. Non significa mantenere aperte tutte le alternative, obiettivo impossibile e spesso inefficiente, ma evitare che le decisioni presenti producano dipendenze, rigidità o impegni difficilmente reversibili tali da restringere eccessivamente le possibilità future.
La libertà d’azione dipende quindi dal potere, ma anche dalla sua configurazione. Risorse, alleanze, capacità industriali e tecnologiche, resilienza, ridondanza e possibilità di riconvertire gli strumenti disponibili concorrono a determinare non soltanto quanto uno Stato possa fare, ma anche quanto possa cambiare ciò che sta facendo quando mutano le condizioni.
Alla domanda tradizionale, quanto potere possiedo rispetto al mio avversario? deve quindi accompagnarsene un’altra: quali possibilità di azione conserverò dopo che l’impiego di questo potere avrà modificato il comportamento degli altri e il sistema nel quale operiamo?
La differenza è profonda, perché una strategia può conseguire il proprio obiettivo immediato e contemporaneamente deteriorare il posizionamento dal quale dovranno essere affrontate le crisi successive. Può vincere una guerra e peggiorare la competizione. Può conquistare territorio e perdere influenza. Può creare una dipendenza dell’avversario e, proprio attraverso l’impiego coercitivo di quella dipendenza, incentivarlo a costruire alternative. Può massimizzare una determinata capacità e contemporaneamente diminuire la propria resilienza.
La razionalità strategica non può quindi essere valutata soltanto attraverso il risultato immediato. Deve essere valutata anche attraverso il posizionamento che quel risultato produce nel tempo e le possibilità di azione che lascia disponibili per affrontare ciò che seguirà.
Dalla previsione alla navigazione
Questa conclusione modifica anche il rapporto fra analisi e strategia.
La pianificazione strategica tende tradizionalmente a partire dalla comprensione dell’ambiente, formulare una previsione sulla sua possibile evoluzione, costruire un piano coerente con quella previsione e quindi tradurlo in azione. Questa logica rimane necessaria: nessuna strategia può prescindere dalla comprensione del contesto e dalla formulazione di ipotesi sul futuro.
Quando la trasformazione endogena del sistema rende meno stabili le condizioni sulle quali è stata costruita la previsione, tuttavia, diventa fragile l’idea che una previsione sufficientemente accurata possa costituire il fondamento stabile dell’intera strategia. Il problema non consiste nell’abbandonare la previsione, ma nel riconoscerne i limiti e soprattutto nel non rendere la strategia dipendente dal verificarsi di un solo futuro atteso. Alla capacità di prevedere deve quindi affiancarsi quella di osservare continuamente l’evoluzione del sistema, interpretare i segnali di cambiamento, preservare alternative, verificare gli effetti delle proprie azioni e modificare la strategia quando le condizioni iniziali cessano di essere valide. È questo il passaggio dalla previsione alla navigazione. Navigare non significa procedere senza una destinazione, né sostituire la strategia con l’improvvisazione. Significa distinguere l’obiettivo dalla rotta. L’obiettivo strategico può rimanere relativamente stabile mentre il percorso necessario per raggiungerlo deve poter cambiare in risposta alle trasformazioni dell’ambiente. Quindi, diversità, ridondanza, modularità, sperimentazione, feedback e reversibilità non rappresentano inefficienze da eliminare automaticamente. Possono costituire riserve di libertà d’azione, perché consentono di modificare strumenti, combinazioni e percorsi quando il futuro effettivamente incontrato diverge da quello sul quale era stata costruita la pianificazione iniziale. La strategia nell’incertezza non rinuncia quindi alla previsione. Rinuncia a dipendere interamente da essa. Un ritorno alla prudenza? Paradossalmente, questa riflessione potrebbe ricondurci a Morgenthau. La prudenza del realismo classico nasceva dalla consapevolezza dei limiti della conoscenza e dall’esigenza di valutare non soltanto gli obiettivi dell’azione politica, ma anche le sue possibili conseguenze. Essa non coincideva semplicemente con la cautela e tanto meno con l’immobilismo: richiedeva piuttosto la capacità di commisurare fini, mezzi e circostanze, riconoscendo che il controllo sugli effetti dell’azione rimane inevitabilmente limitato. Nell’ambiente contemporaneo questa intuizione può essere reinterpretata alla luce della complessità e dell’incertezza. La prudenza assume allora anche il significato di esercitare il potere senza compromettere prematuramente alternative che potrebbero diventare necessarie quando le condizioni cambiano. Non si tratta quindi di sostituire il potere con l’adattamento. Uno Stato incapace di esercitare potere non diventa strategicamente più forte semplicemente perché è flessibile. Si tratta piuttosto di riconoscere che l’adattabilità può costituire una delle qualità del potere, perché determina la capacità di riconfigurare risorse, strumenti e strategie quando l’ambiente evolve in direzioni differenti da quelle previste. La prudenza, riletta in questa prospettiva, non consiste soltanto nel chiedersi se uno Stato disponga dei mezzi necessari per conseguire un obiettivo. Impone anche di domandarsi quali conseguenze produrrà il loro impiego e quali possibilità rimarranno disponibili dopo averli utilizzati.
Il realismo nell’era dell’incertezza
Il realismo conserva una forte capacità di spiegare alcune caratteristiche fondamentali della politica internazionale. L’anarchia non è scomparsa, la competizione continua a caratterizzare le relazioni fra le grandi potenze, la sicurezza rimane un interesse fondamentale e il potere continua a condizionare ciò che gli Stati possono e non possono fare. Proprio per questo, tuttavia, occorre riesaminare non la centralità del potere, ma il modo in cui ne valutiamo il valore strategico in un sistema complesso e adattivo. Il potere non può essere valutato soltanto attraverso le risorse possedute, il rapporto di forza con gli avversari o la capacità immediata di ottenere il risultato desiderato. Deve essere considerato anche attraverso la capacità di preservare opzioni mentre il sistema cambia. Questo non confuta il realismo né elimina la logica della competizione. Suggerisce piuttosto di integrare nella valutazione del potere una dimensione temporale e adattiva. Il problema non è soltanto quanto potere uno Stato riesca ad accumulare, ma quale posizione quell’accumulazione e il successivo impiego del potere contribuiranno a produrre nel tempo. Ne deriva una proposizione che modifica, senza negarla, la logica della massimizzazione: nell’incertezza sistemica, la superiorità strategica non dipende necessariamente dalla capacità di imporre oggi il risultato desiderato, ma anche dalla capacità di preservare sufficienti possibilità di azione quando le conseguenze delle decisioni prese avranno contribuito a trasformare il sistema. La superiorità strategica potrebbe quindi non appartenere necessariamente allo Stato che accumula più potere, né a quello che riesce a formulare la previsione più accurata sul futuro. Potrebbe appartenere allo Stato capace di combinare potere, resilienza, adattabilità e libertà d’azione meglio dei propri competitori. Questo significa passare da una concezione prevalentemente quantitativa del potere a una concezione anche qualitativa e temporale: non conta soltanto quanto potere uno Stato possieda, ma come quel potere sia organizzato, quanto possa essere riconfigurato quando cambiano le condizioni e quali possibilità di azione consenta di preservare nel tempo. La domanda decisiva della strategia non è quindi soltanto: quanto potere possediamo oggi? Ma anche: quali possibilità avremo ancora domani dopo averlo utilizzato?
Pasquale Preziosa
Foto di Andrew Stutesman su Unsplash
