La geopolitica ha costruito le proprie categorie su un presupposto tanto evidente da non richiedere quasi di essere dichiarato: la geografia cambia molto più lentamente della politica. Governi, alleanze, tecnologie, economie e rapporti di forza potevano trasformarsi rapidamente; montagne, oceani, distanze, stretti e grandi vie di comunicazione rimanevano invece relativamente stabili. La strategia poteva quindi modificarsi, ma continuava a essere costruita su una geografia nella sostanza permanente. Oggi quel presupposto deve essere riconsiderato. Il cambiamento climatico sta modificando la geografia sulla quale è stata costruita la geostrategia. Non perché continenti e oceani cambino posizione, ma perché sta cambiando qualcosa di altrettanto importante per la politica internazionale: il valore strategico della geografia.
L’Artico ne costituisce probabilmente l’esempio più evidente. Lo scioglimento dei ghiacci sta modificando l’accessibilità di rotte marittime, risorse energetiche e minerarie, territori e infrastrutture. Spazi che nel passato hanno rappresentato una periferia estrema del sistema internazionale stanno ora entrando nel cuore della competizione tra grandi potenze.
Ma l’Artico è soltanto la manifestazione più visibile di un fenomeno assai più generale.
La geografia non è soltanto spazio
La geografia diventa strategica quando lo spazio acquista valore in relazione agli interessi, alle risorse, alle tecnologie e alla capacità degli attori di accedervi, attraversarlo, controllarlo o negarlo ad altri. Una montagna, uno stretto, un deserto, una costa o un oceano non possiedono quindi un valore strategico immutabile: quel valore dipende dalle condizioni storiche, economiche e tecnologiche nelle quali gli attori operano. Per questo la stessa geografia può assumere valori strategici profondamente differenti nel tempo. L’apertura del canale di Suez modificò il valore del Mediterraneo e dell’Oceano Indiano. Internet e le infrastrutture digitali hanno aggiunto alla geografia fisica una geografia delle reti. In questi casi, tuttavia, era prevalentemente la tecnologia a modificare il modo nel quale l’uomo utilizzava la geografia. Con il cambiamento climatico sta accadendo qualcosa di diverso. Sono le trasformazioni dell’ambiente fisico a modificare progressivamente le condizioni di accessibilità, abitabilità, produzione e movimento sulle quali vengono costruiti interessi e strategie.
L’Artico come laboratorio geostrategico
Per gran parte della storia contemporanea l’Artico ha rappresentato contemporaneamente una barriera naturale e una frontiera strategica. La presenza permanente dei ghiacci limitava la navigazione, lo sfruttamento delle risorse e lo sviluppo delle infrastrutture. Il progressivo arretramento della copertura glaciale sta modificando questa condizione.
Rotte come la Northern Sea Route stanno acquistando crescente interesse commerciale e strategico. Risorse energetiche e minerarie diventano progressivamente più accessibili. La Groenlandia sta assumendo un’importanza crescente non soltanto per la propria posizione geografica, ma anche per la presenza di minerali critici e per la sua collocazione tra Nord America, Atlantico e Artico. Russia, Stati Uniti, Canada e Paesi nordici stanno di conseguenza adattando infrastrutture, capacità di difesa, sorveglianza e controllo degli spazi settentrionali. L’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO ha ulteriormente modificato la geometria strategica della regione.
La Cina introduce un elemento ulteriore. Pur non essendo geograficamente una potenza artica, Pechino si è definita near-Arctic state e cerca di accrescere la propria presenza attraverso ricerca scientifica, investimenti, infrastrutture e relazioni economiche, inserendo l’Artico anche nella prospettiva della Polar Silk Road. Non siamo quindi semplicemente davanti a una corsa alle risorse. Spazi che erano già strategicamente importanti stanno acquisendo nuove funzioni, mentre rotte, risorse e territori precedentemente limitati dalla loro scarsa accessibilità acquistano un valore diverso. Sta emergendo, quindi, una nuova geografia della competizione.
Quando cambia l’accessibilità cambia la geostrategia
Una risorsa che esiste ma non può essere raggiunta non possiede lo stesso valore strategico di una risorsa accessibile: l’accessibilità rappresenta quindi il cuore del problema. Una rotta geograficamente possibile ma economicamente impraticabile non equivale a una rotta commerciale. Uno spazio impossibile da presidiare stabilmente non possiede lo stesso significato militare di uno spazio nel quale possono essere costruite infrastrutture, basi e sistemi di sorveglianza. Il cambiamento climatico, modificando le condizioni di accessibilità geografica, può quindi redistribuire il valore di territori, risorse e rotte. Da questa trasformazione possono emergere nuovi interessi e, con essi, nuovi imperativi geopolitici. È questo il passaggio che collega la trasformazione fisica dello spazio alla trasformazione della geostrategia.
La geopolitica individua vincoli e opportunità derivanti dallo spazio, la geoeconomia aggiunge produzione, energia, commercio, finanza, tecnologia e catene del valore. Dalla loro interazione emergono gli imperativi geopolitici ai quali la geostrategia cerca di dare risposta attraverso obiettivi, strumenti e priorità. Ma se cambiano l’accessibilità dello spazio, il valore delle risorse e la rilevanza delle rotte, cambia la base dalla quale vengono ricavati gli imperativi geopolitici. E quando cambiano gli imperativi, deve cambiare anche la geostrategia costruita per perseguirli.
Una geostrategia senza geografia stabile
Il cambiamento climatico non introduce semplicemente una nuova variabile ambientale nella pianificazione strategica, perché modifica alcune delle condizioni strutturali dalle quali la strategia viene elaborata. E l’Artico non è l’unico esempio. L’innalzamento del livello dei mari può modificare la vulnerabilità di porti, basi militari e grandi aree costiere. La desertificazione può alterare sistemi agricoli, distribuzione della popolazione e movimenti migratori. La scarsità idrica può accrescere il valore politico di fiumi e bacini transfrontalieri. Il mutamento delle condizioni climatiche può spostare aree produttive, modificare rotte commerciali e rendere necessarie nuove infrastrutture. Il clima diventa così contemporaneamente variabile ambientale, economica, sociale, infrastrutturale e strategica. Il rapporto tra ambiente e strategia non è certamente nuovo: basti pensare al ruolo svolto dall’inverno russo nella campagna napoleonica del 1812 e in quella tedesca del 1941. Nuove sono però l’ampiezza, la velocità e l’interdipendenza delle trasformazioni con le quali gli attori devono confrontarsi. Ciò che diventa progressivamente meno stabile non è la geografia fisica, ma il valore strategico attribuito allo spazio. L’Artico rimane geograficamente dov’è sempre stato, ma un mare meno coperto dai ghiacci può trasformare una barriera naturale in una via di comunicazione, rendere più accessibili risorse prima difficilmente sfruttabili e attribuire nuovo valore a territori e infrastrutture che li collegano al resto del mondo.
Non basta più chiedersi dove siano le risorse, gli stretti, le basi o le rotte. Occorre domandarsi anche come il loro valore possa cambiare nel tempo, quali nuove vulnerabilità possano emergere e, soprattutto, per quali attori e per quali funzioni strategiche uno stesso spazio possa acquistare o perdere rilevanza. La posizione geografica non cambia; cambia ciò che quella posizione consente di fare. E cambia, di conseguenza, anche il suo valore strategico.
Dal rischio all’incertezza
È qui che il cambiamento climatico incontra il problema della complessità.
Il rischio riguarda eventi e conseguenze ai quali possiamo attribuire probabilità almeno ragionevolmente stimabili e rispetto ai quali possiamo predisporre misure di prevenzione e mitigazione. L’incertezza emerge invece quando non conosciamo pienamente le conseguenze possibili e, soprattutto, quando le interazioni tra le trasformazioni in corso e le risposte degli attori modificano continuamente il sistema nel quale le decisioni devono essere prese.
Quando una trasformazione interessa simultaneamente ambiente, economia, tecnologia, demografia e comportamento degli attori, entriamo quindi nel dominio dell’incertezza sistemica.
L’apertura di una rotta artica, per esempio, non produce soltanto una nuova possibilità commerciale. Può generare nuovi investimenti; questi possono richiedere nuove infrastrutture; le infrastrutture possono creare nuovi interessi nazionali; gli interessi possono richiedere protezione militare; la presenza militare può modificare la percezione della minaccia degli altri attori; quella percezione può produrre nuove alleanze, armamenti e strategie. L’azione modifica il sistema nel quale l’azione successiva dovrà essere decisa. È questa una delle caratteristiche fondamentali dei sistemi complessi adattivi: gli attori non si limitano a reagire a un ambiente esterno che cambia, ma, attraverso le proprie reazioni, contribuiscono a modificarlo ulteriormente.
Perciò il cambiamento climatico non dovrebbe essere considerato soltanto come un moltiplicatore delle minacce. Questa definizione, pur utile, rischia ormai di essere insufficiente. Un moltiplicatore aumenta l’intensità di rischi già esistenti, una trasformazione sistemica può invece modificare interessi, opportunità, vulnerabilità e relazioni tra gli attori, facendo emergere configurazioni strategiche che prima non esistevano. In alcuni casi, quindi, il cambiamento climatico non moltiplica soltanto le minacce ma diventa un modificatore della struttura strategica.
La geografia torna a muoversi
Per secoli la strategia ha potuto considerare la geografia come una componente relativamente stabile rispetto alla maggiore velocità delle trasformazioni politiche, economiche e tecnologiche. Oggi deve imparare ad anticipare anche la trasformazione del suo valore strategico. E ciò richiede un cambiamento metodologico.
Se il valore strategico dello spazio diventa dinamico, la pianificazione non può fondarsi esclusivamente sull’ottimizzazione rispetto alle condizioni presenti, ma deve preservare capacità di adattamento rispetto a condizioni future che non possono essere completamente previste.
Diventano quindi centrali diversificazione, ridondanza, modularità, capacità di sperimentazione, costruzione di portafogli di opzioni e continuo aggiornamento degli scenari.
La domanda strategica non può più essere soltanto quale configurazione massimizzi oggi il nostro vantaggio, ma deve comprendere anche quali opzioni dobbiamo mantenere disponibili se domani cambiasse il valore della geografia sulla quale abbiamo costruito la nostra strategia.
L’Artico ci mostra già questa trasformazione, ma probabilmente il suo significato più importante consiste nell’avvertirci che ciò che osserviamo nell’estremo Nord potrebbe essere l’anticipazione di un fenomeno molto più ampio. Nell’era della complessità, infatti, la geostrategia non può più assumere come stabile il valore strategico dello spazio sul quale viene costruita. La posizione di un territorio può rimanere immutata, mentre possono cambiare la sua accessibilità, le risorse che consente di raggiungere, le rotte che permette di utilizzare, le infrastrutture necessarie a controllarlo e, soprattutto, gli interessi che gli attori sviluppano nei suoi confronti. La geografia rimane, ma cambia ciò che consente di fare e, di conseguenza, il suo significato strategico.
Quando cambia il valore della geografia cambiano gli interessi; quando cambiano gli interessi possono cambiare gli imperativi geopolitici; e quando cambiano gli imperativi, le strategie costruite sulla vecchia mappa possono rimanere perfettamente razionali nella loro logica interna e diventare, allo stesso tempo, strategicamente inefficaci perché continuano a rispondere alle condizioni di un mondo che non esiste più. Il problema della geostrategia nell’era della complessità non è soltanto leggere correttamente la mappa, ma accorgersi in tempo che la mappa sta cambiando.
Pasquale Preziosa
