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UE – Turchia, dall’agenda positiva all’incidente diplomatico

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Il 6 aprile il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen si sono recati ad Ankara per incontrare il presidente turco Erdogan e discutere delle relazioni tra Unione europea e Turchia. Al centro dell’incontro vi sono stati lo stato di diritto e i diritti umani, nonché la Convenzione di Istanbul e le relazioni economiche tra le parti. Dopo gli ultimi passi falsi della Turchia in tali ambiti, il Consiglio europeo ha voluto rilanciare i rapporti tra Ankara e Bruxelles con un’agenda positiva, ma non sono mancati incidenti diplomatici che hanno dato luogo a dibattiti: nella stanza dove si è tenuto l’incontro non era stata predisposta una sedia per la presidente della Commissione europea, che si è dovuta sedere su un divano più distante. Nonostante il vertice sia andato piuttosto bene, questo episodio ne ha oscurato il contenuto e ha mostrato la debolezza dell’Unione europea, interna ed estera.

Le relazioni tra Unione europea e Turchia

Le relazioni tra UE e Turchia sono da sempre altalenanti, con periodi più tesi e periodi più favorevoli alle relazioni tra le parti. Nell’ultimo anno, vi sono stati notevoli momenti di tensione per vari motivi, dalla questione delle esplorazioni delle navi di Ankara nelle acque greche e cipriote, frutto delle ambizioni di Erdogan nel Mediterraneo orientale, alla questione migratoria e all’uscita dalla Convenzione di Istanbul, ulteriore schiaffo ai diritti umani. Per questo motivo, in occasione della videoconferenza dei membri del Consiglio europeo del 25 marzo, è stato programmato l’incontro tenutosi il 6 aprile scorso: Charles Michel ha riconosciuto l’interesse strategico dell’Unione europea ad avere un contesto stabile e sicuro nel Mediterraneo orientale, nonché relazioni positive e vantaggiose con la Turchia. Anche l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, Josep Borrell, ha sottolineato più volte la necessità di un negoziato “graduale, proporzionale e reversibile” con la Turchia.

Obiettivi e risultati

Al centro del bilaterale vi sono state le principali questioni del rapporto tra UE e Turchia: Convenzione di Istanbul, lo stato di diritto, i diritti umani, i legami economici e le relazioni commerciali e, non da ultimo, la questione migratoria ed il rinnovo dell’accordo di marzo 2016 sui rifugiati siriani. Quest’ultimo punto era la vera priorità dell’UE: l’accordo è volto a bloccare il flusso migratorio di rifugiati siriani in Europa e prevede l’impegno europeo per circa sei miliardi di euro. Ankara, in questi anni, ha accolto circa quattro milioni di rifugiati siriani e continuerà a farlo, ma ha chiesto alle istituzioni europee un aumento dei fondi previsti. L’Unione europea ha risposto positivamente, dunque ha finanziato e finanzierà l’assistenza ai profughi bloccati in Turchia anche con un aumento dei fondi; in aggiunta, vuole puntare sui progetti di cooperazione e assistenza anche per i rifugiati siriani presenti in Libano e Giordania.

In seguito, è stato affrontato il tema dei diritti umani: la decisione del governo turco di fare un passo indietro ed abbandonare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione sulla violenza sulle donne ha dato luogo a molte critiche in Europa e non solo. I leader europei hanno mostrato la loro “profonda inquietudine” per gli ultimi sviluppi in Turchia, anche per quanto concerne la libertà di parola, gli attacchi ai partiti politici di opposizione e ai media. “Lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali sono valori fondamentali dell’UE” ha affermato Michel.

In definitiva, il confronto è stato definito “franco e aperto”: è emersa la volontà di costruire con Ankara un’agenda positiva e rafforzare i rapporti economici. I leader europei ritengono di fondamentale importanza la recente distensione delle relazioni che va sostenuta e rafforzata attraverso un percorso comune, basato su cooperazione economica, immigrazione, contatti interpersonali e mobilità. Charles Michel e Ursula Von der Leyen hanno fatto importanti passi in avanti verso la Turchia di Erdogan, con l’auspicio che il presidente turco colga questa opportunità.

Per dar seguito a quanto affermato, al Consiglio europeo di giugno verranno valutati i progressi fatti e i passi avanti compiuti dalla Turchia, al fine di monitorare le relazioni passo dopo passo.

L’incidente diplomatico

Nella stanza dove si è tenuto l’incontro, non è stata predisposta una sedia per la presidente della Commissione europea, che si è dovuta sedere su un divano più distante. Nonostante il vertice sia andato piuttosto bene, questo episodio ne ha oscurato il contenuto e ha mostrato la debolezza dell’Unione europea, interna ed estera, portando alla luce diverse questioni: il sessismo e la mancanza di rispetto nei confronti della leader Von der Leyen, la scarsa attenzione nei confronti dei capi delle istituzioni europee da parte dei leader stranieri, la difficoltà di collaborazione tra le istituzioni dell’Unione europea. Se è vero che lo staff del presidente turco non ha predisposto la sedia per la Von der Leyen, è altrettanto vero che Charles Michel non ha agito in favore della Presidente della Commissione, lasciando che si sedesse in disparte, di fronte al ministro degli Esteri turco. Secondo il protocollo ufficiale, il presidente del Consiglio Michel ricopre una carica più alta rispetto a quella della Commissione nell’ambito della rappresentanza esterna, tuttavia, per prassi, nessun leader ha mai trattato la Von der Leyen come se fosse di grado inferiore.

Agli occhi di chi ha osservato questa scena, quindi, tale incidente diplomatico non è stato altro che un sintomo del sessismo che le leader donne subiscono in politica ad ogni livello: sessismo così grave ed evidente che ha in parte oscurato il contenuto del vertice. Il portavoce della Von der Leyen ha affermato che la presidente “chiaramente è rimasta sorpresa, lo si vede nel video, ma ha preferito dare priorità alle questioni di sostanza rispetto al protocollo”, per poi aggiungere “Non so se Erdogan abbia voluto far passare un messaggio di qualche tipo ieri, ma quello che a noi interessa è stato far passare il nostro messaggio”: vale a dire fare avanzare un processo politico fra l’Ue e la Turchia, sul rispetto dei diritti umani.

Il braccio di ferro tra Unione europea e Cina: le sanzioni reciproche

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Lo scorso 22 marzo, l’Unione europea ha approvato delle sanzioni indirizzate alla Cina a causa delle violazioni compiute nel paese nei confronti della minoranza musulmana degli Uiguri. Si tratta di una misura concordata con i partner occidentali che assume soprattutto un valore simbolico: sono le prime sanzioni che l’Unione Europea impone alla Cina dai fatti di Tienanmen del 1989. Come reazione, la Cina ha annunciato che sanzionerà importanti politici e accademici dell’Unione Europea, nonché quattro istituzioni. Finora, nei rapporti con Pechino, rivale sistemico ma anche uno dei principali partner commerciali dell’UE, Bruxelles aveva cercato di mantenere un difficile equilibrio, tra interessi e valori democratici. L’approvazione di sanzioni incrociate mostra come il clima sia decisamente cambiato nelle ultime settimane: ora a prevalere è una turbolenza politica.

Le violazioni nei confronti degli Uiguri

Gli Uiguri sono una minoranza etnica, prevalentemente di religione musulmana, insediatasi principalmente nella regione dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. Nella regione vive circa l’1,5% della popolazione cinese, ma secondo l’organizzazione Chinese Human Rights Defenders si verifica il 20 % degli arresti del paese. Diverse inchieste giornalistiche, testimonianze e rapporti delle Nazioni Unite hanno rivelato che la Cina ha detenuto e tuttora detiene milioni di Uiguri in campi di prigionia, definiti “di trasformazione attraverso l’educazione”. Il governo ha sempre negato la repressione sistematica contro tale minoranza, giustificandola come una campagna antiterroristica. Ciò che appare evidente è che l’autorità centrale cinese ha sempre mal sopportato gli Uiguri a causa delle loro antiche spinte indipendentiste, che portarono a repressioni già nell’epoca di Mao Zedong e che si sono inasprite negli ultimi vent’anni fino a far divenire la regione uno dei posti più sorvegliati al mondo. Nel dettaglio gli abitanti dello Xinjiang sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa. Queste forme di oppressione si configurano come gravi violazioni dei diritti umani che deteriorano il tessuto sociale locale, provocando profonde ferite nelle comunità e nelle famiglie.

Le sanzioni dell’UE

Le sanzioni approvate il 22 marzo da parte dell’Unione Europea sono rivolte a quattro funzionari di stato cinesi nonché ad un’istituzione del paese, ritenuti responsabili della repressione degli Uiguri. Le misure punitive prevedono divieti di viaggio verso l’Unione Europea nonché di ingresso per affari e hanno soprattutto un valore simbolico: si tratta, invero, delle prime sanzioni che l’Unione Europea impone alla Cina dal 1989, quando fu adottato un embargo di armi dopo la strage compiuta dal governo cinese nella manifestazione di piazza Tienanmen a Pechino, tuttora in vigore.

Le sanzioni europee – le prime nel quadro del cosiddetto “Magnitsky Act” approvato a fine 2020 – fanno parte di un pacchetto di misure approvate all’unanimità e indirizzate a vari paesi, teatro di violazioni dei diritti umani. Nel caso della Cina, i funzionari di alto rango selezionati includono Zhu Hailun, al vertice del programma su larga scala di sorveglianza, detenzione e indottrinamento degli uiguri. Gli altri tre sono Wang Junzheng, Wang Mingshan e Chen Mingguo, ritenuti responsabili di “detenzioni arbitrarie e trattamenti degradanti inflitti a uiguri e persone di altre minoranze etniche musulmane, nonché di violazioni sistematiche della loro libertà di religione o credo”.

“La decisione europea è basata su nient’altro che bugie e disinformazione” e “interferisce con gli affari interni della Cina” questo il commento di un portavoce del ministero degli affari esteri cinese, il quale ha invitato l’Unione europea “a tornare sui propri passi, ad affrontare apertamente la gravità del suo errore e rimediare”.

Rileva che le sanzioni in questione non sono il frutto di una mera escalation nelle relazioni bilaterali: la misura europea si inserisce, invero, nell’ambito di un’azione coordinata con Stati Uniti, Regno Unito e Canada, che a loro volta hanno annunciato misure punitive contro gli stessi cinque obiettivi cinesi e potrebbe segnare un significativo step nella creazione di un fronte internazionale volto a contrastare l’ascesa della Cina, uno dei principali obiettivi del neopresidente degli Stati Uniti, Joe Biden.

Le sanzioni della Cina

La risposta di Pechino alle sanzioni europee risulta essere particolarmente drastica, a dimostrazione di quanto il tema sia delicato per Pechino: 11 personalità sanzionate, tra cui parlamentari, accademici ed enti europei. Ai sanzionati, nonché alle loro famiglie, sarà proibito l’ingresso in Cina, Hong Kong e Macao, mentre alle aziende e alle istituzioni coinvolte sarà proibito di fare affari con la Cina stessa. Fra le persone colpite vi sono cinque parlamentari europei: Reinhard Butikofer dei Verdi, Michael Gahler e Miriam Lexmann del PPe, Raphael Glucksmann dei Socialisti e Democratici e Ilhan Kyuchyuk adi Renew Europe. Ma anche un politico olandese, Sjoerd Wiemer Sjoerdsma, un deputato del parlamento belga di origine italiana, Samuel Cogolati, e una di quello lituano, Dovile Sakaliene, insieme al ricercatore tedesco Adrian Zenz e allo svedese Bjorn Jerden. Tutti colpevoli di «aver seriamente danneggiato la sovranità e gli interessi della Cina e volontariamente diffuso menzogne e disinformazione»

A circa tre mesi dalla firma della super intesa sugli investimenti – Comprehensive Investment Agreement  (CAI) – frutto di sette anni di complessi negoziati e presentata come una nuova, importante pagina nelle relazioni bilaterali, tra Bruxelles e Pechino il clima è decisamente cambiato.

Una nuova ripartenza per il Kosovo: Osmani-Sadriu Presidente del paese

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Il parlamento del Kosovo ha eletto l’ex presidente del parlamento Vjosa Osmani-Sadriu come nuovo presidente del paese. Con un mandato di cinque anni, Osmani-Sadriu è la seconda donna leader della nazione balcanica nel dopoguerra.

Il parlamento composto di 120 seggi si è riunito in sessione straordinaria per due giorni, decretando la vittoria di Osmani, eletta con 71 voti, nonostante i tentativi di boicottaggio dei partiti di opposizione e del partito di minoranza etnica serba.

Già nel novembre dell’anno scorso, la 38enne Osmani-Sadriu ha sostituito temporaneamente l’ex presidente Hashim Thaci, dimessosi dopo essere stato accusato dal tribunale speciale del Kosovo con sede all’Aia di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Thaçi ha annunciato le sue dimissioni in una conferenza stampa a Pristina, comunicando la necessità di “proteggere l’integrità della presidenza del Kosovo”. Secondo l’accusa dell’ufficio del procuratore l’ex presidente Thaçi e altri capi dell’esercito di liberazione del Kosovo (KLA) sono stati “penalmente responsabili di quasi 100 omicidi”.

Osmani-Sadriu, settimo presidente del Kosovo del dopoguerra e seconda donna, ha avuto il sostegno del Movimento di autodeterminazione di sinistra, o Vetevendosje!, che ha vinto in modo schiacciante le elezioni anticipate del Kosovo il 14 febbraio.

In qualità di presidente avrà in gran parte un ruolo cerimoniale come capo di stato. Ricoprirà anche una posizione di leadership nella politica estera, e rivestirà il ruolo di comandante delle forze armate.

Nella sua agenda politica, in primo piano spicca la ripresa dei colloqui di normalizzazione con l’ex nemico della guerra, la Serbia. Il Kosovo è diventato indipendente nel 2008 dopo che la NATO è intervenuta nel 1999 per fermare la sanguinosa repressione dei combattenti per l’indipendenza albanese. Il Kosovo è infatti riconosciuto da più di 100 paesi ma non dalla Serbia o dagli alleati serbi come Russia e Cina.

Il caso AstraZeneca

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AstraZeneca, azienda biofarmaceutica britannico-svedese, sin dall’inizio della campagna vaccinale è stata al centro dell’attenzione: in un primo momento l’azienda ha annunciato ritardi nelle forniture dei vaccini contro il Covid-19, contrariamente agli accordi presi con la Commissione europea nei mesi scorsi. In questi giorni è tornata a far parlare di sé dopo che diversi paesi europei hanno deciso di interrompere, in via precauzionale, le somministrazioni del vaccino prodotto dall’azienda a causa di timori legati a possibili controindicazioni, quali problemi circolatori e trombosi. Tuttavia, sia l’Agenzia europea per i medicinali che l’Agenzia italiana del Farmaco hanno chiarito che non vi è nessun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e quanto accaduto, invitando i paesi a riprendere al più presto le vaccinazioni con AstraZeneca.

I primi controlli e la sospensione del lotto

Nel pieno della campagna vaccinale e dell’emergenza da Covid-19, la somministrazione del vaccino prodotto dall’azienda farmaceutica AstraZeneca ha destato i primi sospetti. La prima settimana di marzo, l’Austria ha deciso di interrompere l’utilizzo di un lotto di AstraZeneca per alcuni casi di trombosi. L’11 marzo scorso, la Danimarca ha sospeso l’utilizzo di tale vaccino in quanto sono stati riscontrati problemi circolatori su persone vaccinate da poco. A tal punto, l’EMA – Agenzia europea per i medicinali – ha diffuso un comunicato stampa sostenendo l’assenza di una casualità diretta tra vaccino e trombosi, affermando che i benefici superano i rischi.

Tuttavia, onde evitare alcun peggioramento della situazione, anche l’AIFA – Agenzia Italiana del Farmaco – ha disposto, in via precauzionale, un divieto di utilizzo su un lotto di vaccini AstraZeneca (ABV2856) per farlo analizzare dall’Istituto Superiore di Sanità e verificare se effettivamente vi fossero eventuali anomalie. In questo primo momento, è stata disposta la sospensione soltanto per questo preciso lotto di AstraZeneca, decidendo dunque di non incidere sull’intera campagna vaccinale per non rallentare ulteriormente la distribuzione di vaccini. In particolare, il processo di consegna dei vaccini prevede numerosi controlli da parte del produttore, con verifiche incrociate e mantenendo la tracciabilità di ogni dose, assicurandosi che ogni vaccino fosse sicuro. La stessa AIFA, nel primo rapporto emesso, non aveva riscontrato alcuna anomalia nei vaccini.

Le notizie di cronaca con decessi e trombosi a persone vaccinate, la confusione mediatica della campagna vaccinale e l’influenza degli altri paesi europei hanno senz’altro reso la situazione più complessa ed hanno comportato l’aumento di controlli e verifiche ulteriori rispetto a quelle effettuate in fase di produzione del vaccino, fino a deciderne la sospensione temporanea.

La sospensione di AstraZeneca

Il 15 marzo il governo Draghi ha deciso per la sospensione della somministrazione dei vaccini prodotti da AstraZeneca, bloccando non più un singolo lotto ma l’intera produzione. L’annuncio è stato un po’ una sorpresa perché soltanto il giorno prima l’AIFA aveva parlato di allarme ingiustificato nei confronti del vaccino, invitando tutti a non allarmarsi. Tuttavia, la decisione di sospendere la somministrazione del vaccino è giunta dal governo italiano in coordinamento con gli altri paesi europei. Oltre alla Danimarca, anche la Francia e la Germania hanno deciso di sospendere l’uso di AstraZeneca per procedere con verifiche e controlli, così come Paesi Bassi, Danimarca, Irlanda e Portogallo.

In risposta alla decisione dei paesi europei, l’EMA ha avviato una revisione dei dati degli affetti avversi che si è conclusa il 18 marzo. Dunque, pur ribadendo la propria posizione e perciò l’assenza di problemi e di correlazione con quanto accaduto, l’EMA si è impegnata in un controllo più approfondito per far riprendere quanto prima le vaccinazioni.

La conferenza stampa dell’EMA

Nel pomeriggio del 18 marzo, dopo i tre giorni di controllo approfondito dei vaccini AstraZeneca, l’agenzia europea per i medicinali ha tenuto una conferenza stampa per esporre quanto emerso dall’indagine. Come anticipato, per l’EMA il vaccino prodotto da AstraZeneca è sicuro e dunque si può riprendere a vaccinare poiché in un momento di crisi quale quello che stiamo vivendo, i benefici superano di gran lunga i rischi. Non è emerso alcun nesso causale tra i casi di trombosi e l’utilizzo del vaccino contro il Covid-19, e si è consigliato caldamente ai paesi europei di ripristinare le vaccinazioni e procedere con la campagna. Infatti, la sospensione in Italia delle dosi di AstraZeneca ha comportato un ritardo di circa 200.000 dosi.

Tuttavia, considerando che vi sono degli aspetti da approfondire sui casi di trombosi cerebrale, anche se molto rari, l’EMA ha consigliato di aggiungere una nuova avvertenza al vaccino. In particolare, su circa 20 milioni di dosi somministrate, ci sono stati 18 casi di trombosi cerebrale, per cui l’EMA ha dichiarato che “Un nesso causale con la vaccinazione non è stato provato, ma è possibile e richiederà ulteriori analisi”. Ad ogni modo, vi sono molti più rischi nelle complicazioni del Covid-19 che nei vaccini, e soprattutto i rischi da Covid-19 sono molto più frequenti di quanto non siano quelli da vaccino.

I certificati verdi digitali per la ripresa del turismo: la proposta della Commissione europea

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Il 17 marzo la Commissione europea ha proposto di creare un certificato verde digitale per agevolare e rendere sicura la libera circolazione all’interno dell’UE durante la pandemia da Covid-19. Il progetto prevede di emettere un certificato verde digitale per attestare tre diverse condizioni: l’avvenuta vaccinazione, un recente risultato negativo ai test per il coronavirus o la guarigione. L’impiego di certificati e “passaporti di immunità” risulta essere discusso da tempo in numerose aree del mondo, soprattutto come una possibile soluzione volta a tutelare, almeno in parte, il settore del turismo, messo in crisi dalla pandemia, tuttavia, vi è ancora molto scetticismo sulla possibilità di sviluppare una soluzione condivisa e soprattutto funzionale.  

La proposta

Il 17 marzo 2021 la Commissione europea ha presentato una proposta legislativa intesa a creare un certificato verde digitale per agevolare la libera circolazione sicura dei cittadini nell’UE durante la pandemia da Covid-19 e tutelare il settore del turismo, messo a dura prova dalla pandemia.

Il 25 e 26 febbraio, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea avevano discusso l’istituzione del certificato verde ed era emerso come i leader dei paesi europei meridionali, la cui economia dipende molto dal turismo, fossero favorevoli, mentre qualche scetticismo era stato avanzato dagli Stati membri dell’Europa settentrionale. Il confronto in seno al Consiglio europeo si era concluso con la decisione di proseguire in tale direzione. La proposta della Commissione è dunque un primo passo compiuto nell’ambito di questo progetto.

Quest’ultimo prevede l’emissione di un certificato verde digitale per attestare tre diverse condizioni: l’avvenuta vaccinazione o un recente risultato negativo ai test per il coronavirus o la guarigione. Ogni certificato potrà essere digitale o cartaceo, dotato di un QR code per poterne fare una scansione e verificarne l’autenticità. L’ emissione sarà a carico dei singoli stati membri, che potranno scegliere le modalità di distribuzione in modo centralizzato, oppure affidando il compito ai centri dove si effettuano le vaccinazioni e i test per rilevare l’eventuale positività al coronavirus o agli operatori sanitari che verificano la guarigione dal virus. Ogni organismo autorizzato a produrre certificati disporrà di una propria chiave digitale, cioè di un sistema che consenta di ridurre i rischi di contraffazione. Il registro delle chiavi digitali sarà mantenuto da ogni paese e la verifica, a livello europeo, non prevederà l’impiego di un sistema centralizzato: questa soluzione dovrebbe garantire la tutela della privacy, considerato che i certificati avranno informazioni sensibili come quelle relative allo stato di salute. In generale il certificato conterrà comunque il minor numero possibile di dati: nome e cognome, data di nascita, giorno di rilascio, un codice identificativo univoco e informazioni sulla vaccinazione o l’esito di un test recente o sulla guarigione. I controlli nei paesi di destinazione serviranno esclusivamente per verificare l’autenticità del certificato, mentre non potranno essere conservate le informazioni personali.

Lo scetticismo

Il progetto avanzato dalla Commissione europea risulta essere piuttosto ambizioso e vi sono forti dubbi che possa essere pronto e funzionante per la prossima estate. I paesi del Nord Europa mantengono, inoltre, un certo scetticismo, poiché ogni Stato membro sarà libero di imporre o meno proprie limitazioni ai viaggi. Dal canto loro, invece, i Paesi del Sud Europa chiedono che il piano sia portato avanti velocemente per garantire la ripresa del settore turistico.

In aggiunta, molti ritengono che includere nell’emissione dei certificati i guariti o i negativi ai test al coronavirus non sia una buona idea, sostenendo che l’avvenuta vaccinazione sia più semplice ed immediata da certificare e renderebbe più rapida e chiara l’emissione dei certificati nonché la loro verifica. Altri affermano che una soluzione di questo tipo sia discriminatoria nei confronti di chi sarà ancora in attesa di ricevere il vaccino, o di chi non potrà essere sottoposto alla vaccinazione a causa di altri problemi di salute.

A questi dubbi si aggiungono le incertezze circa la capacità dei vaccini di rendere meno contagiosi e quindi di contribuire a ridurre la diffusione del coronavirus: i vaccini finora autorizzati hanno, invero, mostrato di avere un’alta efficacia nel proteggere contro le forme gravi di Covid-19, mentre sono ancora in corso le verifiche volte a comprendere se rendano meno contagiosi. Resta, infine, da capire quanto duri l’immunità acquisita tramite il vaccino.

In definitiva, molti ritengono che i tempi non siano ancora maturi per certificati e passaporti di immunità, visto che alcuni importanti studi e valutazioni sono ancora in corso.

La Commissione europea risponde a tali scetticismi affermando che questi problemi potrebbero essere superati poiché il progetto proposto è caratterizzato dalla flessibilità e dalla possibilità di essere aggiornato. Le pressioni da parte del settore del turismo sono, del resto, molto alte e vi è il timore che si possa perdere un’opportunità.

Prossimi step e dichiarazioni

Per essere pronta prima dell’estate, la proposta avanzata dalla Commissione europea dovrà essere rapidamente valutata e poi eventualmente approvata dal Parlamento Europeo e dai singoli Stati membri dell’UE. Mentre proseguirà tale processo di approvazione, la Commissione ha raccomandato ai governi dell’Unione di attivarsi per gestire i sistemi di emissione e di verifica dei certificati.

Quanto alle dichiarazioni delle parti coinvolte, Věra Jourová, vicepresidente per i Valori e la trasparenza, ha affermato che “Il certificato verde digitale offre una soluzione a livello dell’UE che garantisce a tutti i cittadini europei la disponibilità di uno strumento digitale armonizzato che agevoli la libera circolazione nell’Unione. È un messaggio positivo a sostegno della ripresa”. “Con il certificato verde digitale, stiamo adottando un approccio europeo per garantire che quest’estate i cittadini dell’UE e i loro familiari possano viaggiare in sicurezza e con restrizioni minime-queste, invece, le parole del Commissario per la giustizia, Didier Reynders -Un approccio comune a livello dell’UE non solo ci aiuterà a ripristinare gradualmente la libera circolazione nell’Unione e ad evitare frammentarietà, ma sarà anche un’opportunità per influenzare le norme mondiali e per fungere da esempio sulla base dei nostri valori europei come la protezione dei dati.”

Conferenza sul futuro dell’Europa: la firma della dichiarazione comune

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Il 10 marzo, il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, il Primo ministro portoghese António Costa e la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno firmato, per conto delle rispettive istituzioni dell’UE, la dichiarazione comune relativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa. Si tratta di un passo preliminare all’avvio di una serie di dibattiti e discussioni che consentiranno ai cittadini europei di condividere le loro idee per contribuire a plasmare il futuro dell’Europa. Salute, cambiamenti climatici, equità sociale, trasformazione digitale, il ruolo dell’UE nel mondo e il rafforzamento dei processi democratici: questi i temi principali della Conferenza, i quali coincidono con le priorità generali dell’Unione europea.

L’origine della Conferenza

L’istituzione di una Conferenza sul futuro dell’Europa è stata inizialmente proposta dal Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, nel marzo del 2019, nell’ambito della sua lettera aperta ai cittadini dell’UE intitolata “Per un Rinascimento europeo”. La proposta è stata poi formalmente avanzata dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, all’inizio del suo mandato, con l’obiettivo di promuovere un ruolo attivo e determinante dei cittadini europei nella costruzione del futuro dell’Unione. Negli orientamenti politici presentati nel luglio 2019, Ursula von der Leyen aveva, in particolare, indicato che: la Conferenza si sarebbe dovuta avviare nel 2020 con una durata di due anni e avrebbe dovuto riunire i cittadini, la società civile e le istituzioni europee in qualità di partner paritari; la portata e gli obiettivi delle Conferenza sarebbero stati definiti di comune accordo tra il Parlamento, il Consiglio e la Commissione; vi sarebbe stato un impegno politico a dar seguito alle decisioni della Conferenza, se opportuno anche mediante un’azione legislativa o eventuali modifiche del trattato.

I lavori di tale Conferenza, rimandati di un anno anche a causa della pandemia da Covid-19, dovrebbero avviarsi il 9 maggio 2021, a Strasburgo. Il suo obiettivo primario è il conferimento ai cittadini europei di un ruolo più incisivo nella definizione delle politiche e delle ambizioni dell’UE, migliorando la resilienza dell’Unione alle crisi, sia economiche che sanitarie. La Conferenza costituirà un nuovo spazio d’incontro pubblico per un dibattito aperto, inclusivo, trasparente e strutturato con i cittadini europei sulle questioni che li riguardano e che incidono sulla loro vita quotidiana.

La firma della dichiarazione comune

L’atto che segna l’inizio del processo che permette ai cittadini di partecipare alla ridefinizione delle politiche e delle istituzioni dell’Unione europea è arrivato il 10 marzo con la firma da parte del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, il Presidente di turno del Consiglio dell’UE, Antonio Costa, e la Presidente della Commissione europea, per conto delle rispettive istituzioni dell’UE, di una dichiarazione comune relativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa.

La dichiarazione comune definisce la portata, la struttura, gli obiettivi ed i principi della Conferenza. Essa, inoltre, getta le basi per eventi avviati dai cittadini, da organizzare in collaborazione con tutte le parti coinvolte. La partecipazione dei cittadini al processo è infatti essenziale per garantire il massimo coinvolgimento e la massima diffusione ed una particolare attenzione è attribuita alle iniziative avviate dai giovani europei.

Salute, cambiamenti climatici, equità sociale, trasformazione digitale, il ruolo dell’UE nel mondo e il rafforzamento dei processi democratici: questi temi, considerati fondamentali nell’ambito della Conferenza, coincidono con le priorità generali dell’UE nonché con le principali questioni sollevate dai cittadini nell’ambito dei sondaggi d’opinione.

La dichiarazione comune, inoltre, sancisce che la conferenza si articolerà in vari spazi, virtuali e, possibilmente, fisici, nel rispetto delle norme anti COVID. Una piattaforma digitale multilingue interattiva consentirà ai cittadini ed ai portatori d’interessi di presentare idee online e li aiuterà a partecipare o ad organizzare eventi. La piattaforma e tutti gli eventi organizzati sotto l’egida della conferenza dovranno basarsi sui principi di inclusività, apertura e trasparenza, nel rispetto della privacy e delle norme dell’UE in materia di protezione dei dati.

Prossime tappe e commenti dei leader delle istituzioni UE

Quanto ai prossimi step, presto sarà istituito un comitato esecutivo che rappresenterà in modo equilibrato il Parlamento europeo, la Commissione ed il Consiglio dell’UE, le tre istituzioni che guidano l’iniziativa, con i parlamenti nazionali nel ruolo di osservatori. Tale comitato esecutivo supervisionerà i lavori e preparerà le riunioni plenarie della conferenza, compresi i contributi dei cittadini e il loro follow-up.

“La giornata di oggi segna un nuovo inizio per l’Unione europea e per tutti i suoi cittadini – ha commentato il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, al momento della firma della dichiarazione comune – Con la conferenza sul futuro dell’Europa tutti i cittadini europei e la nostra società civile avranno l’occasione unica di plasmare il futuro dell’Europa, un progetto comune per una democrazia europea funzionante. Chiediamo a tutti voi di farvi avanti per partecipare, con le vostre opinioni, alla costruzione dell’Europa di domani, la VOSTRA Europa”. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha, invece, dichiarato: “Oggi vogliamo invitare tutti gli europei a esprimersi. Per spiegare in quale Europa vogliono vivere, per plasmarla e per unire le forze e aiutarci a costruirla. Le aspettative dei cittadini sono chiare: vogliono dire la loro sul futuro dell’Europa, sulle questioni che incidono sulla loro vita. La nostra promessa di oggi è altrettanto chiara: noi li ascolteremo. E poi agiremo.” Infine, il Primo Ministro portoghese Costa ha definito la convocazione della Conferenza “un messaggio di fiducia e speranza per il futuro che inviamo gli europei. Fiducia nel fatto che riusciremo a superare la pandemia e la crisi; speranza nel fatto che, insieme, riusciremo a costruire un’Europa equa, verde e digitale”.

L’Unione europea è stata dichiarata una “zona di libertà LGBTIQ”

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Il Parlamento europeo ha dichiarato l’Unione europea una “zona di libertà LGBTIQ”. La risoluzione adottata dagli eurodeputati giovedì 11 marzo è una importante risposta all’arretramento sui diritti LGBTIQ in alcuni Stati membri dell’Unione, tra cui Polonia e Ungheria. In particolare, la dichiarazione del Parlamento europeo vuole contrastare le oltre 100 zone esenti dalla comunità in questione presenti in Polonia, tutelandola dalle crescenti discriminazioni e dagli attacchi che si trova a subire. Infine, il Parlamento europeo ha esortato la Commissione UE ad usare tutti gli strumenti in suo potere per porre rimedio alle violazioni dei diritti fondamentali delle persone LGBT+, perché tutte le persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, hanno il diritto di vedere rispettati e protetti i propri diritti fondamentali.

La Polonia e le “zone libere da LGBTI”

Nel corso del 2019 le misure di discriminazione nei confronti della comunità di gay, lesbiche, trans e queer sono notevolmente aumentate in Polonia, fino ad arrivare al proprio apice: decine di città, circa 80 amministrazioni comunali, si sono proclamate città libere dall’ideologia LGBTI. Tramite delle circolari, i governi locali sono stati invitati ad astenersi dall’intraprendere qualsiasi azione che incoraggi il rispetto verso tale comunità, evitando anche di fornire assistenza finanziaria a tutte quelle ONG che lavorano per promuovere la parità di diritti.

In risposta a tale politica vi sono state numerose manifestazioni e marce in difesa dei diritti delle persone gay, lesbiche, trans e queer: le crescenti intimidazioni contro la comunità non hanno certo fermato quella parte di popolazione pronta a riconoscere, tutelare e rispettare i diritti altrui. Tuttavia, sono numerose le città che hanno aderito a questa campagna, tanto da destare una forte preoccupazione nelle istituzioni europee. Già nel 2019 il Parlamento europeo si era espresso con una risoluzione esortando le autorità polacche a revocare gli atti che attaccano i diritti delle persone LGBTIQ, monitorando anche in che modo vengono utilizzati i finanziamenti comunitari.

La risoluzione del Parlamento europeo

492 voti favorevoli, 141 contrari (tra cui vi è un alto numero di eurodeputati italiani) e 46 astensioni: questi i numeri dell’Eurocamera giovedì 11 marzo. Il Parlamento europeo ha adottato la risoluzione con una larga maggioranza, dichiarando l’Unione europea una zona di libertà LGBTIQ in risposta alle misure polacche contro la comunità di persone gay, lesbiche, trans e queer. Gli eurodeputati hanno infatti dichiarato che le zone franche istituite dai governatori locali polacchi rientrano comunque nel contesto nazionale, nel quale la comunità LGBTIQ è sempre più soggetta ad un aumento di attacchi discriminatori e ad un odio crescente da parte delle autorità pubbliche e dei media filogovernativi. A dimostrazione di ciò, tra le altre cose, ci sono anche i numerosi arresti avvenuti proprio durante le marce del Pride.

Il Parlamento europeo ha anche invitato la Commissione europea ad agire in tal senso. La Commissione, in primo luogo, ha respinto le domande di finanziamento europeo nell’ambito del suo programma di gemellaggio tra le città polacche che hanno dichiarato le zone franche. Tuttavia, secondo i membri del Parlamento, la Commissione dovrebbe attivare le procedure di infrazione con l’articolo 7 del trattato sull’UE, nonché il regolamento adottato sulla protezione del bilancio UE e il rispetto dello stato di diritto. L’obiettivo è, dunque, porre rimedio alle violazioni dei diritti fondamentali della comunità di gay, lesbiche, trans, queer nell’Unione europea.

La decisione dell’11 marzo del Parlamento europeo è fortemente simbolica anche perché segue di poche ore l’ennesima decisione del governo polacco in contrasto alla comunità in questione. Il governo polacco ha infatti proposto di vietare l’adozione per le coppie omosessuali: formalmente è già vietato, ma rimane possibile per i genitori single. Se venisse approvata tale legge, le autorità polacche potrebbero indagare sulla vita privata delle persone single per accertarsi che non siano coinvolte in una relazione omosessuale: se così fosse, le autorità potrebbero perseguire penalmente le persone coinvolte. Si tratta di una ulteriore misura che viola i diritti e le libertà fondamentali di numerose persone, rimesse al giudizio delle autorità locali senza poter essere libere di essere ciò che si vuole.

Oltre alla Polonia, viene fatta una menzione anche all’Ungheria: nel novembre 2020, la città ungherese di Nagykáta ha adottato una risoluzione che vieta la diffusione e la promozione della propaganda LGBTIQ. Dopo qualche settimana, il parlamento ungherese ha adottato degli emendamenti costituzionali volti a limitare i diritti di tali persone, limitando il loro diritto ad una vita familiare e non tenendo conto dell’esistenza di diverse categorie di persone, quali le persone transgender.

Per gli eurodeputati, “chiunque dovrebbe godere delle libertà di vivere e mostrare pubblicamente il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere senza temere intolleranza, discriminazione o persecuzione”. In particolare, il compito delle autorità non è di fomentare tali pratiche, ma di proteggere e promuovere l’uguaglianza dei diritti fondamentali di tutti, senza discriminazioni.

L’Unione europea dei vaccini, tra approccio comunitario e rivendicazioni

EUROPA di

Negli ultimi giorni diversi Stati membri dell’Unione europea hanno annunciato che prenderanno autonomamente delle decisioni relative all’acquisto dei vaccini contro il Covid-19. Gli ultimi a rompere simbolicamente il fronte comune sono stati i governi di Austria e Danimarca: i due Stati, accodandosi ad Ungheria, Slovacchia, e Repubblica Ceca, derogheranno, invero, all’approccio comunitario, fino ad ora garante di una maggiore forza contrattuale, ma accompagnato da lunghi negoziati. Ad essere nel mirino è proprio la complessità alla base delle trattative e delle procedure europee di approvazione dei vaccini. In definitiva, la gestione della campagna vaccinale europea si fa sempre più complessa e appare chiaro come si stiano creando le condizioni per uno scenario che le istituzioni europee hanno voluto scongiurare fin dai primi mesi dell’emergenza pandemica: permettere a ciascun paese di muoversi autonomamente in ordine sparso.

I “dissidenti”

Il primo marzo, i governi di Austria e Ungheria – aderenti ad un approccio conservatore dal punto di vista economico – hanno annunciato che avvieranno dei negoziati con il governo israeliano per una possibile partnership volta ad ospitare dei centri di produzione delle aziende farmaceutiche Pfizer e Moderna sul proprio territorio. L’obiettivo è quello di ottenere una corsia preferenziale nelle forniture del vaccino rispetto ai contratti stipulati dalle istituzioni europee.

Il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, ha dichiarato che l’approccio comunitario “è stato fondamentalmente corretto” ma l’Agenzia europea per il farmaco (EMA) è stata “troppo lenta” nell’approvare i vaccini, e che in futuro il suo Paese “non dovrebbe dipendere soltanto dall’Unione Europea per la produzione di vaccini”. Dal canto suo, la Prima Ministra danese, Mette Frederiksen, ha adottato un approccio meno critico, tuttavia, ha sottolineato che “potremmo trovarci a dover vaccinare di nuovo, magari una volta l’anno: per questo dobbiamo potenziare con forza la produzione dei vaccini”.

L’Austria e l’Ungheria sono solo gli ultimi Stati membri dell’UE che hanno deciso di derogare all’approccio comunitario, fino ad ora adottato per la fornitura di vaccini contro il Covid-19: invero, l’Ungheria, Paese guidato da un governo semi-autoritario, nell’ambito della propria campagna di vaccinazione nazionale sta utilizzando anche il vaccino russo Sputnik V nonché il vaccino cinese Sinopharm, entrambi non approvati dall’Agenzia europea per il farmaco (EMA); inoltre, anche la Slovacchia ha ricevuto 2 milioni di dosi dello Sputnik V, mentre Polonia e Repubblica Ceca stanno negoziando rispettivamente con Cina e Russia per ricevere forniture di vaccini.

La strategia comunitaria

Fino ad ora l’approccio comunitario ha garantito agli Stati membri una maggiore forza contrattuale, appannaggio soprattutto degli Stati membri di piccole dimensioni, i quali non avrebbero potuto permettersi di stipulare contratti vantaggiosi; al contrario, tale approccio sembra essere meno conveniente per gli Stati membri di medie e grandi dimensioni, i quali autonomamente sarebbero probabilmente riusciti a ricevere un maggior numero di dosi rispetto a quelle attuali.

La Commissione europea ha effettivamente stipulato contratti a prezzi minori e condizioni più vantaggiose rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti ed al Regno Unito, tuttavia, la complessità e le tempistiche dei negoziati sono state considerate eccessive.

In realtà la scrupolosità dei controlli dell’EMA si spiega con l’esigenza di rassicurare un’opinione pubblica europea inizialmente molto scettica nei confronti di vaccini realizzati in tempi così rapidi. Inoltre, la Commissione europea ha puntato molto sul vaccino prodotto dall’azienda britannico-svedese AstraZeneca, il cui vaccino è prodotto soprattutto in Europa, è uno dei meno costosi e più facili da conservare, inoltre prevede una dose di richiamo che può essere somministrata anche a distanza di tre mesi. La drastica riduzione delle forniture annunciata dall’azienda a fine gennaio, ha, tuttavia, inciso pesantemente sulle campagne vaccinali europee.

In definitiva, a mettere in difficoltà i Paesi europei e la strategia comunitaria sarebbero stati quindi i ritardi – legati altresì alla necessità di mettere d’accordo i governi di 27 paesi – e i tagli nelle forniture da parte dei produttori di vaccini.

La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha minimizzato le accuse dei “dissidenti”, sostenendo che i ritardi nelle forniture di vaccini dovrebbero esaurirsi entro qualche settimana, e che nei prossimi mesi gli Stati membri dell’UE “avranno molte più dosi di quelle che serviranno”. Invero, l’aumento delle forniture previsto per i prossimi mesi –  reso possibile anche dalla disponibilità di nuovi vaccini come quello di Johnson & Johnson, la cui autorizzazione è prevista per metà marzo – dovrebbe consentire di accelerare le campagne vaccinali in tutti gli Stati membri dell’UE.

Giornata internazionale della donna, le celebrazioni delle istituzioni UE e la nuova proposta per la parità salariale

EUROPA di

L’8 marzo è la giornata internazionale della donna: ogni anno, si celebrano i progressi in ambito economico, culturale e politico raggiunti dalle donne di tutto il mondo e ci si interroga su cosa ancora è necessario fare. Ogni anno, si riconosce che la strada per raggiungere la parità di genere è ancora molto lunga e nient’affatto semplice. È prezioso, dunque, il lavoro delle istituzioni europee proprio in tal senso. Il Parlamento europeo, in questi giorni, sta portando avanti molteplici iniziative volte a celebrare la giornata della donna affrontando temi quali i diritti, il divario retributivo di genere, pari al 14% in UE, e l’impatto della pandemia sulle donne. La Commissione europea, con la sua prima presidente donna Von der Leyen, ha presentato una proposta sulla trasparenza salariale per garantire che donne e uomini europei ricevano le stesse retribuzioni per lo stesso lavoro: i datori di lavoro con almeno 250 dipendenti dovranno rendere pubbliche le informazioni sul divario di retribuzione.

Le iniziative del Parlamento europeo

In occasione della Giornata Internazionale della donna 2021, il Parlamento europeo ha deciso di celebrare le donne rendendo omaggio a quelle che lavorano in prima linea e che sono state colpite dalla pandemia. In particolare, si riconosce che le donne sono state in prima linea contro la pandemia di Covid-19 soprattutto perché vi è una presenza consistente nel settore sanitario, con 49 milioni di donne. Poi, anche perché molte sono le donne impiegate in lavori poco sicuri o precari, che hanno sofferto maggiormente la chiusura delle attività nell’ambito del lockdown. Sono 47 milioni le donne e ragazze in tutto il mondo che rischiano di cadere sotto la soglia della povertà: l’epidemia da coronavirus ha avuto e continua ad avere ricadute sociali, economiche e culturali non da poco conto. Da ultimo, ma non per importanza, va senz’altro menzionata anche la crescita dei fenomeni di violenza contro le donne che hanno avuto luogo nell’ultimo anno. Durante le chiusure, con le restrizioni, per le donne è stato ancora più difficile fuggire da certe situazioni o denunciare per ottenere aiuto.

L’8 marzo, giornata internazionale della donna, il Parlamento europeo dedicherà a questo tema parte della sessione plenaria, celebrando le donne e la parità di genere. Per tale occasione, verrà trasmesso il video messaggio della prima ministra neozelandese, Jacinda Arden. Inoltre, il Parlamento europeo ha attivamente contribuito anche all’iniziativa della Commissione europea che si è svolta il 4 marzo – “Noi siamo forti: Le donne che guidano la lotta contro la pandemia di Covid-19” – volta a riaffermare la parità di genere.

Le iniziative della Commissione europea

Il 4 marzo, la Commissione europea ha presentato una proposta sulla trasparenza salariale per garantire che donne e uomini nell’UE ricevano la stessa retribuzione per uno stesso lavoro. Si tratta di un’iniziativa che rientra tra le priorità della Commissione Von der Leyen: l’attuale presidente, infatti, è la prima donna a ricoprire tale carica, e intende continuare a lavorare duramente proprio per ottenere la parità di genere. Sulla stessa lunghezza d’onda del Parlamento europeo, le misure previste dalla Commissione UE considerano anche l’impatto della pandemia di Covid-19 sui datori di lavoro e sulle donne, e sono volte a sensibilizzare di più sulle condizioni salariali all’interno dell’impresa e a fornire maggiori strumenti per affrontare la discriminazione retributiva sul lavoro.

La proposta della Commissione europea

La proposta legislativa consta di due elementi fondamentali nell’ambito della parità retributiva: misure volte a garantire la trasparenza retributiva per i lavoratori e i datori di lavoro; un migliore accesso alla giustizia per le vittime di discriminazioni retributive.

Per il primo punto, si prevedono una serie di misure da dover essere rispettate: i datori di lavoro dovranno garantire una trasparenza retributiva sin dal momento di selezione del personale e della ricerca del lavoro, fornendo in sede di annuncio o di colloquio già il livello di retribuzione; i lavoratori avranno diritto di chiedere informazioni al proprio datore di lavoro sul loro livello di retribuzione individuali e sui livelli medi; si prevede che i datori di lavoro con almeno 250 dipendenti rendano pubbliche le informazioni sul divario di retribuzione tra i dipendenti di sesso femminile e i dipendenti di sesso maschile per categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. Infine, in caso di divario retributivo di almeno il 5%, ingiustificabile in base a fattori oggettivi neutri, i datori di lavoro dovranno effettuare una valutazione delle retribuzioni collaborando con i rappresentanti dei lavoratori.

Quanto al secondo punto, si richiede di fornire indennizzi per i lavoratori che hanno subito discriminazioni retributive di genere e l’onere della prova a carico del datore di lavoro. Questi ultimi potranno incorrere a sanzioni e ammende, mentre gli organismi per la parità e i rappresentanti dei lavoratori possono agire in procedimenti giudiziari.

Le prossime tappe

Il diritto alla parità di retribuzione rientra tra i diritti fondanti dell’Unione europea ma, ad oggi, non risulta sufficientemente applicato. Per questo, è necessario portare avanti tale proposta della Commissione europea: la proposta dovrà essere approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio e poi passerà agli Stati membri che ne dovranno discutere al fine di inserirla nel proprio ordinamento giuridico. “Dare potere alle donne andrà a vantaggio di tutti noi. Continuerò a lavorare per un’Europa dove sia garantito l’equilibrio di genere fra i sessi” perché “lo stesso lavoro merita la stessa retribuzione, e per la parità di retribuzione è necessaria la trasparenza”, ha affermato la Von der Leyen.

Effetti e conseguenze della Brexit, due mesi dopo

EUROPA di

Il Regno Unito ha completato l’uscita dall’UE il primo gennaio 2021, dopo un periodo di transizione durato quasi un anno, nonché numerosi e complessi negoziati per la definizione delle relazioni future tra le parti. A quasi due mesi dal completamento di tale lungo processo sono già evidenti alcuni dei suoi effetti e delle sue conseguenze: la Brexit sta provocando, invero, problemi e squilibri in vari settori, come l’agricoltura e la pesca. A ciò si unisce la protesta degli unionisti irlandesi per il compromesso raggiunto sullo status dell’Irlanda del Nord, che, di fatto, l’ha allontanata dalla Gran Bretagna. Le dinamiche legate alla Brexit, sembrano, dunque, destinate ad avere un ruolo di primo piano nell’attualità internazionale ancora a lungo.

Agricoltura e pesca

A quasi due mesi dal completamento del processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea, appare evidente che i settori maggiormente colpiti dagli effetti e dalle conseguenze della Brexit risultano essere quelli dell’agricoltura e della pesca. Invero, i grossisti abituati a vendere alimenti di origine animale e vegetale agli Stati membri dell’Unione europea si sono trovati improvvisamente dinnanzi ad una serie di ostacoli burocratici: ad esempio, nell’era pre Brexit, le società di logistica che si occupavano del trasporto di alimenti dal Regno Unito ai clienti europei impiegavano un giorno lavorativo, a partire dal primo gennaio 2021 ne impiegano due o tre.

Nonostante il compromesso raggiunto dal Regno Unito e dall’Unione europea non preveda l’imposizione di dazi o limiti nelle quantità di alimenti trasportati, attualmente sono comunque previsti controlli di sicurezza e ispezioni, come accade per ogni paese che commercia con l’Unione Europea. Ciò sta causando notevoli ritardi e problematiche per le parti coinvolte, nonché per la merce stessa in quanto spesso si tratta di prodotti freschi che non hanno una lunga conservazione.

Tali categorie, inoltre, riscontrano notevoli difficoltà anche sul mercato interno, sempre a causa della Brexit: il governo britannico ha, infatti, deciso di non imporre controlli di frontiera approfonditi alle merci che arrivano dagli Stati membri dell’Unione Europea, almeno fino a luglio, al fine di non sguarnire i supermercati; in tal modo vengono importate merci a basso costo che possono essere vendute a prezzi piuttosto concorrenziali. I più colpiti sono ovviamente i pescatori dei porti britannici più attivi, come quelli scozzesi e della Cornovaglia, i quali nutrono un sentimento di tradimento nei confronti del compromesso raggiunto dal Primo Ministro, Boris Johnson. A tal proposito, come reazione, il Governo britannico presieduto da quest’ultimo, ha, pertanto, annunciato che saranno stanziati 23 milioni di sterline a sostegno di tali categorie in questa fase post Brexit.

Le rivendicazioni degli unionisti irlandesi

Il Partito Unionista Democratico – in inglese Democratic Unionist Party, DUP – dell’Irlanda del Nord, ha iniziato una campagna politica e giudiziaria per convincere il governo britannico a modificare alcune parti essenziali del compromesso avente per oggetto le relazioni post Brexit tra Regno Unito e Unione europea, che, di fatto, hanno allontanato l’Irlanda del Nord dagli altri territori del Regno Unito. Il Partito, intento a presentare una serie di ricorsi presso le corti inglesi, nordirlandesi e delle istituzioni europee al fine di dichiarare l’illegittimità di alcuni punti dell’accordo, ha annunciato che “le tenterà tutte per provare ad ottenere giustizia”.

Gli unionisti criticano, in particolare, il compromesso raggiunto dal Primo Ministro Johnson ad ottobre 2019, il quale ha risolto lo stallo dei lunghi negoziati accettando che l’Irlanda del Nord rimanesse sia nel mercato comune europeo sia nell’unione doganale, evitando la costruzione di una barriera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. La ratio condivisa sia dal Regno Unito che dall’Unione europea era evitare di spezzare il legame tra esse, tuttavia, tale relazione, soprattutto commerciale, risulta già essere indebolita. Da quando l’uscita del Regno Unito si è completata gli ostacoli burocratici fra l’Irlanda del Nord e gli altri territori britannici si sono, invero, moltiplicati, provocando una iniziale penuria di prodotti alimentari, nonché un progressivo ripensamento delle tratte commerciali.

Fra le conseguenze della Brexit più contestate dagli unionisti, oltre quelli già menzionati, vi sono altresì la necessità di un nuovo passaporto per gli animali domestici per chi viaggia fra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito, l’impossibilità di acquistare online alcuni prodotti provenienti dal Regno Unito, nonché la prospettiva che nei prossimi mesi entrino progressivamente in vigore ulteriori procedure burocratiche, attualmente sospese per facilitare la transizione.

Inizialmente il DUP appoggiava l’intesa raggiunta da Regno Unito ed Unione europea, tuttavia, dopo un mese dall’entrata in vigore dell’accordo, i sondaggi hanno riportato un calo dei consensi del partito con il conseguente cambio dei toni. Attualmente non sono chiare le modalità e le probabilità di successo della loro campagna politica, in passato, ad esempio, per ostacolare delle leggi decise dal governo centrale, il DUP applicava un oscuro meccanismo contemplato dagli accordi del Good Friday tra le due Irlande, il cosiddetto petition of concern, il quale dispone che le decisioni più importanti del governo britannico dovrebbero essere prese con il consenso della comunità nordirlandese. Inoltre, attualmente non sono previste azioni volte a modificare radicalmente il compromesso raggiunto sulle relazioni post Brexit. La questione, dunque, risulta essere in continua evoluzione, man mano che si esplicano gli effetti e le conseguenze della Brexit.

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Francesca Scalpelli
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