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Non solo Draghi, anche il premier greco Mitsotakis vola in Libia

AFRICA di

Kyriakos Mitsotakis ufficializza il cambio di pagina nei rapporti greco-libici con la sua visita ufficiale in Libia, cui ha fatto seguito l’annuncio del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Il Primo ministro greco è stato uno dei primi leader europei ad incontrare il nuovo Premier libico Abdelhamid Dabaiba, nella giornata del 6 aprile scorso, poco dopo la visita del Primo ministro italiano Mario Draghi.

I dossier sul tavolo

Al centro dell’incontro le nuove opportunità di cooperazione bilaterale su più fronti: dall’economia, all’energia, dalla sanità, al trasporto marittimo. Il dossier più controverso è stato, invece, quello relativo al Memorandum of Understanding turco-libico sulla delimitazione dei confini marittimi, che, secondo il governo di Atene, “in una Libia normale, non può essere valido”.

Infatti, l’intesa tra Turchia e Libia sulle zone economiche esclusive (ZEE) nel  Mediterraneo, firmata il 27 novembre 2019, consente ad Ankara di avanzare degli ostacoli legali per lo sfruttamento e l’esportazione di gas dalla zona del Mediterraneo orientale, ed è stato, per questo, contestato da diverse istituzioni europee e da numerosi Stati membri dell’Unione. Tra questi, immediata è stata la reazione di Atene, che dopo aver definito l’accordo come “un’aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani della Grecia e di altri paesi”, decise di espellere l’ambasciatore tripolino.

Aperture e nuovi spunti di dialogo

La visita di Mitsotakis ed suo incontro con Dbeibah hanno dunque offerto nuove opportunità di confronto e di dialogo tra i due leader, consentendo di riavviare le relazioni diplomatiche, e non, su basi più solide. Nonostante Dbeibah abbia evitato di entrare nei dettagli del destino dell’accordo con la Turchia, non ancora ratificato alla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, ha prospettato la possibilità di istituire un comitato greco-libico per discutere congiuntamente della delimitazione dei confini marittimi, avviando un tavolo di confronto istituzionalizzato.

Il giorno successivo alla visita, Atene ha annunciato la ripresa, dopo 6 anni d’interruzione, delle attività dell’ambasciata greca in Libia, nonché la riapertura dello spazio aereo tra i due Paesi. Per una normalizzazione delle relazioni bilaterali ed un rafforzamento della cooperazione su più fronti, si è decisa l’istituzione di “Comitati misti” in tutti i campi di comune interesse.

Un poderoso assembramento diplomatico

Oltre a Mitsotakis e a Draghi, gran parte dei leader europei stanno cercando di dare un segnale di sostegno al processo di riconciliazione nazionale e al nuovo governo libico, salvaguardando, al contempo, i propri interessi strategici. Il giorno precedente alla visita dei due Premier europei, anche il maltese Robert Abela ha annunciato la riapertura della sede diplomatica di Tripoli, mentre quella francese ha ripreso le attività il 29 marzo. Il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, anche lui in visita a Tripoli nei primi giorni di aprile, ha dichiarato che l’Europa intensificherà il suo impegno in Libia sul fronte della ricostruzione economica, dopo anni di conflitto, contribuendo alla governance, alla stabilità, al rispetto dei diritti umani all’interno del Paese. A questo proposito, fonti Ue hanno reso noto che l’ambasciatore dell’Unione europea tornerà permanentemente a Tripoli a partire dalla fine di aprile.

Affinché ciò avvenga, tuttavia, l’Unione europea, per il tramite di Michel, ha ribadito la necessità che mercenari e combattenti stranieri lascino la Libia, in quanto conditio sine qua non per il rispetto dell’embargo sulle armi e dell’accordo sul cessate-il-fuoco all’interno del Paese.

KF-21, il nuovo prototipo di jet da combattimento dell’industria aeronautica sudcoreana

ASIA PACIFICO di

La Corea del Sud prevede di schierare 120 jet da combattimento entro il 2032.

Il presidente Moon Jae-in ha annunciato il piano venerdì presso lo stabilimento Korea Aerospace Industries Co. a Sacheon, (Corea del Sud) durante una cerimonia di lancio del prototipo del suo primo jet da combattimento, il KF-21, soprannominato Boramae, o “giovane falco addestrato per la caccia”.

Moon si è congratulato con gli ingegneri e gli altri funzionari dietro l’impresa, dicendo che ha aperto una nuova era per la difesa della Corea del Sud.

Il primo test di volo è previsto per il 2022, mentre lo sviluppo completo dovrebbe essere completato entro il 2026. Una volta operativo, il jet KF-21 dovrebbe essere armato con diverse tipologie di missili. I caccia bimotore arriveranno nelle versioni monoposto e biposto, a seconda delle missioni a cui sono assegnati.

Moon ha detto che dopo il completamento dei test di volo e di terra, la produzione di massa del KF-21 inizierà con un obiettivo di 40 jet dispiegati entro il 2028 e 120 entro il 2032.

“Ora abbiamo il nostro jet da combattimento supersonico avanzato prodotto a livello nazionale. Siamo diventati l’ottavo paese al mondo a farlo. È una pietra miliare storica nello sviluppo dell’industria aeronautica sudcoreana”.

Nella sola fase di sviluppo sono stati creati circa 12mila posti di lavoro, anche grazie ad una produzione nazionale del 65 percento dei componenti KF-21.

“Quando inizierà la produzione di massa su vasta scala, verranno creati 100.000 posti di lavoro aggiuntivi e avremo un valore aggiunto di 5,9 trilioni di won coreani (5,2 miliardi di dollari). L’effetto sarà molto maggiore se vengono esportati”, ha detto Moon.

La Corea del Sud dovrebbe produrre sei prototipi KF-21 per test e sviluppo, i primi tre da completare entro la fine di quest’anno e i prossimi tre nella prima metà del 2022, secondo la Defense Acquisition Program Administration (DAPA) del paese.

Il governo ha fissato l’obiettivo di investire anche in nuove tecnologie innovative, come gli aerei elettrici e a idrogeno, e la mobilità dell’aviazione urbana.

La Corea del Sud ha presentato per la prima volta la sua visione per un jet locale nel 2001 e da allora ha continuato il lavoro di ricerca. Nel 2015, il Paese ha iniziato a lavorare al progetto, del valore di 7,9 miliardi di dollari, in collaborazione con l’Indonesia che ha accettato di finanziarne il 20% e di ricevere 50 dei 170 jet in totale.

Durante la cerimonia per il lancio del prototipo venerdì scorso il presidente Moon ha ringraziato l’Indonesia per la sua fiducia nella Corea del Sud nello sviluppo congiunto del combattente dicendo che Seoul lavorerà con Jakarta per fare breccia in altri mercati.

UE – Turchia, dall’agenda positiva all’incidente diplomatico

EUROPA di

Il 6 aprile il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen si sono recati ad Ankara per incontrare il presidente turco Erdogan e discutere delle relazioni tra Unione europea e Turchia. Al centro dell’incontro vi sono stati lo stato di diritto e i diritti umani, nonché la Convenzione di Istanbul e le relazioni economiche tra le parti. Dopo gli ultimi passi falsi della Turchia in tali ambiti, il Consiglio europeo ha voluto rilanciare i rapporti tra Ankara e Bruxelles con un’agenda positiva, ma non sono mancati incidenti diplomatici che hanno dato luogo a dibattiti: nella stanza dove si è tenuto l’incontro non era stata predisposta una sedia per la presidente della Commissione europea, che si è dovuta sedere su un divano più distante. Nonostante il vertice sia andato piuttosto bene, questo episodio ne ha oscurato il contenuto e ha mostrato la debolezza dell’Unione europea, interna ed estera.

Le relazioni tra Unione europea e Turchia

Le relazioni tra UE e Turchia sono da sempre altalenanti, con periodi più tesi e periodi più favorevoli alle relazioni tra le parti. Nell’ultimo anno, vi sono stati notevoli momenti di tensione per vari motivi, dalla questione delle esplorazioni delle navi di Ankara nelle acque greche e cipriote, frutto delle ambizioni di Erdogan nel Mediterraneo orientale, alla questione migratoria e all’uscita dalla Convenzione di Istanbul, ulteriore schiaffo ai diritti umani. Per questo motivo, in occasione della videoconferenza dei membri del Consiglio europeo del 25 marzo, è stato programmato l’incontro tenutosi il 6 aprile scorso: Charles Michel ha riconosciuto l’interesse strategico dell’Unione europea ad avere un contesto stabile e sicuro nel Mediterraneo orientale, nonché relazioni positive e vantaggiose con la Turchia. Anche l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, Josep Borrell, ha sottolineato più volte la necessità di un negoziato “graduale, proporzionale e reversibile” con la Turchia.

Obiettivi e risultati

Al centro del bilaterale vi sono state le principali questioni del rapporto tra UE e Turchia: Convenzione di Istanbul, lo stato di diritto, i diritti umani, i legami economici e le relazioni commerciali e, non da ultimo, la questione migratoria ed il rinnovo dell’accordo di marzo 2016 sui rifugiati siriani. Quest’ultimo punto era la vera priorità dell’UE: l’accordo è volto a bloccare il flusso migratorio di rifugiati siriani in Europa e prevede l’impegno europeo per circa sei miliardi di euro. Ankara, in questi anni, ha accolto circa quattro milioni di rifugiati siriani e continuerà a farlo, ma ha chiesto alle istituzioni europee un aumento dei fondi previsti. L’Unione europea ha risposto positivamente, dunque ha finanziato e finanzierà l’assistenza ai profughi bloccati in Turchia anche con un aumento dei fondi; in aggiunta, vuole puntare sui progetti di cooperazione e assistenza anche per i rifugiati siriani presenti in Libano e Giordania.

In seguito, è stato affrontato il tema dei diritti umani: la decisione del governo turco di fare un passo indietro ed abbandonare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione sulla violenza sulle donne ha dato luogo a molte critiche in Europa e non solo. I leader europei hanno mostrato la loro “profonda inquietudine” per gli ultimi sviluppi in Turchia, anche per quanto concerne la libertà di parola, gli attacchi ai partiti politici di opposizione e ai media. “Lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali sono valori fondamentali dell’UE” ha affermato Michel.

In definitiva, il confronto è stato definito “franco e aperto”: è emersa la volontà di costruire con Ankara un’agenda positiva e rafforzare i rapporti economici. I leader europei ritengono di fondamentale importanza la recente distensione delle relazioni che va sostenuta e rafforzata attraverso un percorso comune, basato su cooperazione economica, immigrazione, contatti interpersonali e mobilità. Charles Michel e Ursula Von der Leyen hanno fatto importanti passi in avanti verso la Turchia di Erdogan, con l’auspicio che il presidente turco colga questa opportunità.

Per dar seguito a quanto affermato, al Consiglio europeo di giugno verranno valutati i progressi fatti e i passi avanti compiuti dalla Turchia, al fine di monitorare le relazioni passo dopo passo.

L’incidente diplomatico

Nella stanza dove si è tenuto l’incontro, non è stata predisposta una sedia per la presidente della Commissione europea, che si è dovuta sedere su un divano più distante. Nonostante il vertice sia andato piuttosto bene, questo episodio ne ha oscurato il contenuto e ha mostrato la debolezza dell’Unione europea, interna ed estera, portando alla luce diverse questioni: il sessismo e la mancanza di rispetto nei confronti della leader Von der Leyen, la scarsa attenzione nei confronti dei capi delle istituzioni europee da parte dei leader stranieri, la difficoltà di collaborazione tra le istituzioni dell’Unione europea. Se è vero che lo staff del presidente turco non ha predisposto la sedia per la Von der Leyen, è altrettanto vero che Charles Michel non ha agito in favore della Presidente della Commissione, lasciando che si sedesse in disparte, di fronte al ministro degli Esteri turco. Secondo il protocollo ufficiale, il presidente del Consiglio Michel ricopre una carica più alta rispetto a quella della Commissione nell’ambito della rappresentanza esterna, tuttavia, per prassi, nessun leader ha mai trattato la Von der Leyen come se fosse di grado inferiore.

Agli occhi di chi ha osservato questa scena, quindi, tale incidente diplomatico non è stato altro che un sintomo del sessismo che le leader donne subiscono in politica ad ogni livello: sessismo così grave ed evidente che ha in parte oscurato il contenuto del vertice. Il portavoce della Von der Leyen ha affermato che la presidente “chiaramente è rimasta sorpresa, lo si vede nel video, ma ha preferito dare priorità alle questioni di sostanza rispetto al protocollo”, per poi aggiungere “Non so se Erdogan abbia voluto far passare un messaggio di qualche tipo ieri, ma quello che a noi interessa è stato far passare il nostro messaggio”: vale a dire fare avanzare un processo politico fra l’Ue e la Turchia, sul rispetto dei diritti umani.

Il braccio di ferro tra Unione europea e Cina: le sanzioni reciproche

EUROPA di

Lo scorso 22 marzo, l’Unione europea ha approvato delle sanzioni indirizzate alla Cina a causa delle violazioni compiute nel paese nei confronti della minoranza musulmana degli Uiguri. Si tratta di una misura concordata con i partner occidentali che assume soprattutto un valore simbolico: sono le prime sanzioni che l’Unione Europea impone alla Cina dai fatti di Tienanmen del 1989. Come reazione, la Cina ha annunciato che sanzionerà importanti politici e accademici dell’Unione Europea, nonché quattro istituzioni. Finora, nei rapporti con Pechino, rivale sistemico ma anche uno dei principali partner commerciali dell’UE, Bruxelles aveva cercato di mantenere un difficile equilibrio, tra interessi e valori democratici. L’approvazione di sanzioni incrociate mostra come il clima sia decisamente cambiato nelle ultime settimane: ora a prevalere è una turbolenza politica.

Le violazioni nei confronti degli Uiguri

Gli Uiguri sono una minoranza etnica, prevalentemente di religione musulmana, insediatasi principalmente nella regione dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. Nella regione vive circa l’1,5% della popolazione cinese, ma secondo l’organizzazione Chinese Human Rights Defenders si verifica il 20 % degli arresti del paese. Diverse inchieste giornalistiche, testimonianze e rapporti delle Nazioni Unite hanno rivelato che la Cina ha detenuto e tuttora detiene milioni di Uiguri in campi di prigionia, definiti “di trasformazione attraverso l’educazione”. Il governo ha sempre negato la repressione sistematica contro tale minoranza, giustificandola come una campagna antiterroristica. Ciò che appare evidente è che l’autorità centrale cinese ha sempre mal sopportato gli Uiguri a causa delle loro antiche spinte indipendentiste, che portarono a repressioni già nell’epoca di Mao Zedong e che si sono inasprite negli ultimi vent’anni fino a far divenire la regione uno dei posti più sorvegliati al mondo. Nel dettaglio gli abitanti dello Xinjiang sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa. Queste forme di oppressione si configurano come gravi violazioni dei diritti umani che deteriorano il tessuto sociale locale, provocando profonde ferite nelle comunità e nelle famiglie.

Le sanzioni dell’UE

Le sanzioni approvate il 22 marzo da parte dell’Unione Europea sono rivolte a quattro funzionari di stato cinesi nonché ad un’istituzione del paese, ritenuti responsabili della repressione degli Uiguri. Le misure punitive prevedono divieti di viaggio verso l’Unione Europea nonché di ingresso per affari e hanno soprattutto un valore simbolico: si tratta, invero, delle prime sanzioni che l’Unione Europea impone alla Cina dal 1989, quando fu adottato un embargo di armi dopo la strage compiuta dal governo cinese nella manifestazione di piazza Tienanmen a Pechino, tuttora in vigore.

Le sanzioni europee – le prime nel quadro del cosiddetto “Magnitsky Act” approvato a fine 2020 – fanno parte di un pacchetto di misure approvate all’unanimità e indirizzate a vari paesi, teatro di violazioni dei diritti umani. Nel caso della Cina, i funzionari di alto rango selezionati includono Zhu Hailun, al vertice del programma su larga scala di sorveglianza, detenzione e indottrinamento degli uiguri. Gli altri tre sono Wang Junzheng, Wang Mingshan e Chen Mingguo, ritenuti responsabili di “detenzioni arbitrarie e trattamenti degradanti inflitti a uiguri e persone di altre minoranze etniche musulmane, nonché di violazioni sistematiche della loro libertà di religione o credo”.

“La decisione europea è basata su nient’altro che bugie e disinformazione” e “interferisce con gli affari interni della Cina” questo il commento di un portavoce del ministero degli affari esteri cinese, il quale ha invitato l’Unione europea “a tornare sui propri passi, ad affrontare apertamente la gravità del suo errore e rimediare”.

Rileva che le sanzioni in questione non sono il frutto di una mera escalation nelle relazioni bilaterali: la misura europea si inserisce, invero, nell’ambito di un’azione coordinata con Stati Uniti, Regno Unito e Canada, che a loro volta hanno annunciato misure punitive contro gli stessi cinque obiettivi cinesi e potrebbe segnare un significativo step nella creazione di un fronte internazionale volto a contrastare l’ascesa della Cina, uno dei principali obiettivi del neopresidente degli Stati Uniti, Joe Biden.

Le sanzioni della Cina

La risposta di Pechino alle sanzioni europee risulta essere particolarmente drastica, a dimostrazione di quanto il tema sia delicato per Pechino: 11 personalità sanzionate, tra cui parlamentari, accademici ed enti europei. Ai sanzionati, nonché alle loro famiglie, sarà proibito l’ingresso in Cina, Hong Kong e Macao, mentre alle aziende e alle istituzioni coinvolte sarà proibito di fare affari con la Cina stessa. Fra le persone colpite vi sono cinque parlamentari europei: Reinhard Butikofer dei Verdi, Michael Gahler e Miriam Lexmann del PPe, Raphael Glucksmann dei Socialisti e Democratici e Ilhan Kyuchyuk adi Renew Europe. Ma anche un politico olandese, Sjoerd Wiemer Sjoerdsma, un deputato del parlamento belga di origine italiana, Samuel Cogolati, e una di quello lituano, Dovile Sakaliene, insieme al ricercatore tedesco Adrian Zenz e allo svedese Bjorn Jerden. Tutti colpevoli di «aver seriamente danneggiato la sovranità e gli interessi della Cina e volontariamente diffuso menzogne e disinformazione»

A circa tre mesi dalla firma della super intesa sugli investimenti – Comprehensive Investment Agreement  (CAI) – frutto di sette anni di complessi negoziati e presentata come una nuova, importante pagina nelle relazioni bilaterali, tra Bruxelles e Pechino il clima è decisamente cambiato.

Una nuova ripartenza per il Kosovo: Osmani-Sadriu Presidente del paese

EST EUROPA di

Il parlamento del Kosovo ha eletto l’ex presidente del parlamento Vjosa Osmani-Sadriu come nuovo presidente del paese. Con un mandato di cinque anni, Osmani-Sadriu è la seconda donna leader della nazione balcanica nel dopoguerra.

Il parlamento composto di 120 seggi si è riunito in sessione straordinaria per due giorni, decretando la vittoria di Osmani, eletta con 71 voti, nonostante i tentativi di boicottaggio dei partiti di opposizione e del partito di minoranza etnica serba.

Già nel novembre dell’anno scorso, la 38enne Osmani-Sadriu ha sostituito temporaneamente l’ex presidente Hashim Thaci, dimessosi dopo essere stato accusato dal tribunale speciale del Kosovo con sede all’Aia di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Thaçi ha annunciato le sue dimissioni in una conferenza stampa a Pristina, comunicando la necessità di “proteggere l’integrità della presidenza del Kosovo”. Secondo l’accusa dell’ufficio del procuratore l’ex presidente Thaçi e altri capi dell’esercito di liberazione del Kosovo (KLA) sono stati “penalmente responsabili di quasi 100 omicidi”.

Osmani-Sadriu, settimo presidente del Kosovo del dopoguerra e seconda donna, ha avuto il sostegno del Movimento di autodeterminazione di sinistra, o Vetevendosje!, che ha vinto in modo schiacciante le elezioni anticipate del Kosovo il 14 febbraio.

In qualità di presidente avrà in gran parte un ruolo cerimoniale come capo di stato. Ricoprirà anche una posizione di leadership nella politica estera, e rivestirà il ruolo di comandante delle forze armate.

Nella sua agenda politica, in primo piano spicca la ripresa dei colloqui di normalizzazione con l’ex nemico della guerra, la Serbia. Il Kosovo è diventato indipendente nel 2008 dopo che la NATO è intervenuta nel 1999 per fermare la sanguinosa repressione dei combattenti per l’indipendenza albanese. Il Kosovo è infatti riconosciuto da più di 100 paesi ma non dalla Serbia o dagli alleati serbi come Russia e Cina.

La Cina rafforza il suo controllo sulle procedure elettorali di Hong Kong

ASIA PACIFICO di

Oggi a Pechino, il Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo ha votato all’unanimità la riforma elettorale di Hong Kong, in base alla quale il numero di seggi eletti direttamente nel Consiglio Legislativo (Legco) di Hong Kong viene drasticamente ridotto, mentre viene creato un organo di controllo per determinare chi può candidarsi alle elezioni.

Secondo le nuove procedure:

– Il comitato elettorale controllato da Pechino godrà della quota maggiore di seggi del Consiglio legislativo con 40 seggi, mentre 30 seggi andranno alle circoscrizioni legate alle categorie professionali, lasciando le circoscrizioni geografiche, elette direttamente dai cittadini di Hong Kong, con solo 20 seggi.

– Il comitato di valutazione selezionerà i candidati sulla base delle informazioni fornite dall’unità di sicurezza nazionale della polizia e non sarà consentito alcun riesame giudiziario o ricorso contro la decisione.

Inoltre, per la prima volta nella storia della città, il comitato che ora si occupa di tutte le elezioni chiave della città sarà guidato da un capo convocatore, un membro che “detiene una carica di leadership statale”, che sovrintenderà le procedure elettorali. Ciò renderà estremamente difficile l’elezione dei candidati dell’opposizione.

In base al piano di riforme definitivo approvato all’unanimità, l’obiettivo sarebbe quello di garantire che solo figure “patriottiche” possano candidarsi a posizioni di potere. I critici però avvertono che le riforme, rimuovendo le opposizioni dal parlamento cittadino, segnano la fine della democrazia.

La leader di Hong Kong, Carrie Lam, afferma tuttavia che fintanto che i candidati dimostreranno fedeltà a Hong Kong, sosterranno la Legge fondamentale e supereranno i controlli di sicurezza nazionale, non ci saranno impedimenti alla loro candidatura. La nuova riforma intende invece ostacolare la candidatura di “persone con convinzioni politiche diverse, che si pongono agli estremi dei partiti di destra e sinistra.”

Secondo fonti dell’opposizione invece, il parlamento cinese avrebbe l’intenzione di ricostruire Hong Kong a propria immagine, e così facendo tenere fuori dal parlamento chiunque non sia allineato con il governo di Pechino.

“Dare alle forze di polizia il potere di controllare chi può candidarsi alle elezioni non è comune nei sistemi generalmente considerati democratici”, ha detto Chong Ja Ian, professore associato di politica presso l’Università Nazionale di Singapore.

“Questo sistema completamente nuovo è davvero degradante e molto opprimente”, ha detto Emily Lau, ex parlamentare pro-democrazia, aggiungendo che i disordini politici potrebbero esplodere di nuovo nelle strade di Hong Kong.

La prima votazione che eleggerà i membri del Consiglio legislativo di Hong Kong in base alle modifiche si terrà a dicembre.

 

Un passo indietro…

Nel giugno 2020, il Congresso nazionale del Popolo (organo legislativo di Pechino) ha imposto unilateralmente la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong per criminalizzare “il separatismo, la sovversione, il terrorismo e l’interferenza straniera” che molti hanno interpretato come una repressione delle libertà civili, dei critici del governo e del movimento per l’indipendenza. A luglio, i pro-democratici hanno organizzato un’elezione primaria su tutto il territorio per massimizzare le loro possibilità di ottenere la maggioranza nelle imminenti elezioni del Consiglio legislativo.

Tuttavia, la leader di Hong Kong Carrie Lam ha improvvisamente invocato l’ordinanza sui regolamenti di emergenza Covid-19 per rinviare le elezioni. La decisione è stata ampiamente considerata come l’ultima di una rapida serie di mosse aggressive da parte delle autorità di Pechino per contrastare lo slancio dell’opposizione e neutralizzare il movimento pro-democrazia. Successivamente, i 55 organizzatori e candidati alle primarie sono stati arrestati ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale il 6 gennaio 2021.

Il presidente cinese Xi Jinping ha affermato che Hong Kong potrebbe mantenere la sua stabilità e sicurezza a lungo termine solo assicurando “patrioti al governo di Hong Kong”.

Zhang Xiaoming, vicedirettore dell’Ufficio per gli affari di Hong Kong e Macao (HKMAO) ha affermato che “i patrioti al governo di Hong Kong” è diventata una nuova norma giuridica, in quanto nasce in coerenza con il principio “Un paese, due sistemi”, ovvero di salvaguardare la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo della Cina.

 

 

Le tensioni in Etiopia rischiano di esplodere in una crisi umanitaria

AFRICA di

L’Etiopia sta attualmente affrontando un conflitto armato nella regione del Tigrè, a nord del paese. Le tensioni, che vedono coinvolti il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (TPLF) e il governo centrale dell’Etiopia, sono state scatenate a settembre scorso dall’annuncio del Primo ministro etiope, Abiy Ahmed Ali, del rinvio delle elezioni nazionali a giugno 2021 a causa del coronavirus. Il TPLF, che già da tempo considera il governo centrale come illegittimo, e ritiene che il Primo ministro non abbia più il mandato per prendere decisioni, ha tenuto ugualmente le proprie elezioni a settembre, sfidando il Governo di Abiy. Ciò ha innescato una reazione a catena in cui il governo centrale e il governo del Tigrè, che accusano i reciproci governi di essere illegittimi, hanno dato inizio al conflitto armato.

Nel novembre 2020 sono stati registrati incidenti presso il Comando settentrionale etiope, attribuiti dal governo centrale al TPLF. Ciò ha portato a un contrattacco da parte delle forze di difesa nazionale etiope. La situazione è andata ulteriormente peggiorando quando le forze di sicurezza del TPLF sono state accusate di aver ucciso centinaia di civili (per lo più lavoratori di etnia Amhara) nel massacro di Mai Kadra. Sebbene la leadership del TPLF abbia negato ogni responsabilità dell’accaduto, le forze armate governative si sono spinte nella capitale Macallé, il cuore della regione del Tigrè.

La regione settentrionale del Tigrè è uno dei 10 Stati federali semi-autonomi dell’Etiopia.

Inizialmente suddivisa in 13 province, nel 1996 l’Etiopia ha visto l’entrata in vigore della riforma del sistema amministrativo, in base alla quale il paese veniva riorganizzato in 10 Stati regionali federali suddivisi su base etnica.

La Costituzione attribuisce ampi poteri agli Stati regionali che possono stabilire il proprio governo nei limiti della carta costituzionale. Ogni regione è infatti governata dal Consiglio regionale, che detiene i poteri legislativi ed esecutivi per dirigere gli affari interni della regione. L’articolo 39 della Costituzione etiope concede inoltre il diritto di secessione a tutti gli Stati regionali dell’Etiopia.

Sotto il governo di Abiy, salito al potere nel 2018, i leader del Tigrè si sono lamentati di essere ingiustamente presi di mira nei procedimenti per corruzione, rimossi dalle posizioni di vertice e ampiamente considerati come capri espiatori per i problemi del Paese.

Dall’inizio del conflitto, sono state documentate le atrocità e i crimini di guerra commessi dalle forze etiopi e alleate contro i residenti del Tigrè. Nella notte del 9 novembre, uomini armati hanno attaccato la città di Mai-Kadra, nella zona sud occidentale della regione del Tigré, facendo stragi per le strade a colpi d’ascia e di machete. Secondo i media statali sono stati contati 500 cadaveri. Le vittime erano lavoratori giornalieri di etnia Amhara, che non avevano nessun ruolo nel conflitto in corso nella regione.

I dati sui morti e i feriti sono tuttavia difficili da confermare e le notizie che arrivano dal Tigrè non possono essere verificate in modo indipendente, in quanto il governo di Addis Abeba ha dato l’ordine di impedire l’ingresso nella regione, di bloccare le linee telefoniche e l’accesso a internet. Ma la conferma arriva da Amnesty International che, grazie ad un attento lavoro di comparazione dei dati provenienti da più fonti, ha potuto accertare l’autenticità, la data e il luogo delle foto e dei filmati giunti in suo possesso.

Sebbene le agenzie umanitarie non abbiano accesso alla zona del conflitto, numerosi appelli sono stati lanciati dalle organizzazioni umanitarie affinché tutte le parti in conflitto rispettino il diritto internazionale, garantendo l’accesso degli aiuti nella regione e la protezione dei civili.

Secondo quanto comunicato nei rapporti dell’Associated Press e di Amnesty International, il conflitto ha ucciso centinaia di persone e ha causato migliaia di sfollati nelle ultime settimane. L’ONU ha avvertito che il conflitto potrebbe innescare una crisi umanitaria, sia per l’afflusso di rifugiati che nel frattempo si stanno riversando in Sudan, sia per la crisi alimentare esacerbata dall’incendio dei raccolti da parte delle truppe.

Si stima che almeno 33.000 rifugiati sono già entrati in Sudan, una nazione che già sostiene circa un milione di sfollati da altri paesi africani, e che rischia di essere ulteriormente destabilizzata dai continui flussi migratori. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati in base alle previsioni attuali teme l’arrivo di altre 200.000 persone nei prossimi sei mesi se i combattimenti dovessero continuare.

Funzionari umanitari hanno inoltre avvertito che un numero crescente di persone potrebbe morire di fame nel Tigrè. I combattimenti sono scoppiati sull’orlo del raccolto nella regione prevalentemente agricola e hanno mandato un numero incalcolabile di persone a fuggire dalle proprie case. Testimoni hanno peraltro descritto il saccheggio delle provviste da parte dei soldati eritrei e l’incendio dei raccolti.

L’attuale situazione continua a sollevare preoccupazioni sul fatto che il conflitto potrebbe estendersi a una guerra più ampia, che veda coinvolti anche gli Stati confinanti.

Venerdì il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, in qualità di presidente dell’Unione africana, ha annunciato la nomina di tre ex presidenti per mediare i colloqui per porre fine al conflitto in Etiopia. Ma il governo di Abiy ha rifiutato l’offerta perché vede l’operazione come un’intromissione negli affari interni del paese.

“Non negoziamo con i criminali. Li assicuriamo alla giustizia, non al tavolo delle trattative”, ha detto Mamo Mihretu, assistente senior del Primo ministro Abiy. “I nostri fratelli e sorelle africani avrebbero un ruolo più significativo se esercitassero pressioni sul TPLF affinché si arrendesse”.

Mamo ha affermato inoltre che gli ex leader del Mozambico, della Liberia e del Sud Africa – che arriveranno nel paese nei prossimi giorni – non avranno accesso alla regione del Tigrè a causa delle operazioni militari in corso.

Dopo tali dichiarazioni, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha riportato alla Commissione per gli affari esteri del Parlamento degli Stati Uniti le “violazioni dei diritti umani e atrocità in corso, nonché atti di purificazione etnica” in alcune parti del Tigrè.

Un alto diplomatico etiope mercoledì ha lasciato il suo incarico a Washington per le preoccupazioni sulle atrocità riportate nel Tigrè. Berhane Kidanemariam, che ha servito come vice capo missione presso l’ambasciata etiope a Washington, ha criticato Abiy come un leader spericolato che sta dividendo il suo paese.

“Migliaia di civili sono stati massacrati, centinaia di migliaia sfollati dalle loro case con la forza, infrastrutture civili distrutte sistematicamente”, afferma il comunicato pubblicato su Twitter da Getachew Reda, uno dei leader del Tigrè. “Nonostante il regime di Abiy Ahmed e i suoi alleati abbiano invocato spudoratamente la loro innocenza e promesso di consentire l’accesso alle agenzie umanitarie e alle indagini internazionali sulle accuse, i loro crimini di guerra e atti contro l’umanità sono solo aumentati nelle ultime settimane e giorni”.

 

Samia Suluhu Hassan, una donna a capo della Tanzania

AFRICA di

Mercoledì sera la vice-presidente Samia Suluhu Hassan ha annunciato ai cittadini della Tanzania la morte del presidente John Magufuli, evento le conferisce automaticamente l’incarico di capo di Stato del paese.

Eletta per la prima volta nel 2015 come vicepresidente di Magufuli, è stata rieletta lo scorso anno insieme a lui per un secondo mandato quinquennale.

Con l’assunzione della carica di presidente, Hassan diventa l’unica attuale leader nazionale donna in Africa – laddove invece la presidenza etiope ha in gran parte funzioni cerimoniali.

La presidente Hassan è affettuosamente conosciuta come Mama Samia, che lungi dall’essere un’etichetta discriminante di genere, è invece sinonimo di rispetto e orgoglio nella cultura tanzaniana.

La campagna elettorale del 2015 l’ha vista vincitrice a sorpresa, riuscendo a scavalcare molti altri politici più importanti nel partito, tra cui Chama Cha Mapinduzi (CCM), ai vertici del potere dall’indipendenza del paese nel 1961.

La carriera politica della nuova presidente è partita nel 2000, quando è stata eletta per la prima volta a una carica pubblica, per poi diventare nel 2014 vicepresidente dell’Assemblea costituente, con compiti di redazione di una nuova costituzione. È in questa occasione che le sue doti politiche e di leadership le hanno fruttato i complimenti e il consenso dell’elettorato.

 

Dalla personalità pacata e rispettosa delle procedure normative, per la sua etica del lavoro e per il metodo con cui prende decisioni di interesse nazionale, è stata definita “la leader politica più sottovalutata della Tanzania”.

Le prossime settimane saranno un’occasione per avvalorare le aspettative, e soprattutto vederla prendere partito in merito al COVID-19, mai accettato dal suo predecessore come malattia contagiosa o mortale.   

Il presidente Magufuli infatti ha sempre avuto un atteggiamento scettico nei confronti del coronavirus, rifiutandosi di indossare una mascherina e denigrando chi la utilizzava. Secondo i leader dell’opposizione, le ragioni della morte repentina del presidente andrebbero proprio ritrovate nella mancata prevenzione contro il virus. Le fonti istituzionali riportano invece cause legate ad insufficienza cardiaca.

Spetta ora alla nuova presidente in carico appoggiare o allontanarsi da questa politica.

 

 

 

 

Il caso AstraZeneca

EUROPA di

AstraZeneca, azienda biofarmaceutica britannico-svedese, sin dall’inizio della campagna vaccinale è stata al centro dell’attenzione: in un primo momento l’azienda ha annunciato ritardi nelle forniture dei vaccini contro il Covid-19, contrariamente agli accordi presi con la Commissione europea nei mesi scorsi. In questi giorni è tornata a far parlare di sé dopo che diversi paesi europei hanno deciso di interrompere, in via precauzionale, le somministrazioni del vaccino prodotto dall’azienda a causa di timori legati a possibili controindicazioni, quali problemi circolatori e trombosi. Tuttavia, sia l’Agenzia europea per i medicinali che l’Agenzia italiana del Farmaco hanno chiarito che non vi è nessun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e quanto accaduto, invitando i paesi a riprendere al più presto le vaccinazioni con AstraZeneca.

I primi controlli e la sospensione del lotto

Nel pieno della campagna vaccinale e dell’emergenza da Covid-19, la somministrazione del vaccino prodotto dall’azienda farmaceutica AstraZeneca ha destato i primi sospetti. La prima settimana di marzo, l’Austria ha deciso di interrompere l’utilizzo di un lotto di AstraZeneca per alcuni casi di trombosi. L’11 marzo scorso, la Danimarca ha sospeso l’utilizzo di tale vaccino in quanto sono stati riscontrati problemi circolatori su persone vaccinate da poco. A tal punto, l’EMA – Agenzia europea per i medicinali – ha diffuso un comunicato stampa sostenendo l’assenza di una casualità diretta tra vaccino e trombosi, affermando che i benefici superano i rischi.

Tuttavia, onde evitare alcun peggioramento della situazione, anche l’AIFA – Agenzia Italiana del Farmaco – ha disposto, in via precauzionale, un divieto di utilizzo su un lotto di vaccini AstraZeneca (ABV2856) per farlo analizzare dall’Istituto Superiore di Sanità e verificare se effettivamente vi fossero eventuali anomalie. In questo primo momento, è stata disposta la sospensione soltanto per questo preciso lotto di AstraZeneca, decidendo dunque di non incidere sull’intera campagna vaccinale per non rallentare ulteriormente la distribuzione di vaccini. In particolare, il processo di consegna dei vaccini prevede numerosi controlli da parte del produttore, con verifiche incrociate e mantenendo la tracciabilità di ogni dose, assicurandosi che ogni vaccino fosse sicuro. La stessa AIFA, nel primo rapporto emesso, non aveva riscontrato alcuna anomalia nei vaccini.

Le notizie di cronaca con decessi e trombosi a persone vaccinate, la confusione mediatica della campagna vaccinale e l’influenza degli altri paesi europei hanno senz’altro reso la situazione più complessa ed hanno comportato l’aumento di controlli e verifiche ulteriori rispetto a quelle effettuate in fase di produzione del vaccino, fino a deciderne la sospensione temporanea.

La sospensione di AstraZeneca

Il 15 marzo il governo Draghi ha deciso per la sospensione della somministrazione dei vaccini prodotti da AstraZeneca, bloccando non più un singolo lotto ma l’intera produzione. L’annuncio è stato un po’ una sorpresa perché soltanto il giorno prima l’AIFA aveva parlato di allarme ingiustificato nei confronti del vaccino, invitando tutti a non allarmarsi. Tuttavia, la decisione di sospendere la somministrazione del vaccino è giunta dal governo italiano in coordinamento con gli altri paesi europei. Oltre alla Danimarca, anche la Francia e la Germania hanno deciso di sospendere l’uso di AstraZeneca per procedere con verifiche e controlli, così come Paesi Bassi, Danimarca, Irlanda e Portogallo.

In risposta alla decisione dei paesi europei, l’EMA ha avviato una revisione dei dati degli affetti avversi che si è conclusa il 18 marzo. Dunque, pur ribadendo la propria posizione e perciò l’assenza di problemi e di correlazione con quanto accaduto, l’EMA si è impegnata in un controllo più approfondito per far riprendere quanto prima le vaccinazioni.

La conferenza stampa dell’EMA

Nel pomeriggio del 18 marzo, dopo i tre giorni di controllo approfondito dei vaccini AstraZeneca, l’agenzia europea per i medicinali ha tenuto una conferenza stampa per esporre quanto emerso dall’indagine. Come anticipato, per l’EMA il vaccino prodotto da AstraZeneca è sicuro e dunque si può riprendere a vaccinare poiché in un momento di crisi quale quello che stiamo vivendo, i benefici superano di gran lunga i rischi. Non è emerso alcun nesso causale tra i casi di trombosi e l’utilizzo del vaccino contro il Covid-19, e si è consigliato caldamente ai paesi europei di ripristinare le vaccinazioni e procedere con la campagna. Infatti, la sospensione in Italia delle dosi di AstraZeneca ha comportato un ritardo di circa 200.000 dosi.

Tuttavia, considerando che vi sono degli aspetti da approfondire sui casi di trombosi cerebrale, anche se molto rari, l’EMA ha consigliato di aggiungere una nuova avvertenza al vaccino. In particolare, su circa 20 milioni di dosi somministrate, ci sono stati 18 casi di trombosi cerebrale, per cui l’EMA ha dichiarato che “Un nesso causale con la vaccinazione non è stato provato, ma è possibile e richiederà ulteriori analisi”. Ad ogni modo, vi sono molti più rischi nelle complicazioni del Covid-19 che nei vaccini, e soprattutto i rischi da Covid-19 sono molto più frequenti di quanto non siano quelli da vaccino.

I certificati verdi digitali per la ripresa del turismo: la proposta della Commissione europea

EUROPA di

Il 17 marzo la Commissione europea ha proposto di creare un certificato verde digitale per agevolare e rendere sicura la libera circolazione all’interno dell’UE durante la pandemia da Covid-19. Il progetto prevede di emettere un certificato verde digitale per attestare tre diverse condizioni: l’avvenuta vaccinazione, un recente risultato negativo ai test per il coronavirus o la guarigione. L’impiego di certificati e “passaporti di immunità” risulta essere discusso da tempo in numerose aree del mondo, soprattutto come una possibile soluzione volta a tutelare, almeno in parte, il settore del turismo, messo in crisi dalla pandemia, tuttavia, vi è ancora molto scetticismo sulla possibilità di sviluppare una soluzione condivisa e soprattutto funzionale.  

La proposta

Il 17 marzo 2021 la Commissione europea ha presentato una proposta legislativa intesa a creare un certificato verde digitale per agevolare la libera circolazione sicura dei cittadini nell’UE durante la pandemia da Covid-19 e tutelare il settore del turismo, messo a dura prova dalla pandemia.

Il 25 e 26 febbraio, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea avevano discusso l’istituzione del certificato verde ed era emerso come i leader dei paesi europei meridionali, la cui economia dipende molto dal turismo, fossero favorevoli, mentre qualche scetticismo era stato avanzato dagli Stati membri dell’Europa settentrionale. Il confronto in seno al Consiglio europeo si era concluso con la decisione di proseguire in tale direzione. La proposta della Commissione è dunque un primo passo compiuto nell’ambito di questo progetto.

Quest’ultimo prevede l’emissione di un certificato verde digitale per attestare tre diverse condizioni: l’avvenuta vaccinazione o un recente risultato negativo ai test per il coronavirus o la guarigione. Ogni certificato potrà essere digitale o cartaceo, dotato di un QR code per poterne fare una scansione e verificarne l’autenticità. L’ emissione sarà a carico dei singoli stati membri, che potranno scegliere le modalità di distribuzione in modo centralizzato, oppure affidando il compito ai centri dove si effettuano le vaccinazioni e i test per rilevare l’eventuale positività al coronavirus o agli operatori sanitari che verificano la guarigione dal virus. Ogni organismo autorizzato a produrre certificati disporrà di una propria chiave digitale, cioè di un sistema che consenta di ridurre i rischi di contraffazione. Il registro delle chiavi digitali sarà mantenuto da ogni paese e la verifica, a livello europeo, non prevederà l’impiego di un sistema centralizzato: questa soluzione dovrebbe garantire la tutela della privacy, considerato che i certificati avranno informazioni sensibili come quelle relative allo stato di salute. In generale il certificato conterrà comunque il minor numero possibile di dati: nome e cognome, data di nascita, giorno di rilascio, un codice identificativo univoco e informazioni sulla vaccinazione o l’esito di un test recente o sulla guarigione. I controlli nei paesi di destinazione serviranno esclusivamente per verificare l’autenticità del certificato, mentre non potranno essere conservate le informazioni personali.

Lo scetticismo

Il progetto avanzato dalla Commissione europea risulta essere piuttosto ambizioso e vi sono forti dubbi che possa essere pronto e funzionante per la prossima estate. I paesi del Nord Europa mantengono, inoltre, un certo scetticismo, poiché ogni Stato membro sarà libero di imporre o meno proprie limitazioni ai viaggi. Dal canto loro, invece, i Paesi del Sud Europa chiedono che il piano sia portato avanti velocemente per garantire la ripresa del settore turistico.

In aggiunta, molti ritengono che includere nell’emissione dei certificati i guariti o i negativi ai test al coronavirus non sia una buona idea, sostenendo che l’avvenuta vaccinazione sia più semplice ed immediata da certificare e renderebbe più rapida e chiara l’emissione dei certificati nonché la loro verifica. Altri affermano che una soluzione di questo tipo sia discriminatoria nei confronti di chi sarà ancora in attesa di ricevere il vaccino, o di chi non potrà essere sottoposto alla vaccinazione a causa di altri problemi di salute.

A questi dubbi si aggiungono le incertezze circa la capacità dei vaccini di rendere meno contagiosi e quindi di contribuire a ridurre la diffusione del coronavirus: i vaccini finora autorizzati hanno, invero, mostrato di avere un’alta efficacia nel proteggere contro le forme gravi di Covid-19, mentre sono ancora in corso le verifiche volte a comprendere se rendano meno contagiosi. Resta, infine, da capire quanto duri l’immunità acquisita tramite il vaccino.

In definitiva, molti ritengono che i tempi non siano ancora maturi per certificati e passaporti di immunità, visto che alcuni importanti studi e valutazioni sono ancora in corso.

La Commissione europea risponde a tali scetticismi affermando che questi problemi potrebbero essere superati poiché il progetto proposto è caratterizzato dalla flessibilità e dalla possibilità di essere aggiornato. Le pressioni da parte del settore del turismo sono, del resto, molto alte e vi è il timore che si possa perdere un’opportunità.

Prossimi step e dichiarazioni

Per essere pronta prima dell’estate, la proposta avanzata dalla Commissione europea dovrà essere rapidamente valutata e poi eventualmente approvata dal Parlamento Europeo e dai singoli Stati membri dell’UE. Mentre proseguirà tale processo di approvazione, la Commissione ha raccomandato ai governi dell’Unione di attivarsi per gestire i sistemi di emissione e di verifica dei certificati.

Quanto alle dichiarazioni delle parti coinvolte, Věra Jourová, vicepresidente per i Valori e la trasparenza, ha affermato che “Il certificato verde digitale offre una soluzione a livello dell’UE che garantisce a tutti i cittadini europei la disponibilità di uno strumento digitale armonizzato che agevoli la libera circolazione nell’Unione. È un messaggio positivo a sostegno della ripresa”. “Con il certificato verde digitale, stiamo adottando un approccio europeo per garantire che quest’estate i cittadini dell’UE e i loro familiari possano viaggiare in sicurezza e con restrizioni minime-queste, invece, le parole del Commissario per la giustizia, Didier Reynders -Un approccio comune a livello dell’UE non solo ci aiuterà a ripristinare gradualmente la libera circolazione nell’Unione e ad evitare frammentarietà, ma sarà anche un’opportunità per influenzare le norme mondiali e per fungere da esempio sulla base dei nostri valori europei come la protezione dei dati.”

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Francesca Scalpelli
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