GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

Category archive

ASIA PACIFICO

La Corea del Sud corre ai ripari contro i cambiamenti climatici

ASIA PACIFICO di

Dopo la vittoria elettorale del Partito Democratico della Corea del Sud, il presidente Moon Jae-in ha ridato impulso all’agenda sui cambiamenti climatici, messa in discussione durante il periodo di crisi.

Il presidente ha infatti approvato la politica sui cambiamenti climatici, soprannominata Green New Deal della Corea del Sud, grazie alla fiducia ottenuta dal governo nel mese di marzo.  

Dal nome fortemente evocativo, il “Green New Deal” si ispira alle politiche di lotta al cambiamento climatico dell’Europa e degli Stati Uniti per un’agenda trasformativa verso la sostenibilità ambientale.

Il piano d’azione annunciato dal governo include un investimento su larga scala nelle energie rinnovabili, l’eliminazione graduale delle attività inquinanti e dei finanziamenti sul carbone, una nuova tassa sull’anidride carbonica e un obiettivo di emissioni nette pari a zero entro il 2050.

Questi obiettivi ambiziosi si scontrano tuttavia con una realtà molto meno affascinante. Il paese infatti è attualmente il nono più grande inquinatore di anidride carbonica al mondo, con emissioni di Co2 pari a 11,98 tonnellate per capita (sulla base di una popolazione di 51.225.308 nel 2019), in aumento dello 0,28 rispetto alle 11,70 tonnellate di CO2 registrate nel 2015. *

Nonostante l’impulso verso un’economia più verde, la Corea del Sud non ha ancora aggiornato i suoi sistemi energetici, che fanno affidamento in grande misura sul carbone per circa il 44 per cento del suo fabbisogno energetico attuale. Il settore delle rinnovabili non nucleari, compresi l’eolico e il solare, è sottosviluppato e ha rappresentato meno del 2% della produzione nel 2018.

Le nuove politiche messe in campo dal governo dovranno dunque confrontarsi con infrastrutture e sistemi di produzione di energia rinnovabile inesistenti o arretrati. Peraltro, anche la normativa alla base delle modifiche nel settore energetico, dovrà essere sviluppata e approfondita.

“Raggiungere questi obiettivi per la Corea del Sud sarà un compito più impegnativo rispetto a molte altre nazioni che hanno avviato già da tempo modifiche simili alla loro produzione di energia”, commenta Melissa Brown, direttore di Energy Finance Studies, presso lo Institute for Energy Economics and Financial Analysis.

Gli obiettivi attuali della Corea del Sud nell’ambito dell’accordo di Parigi si incentrano su una riduzione del 37% delle emissioni entro il 2030. Si tratta però di un impegno considerato “altamente insufficiente” (Climate Action Tracker, un consorzio indipendente che segue l’azione del governo sul clima), se si considera che il paese è il quinto importatore di carbone al mondo e il terzo investitore pubblico nelle centrali a carbone d’oltremare.

Brown afferma che le potenti imprese statali della Corea del Sud – in particolare la Korea Electric Power Corporation (KEPCO), che domina il settore energetico nazionale – non hanno saputo recepire i nuovi trend dei mercati energetici globali, che hanno visto l’eliminazione graduale dei combustibili fossili e l’accelerazione del ritiro di alcune vecchie centrali a carbone. Le vecchie infrastrutture sudcoreane sono ora a rischio di non essere redditizie o di essere dismesse anticipatamente a causa della diversificazione del mercato.

“Accecate dagli enormi ed entusiasmanti cambiamenti tecnologici, le imprese statali non li hanno saputi adattare alle nuove politiche ambientali, e ora si trovano a dover agire velocemente per non essere lasciate indietro.” continua Brown.

Intanto ad essere davvero cambiato in Asia è la percezione dei pericoli climatici. L’Asia non solo non è la regione del negazionismo climatico, ma le persone che vivono ogni giorno le conseguenze di alte concentrazioni di Co2, si sono espresse calorosamente durante le elezioni per un futuro più pulito e più verde.

Ciò avrebbe incoraggiato l’amministrazione Moon ad intraprendere azioni significative e riformatrici nel settore. Infatti, nonostante i persistenti problemi economici della crisi COVID-19, l’agenda del governo non può più ignorare le richieste dei cittadini, non dopo che un’affluenza record di elettori gli ha conferito una rara maggioranza in parlamento.

*http://www.globalcarbonatlas.org/en/CO2-emissions

Gli Stati Uniti e il Giappone si preparano all’invasione cinese di Taiwan

ASIA PACIFICO di

Il 16 marzo a Tokyo si è svolto un incontro tra il segretario alla Difesa USA, Lloyd Austin, e la controparte giapponese, Nobuo Kishi, i quali hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in merito alla sicurezza dello Stretto di Taiwan. I due capi della Difesa hanno infatti sollevato la questione di una possibile occupazione da parte della Cina dell’isola di Taiwan, da sempre considerata parte integrante del territorio cinese.

Secondo diversi alti funzionari della difesa statunitense, occupare Taiwan rappresenterebbe la priorità “numero uno” per il governo cinese a causa della posizione strategica dell’isola, ma anche perché “è in gioco il ringiovanimento del Partito Comunista Cinese”.

Tali timori sembrano peraltro giustificati dal tono minaccioso dei media statali cinesi e dal numero crescente di missioni aeree nella zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan.

D’altro canto, altri esperti ritengono che la valutazione della minaccia cinese elaborata dalle forze armate statunitensi possa invece essere il riflesso del deterioramento delle relazioni sino-statunitensi nel contesto della competizione strategica tra i due paesi.

Bonnie Glaser, direttrice del China Power Project presso il Center for Strategic and International Studies (CSIS), ritiene infatti che le osservazioni sulla sicurezza di Taiwan non si basano sull’intelligence ma su un’analisi dell’equilibrio militare tra Stati Uniti e Cina.

Peraltro, la Cina aveva già intensificato le sue attività militari intorno all’isola quando Tsai Ing-wen è stato eletto presidente di Taiwan per la prima volta nel 2016.

Dal suo insediamento, Tsai ha professato una politica a favore del mantenimento dello status quo, che però all’estero è associata a una spinta per un’identità taiwanese unica, separata dai suoi legami storici con la Cina. Infatti, mentre i funzionari di Washington lanciano l’allarme su una potenziale invasione cinese di Taiwan, i funzionari e gli abitanti dell’isola credono che piuttosto che iniziare una guerra, Pechino preferirebbe invece “sottomettere il nemico senza combattere”, come insegna l’antico generale e stratega militare cinese Sun Tzu.

“Solo perché Pechino sta manifestando la sua forza militare,” dicono molti taiwanesi, “non significa che abbia intenzione di andare fino in fondo.”

Intanto Taiwan ha modernizzato le sue forze armate, compreso lo sviluppo di nuovi sottomarini e navi da guerra, veicoli blindati e aerei militari, acquistando miliardi di dollari in armi dagli Stati Uniti.

Alla luce di ciò, il Giappone e gli Stati Uniti hanno annunciato nella dichiarazione del 16 Marzo sostegno reciproco nel caso di un’aggressione cinese contro Taiwan, senza specificare il modo in cui i due paesi dovrebbero coordinare la loro risposta di fronte a una tale emergenza.

È storicamente risaputo infatti che la politica del Giappone sulle relazioni Cina-Taiwan è sempre stata quella di astenersi dall’interferire nei loro rapporti, incoraggiando il dialogo per una soluzione pacifica delle tensioni. Resta da vedere come questa politica si sposerà con quella americana.

 

Le pressioni cinesi su Taiwan

Non si può negare che la Cina abbia aumentato la sua influenza su Taiwan, e questa non ha solo carattere militare, ma anche economico. A febbraio, ad esempio, la Cina ha interrotto le importazioni di ananas taiwanesi, affermando che erano stati scoperti organismi nocivi. Solo lo scorso anno il mercato cinese ha rappresentato oltre il 90% delle esportazioni di ananas di Taiwan.

Il presidente Tsai Ing-wen, sostenuto sui social media da Stati Uniti e Canada, ha lanciato una campagna mediatica per acquistare il frutto, nel tentativo di aiutare gli agricoltori e trasformare una potenziale crisi in una vittoria nelle relazioni pubbliche.

Nel frattempo, i rappresentanti dei coltivatori sostengono che il recente divieto di ananas non sia altro che un promemoria del fatto che Taiwan debba ridurre la sua dipendenza economica dalla Cina.

Intanto la Cina si prepara a festeggiare il suo 100 ° anniversario a luglio e terrà il suo 20 ° congresso alla fine del 2022, quando si prevede che Xi Jinping richiederà un terzo mandato senza precedenti. L’occasione, contrassegnata come sempre da discussioni in merito alle ambizioni autocratiche del presidente, potrebbe rendere la minaccia meno acuta.

“Un’invasione totale può portare enormi incertezze e complicare i suoi programmi politici”, riferisce un ex funzionario cinese. Più probabile un intensificarsi della pressione economica di Pechino sull’isola, piuttosto che dar seguito alle minacce militari.

Le Olimpiadi in Giappone rischiano un nuovo posticipo

ASIA PACIFICO di

Le Olimpiadi di Tokyo si svolgeranno regolarmente nonostante lo stato di emergenza provocato dal COVID-19.

A sole nove settimane dall’inizio dei Giochi, il Comitato Olimpico Internazionale (IOC) ha cercato di placare i timori secondo cui l’evento rappresenterebbe un peso ulteriore per il sistema medico giapponese, già messo a dura prova dalla pandemia.

Dopo essere già state posticipate di un anno, le Olimpiadi rappresentano un evento sportivo atteso in tutto il mondo.  Il presidente francese Emmanuel Macron, il cui paese ospiterà i Giochi nel 2024, ha annunciato di partecipare alla cerimonia di apertura a Tokyo.

Nonostante la spinta mediatica e l’entusiasmo dei fan, l’evento non può non affrontare una crescente opposizione da parte del pubblico. In un sondaggio della società Reuters pubblicato venerdì, quasi il 70% degli intervistati ha affermato di volere una cancellazione o un ulteriore rinvio.

Alla domanda se le Olimpiadi andrebbero avanti anche se Tokyo è in stato di emergenza, il vicepresidente dell’ IOC, John Coates che sovrintende ai preparativi, ha ribadito: “Assolutamente sì”, aggiungendo che “tutti i piani che abbiamo in atto per proteggere la sicurezza degli atleti e del popolo giapponese si basano sulla previsione delle peggiori circostanze possibili”.

Coates, che ha parlato in una conferenza stampa al termine dell’incontro, ha affermato che oltre l’80% dei residenti del Villaggio Olimpico sarà vaccinato prima del 23 luglio, quando inizieranno le Olimpiadi.

Ha aggiunto che il personale medico aggiuntivo farà parte delle delegazioni olimpiche straniere per supportare le operazioni mediche e l’attuazione di tutte le misure di prevenzione da COVID-19.

Finora il Giappone ha vaccinato solo il 4,1% della sua popolazione, il tasso più basso tra i paesi ricchi e solo circa la metà del suo personale medico ha completato le vaccinazioni.

A differenza di altre nazioni del G7 che stanno cominciando a porre fine alle misure di blocco contro la pandemia, il Giappone rimane ancora paralizzato da una quarta ondata di infezioni.

Coates ha affermato che la priorità è di “garantire che i Giochi siano sicuri per tutti i partecipanti e per tutto il popolo giapponese”. Per ridurre al minimo il rischio di infezioni, gli organizzatori hanno ridotto il numero di persone che partecipano alle Olimpiadi come parte delle delegazioni straniere, passando da circa 180.000 a 78.000.

Allo stato attuale, sono state predisposte misure di sicurezza che fanno affidamento su 230 medici e 300 infermieri al giorno. Inoltre, circa 50.000-60.000 test di coronavirus saranno effettuati ogni giorno.

“Vogliamo assicurarci di mettere al sicuro il personale medico in un modo che non graverà sui servizi medici locali”, ha detto Hashimoto, a capo dell’organizzazione dei Giochi.

Intanto, proprio a causa dei timori per il coronavirus, molte delegazioni straniere si stanno ritirando dai campi di addestramento pre-olimpici messi a disposizione dal Giappone, tra cui la squadra di nuoto canadese e la squadra di atletica leggera degli Stati Uniti.

Google e Microsoft in aiuto contro il record di casi in India

ASIA PACIFICO di

Sundar Pichai, e Satya Nadella, rispettivamente amministratore delegato di Google e di Microsoft, hanno affermato di essere “devastati” dagli eventi che si stanno verificando in India, e sono disposti a sostenere il paese con risorse finanziarie e fornitura di ossigeno.

Entrambi sono nati in India, e successivamente naturalizzati statunitensi.

Su Twitter Sundar Pichai ha espresso solidarietà con quanto sta succedendo in India, dichiarando di essere affranto dal peggioramento della crisi di Covid. “Google e i googler stanno fornendo 135 Crores Rs in finanziamenti a GiveIndia, UNICEF per forniture mediche, organizzazioni che supportano le comunità ad alto rischio e sovvenzioni per aiutare le Organizzazioni”.

Promettendo di sostenere l’India durante la crisi usando “la sua voce, le sue risorse e la sua tecnologia per aiutare i soccorsi”, Nadella ha ringraziato il governo degli Stati Uniti per aver accettato di aiutare.

Le dichiarazioni di due grandi amministratori delegati tecnologici di origine indiana, seguono il co-fondatore di Sun Microsystems Vinod Khosla sabato che promette di aiutare con carichi aerei di ossigeno, e poi la grande azienda dell’e-commerce, Amazon, che sta donando concentratori di ossigeno e altre attrezzature a diversi ospedali.

 

Gli eventi delle ultime settimane in India

I decessi sono in costante aumento in India a causa di una nuova ondata di infezioni da Covid.

Il Paese ha finora confermato oltre 186.000 morti e 16 milioni di casi – tre milioni se ne sono aggiunti solo nelle ultime due settimane, mentre ogni giorno si registrano nuovi record di casi, prova di una curva molto più ripida della prima ondata a metà settembre dello scorso anno.

Giornalisti di varie città hanno però contestato i dati ufficiali, spesso trascorrendo giorni fuori dai crematori per contare i morti. Le loro stime suggeriscono che i decessi in alcune città sono dieci volte superiori a quanto riportato.

L’effetto devastante di questa nuova ondata è dimostrato dalle immagini dei crematori in tutto il paese: famiglie angosciate che aspettano ore per eseguire gli ultimi riti; cremazioni di massa; esaurimento dello spazio per onorare i morti e incessanti pennacchi di fumo dalle pire funebri.

Negli ultimi giorni in India, i social media sono stati inondati di richieste disperate di aiuto per trovare i farmaci remdesivir e tocilizumab. L’efficacia dei due farmaci contro il COVID-19 è oggetto di dibattiti in tutto il mondo, ma alcuni paesi, tra cui l’India, ne hanno concesso l’autorizzazione per via dell’emergenza.

Hetero Pharma, una delle sette aziende produttrici di remdesivir in India, ha affermato che la società sta cercando di aumentare la produzione. Tuttavia, sembra che la scarsità di offerta abbia spinto molte famiglie a rivolgersi al mercato nero, che fornisce il farmaco ad un prezzo cinque volte quello ufficiale.

Anche la domanda di ossigeno è aumentata vertiginosamente in diversi stati indiani. Diversi ospedali stanno allontanando i pazienti perché mancano di rifornimenti. Il primo ministro dello stato del Maharashtra, Uddhav Thackeray, ha chiesto al governo federale di inviare ossigeno con aerei dell’esercito, poiché il trasporto su strada impiegava troppo tempo per rifornire gli ospedali.

La situazione è molto peggiore nelle piccole città e paesi. Quando i pazienti non sono in grado di trovare un letto d’ospedale, i medici consigliano di sistemare le bombole di ossigeno a casa.

 

KF-21, il nuovo prototipo di jet da combattimento dell’industria aeronautica sudcoreana

ASIA PACIFICO di

La Corea del Sud prevede di schierare 120 jet da combattimento entro il 2032.

Il presidente Moon Jae-in ha annunciato il piano venerdì presso lo stabilimento Korea Aerospace Industries Co. a Sacheon, (Corea del Sud) durante una cerimonia di lancio del prototipo del suo primo jet da combattimento, il KF-21, soprannominato Boramae, o “giovane falco addestrato per la caccia”.

Moon si è congratulato con gli ingegneri e gli altri funzionari dietro l’impresa, dicendo che ha aperto una nuova era per la difesa della Corea del Sud.

Il primo test di volo è previsto per il 2022, mentre lo sviluppo completo dovrebbe essere completato entro il 2026. Una volta operativo, il jet KF-21 dovrebbe essere armato con diverse tipologie di missili. I caccia bimotore arriveranno nelle versioni monoposto e biposto, a seconda delle missioni a cui sono assegnati.

Moon ha detto che dopo il completamento dei test di volo e di terra, la produzione di massa del KF-21 inizierà con un obiettivo di 40 jet dispiegati entro il 2028 e 120 entro il 2032.

“Ora abbiamo il nostro jet da combattimento supersonico avanzato prodotto a livello nazionale. Siamo diventati l’ottavo paese al mondo a farlo. È una pietra miliare storica nello sviluppo dell’industria aeronautica sudcoreana”.

Nella sola fase di sviluppo sono stati creati circa 12mila posti di lavoro, anche grazie ad una produzione nazionale del 65 percento dei componenti KF-21.

“Quando inizierà la produzione di massa su vasta scala, verranno creati 100.000 posti di lavoro aggiuntivi e avremo un valore aggiunto di 5,9 trilioni di won coreani (5,2 miliardi di dollari). L’effetto sarà molto maggiore se vengono esportati”, ha detto Moon.

La Corea del Sud dovrebbe produrre sei prototipi KF-21 per test e sviluppo, i primi tre da completare entro la fine di quest’anno e i prossimi tre nella prima metà del 2022, secondo la Defense Acquisition Program Administration (DAPA) del paese.

Il governo ha fissato l’obiettivo di investire anche in nuove tecnologie innovative, come gli aerei elettrici e a idrogeno, e la mobilità dell’aviazione urbana.

La Corea del Sud ha presentato per la prima volta la sua visione per un jet locale nel 2001 e da allora ha continuato il lavoro di ricerca. Nel 2015, il Paese ha iniziato a lavorare al progetto, del valore di 7,9 miliardi di dollari, in collaborazione con l’Indonesia che ha accettato di finanziarne il 20% e di ricevere 50 dei 170 jet in totale.

Durante la cerimonia per il lancio del prototipo venerdì scorso il presidente Moon ha ringraziato l’Indonesia per la sua fiducia nella Corea del Sud nello sviluppo congiunto del combattente dicendo che Seoul lavorerà con Jakarta per fare breccia in altri mercati.

La Cina rafforza il suo controllo sulle procedure elettorali di Hong Kong

ASIA PACIFICO di

Oggi a Pechino, il Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo ha votato all’unanimità la riforma elettorale di Hong Kong, in base alla quale il numero di seggi eletti direttamente nel Consiglio Legislativo (Legco) di Hong Kong viene drasticamente ridotto, mentre viene creato un organo di controllo per determinare chi può candidarsi alle elezioni.

Secondo le nuove procedure:

– Il comitato elettorale controllato da Pechino godrà della quota maggiore di seggi del Consiglio legislativo con 40 seggi, mentre 30 seggi andranno alle circoscrizioni legate alle categorie professionali, lasciando le circoscrizioni geografiche, elette direttamente dai cittadini di Hong Kong, con solo 20 seggi.

– Il comitato di valutazione selezionerà i candidati sulla base delle informazioni fornite dall’unità di sicurezza nazionale della polizia e non sarà consentito alcun riesame giudiziario o ricorso contro la decisione.

Inoltre, per la prima volta nella storia della città, il comitato che ora si occupa di tutte le elezioni chiave della città sarà guidato da un capo convocatore, un membro che “detiene una carica di leadership statale”, che sovrintenderà le procedure elettorali. Ciò renderà estremamente difficile l’elezione dei candidati dell’opposizione.

In base al piano di riforme definitivo approvato all’unanimità, l’obiettivo sarebbe quello di garantire che solo figure “patriottiche” possano candidarsi a posizioni di potere. I critici però avvertono che le riforme, rimuovendo le opposizioni dal parlamento cittadino, segnano la fine della democrazia.

La leader di Hong Kong, Carrie Lam, afferma tuttavia che fintanto che i candidati dimostreranno fedeltà a Hong Kong, sosterranno la Legge fondamentale e supereranno i controlli di sicurezza nazionale, non ci saranno impedimenti alla loro candidatura. La nuova riforma intende invece ostacolare la candidatura di “persone con convinzioni politiche diverse, che si pongono agli estremi dei partiti di destra e sinistra.”

Secondo fonti dell’opposizione invece, il parlamento cinese avrebbe l’intenzione di ricostruire Hong Kong a propria immagine, e così facendo tenere fuori dal parlamento chiunque non sia allineato con il governo di Pechino.

“Dare alle forze di polizia il potere di controllare chi può candidarsi alle elezioni non è comune nei sistemi generalmente considerati democratici”, ha detto Chong Ja Ian, professore associato di politica presso l’Università Nazionale di Singapore.

“Questo sistema completamente nuovo è davvero degradante e molto opprimente”, ha detto Emily Lau, ex parlamentare pro-democrazia, aggiungendo che i disordini politici potrebbero esplodere di nuovo nelle strade di Hong Kong.

La prima votazione che eleggerà i membri del Consiglio legislativo di Hong Kong in base alle modifiche si terrà a dicembre.

 

Un passo indietro…

Nel giugno 2020, il Congresso nazionale del Popolo (organo legislativo di Pechino) ha imposto unilateralmente la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong per criminalizzare “il separatismo, la sovversione, il terrorismo e l’interferenza straniera” che molti hanno interpretato come una repressione delle libertà civili, dei critici del governo e del movimento per l’indipendenza. A luglio, i pro-democratici hanno organizzato un’elezione primaria su tutto il territorio per massimizzare le loro possibilità di ottenere la maggioranza nelle imminenti elezioni del Consiglio legislativo.

Tuttavia, la leader di Hong Kong Carrie Lam ha improvvisamente invocato l’ordinanza sui regolamenti di emergenza Covid-19 per rinviare le elezioni. La decisione è stata ampiamente considerata come l’ultima di una rapida serie di mosse aggressive da parte delle autorità di Pechino per contrastare lo slancio dell’opposizione e neutralizzare il movimento pro-democrazia. Successivamente, i 55 organizzatori e candidati alle primarie sono stati arrestati ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale il 6 gennaio 2021.

Il presidente cinese Xi Jinping ha affermato che Hong Kong potrebbe mantenere la sua stabilità e sicurezza a lungo termine solo assicurando “patrioti al governo di Hong Kong”.

Zhang Xiaoming, vicedirettore dell’Ufficio per gli affari di Hong Kong e Macao (HKMAO) ha affermato che “i patrioti al governo di Hong Kong” è diventata una nuova norma giuridica, in quanto nasce in coerenza con il principio “Un paese, due sistemi”, ovvero di salvaguardare la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo della Cina.

 

 

Filippine: attivisti per i diritti umani vittime del fuoco incrociato tra il governo Duterte e la guerriglia comunista

ASIA PACIFICO di

Domenica 7 marzo nove attivisti per i diritti umani sono stati uccisi dalle forze militari filippine.

Cristina Palabay, leader di Karapatan, una ONG per i diritti umani, ha detto che gli omicidi sono avvenuti nelle province di Cavite, Laguna, Batangas e Rizal, tutte nella parte meridionale dell’isola di Luzon, vicino a Manila. Gli attivisti uccisi avevano lavorato per organizzazioni dedite alla difesa dei diritti dei pescatori e delle fasce più povere della popolazione.

Secondo la leader Palabay e Phil Robertson, il vicedirettore per l’Asia di Human Rights Watch, le uccisioni fanno parte di una “campagna terrorista del governo contro i ribelli comunisti” istigata dal presidente delle Filippine Rodrigo Duterte.

Due giorni prima delle incursioni, il presidente Duterte e altri importanti funzionari filippini, compresi i comandanti militari e di polizia, hanno accusato Karapatan e altri gruppi di sinistra di avere legami con un’insurrezione comunista di lunga data nel paese. Karapatan e gruppi simili hanno invece negato di essere coinvolti nelle violenze.

Secondo la polizia, domenica sono state arrestate durante i raid sei persone, compreso un assistente legale che lavorava per Karapatan, in tre province che circondano Manila, mentre almeno altre sei sono “scomparse”. La polizia ha anche affermato di avere mandati di arresto contro 18 persone, aggiungendo che opporre resistenza all’arresto è controproducente e induce alla morte immediata.

L’operazione sembra essere un “piano coordinato” delle autorità governative, ribadisce lo Human Rights Watch (HRW), per soffocare il dissenso contro il governo e richiede un’indagine da parte della Commissione indipendente per i diritti umani del paese.

Dalle violenze dei raid militari emerge infatti la convinzione che il governo abbia iniziato a prendere di mira ribelli armati, difensioni dei diritti e critici dell’amministrazione Duterte senza più alcuna distinzione.

 

Una ribellione con una lunga storia

I ribelli comunisti combattono il governo dal 1968, una delle rivolte maoiste più longeve al mondo in cui sono state uccise più di 30.000 persone. Diversi presidenti hanno tentato senza successo di raggiungere un accordo con i ribelli, il cui leader Jose Maria Sison, considerato un terrorista sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Europea, è ora in autoesilio nei Paesi Bassi.

Quando si è candidato alla presidenza nel 2016, Duterte ha promesso di porre finalmente fine alla ribellione attraverso colloqui di pace, evidenziando i suoi legami con i comandanti ribelli quando era sindaco di Davao City a Mindanao, dove la ribellione comunista è ancora attiva.

Dopo essere entrato in carica, Duterte ha ordinato colloqui diretti con i comunisti, ma le trattative hanno provocato solo altri scontri armati fino al 2017, quando Duterte ha annullato il processo di pace e ha firmato un proclama che definisce “terroristi” i combattenti comunisti.

Ciò ha spinto il governo a prendere misure drastiche, tra cui offrire una taglia per ogni ribelle ucciso. Successivamente, nel 2018 il presidente ha formato una task force speciale per prendere di mira i ribelli e i loro sostenitori.

Critici e attivisti per i diritti umani hanno affermato però che il corpo speciale viene schierato anche contro i politici tradizionali di sinistra e altri critici di Duterte – inclusi membri dell’accademia, giornalisti e attivisti.

Negli ultimi mesi, un certo numero di attivisti, avvocati e medici sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco dopo essere stati etichettati in pubblico e sui social media come simpatizzanti comunisti e ribelli comunisti attivi.

Il Myanmar nel caos: gli scontri sfociano in violenze

ASIA PACIFICO di

Il 1 ° febbraio il Myanmar, anche noto come Birmania, è stato sconvolto dalla presa del potere dei militari, dopo la vittoria elettorale della Lega nazionale per la democrazia (NLD) della leader Aung San Suu Kyi.  

Da allora tutto il paese è stato attraversato da proteste di massa, con molti che chiedevano un ritorno alla democrazia. Giovedì 25 febbraio nella città principale di Yangon si sono svolte altre proteste contro il colpo di stato. Nel pomeriggio la manifestazione è precipitata nel caos, con scontri sempre più violenti tra i sostenitori dei militari e gli oppositori. Almeno tre manifestanti e un poliziotto sono stati uccisi nelle violenze durante le manifestazioni contro il colpo di stato.  

 

Breve riepilogo degli eventi 

L’esercito, guidato dal generale Min Aung Hlaing, ha infatti contestato la legittimità dei risultati elettorali sulla base di presunte frodi, nonostante la Commissione elettorale avesse smentito qualsiasi fondamento di irregolarità.  

Il colpo di stato è avvenuto quando si stava per aprire una nuova sessione del parlamento. Suu Kyi, è stata scortata agli arresti domiciliari, accusata di essere in possesso di walkie-talkie illegali e di aver violato la legge del paese sui disastri naturali. Al suo arresto hanno fatto seguito quelli di molti altri funzionari del partito democratico. I militari hanno successivamente imposto lo stato di emergenza nazionale per un anno.  

Dopo quasi 5 anni di governo democratico il Myanmar torna quindi sotto il controllo di un regime militare. 

   

Chi governa il paese ora? 

Il comandante in capo delle forze armate, Min Aung Hlaing, ha esercitato a lungo una significativa influenza politica, mantenendo con successo il potere del Tatmadaw – l’esercito del Myanmar – sebbene il paese si stava avvicinando ad un governo democratico. 

 

Nei suoi primi commenti pubblici dopo il colpo di stato, il generale Hlaing ha cercato di giustificare l’acquisizione, sostenendo che i militari erano dalla parte del popolo e avrebbero formato una “democrazia vera e disciplinata”, indicendo nuove elezioni “libere ed eque” una volta che lo stato di emergenza sarà finito. 

Elezioni libere ed eque che coinvolgano anche le minoranze etniche non sembra essere però una promessa attendibile, dal momento che il generale ha già ricevuto condanne e sanzioni internazionali per il suo ruolo negli attacchi militari ai musulmani Rohingya.  

 Chi è Aung San Suu Kyi? 

Aung San Suu Kyi è diventata famosa in tutto il mondo negli anni ’90 per la campagna per il ripristino della democrazia in Myanmar. 

Il paese infatti dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948, è stato governato dalle forze armate dal 1962 al 2011, anno in cui un nuovo governo ha iniziato a introdurre un ritorno al governo civile.  

Suu Kyi ha trascorso 15 anni in detenzione tra il 1989 e il 2010, dopo aver organizzato manifestazioni che chiedevano riforme democratiche e libere elezioni. È stata insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1991 mentre era ancora agli arresti domiciliari. 

 Nel 2015, ha guidato la Lega nazionale alla vittoria nelle prime elezioni libere tenutesi in Myanmar in 25 anni. 

 

Nonostante sia stata spesso ritenuta un’icona per la democrazia in Myanmar, la sua reputazione internazionale ha sofferto molto a causa del trattamento riservato dal Myanmar alla minoranza Rohingya. Il Myanmar li considera immigrati illegali e nega loro la cittadinanza. Nel corso di decenni, molti sono fuggiti dal paese a causa delle persecuzioni. 

Migliaia di Rohingya sono stati uccisi e più di 700.000 sono fuggiti in Bangladesh a seguito di una repressione dell’esercito nel 2017. Suu Kyi, chiamata dinanzi alla Corte internazionale di giustizia nel 2019 per rispondere delle accuse, ha preso le difese dei militari e dei crimini di genocidio loro rivolti. 

 Qual è stata la reazione internazionale al colpo di stato? 

Numerosi paesi hanno condannato la conquista militare. Il segretario generale dell’Onu António Guterres ha detto che si tratta di un “grave colpo alle riforme democratiche”. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno già provveduto all’imposizione di sanzioni per i funzionari militari. 

Pechino, che in precedenza si era opposta all’intervento internazionale in Myanmar, ha esortato tutte le parti a “risolvere le divergenze”. I paesi vicini, tra cui Cambogia, Thailandia e Filippine, hanno affermato che si tratta di una “questione interna”, ed è bene che la risolvano autonomamente. 

Cooperazione UE-Cina in forte aumento dall’inizio della pandemia

ASIA PACIFICO/EUROPA di

Nel 2020, la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’Unione europea, superando gli Stati Uniti. Con l’accordo globale sugli investimenti (Comprehensive Agreement on Investment, CAI) la collaborazione dell’UE e della Cina ha continuato a fare progressi, mentre sul versante transatlantico il futuro rimane ancora poco chiaro.

Gli ultimi dati dell’Eurostat mostrano che il volume degli scambi dell’UE con la Cina ha raggiunto i 586 miliardi di euro nel 2020, rispetto ai 555 miliardi di euro degli Stati Uniti. Le importazioni dell’UE dalla Cina sono aumentate del 5,6%, mentre le esportazioni verso la Cina sono aumentate del 2,2%. Allo stesso tempo, il commercio con gli Stati Uniti ha registrato un calo significativo sia delle importazioni (-13,2%) che delle esportazioni (-8,2%).

Il commercio di prodotti europei riguarda in particolare i settori automobilistico e dei beni di lusso. Nel frattempo, le esportazioni cinesi in Europa hanno beneficiato della forte domanda di apparecchiature mediche ed elettronica. “Molte forniture mediche anti-virus vengono trasportate nell’UE tramite i treni merci Cina-Europa in costante funzionamento”, ha affermato Cui Hongjian, direttore del dipartimento di Studi Europei presso il China Institute of International Studies.

Un record di 12.400 viaggi in treno merci Cina-Europa sono stati effettuati nel 2020, in crescita del 50% rispetto all’anno precedente, permettendo una maggiore cooperazione globale per combattere il COVID-19.

L’UE è il secondo partner commerciale della Cina nel 2020, superata dall’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN), che ha visto i volumi commerciali con la Cina raggiungere i 4,74 trilioni di yuan lo scorso anno, un aumento del 7% su base annua.

“La dipendenza economica dell’UE dai prodotti cinesi, in particolare i prodotti per la prevenzione dei virus, è aumentata lo scorso anno, ma poiché l’UE ha invitato a costruire la propria catena di approvvigionamento, è ancora un punto interrogativo se il primato della Cina nel commercio con l’UE verrà mantenuto nel 2021 “, ha detto Cui al Global Times.

La perdita del primato degli Stati Uniti nel commercio con l’UE nel 2020 non si è verificata solo a causa della crisi sanitaria globale, ma è stata anche il risvolto naturale della presidenza statunitense sotto l’amministrazione Trump.

E’ certo che l’accordo CAI, i cui negoziati si sono conclusi alla fine del 2020, aumenterà la fiducia nei confronti delle società europee in Cina, purché quest’ultima si impegni a fornire un maggiore accesso agli investitori europei. In questo modo i legami bilaterali non potranno che rafforzarsi ulteriormente.

Nonostante gli ottimi pronostici, l’accordo CAI subirà ulteriori revisioni legali e tecniche prima di essere sottoposto all’approvazione del Consiglio europeo e del Parlamento europeo, un processo che l’UE ha dichiarato di voler completare entro l’inizio del 2022.

Hong Kong vieta ai suoi cittadini la doppia cittadinanza

ASIA PACIFICO di

Secondo la legge cinese, la doppia nazionalità non è riconosciuta a Hong Kong e le autorità non sono tenute per legge a concedere l’accesso consolare a coloro che detengono il doppio passaporto. Il principale organo legislativo di Pechino ha stabilito questi regolamenti a Hong Kong nel 1996, un anno prima del passaggio di Hong Kong dalla Gran Bretagna. Ma le regole non sono mai state applicate sinora.

Hong Kong ospita 300.000 passaporti canadesi, 100.000 australiani e 85.000 americani, molti dei quali con doppia cittadinanza.

“In passato, se avevi la doppia nazionalità ed incontravi dei problemi, sebbene la legge lo vietasse, nella pratica si poteva ancora godere delle protezioni del consolato, ora invece le cose sono cambiate”, ha detto Eric Cheung, ricercatore presso l’Università di Hong Kong. Questo è un altro segno che la regola del “One country, two systems” a Hong Kong – che scadrà formalmente nel 2047 – sta già evaporando.

Questo cambiamento di politica potrebbe avere delle profonde implicazioni nella vita di molte persone.

Aumenta infatti l’incertezza per i cittadini di Hong Kong con la seconda cittadinanza australiana, britannica, o americana, in quanto non solo non verrà più riconosciuto dalla fine di gennaio il passaporto con doppia nazionalità come documento di viaggio valido, ma i residenti di Hong Kong non avrebbero neanche più diritto all’assistenza consolare straniera.

In altre parole, secondo la nuova legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong chiunque sia in possesso di doppia cittadinanza, sarà considerato solo cittadino cinese, e non potrà quindi beneficiare della protezione consolare straniera, né il governo straniero potrà intervenire nel processo giudiziario di Hong Kong.

Il governo britannico aveva già aggiornato i suoi consigli di viaggio lunedì, avvertendo i cittadini britannici che Hong Kong non riconosce la doppia nazionalità e l’assistenza consolare potrebbe essere limitata. Lo stesso è avvenuto da parte del governo australiano mercoledì pomeriggio. La Gran Bretagna ha poi aperto un programma di visti per milioni di cittadini di Hong Kong per consentire loro di reinsediarsi nel Regno Unito. Il mese scorso, i funzionari canadesi hanno anche espresso preoccupazione dopo che il governo è stato informato che un prigioniero con doppia nazionalità canadese a Hong Kong doveva scegliere una sola nazionalità.

 

1 2 3 8
Roberta Ciampo
Vai a Inizio
× Contattaci!