Nelle sale dove si decide la politica monetaria delle principali economie avanzate, i banchieri centrali non si dividono per appartenenza di partito o per nazionalità, ma per sensibilità al rischio inflazionistico. Una dicotomia espressa con due metafore ornitologiche entrate ormai nel linguaggio comune della finanza globale: falchi e colombe.
La genesi bellica di un lessico finanziario
L’origine dei termini hawkish e dovish non appartiene ai manuali di macroeconomia, ma alla diplomazia militare della Guerra Fredda. Durante la crisi dei missili di Cuba del 1962, il comitato d’emergenza del presidente John F. Kennedy si spaccò tra chi invocava l’intervento armato immediato e chi scommetteva sul negoziato. Il giornalista politico Charles Bartlett fu il primo ad applicare la polarizzazione tra “falchi” e “colombe” per descrivere le anime di quel gabinetto presidenziale.
Negli anni Settanta il panorama finanziario mondiale subì una scossa sismica.
Nel 1971, Richard Nixon annunciò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, decretando il crollo del sistema di Bretton Woods che dal dopoguerra garantiva cambi fissi e stabilità monetaria.
Libere dai vincoli del gold standard, le banche centrali si trovarono sprovviste di un’ancora nominale rigida. A questo strappo si aggiunse, nel 1973, il primo shock petrolifero causato dall’embargo dell’OPEC, che fece schizzare alle stelle i costi dell’energia. L’economia globale piombò per la prima volta nella stagflazione: una combinazione fino ad allora ritenuta impossibile dagli economisti, in cui una drastica contrazione della crescita conviveva con un’impennata dei prezzi a due cifre.
Di fronte a uno scenario inedito, la contrapposizione tra chi chiedeva priorità assoluta alla lotta contro il carovita e chi temeva la disoccupazione divenne il cuore del dibattito economico. Fu in questa spaccatura che la metafora dei falchi e delle colombe varcò i confini della diplomazia militare per insediarsi nelle stanze della Federal Reserve e della finanza internazionale: l’ala intransigente, disposta ad alzare i tassi pur di reprimere la corsa dei prezzi, ereditò il profilo del rapace; la fazione più attenta alla tenuta dell’occupazione e degli investimenti prese il simbolo della colomba.
Tassonomia della moneta: due visioni del mandato
La differenza tra le due correnti nasce dal modo in cui viene interpretata la missione assegnata alle banche centrali dalle rispettive leggi istitutive.
Negli Stati Uniti, il Federal Reserve Act affida alla Fed un mandato formalmente “duale”: perseguire sia la stabilità dei prezzi sia la massima occupazione. Questa duplice missione rende il confronto tra le due anime più dinamico e legato ai cicli economici. Le posizioni variano anche in base alla rotazione annuale dei voti tra i presidenti delle Federal Reserve regionali: sedi come Kansas City o St. Louis esprimono storicamente un orientamento più rigido, mentre la Fed di New York mantiene una postura generalmente più vicina alle dinamiche dei mercati.
In Europa, al contrario, il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) attribuisce alla BCE l’obiettivo primario e prioritario della stabilità dei prezzi.
All’interno di questi schemi legali, le due categorie agiscono secondo priorità opposte.
I falchi (hawks) individuano nella stabilità dei prezzi l’unico fine prioritario dell’azione monetaria. Considerano l’inflazione un veleno sistemico capace di erodere il potere d’acquisto e distorcere l’allocazione dei capitali. Per evitarne il surriscaldamento, accettano un rallentamento della crescita o un temporaneo aumento della disoccupazione, prediligendo politiche restrittive (tassi alti e riduzione del bilancio della banca centrale).
Le colombe (doves) sostengono una lettura più flessibile del mandato. Ritengono che la stretta sui tassi debba essere graduata per non soffocare gli investimenti delle imprese e il mercato del lavoro. Mostrano maggiore tolleranza verso scostamenti temporanei dell’inflazione dal target del 2%, giudicando la recessione un male migliore rispetto a una drastica frenata economica.
L’asse di Francoforte: chi pesa nella BCE
Nel Governing Council della BCE la spaccatura riflette spesso, ma non esclusivamente, la cultura economica dei paesi membri. I rappresentanti del Nord Europa, storicamente legati all’eredità della Bundesbank e al trauma storico dell’iperinflazione del 1923 — quando la stampa incontrollata di moneta distrusse i risparmi della Germania di Weimar — costituiscono il nucleo dei falchi. Joachim Nagel, presidente della banca centrale tedesca, e Pierre Wunsch, governatore della Banca di Belgio, figurano tradizionalmente tra le voci più severe, affiancati dai rappresentanti dei paesi baltici e olandesi.
Sul fronte opposto, i governatori delle economie del Sud Europa – tra cui la Banca d’Italia e il Banco de España – tendono ad assumere posizioni più colombe. In un contesto caratterizzato da elevati debiti pubblici, l’impatto di tassi di interesse elevati sul costo del rifinanziamento statale e sul credito a famiglie e imprese spinge questi membri a sollecitare tagli dei tassi o pause nelle strette monetarie.
La presidente Christine Lagarde e il capo economista Philip Lane occupano una posizione baricentrica, con il compito metodologico di mediare tra le due anime per costruire il consenso necessario alle decisioni di politica monetaria.
La mappa dei poteri a Londra e Tokyo
Nel panorama delle altre grandi banche centrali dei paesi G7, la linea di demarcazione assume contorni specifici.
Bank of England: il comitato della banca centrale britannica è spesso spaccato in tre: i falchi chiedono di alzare i tassi per frenare i prezzi nei servizi, le colombe spingono per tagliarli e sostenere l’economia stagnante, mentre i moderati cercano il compromesso.
Bank of Japan: per decenni roccaforte assoluta delle colombe a causa della deflazione cronica e dei tassi negativi, la banca centrale giapponese sta attraversando una fase di transizione storica. L’istituto di Tokyo, guidato da Kazuo Ueda, ha abbandonato la politica dei tassi sotto zero e il controllo sui titoli di Stato. Ora anche nella banca centrale giapponese si sta facendo strada una corrente di falchi favorevole al ritorno a tassi d’interesse più alti.
L’evoluzione dei confini della politica monetaria
L’efficacia della ripartizione tra falchi e colombe incontra oggi limiti concettuali di fronte alle trasformazioni strutturali dell’economia globale. Gli shock dal lato dell’offerta – derivanti dalle tensioni geopolitiche, dalla transizione ecologica e dalla riorganizzazione delle catene globali del valore – generano pressioni inflazionistiche che la sola leva dei tassi d’interesse non è in grado di neutralizzare senza provocare danni alle strutture produttive.
In questo scenario, la classica spaccatura tra falchi e colombe lascia il posto a una terza figura sempre più centrale nelle analisi di mercato: i centristi, o pragmatici. La sfida per le banche centrali non sarà più difendere vecchie posizioni ideologiche, ma muoversi con la massima flessibilità, aggiustando la rotta in base ai dati economici che emergono di volta in volta.
