GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Siria, il report di EA

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La guerra interna, che si protrae dalla primavera del 2011, non è l’unico fattore che rende la Siria una delle peggiori crisi umanitarie dei nostri giorni. La pandemia, le dirette conseguenze che la guerra in Ucraina ha avuto sul mercato globale e i problemi dovuti al cambiamento climatico hanno contribuito a peggiorare ulteriormente le condizioni di vita della popolazione siriana.

Per di più, la Siria continua ad essere il campo di battaglia dove potenze internazionali con aspirazioni regionali e/o globali si contendono il primato. Con la Russia sempre più impegnata in Ucraina e “indebolita” dalle sanzioni occidentali, gli spazi di manovra sul territorio siriano per forze come Iran, Israele e Turchia sono molto più ampi. In particolare, l’ex impero ottomano si mostra sempre più assertivo e minaccia un massiccio intervento nel nord della Siria, per gran parte in mano ai curdi.

Pace, stabilità e progresso sono tutti concetti che continuano a non trovare spazio tra il popolo siriano.

Di Carlo Costantino Porcu, analista Centro Studi Roma 3000

 

 

La geopolitica tecnologica della Turchia

L’ascesa della importanza geopolitica della Turchia e l’aumento della sua proattività diplomatica delineano una parabola che proietta il Paese verso il conseguimento di una rilevanza strategica che, trascendendo i limiti geografici regionali, le sta facendo assumere il ruolo di potenza euroasiatica.

Il percorso tracciato da Erdogan non è stato lineare, ha affrontato parziali insuccessi ed è stato reso di difficile lettura per le sue apparenti contraddizioni, ma ha consentito alla Turchia di costruire un’immagine di un Paese con una precisa strategia nazionale, decisamente proteso a realizzare quelli che considera gli obiettivi primari per il conseguimento dei suoi interessi geopolitici.

Se, nella seconda metà del precedente anno la Turchia sembrava essere un paese isolato diplomaticamente, in bilico tra Est ed Ovest ma distante da entrambe e privo di una prospettiva geopolitica, adesso la situazione è completamente cambiata; l’accelerazione impressa dalla crisi ucraina all’evoluzione dello scenario internazionale ha permesso ad Erdogan di ritornare a svolgere un ruolo attivo nel contesto internazionale.

La propositività dimostrata dalla Turchia nell’offrirsi come mediatore o facilitatore nell’ambito delle ipotesi di risoluzione della crisi ucraina ha consentito ad Ankara di uscire dall’isolamento e di riappropriarsi dell’iniziativa diplomatica necessaria a perseguire gli interessi di potenza regionale.

Il ruolo proposto di trait d’union diplomatico tra gli opposti schieramenti è frutto sia della approfondita conoscenza del pensiero geopolitico russo, conseguenza di secoli di contrapposizione regionale, sia dei legami politico economici stabiliti da più anni con l’Ucraina e rinforzati dalla fornitura costante di materiale tecnologico militare di altissimo livello, rivelatosi di critica importanza nel conflitto in atto.

In questo modo la Turchia rilancia la sua posizione aprendo un nuovo orizzonte alla sua politica e proiettando, anche lontano dal bacino del Mediterraneo, la sua attività internazionale.

Allo stato attuale, quindi, Ankara siede a più tavoli essendo uno dei protagonisti attivi nel Mediterraneo (crisi libica e crisi siriana) e nell’Asia (crisi Armenia Azerbaigian); inoltre è un membro della NATO, la cui posizione rimane critica per la coesione del fianco Sud del dispositivo atlantico.

Il perseguimento di questa politica rivolta a 360° è stato supportato da una diplomazia aggressiva e poliedrica che ha proposto la posizione di Ankara in differenti ruoli: partner commerciale, alleato, pivot per il conseguimento di una stabilità in aree di crisi. Diplomazia supportata spesso dal ricorso a strumenti di pressione esercitati sia compiendo scelte politiche destabilizzanti (acquisto dai Russi del sistema missilistico S-400), sia ricorrendo ad operazioni cinetiche dirette (Siria e Libia) o indirette (Azerbaigian).

Nell’analizzare l’evoluzione della linea strategica di Ankara si deve considerare che uno dei fattori di potenza critici per il raggiungimento di questa situazione, ancorché spesso sottovalutato e poco conosciuto, è stato quello dello sviluppo tecnologico raggiunto dal Paese nel settore della robotica applicata alle operazioni militari.

In questo campo i progressi conseguiti dalla Turchia sono di altissimo livello e pongono il Paese in una posizione di assoluto rilievo nel panorama mondiale.

L’applicazione della robotica investe l’intero spettro delle operazioni militari comprendendo i domini terrestre, navale ed aereo con l’introduzione di un concetto di operazione innovativo che si avvale di un arsenale di smart weaponry in continua evoluzione.

La punta di diamante di questa rivoluzione tecnologica, che ha interessato le Forze Armate turche, è rappresentata dai sistemi automatici con controllo remoto.

Sono, infatti, presenti allo stato attuale numerose piattaforme operative sia aeronautiche sia navali mentre la concezione e lo sviluppo di sistemi terrestri autonomi con controllo remoto è in avanzato corso di realizzazione.

Deve essere sottolineato che la tecnologia utilizzata per la produzione dei differenti sistemi è di provenienza quasi esclusivamente nazionale, fattore che presenta due enormi vantaggi strategici.

Il primo è quello che colloca il settore della ricerca e dello sviluppo turco, nell’ambito del controllo remoto di piattaforme, in una posizione assolutamente emergente consentendogli, in ambito NATO, di essere secondo esclusivamente agli USA.

Il secondo, ancora più importante dal punto di vista delle implicazioni geopolitiche future, consiste nel rendere la Turchia indipendente ed autonoma dal punto di vista delle risorse tecnologiche di elevato livello e quindi poco sensibile a qualsiasi azione esterna.

Se le potenzialità dei sistemi navali e terrestri sono ancora in via di valutazione ai fini di identificarne le capacità operative intrinseche, il settore delle piattaforme aeree ha ormai raggiunto un livello di sviluppo notevole e un elevato grado di sofisticazione.

I doni realizzati dall’industria turca, oltre a essere diventati una componente essenziale dell’arsenale delle Forze Armate di Ankara sono ampiamente esportati non solo in Africa e nel Medio Oriente ma anche in Europa. Infatti, oltre all’Ucraina anche Polonia, l’Ungheria e alcuni Paesi Baltici hanno acquistato materiale UAV (Unmaned Aerial Vehicle) dalla Turchia.

Le potenzialità di mercato sono in continuo aumento e hanno collocato la Turchia tra i maggiori produttori del settore scalzando addirittura le industrie israeliane in alcune commesse in Europa.

Dal punto di vista operativo il successo turco risiede nell’aver inserito gli UAS (Unmanned Aerial Systems) nell’ambito più esteso della loro battle network (una sistematica combinazione di sensori componenti di comando e controllo, piattaforme operative e armamenti interconnessi ad una una rete di comunicazioni elettroniche).

Nell’ambito di questo sistema operativo i droni sono utilizzati in compiti e funzioni specifici.

Innanzitutto, come piattaforme ISTAR (Intelligence, Sorveglianza, Acquisizione Obiettivi e Ricognizione) per il raggiungimento di una superiorità nel campo informativo; una seconda funzione riguarda la SEAD (Suppression of Enemy Air Defence) dove la presenza innovativa dei droni ha caratterizzato una nuova modalità operativa.

In aggiunta alle precedenti due funzioni operative la dottrina turca prevede anche l’utilizzo dei droni come piattaforme di lancio, avendo l’industria sviluppato un range di munizionamento che consente di ottenere risultati cinetici sfruttando le ottime doti balistiche dei vettori e la loro tecnologia estremamente efficace.

Tutte e tre queste funzioni sono state ampiamente sperimentate con successo nei teatri dove la presenza turca ha fatto registrare azioni cinetiche e rappresentano la conferma delle capacità operative e tecnologiche delle Forze Armate turche.

La cultura strategica turca, si basa sull’esercizio attivo del potere militare, qualora ritenuto necessario; Per questo motivo la politica di sicurezza nazionale ha definito due concetti chiave su cui sviluppare la propria dottrina. Si tratta della Deterrenza Attiva (che risponde al Concetto Strategico di Difesa Militare) e delle Due Guerre e mezzo (che corrispondono al paradigma geostrategico militare di essere preparati a due conflitti convenzionale e supportare un conflitto a bassa intensità).

Da un punto di vista concettuale l’introduzione di tecnologie robotiche di alto livello, come quelle che hanno reso possibile lo sviluppo dei sistemi a controllo remoto, ha ampliato ed amplificato le capacità turche di dare una risposta positiva e di successo al concetto strategico nazionale.

La nuova frontiera che i droni hanno aperto consente, infatti, di implementare il valore strategico delle operazioni militari delle Forze Armate turche rendendole meno soggette all’impatto delle perdite di risorse umane, più efficaci e con margini di successo amplificati nell’eseguire operazioni di precisione, meno gravose sull’economia generale del bilancio della Difesa e, soprattutto, meno dipendenti dall’assistenza di Paesi stranieri.

La Turchia ha dimostrato, ancora una volta, di avere enormi risorse e potenzialità poco considerate e poco riconosciute, ma soprattutto ha dimostrato la sua volontà di seguire quegli obiettivi geopolitici che corrispondono al suo interesse strategico facendo leva sull’orgoglio e sulle capacità nazionali.

Ankara, nonostante i progressi raggiunti, è ancora nella fase iniziale di sviluppo di questa trasformazione tecnologica, ma si trova due passi avanti a tutti i Paesi della NATO e questo è un fattore che dovrebbe essere attentamente valutato.

La possibilità di includere la Turchia nell’Unione Europea e usufruire del dinamismo e della potenzialità della società turca è sfumata da tempo per la becera e cieca mancanza di visione di alcuni Paesi membri (che probabilmente considerano solo Europa ciò che guarda a Nord del continente).

La Turchia fa parte della NATO da sempre e continua a rappresentare il baluardo dell’Alleanza nel settore meridionale, ma da tempo si agita perché il suo ruolo non è giustamente valutato e riconosciuto. La percezione di una NATO concentrata su stessa e rivolta solo a Nord convincerebbe la Turchia a rivalutare le sue scelte geostrategiche.

Non possiamo privarci dell’apporto e delle enormi risorse che la Turchia può rendere disponibili all’Alleanza perché un suo allontanamento dalla NATO segnerebbe la fine dell’Alleanza stessa e aprirebbe una serie di scenari geopolitici che probabilmente stravolgerebbero l’Europa come adesso la conosciamo, relegandola da attore primario a comparsa di secondo piano, ostaggio del confronto che oramai è in atto tra gli USA, la Russia, la Cina e l’India.

Gli Stati Arabi e la crisi ucraina

 

La risposta negativa da parte degli Stati Arabi del Golfo o meglio la mancata adesione alle richieste americane di condanna della Russia, per l’invasione dell’Ucraina, ha posto l’accento sulle relazioni tra gli USA e i Paesi del Gulf Cooperation Council (GCC), evidenziando il crescente scetticismo che viene riservato al ruolo degli Stati Uniti quale tradizionale partner privilegiato nell’aerea.

La posizione di strategica neutralità assunta dal GCC deriva dalla mutata impostazione geopolitica dell’area, dove l’espansione della influenza economico-politica della Cina e della Russia ha creato una nuova realtà multipolare che da tempo ha messo in discussione la leadership americana.

Le difficoltà dei rapporti USA – GCC sono originate rispettivamente dalla declinante fiducia nell’impegno degli Stati Uniti a garantire la sicurezza dei Paesi Arabi alleati e da parte USA dal disappunto per politiche regionali che ostacolano e rendono complesso il conseguimento degli obiettivi geopolitici americani.

Nel particolare, infatti, le relazioni tra gli USA e i Paesi del GCC, improntate sul binomio energia e sicurezza, hanno subito nel tempo un deterioramento causato da una serie di fattori che hanno caratterizzato, nell’ultimi quindici anni, la visione strategica USA nell’area evidenziandone una limitata profondità geopolitica.

Sotto il punto di vista dell’approvvigionamento energetico, la ricerca e il conseguimento dell’autonomia nel settore dei combustibili fossili attuato dagli USA ha generato l’errata asserzione che la produzione di energia degli Stati del GCC non avesse più un valore strategico. Anzi l’espansione dell’attività USA nel settore specifico è stata percepita come una concorrenza volta ad alterare il conseguimento di una collaborazione per conferire equilibrio al mercato globale dei combustibili, in un momento di particolare e delicata transizione verso fonti alternative.

Da qui è derivata la crescita di importanza della Russia nell’ambito dell’OPEC+ quale elemento di stabilità e di affidabilità nella gestione delle risorse energetiche fossili.

Per quanto attiene al concetto di sicurezza, questo ha rappresentato, da sempre, la principale ragione d’essere della presenza USA nella regione e delle sue positive relazioni con i Paesi del GCC.

La fiducia riposta nell’impegno a garantire la protezione agli alleati contro le minacce alla loro sicurezza e nella capacità di assicurare un equilibrio politico nell’area mediorientale è stata messa in discussione e si è incrinata per una serie di scelte politico – diplomatiche che hanno messo in dubbio l’importanza strategica dell’area nella visione americana.

L’inconsistenza politica e la ingenuità dimostrata nella gestione della cosiddetta Primavera Araba, il ruolo ambiguo e marginale svolto nel conflitto siriano, la scarsa considerazione delle esigenze di Paesi del GCC nella stipulazione degli accordi sul nucleare (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA) con l’Iran, Paese che è percepito come la principale minaccia alla stabilità dell’area, le continue dichiarazioni di interesse prioritario verso lo scacchiere Indo Pacifico nel tentativo di contrastare la sfida della crescente influenza cinese, hanno determinato uno scetticismo sempre maggiore nei confronti della determinazione americana a svolgere quel ruolo di garante della sicurezza che assicurava la stabilità dell’area, ritenuta fondamentale dai Paesi del GCC.

Scetticismo che è stato ulteriormente, aumentato dall’atteggiamento estremante attivo assunto dagli USA nella crisi ucraina (e dalle pressioni esercitate su Paesi del GCC per condannare la Russia) e dalla considerazione inerente alle risorse militari offerte all’Ucraina, giudicate quantitativamente sproporzionate in relazione a quelle rese disponibili per supportare gli alleati mediorientali nella loro domanda di sicurezza.

Nel particolare sono le relazioni dirette con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che hanno maggiormente sofferto questo calo di fiducia nell’impegno USA nella regione ed è proprio verso questi due Paesi che si sono rivolte con più attenzione le iniziative politico economiche della Cina.

Pechino ha iniziato da lungo tempo una politica di penetrazione commerciale volta ad inserirsi nell’area mediorientale occupando tutti gli spazi lasciati vacanti dalla poco attenta visione USA.

Se, sino ad ora, le attività cinesi sono state condotte con circospezione evitando di poter essere considerate come attacco diretto volto a distruggere le relazioni di alleanza tra GCC e USA, le conseguenze della crisi ucraina hanno aperto nuove possibilità all’azione diplomatico economica della Cina.

Recenti incontri di vertice della Cina con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi hanno reso chiara l’intenzione di Pechino di adottare una linea politica più decisa e più aperta nel sostegno degli interessi nazionali finalizzati all’acquisizione di una posizione dominante nell’area.

La posizione di strategica neutralità dei Paesi GCC assunta nei confronti della Russia, finalizzata a non danneggiare gli ottimi rapporti stabiliti con Mosca (stabilizzazione della crisi siriana e gestione congiunta delle quote di greggio) sono stati recepiti da Pechino come un segnale positivo nell’ambito di eventuali azioni intese a risolvere la questione di Taiwan. Inoltre, la rinnovata disponibilità alla partecipazione attiva al grande progetto della Belt and Road Initiative (B&RI) ha comportato la stesura di una serie sempre maggiore di accordi e partneship commerciali che hanno portato alla realizzazione di enormi investimenti da parte di Pechino.

Il risultato di questi accordi ha avuto due importanti conseguenze che hanno ulteriormente indebolito la posizione USA.

La prima è quella dell’inclusione della regione mediorientale in uno scacchiere geopolitico che oramai ha spazzato via tutti i precedenti riferimenti, estendendosi senza soluzione di continuità dall’Europa all’Asia globalizzando e trasformando il concetto di relazioni internazionali.

La seconda, strettamente connessa alla prima è quella della condivisone con Pechino di una visione strategica dove non esistono più vincoli all’ingresso nell’area di potenze esterne come l’India in aggiunta, ovviamente, alla presenza della Cina e della Russia, sulla base della ricerca di un sempre maggior volume di investimenti e di attività di cooperazione non solo limitate alla sfera economico commerciale.

L’aspetto fondamentale per i Paesi del GCC è la partecipazione a un mercato più ampio, dove gli investimenti e le partnership economiche offrono l’accesso a tecnologie e risorse indispensabili per affrontare la trasformazione da una società basata sullo sfruttamento delle energie fossili a un mondo con accesso a fonti alternative. Ed è questa la chiave di volta su cui si basa la strategia di Pechino!

Offrire un fondamentale supporto per l’accesso alle nuove tecnologie, proporsi come partner privilegiato nella transizione verso fonti rinnovabili e nell’attesa costituire il maggior partner per l’acquisto del greggio, senza pretendere come condizione pregiudiziale il rispetto di regole e di comportamenti sociali ritenuti intrusivi e moralmente inadeguati.

Attraverso il conseguimento di questi obiettivi Pechino vede la possibilità di creare un cuneo politico tra i Paesi del GCC e il loro principale attuale alleato, dando luogo a una revisione degli equilibri geopolitici.

Il fine ultimo non sembra essere quello di ricoprire un ruolo egemonico sostituendosi agli Stati Uniti ma, invece, di creare una specie di direttorato con Russia e India, escludendo progressivamente gli Stati Uniti da un’area che è la cerniera tra lo scacchiere Indo Pacifico e quello Euroasiatico.

Controllando tale area economicamente, finanziariamente e politicamente (ma non solo, in quanto si sta sviluppando anche una certa presenza militare cinese negli Emirati), la Cina creerebbe le condizioni migliori per la sicurezza degli assi di penetrazione marittimo e terrestre sui quali si articolala sua B&RI e che sono diretti al cuore economico del Vecchio Continente!!!!!

Nello stesso tempo la possibilità di coinvolgere in questa nuova realtà geopolitica sia la Russia (rivitalizzata nel ruolo di grande potenza) sia l’India (gigante che ancora si deve alzare in piedi) mediante la condivisone di una visione strategica comune, senza l‘Occidente, che focalizzerebbe questi due partner geopolitici in un’area di intervento lontana dalle coste cinesi dell’Asia e dal Pacifico lasciando alla Cina il ruolo di arbitro di questo nuovo ordine mondiale.

Questo è lo scenario che si può preconizzare in base all’analisi delle mosse che un Occidente, sempre più cieco, sempre più rinchiuso in sé stesso, privo di una visione politica a lungo raggio, prigioniero dei suoi ideali e delle sue idiosincrasie concettuali, ha messo in atto per contrastare una crisi, quella ucraina, che se pure frutto di un comportamento moralmente inaccettabile da parte russa, in qualche modo ha contribuito a stimolare e che non è in grado di affrontare con provabilità di successo.

Ma questo scenario non è stato ancora concretizzato, c’è ancora tempo e c’è ancora spazio per una ripresa da parte dell’Occidente che, con le risorse immense umane, morali ed economiche che possiede ha le capacità per proporre un’alternativa geopolitica a Cina e Russia in grado di sostenere lo sviluppo, la cooperazione e la partnership economica dei Paesi del GCC pur non abiurando al pieno rispetto dei principi universali di libertà e democrazia su cui si basa l’Occidente.

Ovviamente non solo solo gli Stati Uniti che devono riprendere alla mano una vera linea di politica mondiale, ma anche l’Europa è chiamata a liberarsi dal torpore egoistico dei sui Stati membri che ne tiene frenate le energie e a darsi degli obiettivi concreti e unitari da conseguire.

Geopolitica delle elezioni presidenziali in Iran

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Si stanno svolgendo oggi venerdì 18 giugno 2021 le elezioni presidenziali per decretare chi sarà il successore di Hassan Rouhani in carica negli ultimi otto anni. Le votazioni che eleggeranno il tredicesimo presidente della Repubblica Islamica dell’Iran si svolgono sullo sfondo di una significativa crisi economica e una diffusa sfiducia pubblica nei confronti del governo. Leggi Tutto

Lo Yemen protagonista di tre crisi nel mezzo di una guerra civile fuori controllo

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Crisi alimentare, tasso di povertà superiore al 50 per cento, 700mila casi di colera, a cui si aggiunge anche il COVID-19. Il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite prevede che se il conflitto continuerà ancora fino al 2022, il paese potrebbe divenire il più povero al mondo. In realtà, anche prima della guerra e del COVID-19, lo sviluppo economico yemenita era debole. Le cause sono da ricercare nella corruzione dilagante, alti tassi di disoccupazione e un sistema istituzionale incapace di guidare il paese verso la crescita.

La guerra civile ha fatto crollare questo sistema fragile, stremato ancor più da un blocco navale ai porti yemeniti imposto dall’Arabia Saudita e che impedisce il transito delle merci, compresi cibo e medicinali.

Il paese affronta infatti quotidianamente una triplice crisi: politica, economica e umanitaria, l’una strettamente legata all’altra.

La crisi politica è generata da fattori con elementi sia regionali che internazionali. La guerra civile scoppiata nel 2015, e ancora in corso, è la causa principale della pesante situazione in cui versa lo Yemen, ma non l’unica. Ad essa si sono affiancate calamità naturali, emergenze sanitarie e un collasso economico che hanno precipitato il paese nel baratro. Già nel 2016 la dimensione dell’economia yemenita si era dimezzata e il valore della moneta era sceso a un quarto del suo valore iniziale. Peraltro l’assenza di un governo eletto democraticamente non facilita la soluzione della crisi.

La carenza di cibo, acqua potabile, servizi igienici e assistenza sanitaria, nonché la diffusione di massicce epidemie di colera e difterite, hanno gravato sulle condizioni di vita dei civili e privato le famiglie dei bisogni primari. A gennaio 2021, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha segnalato 2.123 casi confermati di COVID-19 nello Yemen e 616 decessi, con un tasso di mortalità del 29%. È stato osservato un notevole calo del numero di casi segnalati, ma gli indicatori suggeriscono che il virus stia continuando a diffondersi. È probabile che i casi segnalati siano sottostimati a causa della limitata capacità di test e difficoltà di accesso ai servizi di cura nonché alla paura di rimanere vittima di uno dei numerosi attacchi alle strutture sanitarie.

Le Nazioni Unite definiscono la crisi umanitaria nello Yemen “la peggiore del mondo”, cosa di cui al-Qaeda non ha mai smesso di trarre vantaggio per espandere il proprio punto d’appoggio nella regione. La situazione è peggiorata quando nel 2017 le forze militari hanno iniziato ad ostacolare la fornitura di beni primari, causando più di centomila decessi a causa della mancanza di cibo, servizi sanitari e infrastrutture.

Mark Lowcock, coordinatore delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha dichiarato: “I tassi di malnutrizione sono a livelli record e 400.000 bambini sono gravemente malnutriti, 16 milioni di persone soffrono la fame, di cui 5 milioni sono a un passo dalla carestia”. Ha detto che le questioni inaccettabili di accesso umanitario continuano con le forze Houthi che ritardano regolarmente i convogli di aiuti e molestano regolarmente il personale umanitario.

Inoltre, in un rapporto delle Nazioni Unite è stato dimostrato che sia gli Houthi che le forze della coalizione internazionale hanno violato il diritto internazionale umanitario attaccando obiettivi civili. Ciò include la distruzione, da parte della coalizione, di un ospedale gestito dall’organizzazione Medici Senza Frontiere nel 2015. Tortura, arresti arbitrari e sparizioni forzate sono tra le altre violazioni perpetrate da entrambe le parti.

 

Come e perché nasce il conflitto?

Il conflitto, nato come risposta alla politica repressiva del regime di Saleh (1990-2012), aveva visto gli Houthi trarre vantaggio dalle tensioni politiche e sociali nella capitale yemenita. Con l’esplosione della primavera araba e il massacro dei manifestanti da parte del governo nel marzo 2011, il regime di Saleh si spacca definitivamente.

Si apre allora un periodo di transizione affinché lo Yemen potesse dotarsi di una nuova Costituzione e eleggere un nuovo governo. Dopo tre anni dalla caduta del governo però l’insuccesso delle trattative tradisce le speranze della popolazione, ormai allo stremo sia a causa della crisi economica che alimentare. Ciò diventa l’occasione per le milizie degli Houthi di cavalcare l’ondata di malcontento e legittimare la loro azione politica.

Gli Houthi propongono un governo di unità nazionale in cui questi ultimi sono ai vertici dello Stato, mentre il governo è formato da ministri tecnici, monitorati in base ai progressi raggiunti in ambito economico. Il nuovo governo tecnico, insediatosi nell’ottobre del 2014, non ha però vita facile a causa delle continue intromissioni delle milizie (in qualità di “supervisori”) nelle attività del governo. Nel gennaio 2015, gli Houthi rovesciano definitivamente il governo e ne prendono le redini.

 

Chi sono le parti coinvolte?

Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi sfruttano la situazione in Yemen per imporre la propria influenza nella Penisola Arabica. Diversamente dagli anni passati, in cui gli Stati del Golfo si affidavano prevalentemente agli Stati Uniti per assicurare la stabilità della regione, ora i leader dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi hanno propri obiettivi strategici in Yemen, tra cui contrastare il controllo dell’Iran sul territorio yemenita.

L’Arabia ha peraltro avviato una campagna militare in Yemen che inasprisce le tensioni. Ciò nonostante, l’amministrazione Trump ha abbracciato la causa saudita e ne difende gli interessi, sostenendo che sia l’Iran il principale responsabile dell’instabilità della regione.

Iran

Contrariamente a quanto sostenuto dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti, molti esperti regionali affermano che l’influenza di Teheran sia invece piuttosto limitata, soprattutto perché iraniani e houthi aderiscono a diverse scuole di islam sciita. In generale, è vero che l’Iran e gli Houthi condividono interessi geopolitici che vedono il dominio saudita e statunitense nella regione come una minaccia, diverse però sono le ragioni alla base di queste posizioni.

Stati Uniti

Sebbene il Congresso degli Stati Uniti sia stato diviso sulla questione, gli Stati Uniti hanno sostenuto la coalizione guidata dai sauditi, così come la Francia, la Germania e il Regno Unito. I loro interessi in Yemen includono la sicurezza dei confini sauditi; passaggio libero nello stretto di Bab al-Mandeb, arteria vitale per il trasporto globale di petrolio; e un governo yemenita stabile che collabori con i programmi antiterrorismo statunitensi. Tuttavia, il clamore per le morti civili nelle campagne aeree della coalizione, che spesso usano armi di fabbricazione statunitense, e il ruolo dell’Arabia Saudita nell’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi nel 2018, hanno indotto gli Stati Uniti e altre potenze occidentali a limitare la vendita di armi e rifornimento di carburante degli aerei della coalizione.

Cooperazione rafforzata tra Arabia Saudita e Iraq

MEDIO ORIENTE di

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhimi hanno discusso martedì 2 febbraio i lavori della quarta sessione del Consiglio di coordinamento saudita-iracheno.

Durante un incontro virtuale i leader hanno esaminato gli accordi sviluppati durante le tre sessioni precedenti con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente le relazioni tra i due paesi. I temi sui quali si è svolto l’incontro vanno dalla sicurezza, alla politica, e agli investimenti commerciali e energetici. Leggi Tutto

Israele è il primo paese a imporre un secondo lockdown

MEDIO ORIENTE/Middle East - Africa di

La scorsa primavera Israele è stato uno dei primi paesi ad adottare misure di contenimento sociale per evitare la diffusione del coronavirus, imponendo l’isolamento dei propri cittadini già dal 9 marzo, prima che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ufficializzasse lo stato pandemico del virus; ciononostante, oggi Israele è diventata la prima nazione al mondo ad imporre un secondo lockdown a livello nazionale per via del preoccupante aumento di casi giornalieri nelle ultime settimane.   Leggi Tutto

La Francia dei Cedri a un mese dal disastro di Beirut

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E’ passato appena un mese dal 4 agosto 2020, data in cui 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio abbandonate all’interno dell’area portuale di Beirut sono esplose causando un impatto così violento da essere registrato persino dall’isola di Cipro, a circa 240 chilometri dalla capitale del Libano. Il bilancio è disastroso, in termini di vite si contano più di 200 morti e migliaia di feriti, e inoltre, come se non bastasse, l’esplosione dell’area portuale, centro economico della città, ha peggiorato ulteriormente la situazione economica del Paese, ufficialmente in crisi dagli inizi di marzo, quando il premier Diab aveva dichiarato default, ma la cui precarietà ha radici ben più lontane. E da qui nell’arco di questo mese la classe politica ha quindi ceduto alle forti pressioni del popolo libanese, comportando così le dimissioni in blocco del governo alcuni giorni dopo l’esplosione; infatti il 10 agosto lo stesso Hassan Diab, primo ministro in carica da appena sette mesi, ha rassegnato le dimissioni dell’esecutivo di fronte al Presidente Michel Aoun, aggravando ulteriormente l’instabilità del Paese, che oramai non riesce più a garantire ai propri cittadini servizi essenziali come l’alimentazione, una carenza peraltro esacerbata dal disastro che ha distrutto circa l’85% delle scorte nazionali di cereali. Leggi Tutto

Sull’accordo tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti

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Attraverso un tweet risalente al 16 agosto il presidente americano Donald J. Trump ha annunciato al mondo l’avvio verso una normalizzazione dei rapporti diplomatici tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele; l’intesa segna un passaggio storico per le relazioni tra gli stati del Medio Oriente e una vittoria diplomatica per la Casa Bianca.

Stando a quanto riporta la BBC i colloqui inizieranno nei prossimi giorni e probabilmente le parti si riuniranno a Washington per firmare l’accordo di normalizzazione dei rapporti entro le tre settimane; non solo, la futura apertura delle rispettive ambasciate nei due paesi darà il via a numerosi accordi bilaterali di commercio in più campi che, stando al comunicato congiunto rilasciato dalla Casa Bianca, riguarderanno investimenti, turismo, sanità e sicurezza mentre già da giorni è stata data la possibilità di chiamarsi da un Paese all’altro, cosa fino a qualche mese fa impensabile. Leggi Tutto

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admin
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