Il nuovo rapporto della Casa Bianca The Great Transshipment Scam nasce apparentemente da un problema doganale: l’elusione dei dazi americani attraverso il transshipment, ossia la triangolazione commerciale illecita mediante paesi terzi. Ma il documento pone, forse involontariamente, una questione strategica molto più importante.
Gli Stati Uniti stanno costruendo un nuovo strumento di potere geoeconomico oppure stanno cercando di controllare le conseguenze di una trasformazione del sistema produttivo mondiale che essi stessi hanno contribuito a creare e che oggi non sono più in grado di invertire rapidamente? Per decenni la globalizzazione ha trasferito una parte crescente della produzione industriale verso i luoghi nei quali risultava economicamente più conveniente produrre.
La Cina è stata il principale beneficiario di questo processo, ma il risultato non è stato semplicemente la costruzione della “fabbrica del mondo”. Intorno alla produzione cinese si è progressivamente formato un ecosistema composto da fornitori, subfornitori, infrastrutture, porti, logistica, capacità di raffinazione, componentistica, competenze, economie di scala e conoscenza industriale accumulata. Oggi Washington considera quella stessa concentrazione produttiva una vulnerabilità strategica e cerca di ridurla attraverso dazi, reshoring, friend-shoring, incentivi industriali, restrizioni tecnologiche e controllo delle supply chain. Il problema è che è molto più facile e rapido modificare una tariffa che ricostruire un ecosistema industriale. Ed è proprio questa asimmetria temporale a rendere The Great Transshipment Scam molto più interessante di un semplice rapporto sull’evasione doganale.
Il transshipment come risposta adattiva
La prima amministrazione Trump impose nel 2018 dazi su una quota rilevante delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti. Ma il sistema economico internazionale non rimase immobile.
Le imprese modificarono fornitori, rotte, investimenti e localizzazione delle produzioni. Alcune attività furono realmente trasferite in altri paesi. Altre merci furono sottoposte a lavorazioni intermedie. In altri casi, secondo la Casa Bianca, il cambiamento sarebbe stato soltanto apparente: rilabeling, riconfezionamento, modifiche documentali o lavorazioni minime avrebbero consentito a prodotti sostanzialmente cinesi di entrare negli Stati Uniti con un’origine formalmente differente.
Il rapporto definisce questo fenomeno The Great Transshipment Scam e sostiene che intorno alla Cina si sia sviluppata una rete globale capace di utilizzare economie grandi e piccole come piattaforme di accesso indiretto al mercato americano. Ma il punto strategicamente più interessante viene prima della valutazione delle dimensioni effettive della frode. Il transshipment è esso stesso una risposta adattiva alla politica tariffaria. Washington ha modificato gli incentivi del sistema e gli attori hanno modificato il proprio comportamento. È esattamente ciò che ci si deve attendere in un sistema complesso adattivo.
Dal controllo del confine alla conoscenza della rete
La risposta proposta dalla Casa Bianca non consiste quindi semplicemente nell’aumentare il numero dei controlli doganali. Di fronte a miliardi di transazioni e a supply chain che possono attraversare numerosi paesi, il controllo tradizionale incontra inevitabilmente un limite di scala.
Da questa constatazione nasce il concetto di AI-enabled Detective Border. L’obiettivo è integrare dati sulle spedizioni, rotte commerciali, classificazioni dei prodotti, strutture proprietarie e capacità produttive, utilizzando strumenti di anomaly detection, link analysis, capacity validation e confronto incrociato dei flussi commerciali. A ciò possono aggiungersi computer vision e machine learning per analizzare marcature, imballaggi e immagini radiografiche dei carichi. La differenza rispetto alla dogana tradizionale è sostanziale. La dogana tradizionale verifica principalmente una dichiarazione. Il confine algoritmico cerca di verificare la storia economica raccontata da quella dichiarazione. Se un’impresa dichiara che un prodotto è stato fabbricato in un determinato paese, il sistema può verificare se lo stabilimento possieda una capacità produttiva compatibile con il volume esportato, quali componenti siano entrati nel processo produttivo, da dove provengano, quali relazioni proprietarie esistano e attraverso quali rotte le merci siano arrivate e successivamente ripartite. Il controllo si sposta così progressivamente dalla provenienza dichiarata alla storia economica del prodotto. Il confine fisico rimane, ma viene preceduto da un confine informativo che tende a risalire digitalmente lungo la supply chain.
Dalla country of origin alla strategic economic origin
Questo cambiamento rende insufficiente, dal punto di vista strategico, chiedersi semplicemente dove sia stato prodotto un bene. Un prodotto può essere progettato negli Stati Uniti, utilizzare semiconduttori taiwanesi e componentistica cinese, essere assemblato in Italia e successivamente esportato verso il mercato americano. Dal punto di vista doganale esistono regole per attribuirgli un’origine. Dal punto di vista strategico la domanda è differente: da quali sistemi produttivi, tecnologici e logistici dipende la possibilità stessa di produrlo?
Da questa prospettiva emerge quello che possiamo definire strategic economic origin, o origine economica strategica. Non è una categoria giuridica e il rapporto della Casa Bianca non utilizza questa espressione. È uno strumento analitico. L’origine economica strategica non identifica necessariamente un paese, descrive una mappa delle dipendenze che rendono possibile la produzione. Una dipendenza diventa strategicamente rilevante quando riguarda una risorsa, una tecnologia, un componente, un’infrastruttura o una capacità produttiva difficilmente sostituibile entro tempi e costi compatibili con la continuità della produzione, ed è qui che emerge il problema che la politica di reshoring tende talvolta a sottovalutare.
Ricostruire una fabbrica non significa ricostruire un sistema industriale
Riportare la produzione negli Stati Uniti non significa semplicemente costruire nuovi stabilimenti.
Una capacità industriale è capitale fisico, ma è anche capitale umano, infrastrutture, energia, fornitori, subfornitori, macchinari, logistica, conoscenza tacita e capacità di produrre su scala.
Sono elementi che richiedono tempo e investimenti. E il contesto fiscale americano non è irrilevante. Il Congressional Budget Office prevede per il 2026 un deficit federale di circa 1.900 miliardi di dollari, pari al 5,8 per cento del PIL, mentre il debito detenuto dal pubblico dovrebbe passare dal 101 per cento del PIL nel 2026 al 120 per cento nel 2036. La ricostruzione industriale deve quindi competere per risorse con difesa, infrastrutture, energia, welfare, tecnologia e un costo crescente del servizio del debito. Esiste poi il problema del capitale umano. Nel giugno 2026 il Bureau of Labor Statistics registrava circa 481.000 posti di lavoro vacanti nel settore manifatturiero americano, a fronte di circa 329.000 assunzioni nel mese. Il dato non dimostra da solo un deficit generalizzato di competenze, ma mostra quanto sia impegnativo immaginare una forte espansione manifatturiera senza una parallela ricostruzione della forza lavoro industriale.
Il capitale finanziario può costruire uno stabilimento più rapidamente di quanto un paese possa ricostruire l’ecosistema umano e industriale necessario a renderlo competitivo.
L’asimmetria del tempo
L’IMF ha modellizzato nel 2026 gli effetti di una separazione commerciale molto più radicale tra Stati Uniti e Cina. Persino ipotizzando dazi del 100 per cento sul commercio bilaterale, il sistema globale richiederebbe circa quattro-cinque anni per riconfigurare pienamente le supply chain. Nel breve periodo gli Stati Uniti avrebbero inoltre maggiori difficoltà della Cina nel sostituire rapidamente i beni prodotti dall’altra parte. Questo dato introduce una fondamentale asimmetria.
La velocità con cui uno Stato può interrompere una supply chain è molto maggiore della velocità con cui può costruirne una alternativa. Un dazio può essere introdotto in settimane. Un divieto può entrare in vigore in pochi mesi. Un algoritmo può individuare una relazione economica quasi istantaneamente. Costruire uno stabilimento, qualificare fornitori, formare lavoratori, creare infrastrutture e raggiungere economie di scala richiede anni.
Il tempo regolatorio, il tempo algoritmico e il tempo industriale procedono quindi a velocità differenti, ed è in questo intervallo che si concentra il rischio strategico.
Il paradosso del decoupling
Gli Stati Uniti vogliono ridurre la dipendenza dalla Cina senza compromettere il funzionamento di un’economia che continua a dipendere, direttamente o indirettamente, da molte capacità produttive cinesi, nasce così un paradosso ossia per ridurre una dipendenza occorre attraversare il periodo nel quale si è ancora dipendenti. Questo significa che la sicurezza economica non può essere valutata soltanto in funzione dello stato finale desiderato, occorre considerare anche la vulnerabilità prodotta durante la transizione. Se Washington interrompesse una relazione economica critica prima che esista un’alternativa sufficientemente robusta, potrebbe ridurre la propria libertà d’azione anziché aumentarla. Il problema non riguarda soltanto beni di consumo. Le supply chain industriali contemporanee attraversano elettronica, minerali critici, macchinari, batterie, semiconduttori e numerose tecnologie dual use. Anche quando il prodotto finale è americano o europeo, alcune delle capacità necessarie a produrlo possono essere concentrate altrove. Conoscere una dipendenza non significa averla superata. Poter interrompere una relazione non significa possedere ciò che occorre per sostituirla.
Il Detective Border: potenza e vulnerabilità
Il Detective Border assume quindi un significato ambivalente.
È certamente uno strumento di potenza in quanto gli Stati Uniti possiedono un mercato di dimensioni sistemiche e possono utilizzare l’accesso a quel mercato come leverage, combinando dati, intelligenza artificiale, norme, dazi, sanzioni ed enforcement. Ma lo stesso strumento rivela anche una vulnerabilità perché Washington deve conoscere e controllare reti produttive che non possiede integralmente e dalle quali la propria economia continua a dipendere. Il controllo algoritmico della rete può quindi essere interpretato anche come una risposta alla difficoltà di ricostruire rapidamente la capacità produttiva che quella rete mette a disposizione. Di fronte all’impossibilità di sostituire rapidamente una rete produttiva dalla quale si continua a dipendere, la prima risposta può essere allora quella di conoscerla meglio. Renderla visibile significa ricostruirne la struttura, individuare dove si concentrano le dipendenze e comprenderne il diverso grado di criticità. Solo a quel punto diventa possibile distinguere le relazioni che possono essere mantenute da quelle che devono essere diversificate e da quelle che, perché considerate incompatibili con la sicurezza economica, richiedono la costruzione di alternative. Il Detective Border, quindi, potrebbe essere interpretato non soltanto come uno strumento di interdizione, ma come un mezzo per governare la transizione da una condizione di dipendenza verso una maggiore autonomia strategica. La differenza è decisiva: nel primo caso l’obiettivo è impedire l’accesso alla rete; nel secondo è utilizzare la conoscenza della rete per modificare progressivamente le condizioni della propria dipendenza da essa.
La geoeconomia americana acquisisce un proprio ISR
Nel dominio militare, sensori, intelligence e reti di comando contribuiscono a costruire la situational awareness, trasformando dati dispersi in una rappresentazione del contesto sulla quale il decisore può basare la propria azione. Il Detective Border porta una logica simile nel dominio economico. I dati commerciali e logistici costituiscono i sensori. L’intelligenza artificiale ricostruisce relazioni e anomalie. L’analisi contribuisce all’attribuzione. L’autorità decide. Dogane, tariffe, sanzioni e accesso al mercato producono infine l’effetto. Potremmo quindi dire che la geoeconomia americana sta acquisendo un proprio ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance). Non per individuare un bersaglio da colpire fisicamente, naturalmente, ma per costruire consapevolezza della rete e, quando ritenuto necessario, condizionare, rendere più costosa o interrompere una relazione economica. Ma questa capacità non è neutrale.
Chi costruisce il sistema di osservazione definisce anche i criteri attraverso i quali la rete viene interpretata, quali anomalie meritino attenzione e quali dipendenze vengano considerate strategicamente rilevanti.
Dal potere manifatturiero al potere regolatorio?
L’Unione Europea ha sviluppato negli ultimi decenni una significativa capacità di proiettare potere attraverso norme e standard grazie alle dimensioni e all’attrattività del proprio mercato.
Gli Stati Uniti sembrano oggi sviluppare una forma differente e più coercitiva di potere regolatorio.
Non si limitano a dire: se vuoi entrare nel nostro mercato devi rispettare determinate regole.
Il messaggio tende a diventare: se vuoi entrare nel nostro mercato dobbiamo poter conoscere e verificare la rete che ha prodotto ciò che vendi. L’accesso al mercato viene così collegato alla visibilità della supply chain. Ma sarebbe un errore considerare il potere regolatorio un sostituto permanente del potere produttivo. Gli Stati Uniti conservano enormi capacità industriali, tecnologiche e finanziarie. Tuttavia, in diversi settori, non possiedono più l’intera profondità della filiera necessaria a produrre autonomamente tutto ciò di cui la loro economia e la loro sicurezza hanno bisogno. Il rischio sarebbe quindi confondere la capacità di controllare la rete con la capacità di sostituirla. Il primo è potere regolatorio e informativo mentre il secondo rimane potere industriale.
La geografia delle funzioni
Il rapporto suggerisce inoltre una geografia economica diversa da quella delle carte politiche tradizionali. Accanto a grandi economie come Unione Europea, India, Giappone, Messico e Corea del Sud compaiono paesi molto più piccoli che possono svolgere funzioni specifiche all’interno delle reti: hub di assemblaggio, zone franche, piattaforme marittime, magazzini doganali, corridoi di riesportazione. La rilevanza strategica di un territorio non dipende quindi soltanto da ciò che possiede, ma da ciò che collega e rende accessibile. La competizione tra Stati Uniti e Cina può essere letta anche attraverso questa prospettiva. La Cina ha costruito negli ultimi decenni una crescente profondità economica internazionale attraverso commercio, investimenti, infrastrutture e interdipendenze. Washington sta cercando di aumentare la propria capacità di conoscere, attribuire e condizionare le relazioni che attraversano quelle reti. Ma proprio perché le reti sono adattive, il tentativo di controllarle ne modifica il comportamento.
Il problema che il rapporto non risolve: il sistema reagisce
È probabilmente questo il limite più importante di The Great Transshipment Scam. Il rapporto nasce perché gli attori economici hanno reagito ai dazi precedenti. Ma sembra dedicare molta meno attenzione agli adattamenti che saranno prodotti dalle misure che esso stesso propone. Se il Detective Border diventerà efficace nell’individuare triangolazioni attraverso alcuni paesi, gli operatori non necessariamente rimarranno immobili.
Alcuni abbandoneranno l’elusione. Altri cambieranno rotte. Altri ancora investiranno realmente nei paesi intermedi, aumenteranno il valore aggiunto locale, modificheranno strutture proprietarie, diversificheranno fornitori o costruiranno nuove reti. Il risultato potrebbe essere paradossale:
più sofisticato diventa il sistema di attribuzione, più sofisticato può diventare il sistema economico che si adatta all’attribuzione. E non necessariamente attraverso comportamenti illegali. Una politica nata per contrastare il transshipment potrebbe accelerare autentici processi di rilocalizzazione produttiva, rendendo progressivamente più difficile distinguere una triangolazione commerciale da una reale trasformazione della geografia industriale.
Il gioco cambia mentre lo stiamo giocando
È qui che la teoria dei giochi incontra il sistema complesso adattivo. In un gioco tradizionale possiamo analizzare attori, strategie, payoff e possibili equilibri. Ma nelle reti economiche globali il gioco non viene semplicemente ripetuto.
Le mosse dei giocatori contribuiscono a modificare il gioco stesso, perché ogni decisione produce reazioni che nel tempo possono trasformare la struttura delle relazioni economiche. Le imprese cambiano fornitori e localizzazione delle produzioni, adottano nuove tecnologie, modificano le strutture proprietarie e riorganizzano le catene di approvvigionamento; contemporaneamente cambiano i costi, si aprono nuove alternative, alcune opportunità scompaiono e possono emergere nuovi attori e nuove reti. Il sistema nel quale viene presa la decisione successiva non è quindi necessariamente lo stesso nel quale era stata presa quella precedente.
Il tempo, in questa prospettiva, non prolunga semplicemente la partita, ma trasforma progressivamente i giocatori, le loro possibilità d’azione e il sistema nel quale essi interagiscono. Per questo una strategia non può essere valutata soltanto attraverso l’effetto immediato che produce sull’altro, ma deve essere giudicata anche per le trasformazioni che innesca nel sistema e per le condizioni nelle quali costringerà lo stesso decisore ad agire successivamente.
La capacità del Detective Border di ridurre il transshipment rappresenta quindi soltanto una parte del problema. La sua introduzione contribuirà infatti a modificare il comportamento di imprese e Stati, inducendo nuove strategie di approvvigionamento, investimento e localizzazione produttiva e determinando, nel tempo, una diversa configurazione delle reti economiche. La valutazione strategica dello strumento deve perciò comprendere non soltanto la sua efficacia immediata nel contrastare l’elusione, ma anche il sistema economico che contribuirà indirettamente a generare attraverso le reazioni e gli adattamenti degli attori.
Dalla riduzione delle dipendenze alla gestione dell’interdipendenza
Questa dinamica conduce a una distinzione fondamentale tra autonomia e resilienza. La sicurezza di una supply chain non richiede necessariamente l’autarchia né il ritorno sul territorio nazionale di tutte le capacità produttive. In un sistema complesso, la resilienza dipende piuttosto dalla diversificazione delle fonti, dalla disponibilità di ridondanze, dalla sostituibilità dei fornitori, dalla conoscenza delle dipendenze e dalla capacità di adattarsi quando una parte della rete diventa indisponibile. Una filiera completamente nazionalizzata potrebbe persino risultare meno resiliente qualora concentrasse capacità critiche, eliminasse alternative, aumentasse eccessivamente i costi o riducesse la competitività dell’industria che dovrebbe proteggere.
La riduzione della dipendenza dalla Cina dovrebbe quindi essere selettiva e graduata, distinguendo le dipendenze strategicamente intollerabili, che richiedono la costruzione di capacità alternative, da quelle che possono essere diversificate e da quelle che possono continuare a essere accettate perché sufficientemente sostituibili e prive di conseguenze sistemiche in caso di interruzione. Il passaggio decisivo è dunque dalla ricerca, probabilmente irrealistica, dell’indipendenza economica alla gestione strategica dell’interdipendenza. Una strategia di questo tipo richiede strumenti molto più articolati della sola politica tariffaria. Presuppone la capacità di distinguere il rischio dalla vulnerabilità, conoscere la profondità delle proprie dipendenze e i tempi necessari per sostituirle, costruire portafogli di alternative e mantenere ridondanze sufficienti. L’obiettivo strategico non diventa così eliminare ogni dipendenza, ma impedire che una dipendenza possa trasformarsi, nel momento della crisi, in perdita della propria libertà d’azione.
La sfida europea e italiana
Questa trasformazione riguarda direttamente l’Europa, perché appartenenza geopolitica e appartenenza alle reti produttive non necessariamente coincidono. Un’impresa europea può appartenere a un paese alleato degli Stati Uniti e, nello stesso tempo, essere inserita in una filiera industriale che dipende in misura significativa da componenti, materiali, tecnologie o capacità produttive cinesi. La crescente capacità americana di risalire lungo le supply chain attraverso dati, algoritmi ed enforcement tende quindi a rendere visibile una geografia economica che non coincide necessariamente con quella delle alleanze politiche. Per l’Unione Europea questo apre un problema che riguarda contemporaneamente competitività e sovranità. Bruxelles dovrà sviluppare una propria capacità di conoscere la struttura delle reti produttive europee, valutarne le vulnerabilità e stabilire quali informazioni possano essere condivise con i sistemi americani. Una completa dipendenza dalla capacità statunitense di ricostruire e interpretare le supply chain rischierebbe infatti di creare una nuova asimmetria: l’Europa potrebbe conservare importanti capacità industriali senza possedere pienamente la capacità informativa necessaria per conoscere e rappresentare le reti dalle quali esse dipendono.
Per l’Italia il problema assume una rilevanza ancora maggiore proprio per la struttura manifatturiera della sua economia. Essere inseriti profondamente nelle catene globali del valore significa che non è più sufficiente conoscere l’origine doganale del prodotto finale. Diventa progressivamente necessario ricostruire la geografia delle dipendenze incorporate nella produzione, risalendo dai fornitori diretti ai livelli successivi della filiera e individuando componenti, materiali e capacità la cui eventuale indisponibilità potrebbe compromettere la continuità produttiva.
Da questo punto di vista, la trasparenza della supply chain potrebbe trasformarsi anche in un vantaggio competitivo. Al valore tradizionalmente associato al Made in Italy — qualità, design, specializzazione e capacità manifatturiera — potrebbe aggiungersi quello della tracciabilità strategica della produzione, intesa come capacità di conoscere, documentare e, quando necessario, diversificare le dipendenze più critiche. La stessa logica potrebbe progressivamente interessare porti e infrastrutture logistiche, la cui competitività verrebbe misurata non soltanto attraverso volumi movimentati, tempi e costi, ma anche attraverso l’affidabilità e la qualità delle informazioni associate ai flussi che li attraversano. La competizione tra infrastrutture diventerebbe così anche competizione tra infrastrutture di fiducia. Questa maggiore trasparenza presenta tuttavia un’altra faccia. Per dimostrare l’affidabilità della propria supply chain, un’impresa potrebbe essere progressivamente chiamata a rendere disponibili informazioni sempre più dettagliate sui fornitori, sui componenti utilizzati, sui processi produttivi, sulle quantità, sulle capacità degli stabilimenti e sulle strutture proprietarie.
Informazioni necessarie alla verifica dell’origine economica possono così avvicinarsi a informazioni che appartengono al patrimonio competitivo e, in alcuni casi, al segreto industriale dell’impresa. La sicurezza economica incontra quindi la sovranità sui dati industriali. L’accesso a un grande mercato potrebbe essere sempre più condizionato dalla disponibilità a rendere leggibile la propria struttura produttiva all’autorità che controlla quel mercato. Per l’Europa e per l’Italia il problema non consiste perciò soltanto nell’adeguarsi ai nuovi strumenti americani di controllo, ma nel preservare una capacità autonoma di conoscere le proprie reti, proteggere le informazioni industriali strategicamente sensibili e decidere quali dati condividere, con chi e a quali condizioni. Nella nuova geoeconomia, la sovranità industriale dipenderà sempre più non soltanto dalla capacità di produrre, ma anche dalla capacità di mantenere il controllo sulla conoscenza delle reti che rendono possibile quella produzione.
Governare le conseguenze
Il Detective Border nasce per affrontare le conseguenze adattive prodotte dalle precedenti decisioni tariffarie americane, ma la sua introduzione diventerà a sua volta parte del sistema che intende controllare. Imprese e Stati reagiranno modificando rotte commerciali, investimenti, localizzazioni produttive, strutture societarie e relazioni di fornitura, mentre le autorità saranno probabilmente indotte ad adeguare nuovamente regole e strumenti di controllo. Regolazione e adattamento rischiano così di alimentare una dinamica ricorsiva capace di aumentare progressivamente la complessità del sistema. Il successo non può essere misurato soltanto dalla capacità di ottenere l’effetto immediatamente desiderato, perché ogni intervento modifica le condizioni nelle quali dovranno essere prese le decisioni successive. Una strategia efficace deve quindi preservare capacità di adattamento e libertà d’azione anche di fronte alle conseguenze indirette prodotte dalle proprie scelte.
Il Detective Border può rappresentare, quindi, uno straordinario strumento di conoscenza delle reti e delle vulnerabilità che esse incorporano, ma la conoscenza non elimina automaticamente ciò che rende visibile. Conoscere una dipendenza non significa averla superata, così come controllare una rete non significa possedere le capacità produttive che quella rete mette a disposizione. Soprattutto, la possibilità di interrompere rapidamente una relazione economica non coincide con la capacità di costruire, nello stesso tempo, l’alternativa necessaria a sostituirla.
È in questa asimmetria che The Great Transshipment Scam assume un significato molto più ampio della politica tariffaria. Il rapporto mostra quanto rapidamente stia crescendo la capacità americana di osservare, interpretare e condizionare le reti economiche globali, ma lascia sullo sfondo il problema del tempo, del capitale, delle competenze e della profondità industriale necessari per ridurre realmente le dipendenze che quella stessa capacità renderà progressivamente più visibili.
La geoeconomia sta diventando computabile, ma la capacità di calcolare e controllare una rete non sostituisce la capacità di produrre. Dati, algoritmi e capacità di enforcement possono consentire di conoscere meglio le dipendenze, individuare le vulnerabilità e orientare la trasformazione delle catene produttive; non possono però sostituire stabilimenti, competenze, fornitori, infrastrutture, materie prime e conoscenza industriale accumulata nel tempo. Il vero banco di prova della nuova strategia americana sarà quindi la capacità di trasformare la conoscenza delle proprie dipendenze in un processo sostenibile di diversificazione e ricostruzione della capacità industriale, senza compromettere nel frattempo il funzionamento dell’economia che quelle stesse dipendenze contribuiscono ancora a sostenere. Il successo non dipenderà soltanto dalla capacità di controllare meglio le reti globali, ma dalla capacità di governare il sistema che emergerà come conseguenza del tentativo di controllarle.
Pasquale Preziosa
