Bruxelles frena sul metano: la sicurezza energetica cambia i tempi del Green Deal

Un anno di tempo in più. Gli esportatori di petrolio e gas verso l’Unione europea non dovranno rispettare dal 1° gennaio 2027 una parte dei nuovi obblighi comunitari sul monitoraggio delle emissioni di metano. La Commissione intende spostare l’applicazione al 2028, concedendo ai fornitori esteri dodici mesi supplementari per adeguarsi. La modifica dovrà essere approvata dal Parlamento europeo e dagli Stati membri. 

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato la scelta davanti al Parlamento europeo il 6 ottobre. Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ha subito delimitato la concessione: il rinvio sarà di un anno, non di più. Bruxelles vuole allentare la pressione immediata sulle forniture senza abbandonare l’impianto della normativa. 

Dietro la modifica c’è il ritorno di un problema che l’Europa conosce bene: il prezzo dell’energia.

La nuova fase di instabilità internazionale ha aumentato la pressione sui mercati di petrolio e gas proprio mentre l’UE continua a ridurre la propria dipendenza energetica dalla Russia. Il piano REPowerEU punta all’eliminazione progressiva delle importazioni russe e l’accordo politico raggiunto alla fine del 2025 ha fissato il percorso per l’uscita dal gas di Mosca.

Questa scelta ha ridisegnato le rotte energetiche europee. Gas naturale liquefatto statunitense e qatariota, forniture norvegesi, collegamenti con Nord Africa e Caucaso hanno assunto un peso crescente. La sicurezza energetica dell’Unione dipende così da un numero maggiore di fornitori, ma anche da contratti, terminali LNG e rotte marittime esposte alle crisi geopolitiche.

Il regolamento sul metano interviene esattamente dentro questa rete.

Il metano rimane in atmosfera meno a lungo dell’anidride carbonica, ma esercita un effetto climalterante molto più intenso nel breve periodo. Ridurre le perdite durante estrazione, lavorazione e trasporto di petrolio e gas viene quindi considerato uno degli interventi capaci di produrre risultati climatici relativamente rapidi.

L’Europa ha scelto di utilizzare il proprio mercato come leva. I produttori che vendono combustibili fossili ai consumatori europei devono progressivamente fornire informazioni più dettagliate sulle emissioni associate alla produzione e dimostrare il rispetto degli standard comunitari.

È il cosiddetto Brussels effect: utilizzare le dimensioni del mercato unico per spingere imprese e Paesi terzi ad adottare regole definite dall’UE.

Questa volta, però, il potere regolatorio si è scontrato con la sicurezza degli approvvigionamenti.

Francia, Italia e Repubblica Ceca hanno chiesto maggiore flessibilità. Anche gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni sul dossier, mentre gli importatori europei hanno segnalato difficoltà nell’adeguare in tempo contratti e sistemi di certificazione. Parigi aveva già chiesto formalmente alla Commissione un rinvio, sostenendo che le nuove prescrizioni avrebbero potuto creare rischi giuridici per gli operatori proprio durante una fase di mercato particolarmente tesa. 

Roma ha assunto una posizione ancora più ampia. Italia e Repubblica Ceca hanno presentato alla fine di settembre un pacchetto congiunto per ridurre il costo dell’energia e del carbonio, chiedendo maggiore flessibilità sulle quote ETS, sulle industrie esposte alla concorrenza internazionale e sulle norme relative al metano. 

La pressione non arriva soltanto dalle imprese.

Nel 2026 i governi dell’Unione hanno già speso circa 17,9 miliardi di euro per attenuare l’aumento delle bollette energetiche di famiglie e aziende. La Commissione preferirebbe interventi temporanei e concentrati sulle categorie vulnerabili, dopo l’esperienza dei sussidi generalizzati adottati durante la crisi del 2022-2023. 

Per l’Italia la questione assume un peso particolare. Il sistema produttivo nazionale conserva una forte esposizione al prezzo dell’energia e il governo sta cercando a Bruxelles margini fiscali aggiuntivi per affrontare l’aumento dei costi. Roma prevede inoltre 14 miliardi di euro in due anni per ridurre la pressione energetica sulle imprese, secondo i piani riferiti da Reuters. 

Il rinvio sul metano segnala così un cambiamento nella gestione europea della transizione.

Gli obiettivi climatici restano formalmente in piedi, ma il percorso viene sottoposto con maggiore frequenza a una verifica industriale: quanto costa una norma, quali imprese colpisce, che effetto produce sulle importazioni, quali concorrenti internazionali ne traggono vantaggio.

È una logica che si ritrova nel confronto sull’ETS, nel Carbon Border Adjustment Mechanism, nelle regole automobilistiche e nelle politiche per l’industria energivora. Il Green Deal nato durante la precedente legislatura europea sta progressivamente incontrando il linguaggio della competitività.

Von der Leyen ha annunciato anche un dialogo strategico con le raffinerie europee sui costi e nuove iniziative per aumentare la quota dell’elettricità nei consumi. L’elettrificazione dovrebbe ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, ma richiede reti più robuste, nuova capacità produttiva e prezzi dell’elettricità sufficientemente competitivi. 

È qui che si trova il nodo industriale.

Se l’energia europea continuerà a costare sensibilmente più di quella disponibile negli Stati Uniti o in alcune economie asiatiche, chimica, acciaio, vetro, ceramica, fertilizzanti e altri settori energivori dovranno sostenere contemporaneamente il costo della transizione e quello dello svantaggio competitivo.

Allentare una scadenza può offrire ossigeno. Non risolve il problema.

Il rinvio al 2028 apre quindi dodici mesi nei quali Bruxelles dovrà dimostrare che sicurezza energetica e decarbonizzazione possono ancora procedere nella stessa direzione. Se i prezzi resteranno elevati, la domanda politica del prossimo anno potrebbe essere molto più difficile: non quanto velocemente applicare le regole del Green Deal, ma quante di quelle regole l’industria europea possa sostenere senza perdere terreno sui concorrenti globali.

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