Mafie e terrorismo: la trasformazione della criminalità nell’era dei sistemi complessi

Il rapporto delle Nazioni Unite sulle mafie internazionali, presentato a Palermo nel ricordo della strage di Capaci, descrive una trasformazione che potrebbe riguardare non soltanto la criminalità organizzata, ma il modo stesso in cui interpretiamo sicurezza e potere nel mondo contemporaneo.

Le mafie non sono scomparse ma si sono adattate. Proprio sotto questo profilo appare particolarmente significativa l’analisi proposta da Giovanni Gallo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC). Le organizzazioni mafiose continuano a mantenere molti dei tratti che ne hanno storicamente alimentato la forza: gerarchie, ritualità, codici comportamentali, appartenenza identitaria, capacità intimidatoria e controllo sociale del territorio.

Persistono l’omertà, il riconoscimento reciproco, il senso di appartenenza e, quando necessario, il ricorso alla coercizione. Non si tratta di un fenomeno marginale: secondo il rapporto delle Nazioni Unite, la criminalità organizzata è associata a circa 95 mila omicidi volontari ogni anno nel mondo, un numero comparabile alle vittime dei conflitti armati contemporanei. Ciò che sembra mutare non è il nucleo originario ma la capacità di adattarsi all’ambiente, connettendo livelli e legittimazioni differenti nel tempo.

Le mafie contemporanee sembrano aggiungere nuovi livelli funzionali senza rinunciare ai precedenti.Accanto alla dimensione identitaria (appartenenza, fedeltà e legittimazione interna) permane il livello territoriale, ossia il controllo sociale ed economico di specifiche comunità. A queste dimensioni si sono progressivamente sovrapposte una sfera finanziaria sempre più sofisticata, orientata a investimenti e riciclaggio, e una dimensione transnazionale capace di costruire collaborazioni opportunistiche lungo rotte criminali globali.

Il risultato non è la dissoluzione della mafia tradizionale, ma la sua trasformazione in una forma organizzativa ibrida: radicata nei territori, ma capace di operare attraverso reti, intermediazioni e connessioni che superano i confini nazionali. In termini strategici, il fenomeno richiama alcune riflessioni sviluppate da Frank Hoffman sul carattere ibrido dei conflitti contemporanei: strutture storiche e identità profonde persistono, mentre mutano rapidamente modalità operative, strumenti e relazioni.

La mafia tradizionale non sembra quindi scomparire. Piuttosto, si adatta, assumendo caratteristiche che la rendono sempre più simile a una organizzazione ibrida. Per lungo tempo la dimensione transnazionale è stata considerata una caratteristica distintiva delle grandi organizzazioni mafiose. In realtà, le mafie italiane operano oltre i confini nazionali da decenni, attraverso traffici, relazioni economiche e reti diasporiche. La proiezione internazionale non rappresenta quindi una novità del nostro tempo. La trasformazione sembra riguardare piuttosto il modo in cui le organizzazioni criminali costruiscono relazioni, distribuiscono funzioni e cooperano all’interno di ambienti internazionali caratterizzati da crescente interdipendenza. Ciò che emerge è una crescente capacità di comportarsi come sistemi complessi adattivi: frammentare attività, esternalizzare segmenti della filiera illegale, condividere infrastrutture logistiche, finanziarie o operative con altri attori criminali e, talvolta, con soggetti ideologicamente differenti, riconfigurandosi rapidamente in risposta agli interventi repressivi o ai mutamenti dell’ambiente operativo.

La criminalità organizzata contemporanea appare così meno assimilabile a una grande impresa criminale internazionale rigidamente gerarchica e più a un ecosistema complesso, nel quale funzioni differenti vengono distribuite tra nodi relativamente autonomi che cooperano, competono e, se necessario, si sostituiscono reciprocamente. Mentre una rete internazionale collega territori differenti, un ecosistema criminale interdipendente collega funzioni, opportunità, vulnerabilità e meccanismi di adattamento.È proprio questa capacità di adattamento che aiuta a comprendere uno degli aspetti più significativi evidenziati dal rapporto delle Nazioni Unite: la crescente interazione tra reti criminali e gruppi terroristici in alcune aree del mondo caratterizzate da elevata vulnerabilità. Se la criminalità organizzata tende sempre più a comportarsi come un sistema complesso adattivo, una delle conseguenze più rilevanti consiste nella capacità di costruire convergenze temporanee con altri attori illegali. Il riferimento avanzato da Giovanni Gallo alla compresenza, nella regione della Tripla Frontiera tra Argentina, Brasile e Paraguay, di reti riconducibili alla criminalità organizzata, cartelli sudamericani e cellule legate a Hezbollah appare particolarmente significativo, ma richiede cautela interpretativa.

Il rischio più frequente consiste infatti nel trasformare convergenze operative circoscritte in presunte alleanze strategiche permanenti. Le evidenze disponibili suggeriscono spesso qualcosa di diverso: più che alleanze strutturate, emergono forme di cooperazione opportunistica. In altre parole, gruppi criminali e organizzazioni terroristiche possono cooperare temporaneamente quando esiste un vantaggio reciproco: accesso a rotte clandestine, riciclaggio di capitali, trasferimento di fondi, documentazione falsa, contrabbando o supporto logistico. La relazione appare quindi meno fondata sulla condivisione di obiettivi politici e più sulla convenienza operativa.L’interesse economico, logistico o territoriale rappresenta il punto di contatto. Più che convergenze ideologiche, sembrano emergere convergenze funzionali: il punto di contatto non è necessariamente una visione condivisa del mondo, ma un’utilità operativa reciproca. Queste dinamiche non sembrano limitarsi all’America Latina.

Fenomeni analoghi sono stati osservati in alcune aree dell’Africa occidentale e del Sahel, dove gruppi jihadisti hanno progressivamente interagito con reti di narcotraffico, traffico di armi e contrabbando. In questi contesti il confine tra economia criminale e insorgenza armata tende a diventare più permeabile, non per il fatto che terrorismo e criminalità organizzata coincidano, ma perché operano nello stesso ambiente fragile, condividendo infrastrutture clandestine, corridoi logistici e opportunità economiche. Confondere collaborazione tattica con fusione strategica rischia infatti di generare errori analitici e, conseguentemente, politiche di contrasto inefficaci.

La questione centrale diventa allora un’altra: in quali condizioni sistemi illegali differenti iniziano a cooperare e quali vulnerabilità geopolitiche rendono possibile tale convergenza? La risposta conduce frequentemente verso territori caratterizzati da debolezza statuale, povertà persistente, instabilità politica e controllo incompleto del territorio e delle istituzioni. In questi vuoti di governance la cooperazione tra attori illegali non rappresenta necessariamente un’eccezione, ma può diventare una forma di adattamento. Ed è proprio in questa prospettiva che il Sahel e alcune aree dell’Africa occidentale meritano particolare attenzione. Più che semplici aree di instabilità, stanno progressivamente assumendo la funzione di corridoi strategici nei quali convergono economie criminali, traffici illegali e gruppi armati. Per questa ragione il Sahel non rappresenta soltanto una questione regionale africana. Sempre più spesso assume i contorni di un problema di sicurezza internazionale. Le rotte che attraversano l’Africa occidentale possono influenzare mercati europei della droga, flussi migratori verso il Mediterraneo, traffici di armi, finanziamento di gruppi armati e livelli di instabilità politica regionale.

In altri termini, vulnerabilità locali possono generare effetti globali. È una dinamica tipica dei sistemi complessi: eventi apparentemente periferici acquisiscono una capacità di propagazione molto più ampia del contesto nel quale si originano. Anche per questo motivo il Sahel meriterebbe forse di essere interpretato non soltanto come teatro di crisi, ma come uno dei laboratori più avanzati della trasformazione contemporanea, nel quale criminalità organizzata, terrorismo e fragilità geopolitica tendono progressivamente a interagire. In questa prospettiva, la distinzione tradizionale tra sicurezza interna, sicurezza esterna e criminalità transnazionale appare sempre meno netta. Le categorie restano ma i fenomeni, tuttavia, sembrano interagire lungo confini progressivamente più permeabili. Forse la trasformazione più significativa non riguarda soltanto la criminalità organizzata. Riguarda la capacità delle nostre categorie interpretative di restare al passo con fenomeni che si adattano più rapidamente delle definizioni costruite per descriverli.

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