La forza, il diritto e la legittimità: la contraddizione geopolitica originaria dell’ordine internazionale

Ogni volta che una crisi internazionale mette in discussione confini, sovranità o assetti geopolitici, riaffiora una domanda antica: prevale il diritto o prevale la forza? Il dibattito contemporaneo tende spesso a presentare le due dimensioni come alternative tra loro. Da una parte vi sarebbe il diritto internazionale, fondato su regole, principi e istituzioni, dall’altra la forza, associata alla coercizione, alla guerra e all’imposizione del potere. Eppure, la storia delle relazioni internazionali mostra una realtà assai più complessa.

L’ordine internazionale non è mai stato costruito esclusivamente sul diritto né esclusivamente sulla forza. Esso vive da secoli all’interno di una tensione permanente tra potere, legittimità e riconoscimento. Questa tensione costituisce una delle contraddizioni originarie della politica internazionale. La nascita stessa dello Stato moderno è inseparabile dall’uso della forza. Come osservava Max Weber, lo Stato è l’unica istituzione che rivendica con successo il monopolio dell’uso legittimo della forza all’interno di un territorio determinato. La definizione suggerisce una distinzione fondamentale: la forza può creare il potere, ma soltanto la legittimità lo consolida. Molti Stati nascono attraverso conflitti, rivoluzioni o guerre.

Tuttavia, per sopravvivere e stabilizzarsi, essi devono trasformare la forza originaria in un’autorità riconosciuta sia dai governati sia dagli altri membri della comunità internazionale. La storia europea fino alla Seconda guerra mondiale è, in larga misura, la storia di un continente nel quale il potere politico si è formato, espanso e consolidato attraverso la guerra. Dopo il 1945, l’Europa occidentale ha progressivamente sviluppato una cultura strategica fondata sulla convinzione che il commercio, l’interdipendenza economica, il diritto internazionale e l’integrazione politica potessero sostituire la tradizionale competizione di potenza. Una visione che ha prodotto risultati straordinari in termini di pace e prosperità all’interno del continente, ma che ha anche contribuito ad attenuare la consapevolezza del ruolo persistente della forza nei rapporti internazionali. 

La formazione degli Stati moderni offre numerosi esempi di questo processo. L’Italia si unifica attraverso le guerre d’indipendenza e l’azione politico-militare del Risorgimento. La Germania emerge dall’opera di unificazione guidata dalla Prussia dopo i conflitti contro Austria e Francia. Gli Stati Uniti nascono da una guerra d’indipendenza contro la Corona britannica. La Francia contemporanea affonda le proprie radici nella Rivoluzione del 1789 e nei conflitti che ne accompagnarono e seguirono gli sviluppi. e osserviamo il processo storico con sufficiente distacco, emerge una realtà spesso scomoda: molti degli Stati oggi considerati pienamente legittimi hanno avuto origine in eventi caratterizzati dall’uso della forza. Come ha osservato Charles Tilly, la guerra ha svolto un ruolo decisivo nella formazione degli Stati moderni. Ciò non significa che la forza generi automaticamente legittimità. Al contrario, riprendendo la riflessione di Max Weber, il potere diventa stabile soltanto quando viene percepito come legittimo da coloro che vi sono soggetti. La forza può creare il fatto compiuto ma la legittimità è ciò che lo trasforma in storia.

La tensione tra diritto e potere è stata descritta con straordinaria lucidità già nel V secolo a.C.

Nel celebre Dialogo dei Melii, narrato da Tucidide, gli ambasciatori ateniesi spiegano agli abitanti di Melo che la giustizia trova applicazione soltanto tra soggetti di forza comparabile, quando il rapporto di potenza è fortemente asimmetrico, «i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono». Questa affermazione viene spesso citata come una giustificazione del realismo politico. In realtà Tucidide descrive una dinamica che continua a manifestarsi ancora oggi: il diritto internazionale aspira all’universalità, ma opera inevitabilmente all’interno di un sistema caratterizzato da profonde disuguaglianze di potere. La politica internazionale, quindi, non può essere compresa ignorando né la dimensione normativa né quella della forza.

La forza, tuttavia, non basta. Numerosi movimenti armati hanno conquistato territori senza riuscire a trasformarsi in entità politiche stabili. La storia è piena di conquiste effimere, imperi crollati rapidamente e rivoluzioni incapaci di consolidarsi. Un esempio significativo è rappresentato dalle Tigri Tamil nello Sri Lanka. Pur avendo esercitato per anni il controllo di un territorio definito, dotandosi di strutture amministrative e militari proprie, non riuscirono mai a ottenere il riconoscimento internazionale necessario per trasformare quel controllo di fatto in una sovranità riconosciuta. Il loro collasso dimostra che il possesso della forza e del territorio può essere una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la costruzione di un ordine politico durevole.

Per trasformare il controllo militare in ordine politico occorre qualcosa di più. Serve la legittimità. Come osservava David Galula, uno dei principali teorici della controinsurrezione del XX secolo, il successo di una campagna insurrezionale o controinsurrezionale dipende in ultima analisi dalla capacità di conquistare il sostegno della popolazione. La forza può controllare uno spazio, la legittimità, invece, è ciò che consente di governarlo. L’esperienza afghana dimostra quanto sia difficile trasformare una superiorità militare in un ordine politico durevole quando manca una sufficiente adesione della popolazione alle istituzioni che si intende costruire. Dopo vent’anni di presenza militare occidentale, il rapido collasso delle istituzioni afghane nel 2021 ha mostrato come il controllo del territorio e la superiorità militare, pur essendo condizioni importanti, non siano di per sé sufficienti a garantire la stabilità politica di lungo periodo. Il filosofo politico Thomas Hobbes aveva compreso che la sicurezza rappresenta il fondamento dell’autorità politica. Gli individui accettano un potere sovrano perché esso garantisce protezione e ordine. Weber avrebbe poi distinto tra legittimità tradizionale, carismatica e legale-razionale, mostrando come il potere duraturo richieda sempre una forma di riconoscimento sociale. La stessa logica opera nel sistema internazionale. Uno Stato non esiste soltanto perché controlla un territorio ma perché viene riconosciuto dalla propria popolazione e dagli altri Stati. La forza può creare una realtà politica ma è il riconoscimento che la trasforma in un soggetto stabile delle relazioni internazionali.

La contraddizione emerge con particolare evidenza dopo il 1945.La Organizzazione delle Nazioni Unite nasce con l’obiettivo di limitare il ricorso alla guerra e promuovere la soluzione pacifica delle controversie. La Carta delle Nazioni Unite rappresenta il più ambizioso tentativo mai realizzato di subordinare la forza al diritto. Tuttavia, l’architettura stessa delle Nazioni Unite riflette un rapporto di forza. I cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza non sono il prodotto di un principio astratto di uguaglianza, ma il risultato dell’esito della Seconda guerra mondiale.

Il sistema giuridico internazionale che pretende di limitare la forza nasce esso stesso da una distribuzione della potenza consacrata dalla vittoria militare. Il paradosso è evidente: il diritto internazionale cerca di limitare la forza, ma la propria struttura fondamentale deriva da un ordine costruito dalla forza.

La stessa tensione ha accompagnato gran parte della storia contemporanea. La decolonizzazione ha prodotto decine di nuovi Stati attraverso processi che hanno combinato lotte politiche, negoziati diplomatici e, in molti casi, conflitti armati. La dissoluzione dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia ha generato nuovi soggetti internazionali il cui riconoscimento è stato spesso oggetto di controversie. Più recentemente, le crisi del Kosovo, della Crimea, del Donbass, dell’Ossezia del Sud, dell’Abkhazia e dell’Ucraina hanno riproposto la medesima questione fondamentale: quando una modifica dei rapporti di forza può trasformarsi in una nuova realtà giuridica riconosciuta?

Non esiste una risposta universalmente accettata. Ed è proprio questa assenza di una regola perfettamente condivisa che alimenta le tensioni tra grandi potenze e istituzioni internazionali.

L’emergere di un sistema multipolare rende la questione ancora più rilevante.

Durante il periodo successivo alla Guerra Fredda, molti osservatori hanno ritenuto che la crescente diffusione delle istituzioni internazionali avrebbe progressivamente ridotto il ruolo della forza. Oggi appare evidente che tale previsione era eccessivamente ottimistica. La competizione tra Stati Uniti, Cina, Russia, India e altre potenze regionali dimostra che il potere continua a rappresentare una componente essenziale delle relazioni internazionali. Ciò non significa che il diritto internazionale sia irrilevante. Al contrario, esso continua a fornire prevedibilità, stabilità e strumenti di gestione delle crisi. Tuttavia,il diritto opera sempre all’interno di una realtà politica plasmata dagli interessi nazionali, dalle capacità economiche, dalla tecnologia, dalle alleanze e, in ultima analisi, dai rapporti di forza.La vera lezione della storia internazionale è forse questa. L’ordine mondiale non nasce dall’eliminazione della forza, ma dal suo contenimento. Non nasce dall’abbandono degli interessi, ma dalla loro regolazione. Non nasce dalla scomparsa del potere, ma dalla sua legittimazione. Per questa ragione nessun sistema internazionale ha mai funzionato esclusivamente sulla base dei principi. I principi sono indispensabili perché rendono possibile la convivenza tra Stati. 

Gli interessi sono inevitabili perché ogni comunità politica cerca sicurezza e prosperità. Come hanno osservato numerosi studiosi della tradizione realista, da Thomas Hobbes a Hans Morgenthau e Kenneth Waltz, in assenza di un’autorità superiore agli Stati, la ricerca della propria sicurezza può facilmente entrare in collisione con quella degli altri, trasformando interessi legittimi in fonti di competizione strategica.I rapporti di forza rimangono determinanti perché il potere continua a essere una componente strutturale della politica internazionale. 

Quando prevale soltanto la forza, il sistema scivola verso l’anarchia. Quando si ignorano completamente i rapporti di forza in nome di principi astratti, il sistema perde contatto con la realtà. La stabilità nasce invece da un equilibrio imperfetto tra diritto, interessi e potere. È una contraddizione che accompagna l’intera storia delle relazioni internazionali e che probabilmente continuerà a caratterizzare anche il nuovo ordine multipolare nel nostro secolo. In fondo, la questione fondamentale non è se debba prevalere il diritto o la forza. La vera domanda è come trasformare la forza in legittimità e la legittimità in ordine stabile.

È questa la sfida che ogni generazione eredita dalla precedente. Ed è questa la sfida che il sistema internazionale continua, ancora oggi, a non aver risolto definitivamente.

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