È ben noto che il diritto dei conflitti armati o diritto internazionale umanitario, che disciplina la protezione dei civili e limita le sofferenze umane in aree di conflitto, viene sovente reclamato dai belligeranti per giustificare, anziché circoscrivere, condotte che possono cagionare danni fisici e materiali ai civili. In questi ultimi tempi, il diritto dei conflitti armati sta subendo degli attacchi alle sue fondamenta, in particolar modo dalla devastante campagna che lo Stato di Israele sta conducendo, dal 2023, nella Striscia di Gaza, ma ultimamente anche in Cisgiordania.
Sebbene gran parte della sofferenza partita dalla popolazione civile palestinese, durante la guerra fra Israele e il movimento di Hamas, derivi da un palese disprezzo per il diritto dei conflitti armati, branca del diritto internazionale generale, si sono verificati persino tentativi da parte del governo di Tel Aviv di celare ovvero mascherare la sua condotta con un velo di liceità, che ha comportato, in determinate situazioni, interpretazioni che hanno sconvolto il fragile equilibrio fra i cardini di necessità militare e di umanità su cui si fonda, ergo, l’intera struttura giuridica umanitaria, facendo pendere la bilancia a favore del primo e a discapito del secondo. Pur di ampliare la definizione di obiettivi militari e di combattenti per travisare obiettivi civili come legittimi obiettivi militari oppure di estendere le eccezioni che possano permettere per tassative ragioni di sicurezza come pure la distruzione di proprietà qualora fosse resa necessaria dalle operazioni militari, a tal punto da sovvertire la regola da cui si discostano, o, infine, di attuare il criterio della proporzionalità in maniera che possa enfatizzare il vantaggio militare diretto e concreto da un attacco, circoscrivendo contemporaneamente il danno civile, accanto a queste tecniche interpretative, che privilegiano la necessità militare, le autorità israeliane si sono appellate persino a considerazioni umanitarie, apparentemente con lo scopo di promuovere la dignità umana e di contenere la sofferenza umana per celare, facilitare e giustificare l’imposizione di condizioni che minacciano la sopravvivenza stessa del popolo palestinese stanziata nella Striscia di Gaza.
Israele ha spesso fatto ricorso alla logica del male minore sia in passato, che durante le ostilità recenti a Gaza, per motivare condotte che causano atti disumani e degradanti alla popolazione palestinese, che si fonda sulla questione che una prassi dannosa viene giustificata per la mera ragione che infligge meno danno ai civili rispetto ad un’azione alternativa. Questo modus cogitandi è stato adoperato per distorcere le norme del diritto dei conflitti armati: in primis, poiché tale struttura giuridica umanitaria richieda, talvolta, un’analisi utilitaristica costi-benefici, ne circoscrive la forma. La disciplina del principio sulla proporzionalità durante un attacco armato, exempli gratia, si limita a valutare, prima che inizi un attacco, se il danno incidentale previsto per i civili sia eccessivo rispetto al previsto vantaggio militare concreto e diretto; invece, in altri casi, il diritto dei conflitti armati demarca delle linee rosse che inibiscono categoricamente determinate pratiche come, a titolo esemplificativo, la tortura, per cui l’abuso del ragionamento del male minore potrebbe comportare la trasgressione delle linee rosse tracciate.
Le argomentazioni sul male minore sono soggette ad abuso che spesso distorcono il giudizio lecito, perfino quando viene domandata una logica utilitaristica, ciò per la semplice ragione che si prestano a postulare una scelta binaria artificiale fra un male e un presunto male minore, oscurando e ignorando alternative ancora innocue o meno dannose. Quest’ultimo rischio è stato riscontrato durante le recenti ostilità a Gaza, quando le autorità di Tel Aviv hanno usato l’argomento del male minore per giustificare una serie di direttive di ricollocazione da essi emanate, cagionando lo tsunami di ondate di sfollamenti di massa, costringendo i residenti di Gaza ad abbandonare le proprie abitazioni, come invito (forzato) per aiutare i civili palestinesi a lasciare le zone con maggiore intensità dei combattimenti: queste direttive hanno posto i civili gazawi dinanzi ad una scelta difficile se restare al loro posto con il rischio di perdere la vita o essere soggetti a subire ferite a causa del fuoco israeliano oppure a trasferirsi sine die in aree sicure e svantaggiate, dove avrebbero dovuto affrontare pericoli di lunga durata.
Anche se si volesse accogliere che Tel Aviv abbia emanato le direttive di ricollocazione per permettergli di perseguire un lecito obiettivo militare e che sia stato fatto con il genuino intento di risparmiare ai civili danni involontari, che avrebbero potuto subire mentre Israele perseguiva tale fine, le presunte ragioni umanitarie israeliane per la direttiva non reggono per il semplice fatto che tali giustificazioni per lo sfollamento forzato non reggono quando il danno inflitto allo sfollamento può essere inutile o eccessivo rispetto a ogni legittimo beneficio che potrebbe produrre. Lo sfollamento da parte delle forze di difesa israeliane di milioni di persone a Gaza per un lasso di tempo indefinito, anziché per il più breve tempo necessario e senza adottare le misure necessarie per garantire la loro sicurezza e il loro benessere, infligge pianamente sofferenze umane inutili ed eccessive, viola, di conseguenza, il divieto del trasferimento forzato e le norme del diritto dei conflitti armati sulla condotta delle ostilità e può implicare i responsabili nella commissione di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
La logica del c.d. male minore è stato applicato discutibilmente per suggerire che la distruzione totale di gran parte dell’area edificata di Gaza da parte delle forze israeliane sia intrapresa perché l’esercito israeliano ha la responsabilità di distruggere alcuni edifici, sebbene siano strutturalmente instabili e non sicuri per il ritorno dei civili palestinesi. La distruzione sistematica di interi villaggi e città nella Striscia di Gaza, tra cui innumerevoli abitazioni, ospedali scuole, edifici di culto e via discorrendo, da parte degli organi israeliani, ha avuto conseguenze umanitarie così devastanti da ritenere che lo Stato israeliano sta perpetrando il crimine di genocidio nella Striscia di Gaza. La discussione in base alla quale tale distruzione estesa e gratuita, assieme alle sue tragiche implicazioni, sia stata perpetrata a beneficio delle sue vittime diviene allo stesso tempo assurda e oscena. Difatti, assicurando che i cittadini residenti a Gaza, che le autorità di Tel Aviv hanno cacciato dalle loro abitazioni, non avranno un luogo dove tornare, questa distribuzione ha di fatto precluso qualsiasi plausibile affermazione secondo cui lo sfollamento fosse una misura temporanea, necessaria e proporzionata che può essere difesa come un male di tono minore.
Israele ha fatto pure un uso della dicitura umanitaria per dare un’accezione positiva agli sfollamenti e agli internamenti di massa del tutto illegittimi; dunque, le zone in cui i gazawi sono stati invitati a trasferirsi, presumibilmente per la loro sicurezza, sono state definite aree umanitarie, anche se non sono state risparmiate dagli attacchi e sono scarsamente rifornite, che i tanti civili ammassati nei loro ristretti confini devono affrontare condizioni di privazione che mettono a rischio la loro vita. Ultimamente, il ministro della Difesa del governo israeliano dichiarava di avere incaricato le forze di difesa israeliane di tenersi pronti per edificare una città umanitaria nel sud di Gaza, piano che statuisce che l’intera popolazione palestinese gazawa verrebbe trasferita in questa struttura e, una volta, all’interno non le sarebbe consentito di andarsene se non per emigrazione volontaria. Non sono mancate le critiche a questo progetto, che prevede la costruzione di tale struttura umanitaria, che potrebbe divenire un vero e proprio campo di concentramento e che il previsto trasferimento, la reclusione e l’esilio della popolazione civile palestinese gazawa comporterebbero violazioni del diritto dei conflitti armati, dei crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La stranezza di Israele corrisponde al rovescio della medaglia della costruzione delle c.d. zone umanitarie, secondo cui i civili palestinesi che dovessero trovarsi fuori dalle aree umanitarie verranno identificati come affiliati terroristi del gruppo di Hamas, fornendo così una giustificazione giuridica, per essere in un secondo momento eleminati, designando, pertanto, il resto della Striscia di Gaza come zona di sterminio.
Oltre alla minaccia di diventare vittime dei bombardamenti dell’esercito israeliano, la popolazione palestinese è stata costretta a dover lasciare la propria casa a causa della minaccia della fame. Dopo aver imposto, in questi ultimi mesi, un assedio sulla Striscia di Gaza, tagliando completamente le forniture di cibo, di acqua e altre risorse di primaria necessità alla sopravvivenza dei palestinesi, il governo israeliano ha implementato un presunto programma di distribuzione di aiuti attraverso solo quattro centri operativi a intermittenza, tutti ubicati nella parte meridionale e centrale del territorio gazano, rispetto a molti punti di distribuzione gestiti dalle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite e dalle ONG. Questo programma, tuttavia, svolge apparentemente una funzione di genere umanitaria, esso crea condizioni coercitive per i palestinesi che vivono in altre zone a trasferirsi nelle vicinanze di questi centri.
Il programma, inoltre, così come l’attore privato Ghana Humanitarian Foundation incaricato di attuarlo si sono dimostrati tristemente non adeguati, non del tutto capaci di soddisfare le esigenze della popolazione palestinese, come richiesto dal diritto internazionale. Malgrado la loro dichiarata mansione d’umanità, i siti di distribuzione del programma, in cui il personale di sicurezza privato e le truppe delle forze di difesa israeliane hanno fatto uso illegittimo della forza uccidendo e ferendo migliaia di palestinesi che chiedevano disperatamente il cibo, sono stati descritti come campi di sterminio.
L’esito sta nel fatto che, mentre questa fondazione umanitaria gazawa offre falsamente gli aiuti umanitari e protezione, il governo di Tel Aviv sta in realtà ponendo delle condizioni che costringono gli abitanti gazwi di scegliere un’esistenza terrificante e forse breve in aree di morte dove tutti corrono un elevato pericolo di essere presi di mira dai soldati israeliani; oppure l’internamento sine die in aree umanitarie, in cui dovranno sopportare privazioni così gravi come la fame; oppure l’esilio permanente dalla loro patria. Queste sono condizioni inique, ponendo in risalto che, costringendo la popolazione palestinese a lasciare Gaza, il governo israeliano si rende responsabile e colpevole di pulizia etnica e che, trasformando il territorio della Striscia di Gaza in una terra desolata dove la sua popolazione non può più avere il diritto di vivere, sta commettendo un crimine di genocidio. Molti attori presenti sullo scacchiere internazionale, compresi gli Stati terzi, non hanno contestato in maniera severa l’applicazione distorta del linguaggio e del ragionamento umanitario da parte dei vertici del governo israeliano, nonostante abbia reso una parodia il diritto dei conflitti armati e dei suoi valori fondamentali. Tale omissione da parte di Stati terzi, per non parlare della loro complicità mediante il supporto attivo alle condotte illecite di Israele, costituisce un’abdicazione o rinunzia al loro dovere di assicurare che le norme del diritto dei conflitti armati siano messe in atto e rispettate e alla loro responsabilità in relazione alle violazioni delle disposizioni imperative dello jus cogens.
Perseguendo interessi e programmi extra-giuridici, le cancellerie di questi Stati terzi sembrano cieche o inconsapevoli della violazione del diritto dei conflitti armati o del diritto d’umanità da parte dell’apparato statale israeliano e delle sue conseguenze, richiamando alla mente la metafora zona di interesse, che, assieme alle aree umanitarie e alle zone di morte, forma una triade di mali che alimenta la tragedia in corso nella Striscia di Gaza, come pure in Cisgiordania, a cui l’intera famiglia umana sta passivamente assistendo, ricordando che «ogni popolo – come ha sottolineato il Santo Padre Leone XIV – ha il diritto ad essere rispettato dai potenti della terra nella sua identità e nel suo diritto di vivere nella propria terra, dove nessuno può costringerlo a un esilio forzato», come sta purtroppo avvenendo a Gaza.
