Dalla formazione pianistica alla ricerca etnomusicologica, dalla musica da camera al teatro, fino all’insegnamento. Eugenia Tamburri racconta un percorso artistico volutamente non lineare, nel quale il pianoforte diventa luogo di incontro tra linguaggi, memoria personale e condivisione.
Un percorso che attraversa musica, teatro, cinema, mediologia e ricerca etnomusicologica, senza la necessità di trovare una definizione unica. Per Eugenia Tamburri, pianista, studiosa e docente, è proprio questa pluralità a rappresentare uno degli elementi più significativi della propria esperienza artistica.
Intervistata nel corso di “Solo buone notizie”, Tamburri parte da Roland Barthes per spiegare il rapporto con la propria formazione. Il filosofo francese, racconta, è stato per lei «un grande mentore», soprattutto per quell’idea del non assomigliare mai completamente a se stessi. Un riferimento che aiuta a comprendere un itinerario professionale costruito attraverso discipline differenti, unite però da un elemento costante: la musica.
«Il filo che mi riconduce un po’ trasversalmente a tutte le discipline che spesso hanno occupato i miei interessi e la mia mente è sempre la musica», spiega. Una musica che non è soltanto esecuzione, ma qualcosa da analizzare dal punto di vista tecnico, espressivo e comunicativo. Per Tamburri, il testo musicale può essere letto quasi allo stesso modo di un testo filmico, visivo o figurativo.
Il pianoforte come dialogo
Una parte importante della sua esperienza è legata alla musica da camera e alla collaborazione con altri interpreti. È qui che cambia radicalmente il rapporto con lo strumento. Il pianista solista può scegliere autonomamente tempi, respiri e attacchi; suonare insieme agli altri significa invece costruire una dimensione condivisa.
Tamburri descrive la musica da camera innanzitutto come una forma di socialità: respirare insieme, trovare gli stessi attacchi, confrontare interpretazioni che inizialmente possono essere differenti e arrivare a una visione comune della partitura. L’esperienza con musicisti di grande preparazione cameristica è diventata così una componente centrale del suo percorso degli ultimi vent’anni. È un concetto che ritorna anche quando il pianoforte incontra un altro dei territori frequentati dalla musicista: il teatro.
Tamburri è stata pianista di scena lavorando con attori e personalità del palcoscenico. In questo caso il dialogo non avviene più soltanto tra strumenti, ma tra musica e parola recitata. «Il fiato del musicista con cui suoni viene sostituito dal fiato dell’attore», racconta. Ed è proprio sul palcoscenico che la partitura può trasformarsi, nella sua interpretazione, in una sorta di ipertesto. Un applauso inatteso, una pausa, una battuta dimenticata o un’improvvisazione dell’attore possono modificare i tempi e richiedere al pianista una capacità immediata di adattamento. La tecnica resta quella del musicista, ma cambia l’ascolto di ciò che accade intorno.
Non esiste, però, una dimensione privilegiata: «Mi piace fare teatro, mi piace essere pianista di scena, mi piace suonare con gli altri musicisti». La condizione è una sola: che ci siano musica e arte.
“Chiaroscuro 2”, quando la musica diventa memoria
Il rapporto tra esperienza personale e repertorio emerge con particolare evidenza parlando del più recente progetto discografico. Nel disco “Chiaroscuro 2”, Tamburri mette in relazione compositori ed epoche lontane, facendo convivere pagine appartenenti a tradizioni differenti.
Quando può scegliere liberamente cosa registrare, ammette, la memoria privata prevale. Alcuni brani riportano agli anni della formazione e ai concorsi pianistici nazionali e internazionali, quando lo studio era inevitabilmente legato anche alla preparazione necessaria per confrontarsi con le competizioni.
Con il tempo, tuttavia, cambia anche il modo di avvicinarsi ai compositori. L’esecuzione non può limitarsi alla padronanza tecnica: occorre trovare una propria chiave interpretativa, soprattutto davanti a repertori affrontati da generazioni di musicisti.
Da qui nasce anche l’interesse per pagine meno frequentate. In “Chiaroscuro 2”, ad esempio, Tamburri ha scelto un preludio modulante di Mozart che considera sorprendentemente moderno: una composizione del 1789 priva, come ricorda nell’intervista, di indicazione di tempo e tonalità, caratteristiche che ai suoi occhi la avvicinano quasi alla sensibilità della musica contemporanea.
Nella costruzione del repertorio entra inoltre un elemento ricorrente: la presenza femminile. La pianista cita, tra gli esempi, un valzer venezuelano di Antonio Lauro dedicato alla figlia Natalia e il Notenbüchlein di Anna Magdalena Bach. Non si tratta quindi soltanto di accostare compositori amati, ma di creare connessioni tra tonalità, ricordi, storie e figure capaci di dare al disco una trama personale.
Insegnare significa passare il testimone
Dopo essere stata allieva di numerosi maestri, oggi Tamburri vive anche l’altra parte del rapporto didattico: quella dell’insegnante.
La sua idea di formazione è fondata soprattutto sulla trasmissione della conoscenza. Persino un elemento apparentemente tecnico come la diteggiatura di una partitura diventa un sapere da condividere e non qualcosa da custodire gelosamente.
È un approccio aperto anche alla possibilità che un allievo, a un certo punto del proprio percorso, abbia bisogno di incontrare un altro docente. Per Tamburri il maestro non deve necessariamente accompagnare uno studente per sempre: può arrivare il momento in cui il suo compito si conclude e diventa necessario «passare il testimone» a qualcun altro.
In fondo è la stessa idea che attraversa l’intera conversazione: la musica come esperienza in movimento. Non un percorso rigidamente lineare, ma un linguaggio capace di mettere in comunicazione pianoforte e teatro, ricerca e interpretazione, memoria e insegnamento. E soprattutto persone diverse.
Nel racconto di Eugenia Tamburri, il musicista non è così soltanto colui che esegue una partitura. È qualcuno che ascolta, dialoga, interpreta e trasmette. Un percorso nel quale cambiano i palcoscenici e gli interlocutori, mentre resta costante quel filo indicato all’inizio dell’intervista: la musica.
