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La svolta globale del rigore: Fed, BCE e BoJ unificano la stretta

Stesso incremento, identica direzione. Con l’annuncio di venerdì 18 settembre della Bank of Japan, il mosaico della stretta monetaria globale si è ricomposto. A pochi giorni dalle decisioni di Francoforte e Washington, l’istituto guidato da Kazuo Ueda ha alzato i tassi di riferimento, confermando che la fase della liquidità a basso costo è definitivamente alle spalle per tutte le principali economie avanzate.  

La convergenza restrittiva tra le tre sponde finanziarie del pianeta inaugura l’ultimo trimestre dell’anno con una progressiva contrazione delle risorse sul mercato.  A spingere le banche centrali in questa direzione è la pressione incrociata dell’inflazione importata e delle quotazioni del greggio, stabili vicino ai 100 dollari al barile.

La mappa degli interventi: da Francoforte a Washington fino a Tokyo 

La sequenza delle decisioni si è svolta con precisione ritmica. Il 10 settembre la Banca Centrale Europea ha aperto le danze portando il tasso sui depositi al 2,50% con un ritocco di 25 punti base arrivato a 3 mesi di distanza dal precedente intervento estivo che aveva segnato la prima inversione di rotta dopo la fase di tagli.

Il 16 settembre è seguita la Federal Reserve. La banca centrale americana ha applicato il medesimo aumento di 25 punti base, collocando i tassi tra il 3,75% e il 4,00%. Per Washington si tratta di un’inversione di rotta giunta a tre anni dal picco del ciclo restrittivo di luglio 2023 e dopo una sequenza di ribassi durata oltre due anni.

A chiudere il cerchio la mattina del 18 settembre è stata la Bank of Japan, che ha disposto lo stesso rialzo di 25 punti base a soli 3 mesi di distanza da quello di giugno, segnando il ritmo di stretta più serrato dagli anni ’90 a oggi e portando il saggio di riferimento all’1,25%, picco che la piazza finanziaria di Tokyo non registrava da 31 anni. 

La svolta di Tokyo e il rientro dei capitali 

Le parole pronunciate da Kazuo Ueda in conferenza stampa hanno chiarito il cambio di passo. La spinta sui prezzi al consumo giapponesi, alimentata dalla debolezza dello yen e dai rincari delle materie prime importate, ha reso insostenibile il mantenimento della politica ultra-accondiscendente. La scelta di Tokyo punta a favorire il rientro in patria dei capitali nipponici finora investiti all’estero, sottraendo ai mercati internazionali un fondamentale polmone di liquidità a basso costo.

La contemporaneità delle mosse di settembre riduce lo spazio per le speculazioni basate sui differenziali dei tassi. Sul mercato obbligazionario, l’azione parallela degli istituti spinge al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato: il decennale americano si consolida oltre il 4,50%, il Bund tedesco sale verso il 2,70% e i titoli giapponesi toccano massimi pluriennali, rendendo più oneroso il rifinanziamento dei debiti sovrani in Europa e oltreoceano.

Lo scenario da qui a fine anno: la trasmissione all’economia reale

I prossimi mesi vedranno l’impatto di questi interventi scaricarsi direttamente sulle condizioni di credito per famiglie e imprese. Le decisioni attese nelle riunioni di novembre e dicembre non risponderanno ad automatismi predefiniti. Gli istituti centrali hanno adottato una navigazione a vista, condizionata dall’evoluzione del mercato energetico e dalla risposta del ciclo economico.

Con un’ inflazione di fondo che stenta a rientrare verso il target del 2%,  il rischio di un errore di politica monetaria — un’eccessiva stretta capace di trasformare il rallentamento in recessione — rappresenta l’incognita principale che accompagnerà i mercati fino al nuovo anno.

Le scelte dell’autunno definiranno la tenuta delle finanze pubbliche globali, chiamate a gestire debiti record in un contesto di tassi alti destinato a durare più a lungo di quanto preventivato dai mercati all’inizio dell’anno.

 

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