Dalla vittoria decisiva alla vittoria narrativa

Il terrorismo ha dissolto la grammatica della guerra del XX secolo, mentre l’era digitale ha reso permanente la nuova conflittualità

Per oltre due secoli il pensiero strategico occidentale ha interpretato la guerra attraverso una grammatica relativamente stabile: la guerra iniziava, si combatteva e si concludeva con una vittoria decisiva. Tale paradigma derivava dall’esperienza delle grandi guerre interstatali dell’età moderna e contemporanea, nelle quali l’annientamento dell’esercito avversario o il collasso del suo governo producevano una conclusione politicamente verificabile del conflitto. Già all’inizio del XXI secolo, tuttavia, questo schema ha iniziato a mostrare i suoi limiti.

La lunga guerra in Afghanistan (2001–2021) rappresenta probabilmente il primo grande laboratorio di questa trasformazione. Nonostante una vittoria militare iniziale estremamente rapida e la caduta del regime talebano, il conflitto si trasformò progressivamente in una guerra di insorgenza e logoramento che si concluse, dopo vent’anni, con il ritorno al potere di quegli stessi attori che erano stati rovesciati nel 2001. L’esperienza afghana ha mostrato con particolare chiarezza il crescente scarto tra successo militare tattico e risultato politico strategico. Le guerre al terrorismo possono quindi essere interpretate come una fase di transizione tra la grammatica della guerra convenzionale del XX secolo e le forme di conflittualità che caratterizzano il sistema internazionale contemporaneo. Negli ultimi due decenni, infatti, il conflitto armato si è progressivamente trasformato in una competizione più complessa, nella quale operazioni militari convenzionali si intrecciano con insorgenze, guerra informativa, pressione economica, cyber operations e competizione narrativa.

In questo contesto sono emerse nuove categorie interpretative quali: guerra ibrida, conflitto nelle grey zones e guerra cognitiva,  che descrivono una condizione di competizione strategica permanente nella quale la distinzione tradizionale tra guerra e pace tende progressivamente a sfumare. L’era digitale ha ulteriormente accelerato questa trasformazione, ampliando i domini del conflitto e rendendo la dimensione informativa e percettiva parte integrante della strategia.

La guerra russo-ucraina, il conflitto di Gaza seguito agli attacchi del 7 ottobre 2023 e il confronto strategico in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran rappresentano tre esempi emblematici di questa evoluzione. In tutti e tre i casi, la conclusione del conflitto appare meno legata a una sconfitta militare definitiva e più a una costruzione politico-strategica del risultato della guerra, nella quale dimensione militare, percezione pubblica e narrazione politica si intrecciano strettamente.

La vittoria, in altre parole, tende a trasformarsi progressivamente da categoria militare a categoria politico-narrativa. Essa diventa parte integrante di una competizione strategica che non termina necessariamente con la fine delle ostilità militari. Per comprendere questa trasformazione è utile analizzare tre teatri di conflitto nei quali la relazione tra vittoria militare e risultato politico appare particolarmente problematica: Ucraina, Gaza e il confronto strategico tra Stati Uniti, Israele e Iran. In essi, la guerra non appare più come parentesi eccezionale della politica, ma come una delle forme della competizione permanente.

La crisi della vittoria decisiva

La teoria strategica classica ha a lungo concepito la vittoria come il risultato della distruzione della capacità militare dell’avversario. Nella celebre formulazione di Carl von Clausewitz, la guerra costituisce lo strumento attraverso il quale uno Stato cerca di imporre la propria volontà politica sull’avversario mediante l’uso della forza. In questa prospettiva, il successo militare dovrebbe spezzare la volontà politica dell’avversario e condurre quindi alla conclusione del conflitto. Questo paradigma ha trovato una relativa conferma storica nelle grandi guerre interstatali della modernità, nelle quali la distruzione dell’apparato militare avversario o il collasso del suo sistema politico producevano una conclusione politicamente verificabile della guerra. Tuttavia, già nel corso del XX secolo l’evoluzione dei conflitti, in particolare con l’emergere della deterrenza nucleare e delle guerre limitate, ha iniziato a mettere in discussione la centralità della vittoria decisiva come obiettivo strategico. Negli ultimi decenni questa trasformazione si è ulteriormente accentuata. Guerre civili, conflitti irregolari, insorgenze, attori non statali e coalizioni internazionali hanno progressivamente sostituito le guerre convenzionali tra eserciti statali come forma dominante di conflitto armato. In tali contesti, la distruzione delle capacità militari dell’avversario non coincide necessariamente con la conclusione della guerra.

Come osserva Lawrence Freedman, nei conflitti contemporanei la distinzione tra vittoria militare e successo politico tende progressivamente a dissolversi. La superiorità militare può produrre significativi successi operativi senza generare automaticamente stabilità politica o legittimità istituzionale. Di conseguenza, la guerra tende sempre meno a culminare in una vittoria decisiva e sempre più a evolvere verso forme di gestione del conflitto, nelle quali l’obiettivo non è l’annientamento definitivo dell’avversario ma la costruzione di equilibri strategici temporanei. Questa trasformazione emerge con particolare chiarezza in alcuni dei principali conflitti contemporanei, nei quali la relazione tra superiorità militare e risultato politico appare sempre più problematica.

Ucraina: la pace come convenienza strategica

La guerra russo-ucraina costituisce uno degli esempi più significativi di questa trasformazione. Dopo anni di combattimenti ad alta intensità, nessuna delle parti ha conseguito una vittoria decisiva nel senso classico del termine. Il conflitto si è progressivamente trasformato in una guerra di attrito, nella quale la dimensione militare si intreccia sempre più con fattori industriali, economici e geopolitici. La capacità di sostenere la produzione militare, l’accesso alle risorse energetiche, il sostegno delle alleanze e la resilienza economica sono divenuti elementi centrali della competizione strategica. In questo senso, la guerra in Ucraina ha assunto sempre più i caratteri di un conflitto sistemico nel quale il campo di battaglia rappresenta soltanto uno dei livelli della competizione. In questo contesto, le discussioni internazionali su una possibile conclusione del conflitto si sono progressivamente spostate dal piano militare a quello politico-strategico. Le ipotesi di una stabilizzazione del fronte lungo l’attuale linea di contatto, o di una soluzione negoziale che cristallizzi temporaneamente la situazione territoriale, non rappresenterebbero una vittoria militare completa per nessuna delle parti, ma piuttosto una pace di convenienza geopolitica, determinata dal costo crescente della prosecuzione della guerra. In uno scenario di questo tipo, la fine delle ostilità non deriverebbe dalla sconfitta definitiva di uno degli attori, ma dalla formazione di un equilibrio strategico ritenuto temporaneamente accettabile dalle parti coinvolte e dai principali attori internazionali. La guerra terminerebbe quindi non con una vittoria decisiva, ma con una gestione politica dell’equilibrio militare cristallizzato sul terreno. Una dinamica analoga emerge anche in altri teatri di conflitto contemporanei, nei quali la superiorità militare non si traduce automaticamente in una soluzione politica stabile.

Gaza: superiorità militare e problema della governance

Il conflitto nella Striscia di Gaza evidenzia un ulteriore limite del paradigma della vittoria decisiva. Hamas non è soltanto un’organizzazione militare, ma un sistema politico e sociale complesso che combina elementi di movimento ideologico, rete sociale, struttura amministrativa e organizzazione armata. In questo senso, l’organizzazione opera non solo come attore militare, ma anche come parte integrante dell’ecosistema politico e identitario della società di Gaza.

Nei conflitti irregolari, come sottolinea Stathis Kalyvas, la violenza si sviluppa attraverso una profonda interazione tra dimensione militare e dimensione sociale. In tali contesti, la neutralizzazione duratura di un attore insorgente non dipende esclusivamente dal degrado della sua capacità militare, ma richiede anche la costruzione di un ordine politico alternativo credibile e legittimato. Il problema centrale del conflitto di Gaza rimane quindi lo stesso che ha attraversato numerose campagne contro-insurrezionali negli ultimi decenni: chi governerà il territorio dopo la guerra? La storia recente mostra che l’eliminazione di una struttura militare non coincide automaticamente con la dissoluzione della sua base politica e sociale. In assenza di una soluzione istituzionale capace di sostituire l’autorità esistente e di ottenere un minimo di legittimità locale, anche una significativa superiorità militare rischia di non tradursi in una stabilizzazione duratura.

Il caso di Gaza dimostra quindi come, nei conflitti contemporanei contro attori non statali radicati nel tessuto sociale, la vittoria militare rappresenti solo una delle condizioni, e spesso non la più decisiva,  per la conclusione del conflitto. Una dinamica diversa, ma altrettanto significativa, emerge nel confronto strategico tra Stati Uniti, Israele e Iran, dove la questione della vittoria si intreccia con la competizione tra diverse temporalità strategiche.

Iran: la guerra come competizione tra tempi strategici

Il conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran introduce un ulteriore elemento nella trasformazione della guerra contemporanea: la competizione tra temporalità strategiche differenti. Da un lato, Washington e Tel Aviv tendono a concepire l’uso della forza come una campagna militare ad alta intensità e relativamente breve, finalizzata a degradare rapidamente le capacità militari dell’avversario e a ristabilire la deterrenza regionale. Questa impostazione riflette una concezione della guerra ancora largamente influenzata dalla logica delle operazioni decisive e della superiorità tecnologica. Dall’altro lato, la leadership iraniana interpreta il conflitto secondo una logica di resistenza strategica, nella quale la capacità di assorbire danni, mantenere la coesione interna e prolungare la durata del confronto diventa un elemento centrale della strategia. In questo quadro, il tempo stesso si trasforma in una risorsa strategica capace di compensare parzialmente l’inferiorità militare convenzionale. Questo schema è tipico delle guerre asimmetriche: gli attori militarmente più forti tendono a privilegiare campagne rapide e decisive, mentre gli attori relativamente più deboli cercano di trasformare il conflitto in una guerra di durata, nella quale il logoramento progressivo della volontà politica dell’avversario diventa un obiettivo strategico. Nel caso mediorientale, questa dinamica è ulteriormente amplificata dalla dimensione regionale e ibrida del conflitto, che coinvolge reti di alleanze, attori indiretti, operazioni clandestine, cyber operazioni e competizione informativa. La guerra tende così a espandersi oltre il campo di battaglia immediato, assumendo i caratteri di una competizione strategica multilivello.

In questo contesto, la dichiarazione di vittoria diventa parte integrante della strategia. La guerra riguarda sempre più anche la capacità di definire politicamente il significato del conflitto e di orientarne la percezione pubblica e internazionale. Le dinamiche osservate nei conflitti contemporanei suggeriscono che la trasformazione della guerra non riguarda soltanto le modalità operative, ma anche la natura stessa della competizione strategica. Negli ultimi decenni, infatti, il conflitto armato si è progressivamente integrato in una più ampia condizione di competizione permanente che si sviluppa attraverso forme di guerra ibrida e operazioni nelle cosiddette grey zones.

La guerra ibrida e le zone grigie (grey zones)

 La crisi della vittoria decisiva è strettamente collegata all’emergere di nuove forme di conflitto che operano al di sotto della soglia della guerra dichiarata. Negli ultimi decenni numerosi studiosi hanno analizzato questo fenomeno attraverso concetti quali guerra ibridagrey zone conflict e political warfare, tutti accomunati dall’idea che la competizione strategica contemporanea si sviluppi sempre più spesso in una zona intermedia tra guerra e pace. Secondo Frank Hoffman, la guerra ibrida consiste nella combinazione integrata di strumenti militari convenzionali, operazioni irregolari, guerra dell’informazione, pressione economica e attività clandestine all’interno di un unico quadro strategico. In questo tipo di conflitto, attori statali e non statali utilizzano simultaneamente diversi strumenti di potere per ottenere vantaggi strategici senza necessariamente ricorrere a una guerra convenzionale su larga scala. Parallelamente, il concetto di grey zone descrive quello spazio intermedio nel quale gli Stati cercano di modificare l’equilibrio strategico senza superare la soglia che potrebbe provocare una risposta militare diretta da parte dell’avversario. Le operazioni nelle zone grigie permettono di esercitare pressione sull’avversario mantenendo al tempo stesso un certo grado di ambiguità strategica. In questo spazio operativo vengono impiegati strumenti molto diversi tra loro, tra cui cyber operations, guerra dell’informazione, pressione economica, sabotaggio industriale, coercizione energetica e operazioni clandestine. Queste attività non producono necessariamente effetti immediati sul campo di battaglia, ma possono generare vantaggi strategici cumulativi nel tempo, modificando progressivamente l’equilibrio di potere. La diffusione di queste pratiche contribuisce a trasformare la guerra da evento episodico e delimitato nel tempo in una forma di competizione strategica continua, nella quale il conflitto armato rappresenta soltanto una delle possibili manifestazioni della rivalità tra Stati.

L’era digitale e la dimensione cognitiva della guerra

L’emergere del cyberspazio e delle tecnologie digitali ha ulteriormente accelerato la trasformazione della guerra contemporanea, ampliando i domini della competizione strategica oltre quelli tradizionali. Il cyberspazio non rappresenta soltanto una nuova infrastruttura tecnologica, ma un vero e proprio spazio strategico nel quale Stati e attori non statali possono esercitare forme di pressione e coercizione senza ricorrere necessariamente alla guerra aperta.

Come osserva Lucas Kello, il dominio cyber ha creato una forma di conflitto che si colloca in una zona intermedia (Grey zone) tra guerra e pace, alterando profondamente la distinzione tradizionale tra sicurezza interna e sicurezza internazionale. Parallelamente, la crescente centralità dell’informazione, delle reti digitali e dei media globali ha reso sempre più rilevante la dimensione cognitiva della guerra, nella quale l’obiettivo non è soltanto colpire le capacità materiali dell’avversario, ma influenzarne percezioni, interpretazioni e decisioni. Come sottolinea Joseph Nye, il potere nel XXI secolo consiste sempre più nella capacità di modellare informazioni, narrazioni e processi decisionali. In questo contesto, la competizione strategica si sviluppa non solo attraverso strumenti militari ed economici, ma anche attraverso il controllo dei flussi informativi e la costruzione di cornici interpretative capaci di orientare il comportamento degli attori politici e sociali. La guerra contemporanea diventa così anche una competizione per il controllo delle narrazioni, nella quale la definizione del significato del conflitto può risultare non meno rilevante del suo stesso esito militare. L’espansione dei domini della competizione strategica e la diffusione di forme di conflitto ibride contribuiscono a modificare anche il modo in cui viene concepita la sicurezza nel sistema internazionale contemporaneo.

Dalla sicurezza come stato alla sicurezza come processo

La trasformazione della guerra implica anche una profonda trasformazione del concetto stesso di sicurezza. Nel paradigma strategico tradizionale, la sicurezza era concepita come uno stato relativamente stabile raggiunto dopo la conclusione della guerra. La fine del conflitto armato produceva un nuovo equilibrio politico e territoriale che poteva garantire un periodo più o meno lungo di stabilità. Nel sistema internazionale contemporaneo, invece, la sicurezza appare sempre più come un processo continuo di gestione della competizione strategica. La diffusione di guerre ibride, operazioni nelle grey zones, operazioni cyber e competizione informativa ha progressivamente eroso la distinzione tradizionale tra guerra e pace. In questo contesto, gli Stati non cercano più necessariamente di eliminare il conflitto, obiettivo spesso irrealistico in un sistema internazionale altamente interdipendente, ma piuttosto di gestirne intensità, durata e modalità, limitandone gli effetti destabilizzanti. La guerra aperta rappresenta quindi soltanto una delle possibili manifestazioni di una competizione strategica più ampia e permanente, che si sviluppa simultaneamente nei domini militare, economico, tecnologico, informativo e cognitivo.

Di conseguenza, la sicurezza nel XXI secolo non può più essere concepita come una condizione statica di equilibrio, ma come un processo dinamico di adattamento e gestione della conflittualità internazionale.

La trasformazione della guerra nel XXI secolo non riguarda soltanto l’evoluzione delle tecnologie militari o delle dottrine operative. Essa investe anche il significato stesso della vittoria e, più in generale, il modo in cui il conflitto viene concepito nel sistema internazionale contemporaneo.

Dalle guerre al terrorismo, emblematizzate dall’esperienza afghana,  fino ai conflitti più recenti in Ucraina, Gaza e nel confronto strategico tra Stati Uniti, Israele e Iran, emerge con crescente chiarezza la crisi della tradizionale idea di vittoria decisiva. In questi contesti, la superiorità militare non produce necessariamente la sconfitta definitiva dell’avversario né una stabilizzazione politica duratura. La guerra non scompare, ma cambia forma. Essa tende a integrarsi in una competizione strategica permanente, nella quale operazioni militari, pressione economica, cyber operazioni, competizione informativa e costruzione narrativa si intrecciano continuamente. In questo contesto, anche il concetto di sicurezza si trasforma. La sicurezza non coincide più con uno stato stabile di equilibrio raggiunto dopo la guerra, ma con un processo continuo di gestione della conflittualità internazionale. In questo senso, il XXI secolo non segna la fine della guerra, ma la fine della sua eccezionalità. La guerra del XXI secolo non termina necessariamente quando il nemico è distrutto. Termina quando emerge una situazione sufficientemente conveniente, sufficientemente credibile e sufficientemente imposta da poter essere accettata come pace. La vittoria non scompare, ma muta natura, ossia da esito puramente militare si trasforma in costruzione politico-strategica del significato del conflitto.

 

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