Le parole “Voglio vedere il Nepal sorridere, voglio vedere il cuore nepalese danzare, voglio vedere il Nepal sorridere, voglio vedere il popolo nepalese vivere felicemente” racchiudono lo spirito di una canzone di Balendra Shah, meglio conosciuto come Balen.
Tuttaviaquesti non sono solo dei versi musicali, ma rappresentano un messaggio che negli ultimi anni è diventato anche un simbolo politico e una promessa concreta di cambiamento. Un messaggio che Balen ha saputo trasformare in consenso reale, vincendo le elezioni tenutesi nei primi giorni di marzo 2026 indette per eleggere i 275 membri della camera dei rappresentanti nepalese.
Balendra Shah, ingegnere e rapper nepalese, ha conquistato una grande popolarità soprattutto tra i giovani grazie a un linguaggio diretto e a una visione di rinnovamento per il Paese. Il suo successo musicale e la sua immagine di figura indipendente lo hanno progressivamente portato al centro della politica nazionale. Proprio quel desiderio di vedere “il Nepal sorridere” è diventato il filo conduttore del suo percorso pubblico, unendo cultura, attivismo e politica in un messaggio che ha trovato eco in una parte significativa della popolazione e che ora si riflette nel nuovo equilibrio del potere nel Paese. Occorre però precisare che non si tratta di un outsider totale della politica: già nel 2022 Shah si era lanciato in politica candidandosi a sindaco di Kathmandu, la capitale nepalese, vincendo con una netta maggioranza.
Tuttavia, la recente vittoria di Balendra Shah si inserisce in un contesto completamente nuovo: un Nepal che, nel settembre 2025, ha vissuto una svolta storica. Tutto inizia il 4 settembre, quando il governo del primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli vieta 26 piattaforme social nel tentativo di soffocare un crescente malcontento giovanile: una mossa che si rivelerà fatale, trasformando internet stesso nel simbolo della resistenza. Due giorni dopo, il 6 settembre, un’auto ministeriale investe una bambina di undici anni senza fermarsi, episodio liquidato dal premier come un fatto “normale”. È questo evento a diventare la scintilla che fa esplodere un malcontento sociale covato da anni: corruzione sistemica, disoccupazione giovanile al 22,7%, oltre 1.700 giovani che lasciano il paese ogni giorno, e una classe dirigente ultrasettantenne sorda alle istanze di una popolazione per il 56% under 30. L’attivista Sudan Gurung raccoglie la rabbia diffusa e lancia online la chiamata alla mobilitazione, trasformando il disagio in movimento.
L’8 settembre le piazze di Kathmandu si riempiono di migliaia di giovani in uniforme scolastica. Il movimento, organizzato tramite Discord, Instagram e TikTok, era partito come una protesta pacifica, ma la risposta delle forze di sicurezza, che aprono il fuoco sui manifestanti causando 19 morti in un solo giorno, trasforma la manifestazione in una rivolta nazionale. Una generazione che chiedeva giustizia si ritrova a piangere i propri morti.
La risposta non tarda ad arrivare: il giorno seguente le folle danno fuoco alle sedi dei partiti, ai ministeri, al Parlamento e alla Corte Suprema.Come conseguenza, il 10 settembre l’esercito prende il controllo della capitale nel tentativo di ristabilire l’ordine. È nello stesso giorno che la Generazione Z compie il gesto più sorprendente: eleggono online, attraverso un voto su Discord, la loro candidata alla guida del governo di transizione, Sushila Karki, ex presidente della Corte Suprema. Il 12 settembre Karki viene nominata prima ministra, prima donna a ricoprire questa carica nella storia del Nepal, con l’obbiettivo di portare il paese a nuove elezioni entro sei mesi.
Da questi avvenimenti, la Generazione Z nepalese emerge come attore politico a tutti gli effetti: sono stati loro a organizzare le piazze, a scegliere i propri leader online, a tenere viva la pressione fino al crollo del governo. Le proteste raccontano qualcosa di più profondo sulla natura del Nepal: un paese dove la strada, e oggi, anche internet, rimangono uno spazio legittimo per dire basta a un governo corrotto e incapace, andando a rafforzare la democrazia nepalese stessa.
Ed è proprio in questo contesto di crollo istituzionale e rinascita civile che la figura di Balendra Shah acquista tutto il suo significato. La sua elezione non è un episodio isolato, ma il frutto diretto di quella stagione di rivolta: un paese che ha bruciato i propri palazzi del potere e poi ha scelto, attraverso le urne, chi dovrebbe ricostruirli. Shah non è un politico di professione cresciuto nei corridoi dei partiti tradizionali, ed è precisamente questo che lo ha reso credibile agli occhi di una generazione che quei corridoi li ha rifiutati, e incendiati. Ora resta la parte più difficile: trasformare la rivolta in cambiamento duraturo. Forse il Nepal non sorride ancora, ma per la prima volta da decenni, chi siede in parlamento porta con sé la rabbia e le speranze di chi in piazza c’era davvero.
