La guerra e’ una fase della competizione strategica.

Una rappresentazione ancora diffusa della guerra tende a considerarla come una parentesi ossia: prima la competizione tra Stati, poi il conflitto armato e, una volta cessate le ostilità, il ritorno alla politica e alla competizione.

La realtà, invece, è più complessa. La competizione strategica non si interrompe quando comincia la guerra: continua attraverso di essa e prosegue dopo la sua conclusione, ma all’interno di un sistema che la guerra stessa ha contribuito a trasformare. La guerra, dunque, non è il fine della competizione strategica, ma una sua fase, particolarmente violenta e distruttiva, all’interno di una competizione permanente. Quando si prolunga, la trasformazione diventa progressivamente più profonda e investe non soltanto i rapporti di forza militari, ma l’intero campo della competizione. Da questa premessa deriva una conseguenza fondamentale: una guerra non dovrebbe essere valutata soltanto sulla base dei risultati ottenuti sul campo di battaglia. Occorre chiedersi quale posizione strategica avrà il paese quando quella guerra sarà terminata. Si può vincere militarmente e uscire strategicamente più deboli. Si può conquistare territorio e perdere capacità economica. Si può distruggere l’apparato militare dell’avversario e contemporaneamente compromettere alleanze, reputazione, coesione sociale, capacità industriale e possibilità di competere nel futuro.

 

La guerra cambia il campo sul quale viene combattuta

Le guerre che non vengono contenute nelle loro fasi iniziali tendono ad assumere una dinamica progressivamente meno controllabile. Aumentano i morti, le distruzioni, le risorse impegnate e il capitale politico investito. Crescono contemporaneamente il danno subito e quello inflitto, mentre si restringe lo spazio politico disponibile per il compromesso. Ogni ulteriore costo sostenuto modifica le aspettative, irrigidisce le posizioni e rende più difficile accettare un risultato che nongiustifichi i sacrifici compiuti. Ma il problema non riguarda soltanto la crescente difficoltà di porre fine al conflitto. Con il passare del tempo aumentano gli attori coinvolti, le variabili da considerare e le interdipendenze tra dimensione militare, politica, economica, tecnologica e sociale. La guerra non si limita più a produrre effetti all’interno del sistema nel quale è iniziata: contribuisce progressivamente a riconfigurarlo. La trasformazione investe progressivamente tutte le dimensioni della vita di un Paese. L’economia viene condizionata dal trasferimento di risorse verso la sicurezza e la difesa, l’industria riorienta capacità produttive e investimenti, la pressione operativa accelera l’innovazione tecnologica e modifica priorità che possono estendersi ben oltre il settore militare. Anche gli equilibri politici interni vengono alterati dall’emergere di nuove priorità, dalla distribuzione dei costi della guerra e dalla necessità di mantenere il consenso. Le società cambiano sotto la pressione delle perdite, della paura, della mobilitazione e della polarizzazione. E cambiano le alleanze, perché la durata del conflitto modifica interessi, dipendenze, percezioni della minaccia e disponibilità dei singoli Paesi a sostenerne i costi. La stessa geoeconomia viene riconfigurata. Energia, materie prime, infrastrutture, rotte commerciali, finanza, tecnologia e catene di approvvigionamento diventano contemporaneamente strumenti, vulnerabilità e obiettivi della competizione. Decisioni assunte per rispondere alle esigenze immediate della guerra possono così produrre conseguenze strutturali destinate a sopravvivere alla cessazione delle ostilità.

La guerra, quindi, non si svolge semplicemente all’interno di un campo strategico dato, ma lo modifica mentre viene combattuta.L’Ucraina ne offre un esempio evidente. Qualunque sarà la conclusione del conflitto, l’Europa che ne uscirà non sarà più quella del febbraio 2022. La guerra ha già modificato la NATO, le politiche di difesa europee, i rapporti energetici con la Russia, l’industria della difesa, la percezione della deterrenza e il rapporto transatlantico, accelerando al tempo stesso una trasformazione nel modo di concepire e impiegare la tecnologia militare. E si tratta di un processo ancora in corso, i cui effetti complessivi potranno essere valutati soltanto nel tempo.

Lo stesso può dirsi del Medio Oriente dopo il 7 ottobre 2023. Il conflitto non ha modificato soltanto la situazione di Gaza, ma ha progressivamente coinvolto e trasformato l’intero sistema regionale: il confronto tra Israele e Iran, gli equilibri in Libano e Siria, la sicurezza del Mar Rosso, il ruolo delle milizie sostenute da Teheran, i rapporti tra Washington e i propri partner e le prospettive di normalizzazione tra Israele e i Paesi arabi. Anche in questo caso, la guerra ha finito per incidere sull’architettura di sicurezza della regione ben oltre il teatro nel quale aveva avuto origine.

 

Il tempo non è neutrale

 

La durata della guerra rappresenta una variabile strategica fondamentale. Quando un conflitto si prolunga non aumentano soltanto i costi: cresce anche il numero delle variabili e delle interazioni che entrano nel sistema. Nuovi attori intervengono, altri modificano la propria posizione, le tecnologie evolvono, le economie si adattano, gli eserciti apprendono, le industrie riconvertono le produzioni, le opinioni pubbliche modificano le proprie percezioni e le alleanze ridefiniscono interessi e priorità.Contemporaneamente si accumulano il danno e l’ostilità reciproca. Ogni perdita rende politicamente più difficile accettare un compromesso che avrebbe potuto essere possibile qualche mese prima, ogni distruzione alimenta aspettative di riparazione o di rivalsa, ogni sacrificio compiuto genera la necessità politica e sociale di attribuirgli un significato. Progressivamente, il costo già sostenuto rischia così di diventare esso stesso una ragione per continuare il conflitto.

È uno dei paradossi più pericolosi delle guerre lunghe: quanto maggiore è il prezzo pagato, tanto più difficile diventa accettare un risultato inferiore alle aspettative che avevano giustificato quel prezzo. Il tempo, quindi, non rappresenta semplicemente la durata del conflitto: ne modifica le condizioni politiche, militari, economiche e psicologiche e restringe lo spazio disponibile per una soluzione negoziata.

 

Il tipping point strategico

 

Esiste inoltre una soglia oltre la quale l’accumulazione delle trasformazioni produce un cambiamento qualitativo del sistema. È il tipping point tipico dei sistemi complessi. Non coincide necessariamente con una grande battaglia o con un singolo evento facilmente identificabile: può essere il risultato dell’accumulazione di molte trasformazioni minori che, interagendo tra loro, finiscono per modificare la configurazione complessiva del sistema. Oltre quella soglia, il ritorno alle condizioni precedenti diventa sempre più difficile, improbabile o comunque estremamente costoso. A quel punto cambia anche la natura della negoziazione. Non si negozia più soltanto per interrompere i combattimenti o per comporre le ragioni che avevano originariamente prodotto il conflitto. Si negozia all’interno di un sistema strategico diverso, nel quale la guerra ha creato nuovi rapporti di forza, nuovi interessi, nuove vulnerabilità e nuove percezioni della sicurezza.

È questo uno degli errori più frequenti nell’analisi dei conflitti: immaginare la pace come un ritorno allo status quo ante. Dopo una guerra sufficientemente lunga, quello status quo spesso non esiste più. Anche quando cessano i combattimenti, molte delle trasformazioni prodotte dal conflitto continuano a operare. La domanda decisiva diventa allora non soltanto come terminerà la guerra, ma quale sistema emergerà dalla guerra.

 

I limiti dell’influenza delle grandi potenze

 

Esiste poi una seconda convinzione che merita di essere riesaminata: l’idea che una grande potenza, fornendo armi, intelligence, sostegno economico o protezione diplomatica, possa esercitare sul Paese sostenuto un’influenza proporzionata alle risorse messe a disposizione.

L’esperienza recente mostra una realtà più complessa. Gli Stati Uniti dispongono ancora di capacità militari, finanziarie, tecnologiche e diplomatiche di straordinaria ampiezza. Eppure, hanno incontrato notevoli difficoltà nell’orientare stabilmente le decisioni di partner ai quali hanno fornito un sostegno determinante, dall’Ucraina a Israele e, precedentemente, in altri conflitti regionali.

Non si tratta necessariamente di una perdita di potenza americana. Il problema è più profondo: la disponibilità di potere non coincide con la capacità di trasformarlo in influenza politica.

Ogni Stato interpreta infatti la guerra attraverso la propria percezione della sopravvivenza, della sicurezza e dell’interesse nazionale, vale a dire attraverso i propri imperativi geopolitici. L’Ucraina combatte per l’Ucraina, non per gli Stati Uniti. Israele combatte secondo ciò che considera necessario alla propria sicurezza, non secondo una strategia elaborata a Washington. Lo stesso principio vale, con modalità diverse, per gli altri attori del sistema internazionale.

Le grandi potenze possono fornire capacità, creare incentivi, imporre costi ed esercitare pressioni. Possono ampliare o restringere lo spazio delle opzioni disponibili, ma non possono presumere di orientare stabilmente le decisioni di Stati che percepiscono come vitali interessi diversi dai propri. Anzi, la relazione di influenza può diventare bidirezionale: gli Stati sostenuti non sono semplicemente destinatari dell’influenza delle grandi potenze, ma attori strategici che cercano a loro volta di condizionare le decisioni del Paese che li sostiene, utilizzando il proprio valore geopolitico, la propria posizione nel conflitto e le conseguenze che un eventuale fallimento produrrebbe anche per il sostenitore. Il fenomeno non riguarda soltanto il sistema occidentale. Il rapporto tra Cina e Russia non implica identità di interessi: la convergenza strategica convive con priorità nazionali che non necessariamente coincidono. Analogamente, gli attori regionali sostenuti dall’Iran conservano propri obiettivi, interessi e margini di autonomia. Dinamiche simili caratterizzano i rapporti tra le grandi potenze e numerosi Paesi del cosiddetto Sud globale, sempre più inclini a costruire relazioni differenziate piuttosto che ad allinearsi stabilmente con un unico centro di potere. Il sistema internazionale appare quindi sempre meno riconducibile a una struttura lineare composta da potenze influenzanti e Stati influenzati. L’influenza è diventata più distribuita, negoziata e reciproca e, proprio per questo, più difficile da esercitare in modo stabile sui comportamenti altrui.

 

Le alleanze non eliminano gli interessi nazionali

 

Questo fenomeno riguarda anche le alleanze. Un’alleanza non cancella gli interessi nazionali e gli imperativi geopolitici dei suoi membri, ma cerca di renderli sufficientemente compatibili attorno a obiettivi strategici condivisi. La convergenza degli interessi, infatti, non implica la loro identità.

La coesione di un’alleanza dipende dalla capacità di mantenere questa compatibilità. Durante una guerra essa viene sottoposta a una pressione crescente, perché costi, rischi e percezioni della minaccia non sono distribuiti nello stesso modo tra tutti gli alleati.Un Paese geograficamente vicino al conflitto percepirà la minaccia diversamente da uno più lontano. Un Paese fortemente dipendente da determinate risorse energetiche sarà sottoposto a vincoli diversi rispetto a chi dispone di maggiore autonomia. Una potenza nucleare valuterà il rischio di escalation diversamente da uno Stato che affida la propria sicurezza anche alla deterrenza estesa di un alleato. Sono differenze che riflettono interessi nazionali differenti, ma anche imperativi geopolitici che un’alleanza può comporre, non eliminare. La guerra rende visibili queste differenze ma, quando si prolunga, può fare qualcosa di più: può modificare progressivamente la convergenza strategica sulla quale la coesione dell’alleanza era stata costruita. La deterrenza nucleare, d’altra parte, non interrompe la competizione permanente, ma ne modifica soglie, forme e spazi. Riduce la probabilità di uno scontro diretto esistenziale tra potenze nucleari senza eliminare la conflittualità, che può continuare attraverso guerre convenzionali, conflitti per procura, operazioni cyber, coercizione economica e competizione nei domini informativo e cognitivo.

 

Nelle guerre lunghe conta la capacità di resistere

 

Quando il conflitto si prolunga emerge una variabile spesso sottovalutata: la capacità di resistere e adattarsi nel tempo. La superiorità tecnologica e militare rimane fondamentale, ma non garantisce di per sé il successo politico. I talebani ne costituiscono uno degli esempi più evidenti. Non avevano bisogno di diventare militarmente superiori agli Stati Uniti, ma dovevano riuscire a prolungare il conflitto oltre la disponibilità politica americana a sostenerne indefinitamente i costi. In quella competizione profondamente asimmetrica, il tempo divenne una risorsa strategica.

Il principio vale, con le necessarie differenze, anche nei conflitti tra Stati. Nelle guerre prolungate non competono soltanto gli eserciti, ma interi sistemi nazionali: capacità industriale, risorse economiche e finanziarie, disponibilità demografica, innovazione tecnologica, coesione politica, resilienza sociale, solidità delle istituzioni e sostegno internazionale. Conta soprattutto la capacità di rigenerare nel tempo le risorse consumate dal conflitto e di adattare organizzazioni, tecnologie e strategie all’evoluzione dell’avversario e dell’ambiente. La durata della guerra modifica quindi anche il significato della superiorità. Non prevale necessariamente chi dispone della maggiore quantità di risorse all’inizio del conflitto, ma chi riesce più a lungo a conservarle, rigenerarle, adattarle e trasformarle in capacità politica e militare.La guerra prolungata diventa così una competizione tra capacità di resistenza, rigenerazione e trasformazione che possiamo definire, nel loro insieme, capacità adattive.

 

Dalla gestione alla navigazione

 

Arriviamo allora alla questione centrale. Se la guerra fosse un sistema lineare, sarebbe possibile definirne gli obiettivi, individuare le risorse necessarie, calcolare costi e benefici e governarne razionalmente l’evoluzione. Ma la guerra non è un sistema lineare e, quando si prolunga, aumenta ulteriormente il numero delle interazioni, dei feedback e degli effetti emergenti che nessuno degli attori è in grado di controllare completamente.La guerra assume così sempre più chiaramente le caratteristiche di un sistema complesso, nel quale gli attori si adattano continuamente gli uni agli altri e alle nuove situazioni emergenti, modificando con le proprie decisioni il sistema nel quale continuano a operare. Gli attori apprendono, le tecnologie evolvono, gli interessi cambiano, le alleanze reagiscono e le società modificano le proprie percezioni. Ogni decisione modifica il contesto nel quale verrà assunta quella successiva e può produrre conseguenze diverse da quelle previste. Per questo, con l’aumentare della complessità e dell’incertezza, diminuisce la possibilità di gestire l’evoluzione complessiva della guerra e aumenta la necessità di navigarla. La distinzione non è semantica. Gestire significa poter disporre di una conoscenza sufficientemente affidabile delle variabili, delle probabilità e delle relazioni di causa ed effetto per valutare alternative e conseguenze. È prevalentemente il dominio del rischio, nel quale gli strumenti del management consentono di pianificare, allocare risorse, valutare probabilità e controllare gli scostamenti rispetto agli obiettivi. Navigare significa invece operare quando alcune variabili decisive non sono conosciute, le probabilità non possono essere stimate con sufficiente affidabilità e le interazioni tra gli elementi del sistema possono produrre effetti emergenti difficilmente prevedibili. È il dominio dell’incertezza, nel quale la qualità della leadership diventa determinante: non perché possa eliminare l’incertezza, ma perché deve saper decidere al suo interno, interpretare segnali incompleti, preservare margini di manovra e adattare continuamente la direzione all’evoluzione del sistema.

In queste condizioni la strategia non può consistere nella previsione del futuro. Deve costruire soprattutto capacità di adattamento: diversità delle opzioni, ridondanza, modularità, feedback rapidi, sperimentazione, apprendimento continuo e capacità di modificare la direzione quando l’evoluzione del sistema rende inadeguate le decisioni precedenti. Navigare, tuttavia, non significa rinunciare alla strategia o accettare passivamente l’incertezza. Significa riconoscere i limiti della previsione, preservare capacità adattive e margini di manovra sufficienti per rispondere all’evoluzione del sistema e, quando possibile, influenzarla prima che attraversi soglie oltre le quali può assumere configurazioni profondamente diverse.

 

Vincere la guerra o vincere la competizione?

 

La domanda strategica fondamentale dovrebbe essere posta prima di entrare in un conflitto o, quando questo viene imposto, fin dalle sue fasi iniziali: come vogliamo essere posizionati quando questa guerra sarà terminata? Non basta sapere quale territorio difendere o quale capacità militare dell’avversario neutralizzare. Occorre stabilire cosa significhi vittoria e, soprattutto, quali condizioni debbano esistere il giorno successivo perché una vittoria militare non si trasformi in una sconfitta strategica. La guerra, infatti, consuma proprio le risorse necessarie alla competizione futura: economia, demografia, industria, tecnologia, capitale politico, consenso, credibilità internazionale e coesione delle alleanze. È quindi possibile vincere militarmente una guerra e perdere la competizione strategica nella quale quella guerra era inserita. Ed è possibile che un attore apparentemente più debole finisca per prevalere perché dispone di maggiori capacità di resistenza e adattamento, o semplicemente perché riesce a sostenerne i costi più a lungo dell’avversario. La strategia dovrebbe servire precisamente a evitare questo paradosso. La guerra non rappresenta la conclusione della competizione strategica, ma uno dei suoi possibili passaggi, certamente il più violento, costoso e imprevedibile. Quando non viene contenuta nelle sue fasi iniziali, modifica progressivamente il campo strategico sul quale Stati e alleanze dovranno continuare a competere. Per questo uno Stato non dovrebbe domandarsi soltanto se possiede la forza necessaria per entrare in guerra o per sostenere una guerra che gli viene imposta. Dovrebbe porsi una domanda molto più difficile: quale potenza sarò quando ne uscirò? È questa, forse, la vera misura della vittoria.

 

Pasquale Preziosa

 

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