Il Congresso statunitense può preservare la NATO e la Groenlandia per proteggere la pace dalle minacce dell’amministrazione Trump
Non è mai capitato che un presidente degli Stati Uniti, pur di perseguire i suoi obiettivi interni e internazionali, utilizzi la violenza minacciosa per acquisire la Groenlandia attraverso il ricorso allo strumento della forza militare o, in alternativa, con il negoziato accompagnato da ogni forma coercitiva. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che vorrebbe raggiungere un accordo nella maniera più semplice ma, se non dovesse raggiungere tale obiettivo, intraprenderebbe la strada più complessa. Dopo l’audace e tatticamente riuscita della cattura e consegna del presidente venezuelano Nicolas Maduro, nessuno ha dubbi circa la gravità della minaccia che potrebbe concretizzarsi celermente con l’uso della forza per conquistare la Groenlandia. L’arresto di Maduro dà credito alla successiva vanteria dell’inquilino della Casa Bianca, secondo cui quando esercita la sua autorità di comandate in capo, non è vincolato da alcuna legge, ma solo dalla sua stessa moralità.
La cattura di Maduro ha rappresentato un vero e palpabile atto di aggressione militare e l’avvio di un conflitto bellico di carattere internazionale, il tutto in violazione della Carta delle Nazioni Unite contro l’uso non consentito dell’strumento coercitivo di forza, non solo, ma anche in contrasto con oltre anni di diplomazia statunitense dalla fine del secondo conflitto mondiale, pianificata primariamente per costituire e rafforzare un ordine internazionale basato su regole e finalizzato ad evitare l’ingresso statunitense in un qualsiasi conflitto bellico. A prescindere la violazione dell’amministrazione statunitense al corpus delle norme internazionali, l’inquilino dello Studio Ovale ha persino non tenuto in considerazione l’autorità costituzionale del Congresso, composto da una Camera dei Rappresentanti e da un Senato, esercitante il potere legislativo federale, di dichiarare guerra e i relativi requisiti di consultazione imposti dal sistema dei c.d. poteri di guerra (War Powers Resolution), uno strumento volto a garantire la futura cooperazione fra l’esecutivo e il legislativo in merito alla decisione sul ricorso alla forza militare, nel senso che tali poteri di guerra e del conseguente uso della forza armata potevano essere riconosciuti al Presidente, previa dichiarazione di guerra con legge del Congresso o in caso di pericolo imminente che potesse minacciare l’integrità territoriale degli Stati Uniti d’America.
Le dichiarazioni di Donald Trump attorno alla vicenda groenlandese, pertanto, costituiscono chiari segnali della sua determinazione a continuare con il suo scellerato atteggiamento. Sfortunatamente per le ambizioni imperiali di Trump – ma fortunatamente per lo stato di diritto, l’interesse nazionale statunitense e la stabilità internazionale – la capacità dell’inquilino della Casa Bianca di eseguire qualsiasi condotta aggressiva manu militari contro il territorio insulare della Groenlandia viene perimetrata da una legge aggiuntiva (22USC1928F), la quale non poteva essere applicata al caso del Venezuela perché non è uno membro della NATO, sulla Limitazione del recesso dall’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, che è stata concepita per impedire al Presidente di alterare materialmente i rapporti dell’esecutivo statunitense con l’Alleanza atlantica e il Trattato di Washington del 1949, senza la previa approvazione del Congresso. Oltre ai requisiti di consultazione e notifica tale documento contiene due disposizioni principali: in primo luogo, un ampio divieto di ritiro dalla NATO o di adozione di ulteriori misure analoghe che danneggerebbero materialmente i rapporti degli Stati Uniti con l’Alleanza atlantica e, in secondo luogo, una limitazione all’impiego dei fondi stanziati, talché al Presidente verrebbe impedito di utilizzarli per attuare le azioni inibite dalla legge aggiuntiva. In essa viene sancito la clausola che «il Presidente non potrà sospendere, terminare, denunciare o ritirare gli Stati Uniti dal Trattato del Nord Atlantico, stipulato a Washington il 4 aprile 1949, se non su consiglio e con il consenso del Senato, a condizione che due terzi dei senatori presenti siano d’accordo, o in conformità con una legge del Congresso» e nell’ulteriore clausola è enucleato che «nessun fondo autorizzato o stanziato da alcuna legge può essere utilizzato per sostenere, direttamente o indirettamente, alcuna decisione da parte di un funzionario del governo degli Stati Uniti di sospendere, terminare, denunciare o ritirare gli Stati Uniti dal Trattato del Nord Atlantico, stipulato a Washington, DC, il 4 aprile 1949, se non su consiglio e con il consenso del Senato, a condizione che due terzi dei senatori presenti siano d’accordo, o in conformità con una legge del Congresso».
L’applicabilità di questa legge deriva dallo status della Groenlandia come territorio autonomo, ma territorialmente legato al Regno di Danimarca, e dal fatto che quest’ultimo è Paese membro della NATO, per cui la Groenlandia rientra nell’ambito dell’applicazione geografica dell’articolo 5 del Patto atlantico. Sebbene l’amministrazione Trump affermerà che, non avendo alcuna intenzione di recedere formalmente dal Trattato di Washington del 1949, «la legge aggiuntiva non è applicabile all’odierna situazione»; tale affermazione sarebbe ritenuta non credibile. Un tentativo degli Stati Uniti di appropriarsi militarmente dell’isola groenlandese costituirebbe un plausibile attacco contro la sovranità e l’integrità territoriale danese e, in applicazione dell’articolo 5 del Patto della NATO, un attacco nei confronti del resto degli Stati membri dell’Alleanza atlantica. Non solo questo attacco potrebbe comportare istantaneamente, direttamente oppure costruttivamente la violazione di ciascuno dei divieti enunciati prima (la sospensione, la conclusione, la denuncia o il ritiro) – il che sta ad indicare che porterebbe invariabilmente alla denuncia, alla risoluzione, al ritiro e alla sospensione degli Stati Uniti dal Trattato del Nord Atlantico –, ma porterebbe necessariamente anche al depauperamento della NATO stessa nella sua forma attuale, mentre gli Stati Uniti dichiarano guerra agli Alleati.
Poiché queste conseguenze non hanno via di scampo, qualsiasi ordine dell’inquilino della Casa Bianca di lanciare un attacco militare alla Groenlandia innesca l’automatica valvola del blocco dei fondi autorizzati o stanziati che sarebbero necessari per avviare l’atto aggressivo contro il territorio groenlandese. Inoltre, sebbene il governo di Trump non solo ha pianamente avviato una deliberazione sull’intraprendere un atto militare contro il Regno di Danimarca e la Nato, ma, a quanto pare, ha già ordinato l’inizio della pianificazione militare, i requisiti vincolanti di consultazione e di notifica sono stati già attivati. Partendo all’obbligo di consultazione, la legge aggiuntiva (22USC1928F) stabilisce che «prima della notifica descritta nel paragrafo (2), il Presidente si consulterà con la Commissione per le relazioni estere del Senato e con la Commissione per gli affari esteri della Camera dei rappresentanti in relazione a qualsiasi iniziativa volta a sospendere, terminare, denunciare o ritirare gli Stati Uniti dal Trattato del Nord Atlantico»; mentre l’obbligo della notifica statuisce che «il Presidente deve notificare per iscritto alla Commissione per le relazioni estere del Senato e alla Commissione per gli affari esteri della Camera dei rappresentanti qualsiasi deliberazione o decisione di sospendere, terminare, denunciare o ritirare gli Stati Uniti dal Trattato del Nord Atlantico, il prima possibile e in ogni caso non oltre 180 giorni prima di intraprendere tale azione». Ora, non si ha notizia se l’amministrazione trumpiana abbia rispettato uno di questi due corollari previsti dalla legge aggiuntiva; se così fosse, li avrebbe già violati.
La ripartizione delle competenze costituzionali fra il Congresso e l’organo governativo in materia di questioni afferenti alla politica estera, inclusa la facoltà di recedere dai trattati, su cui la Costituzione statunitense non dice nulla, è stata classicamente oggetto di controversia giuridica fra i due organi politici. Visto che si tratti di un tema abbastanza cesellato attorno al Trattato di Washington del 1949, vi è, tuttavia, una salda argomentazione in base alla quale l’affermazione da parte del Congresso di una misura di controllo legislativo, volta a custodire i rapporti fra la Confederazione statunitense e la NATO, dovrebbe avere la precedenza sull’intento dell’inquilino della Casa Bianca di voler staccare la spina dall’Organizzazione del Nord Atlantica.
In primo luogo, il Congresso vanta una lunga storia di profondo e costante coinvolgimento legislativo nelle relazioni fra gli Stati Uniti e l’Alleanza atlantica in generale e, in particolare, nell’ambito del Trattato della NATO; in secondo luogo, secondo gli obblighi giuridici del Congressional Research Service, considerati chiave degli Stati Uniti e dell’autorità congressuale del gennaio 2025, il Congresso può porre un divieto al ritiro unilaterale del Presidente da un trattato; in terzo luogo, il Congresso ha abbinato il divieto di risoluzione del trattato alla disposizione sulla limitazione dei fondi, coniugando, pertanto, con il suo insindacabile potere costituzionale di bilancio con quello della legislazione volta a proteggere l’organismo regionale dell’Alleanza atlantica. Questi fattori hanno portato il Congressional Research Service a concludere che, nel caso in cui l’amministrazione trumpiana dovesse rifiutare di conformarsi alla legge aggiuntiva (22USC1928F), potrebbe pianamente scoprire che il suo potere presidenziale rispetto a quello del Congresso sia arrivato al suo livello più basso nel contesto della cornice della ben nota sentenza del Youngstown Sheet & Tube Co. contro Sawyer del 1952. Dunque, nel caso in cui il Congresso cercasse di contestare i piani aggressivi del capo dell’amministrazione statunitense ai danni della Groenlandia, la legge aggiuntiva fornirebbe una solida base per contestare la condotta trumpiana.
Lo status, inoltre, del Trattato di Washington, come accordo basato su consultazione e consenso e il suo oggetto, suggerisce anche che l’autorità del Congresso possa regolamentare il ritiro, la sospensione o la denuncia. Sebbene l’accordo dell’Alleanza atlantica è considerato un trattato, adottato con l’approvazione dei due terzi del Senato, la richiesta di autorizzazione del Congresso per il recesso impone delle limitazioni al ritiro coerente con l’oggetto del trattato, che concerne i poteri di guerra fra il Congresso e il Presidente.
Le autorità danesi e groenlandesi hanno più volte manifestato la loro contrarietà all’annessione o alla vendita dell’isola all’esecutivo trumpiano, una posizione rafforzata dalla gran parte dell’opinione pubblica della Groenlandia e del Regno di Danimarca. Il governo di Copenaghen ha anche comunicato che sta rafforzando la sua presenza militare nel territorio insulare groenlandese e che ha già avviato delle consultazioni con gli alleati europei al fine di sollecitare un eventuale ulteriore supporto militare. Alcuni Paesi europei, come la Francia, la Germani e la Svezia, hanno già inviato truppe, anche se irrisorie, mentre il governo britannico sta valutando la possibilità di inviare alcuni soldati. I governi italiano e spagnolo, invece, pur non avendo ancora deciso se inviare i propri militari, tuttavia hanno condannato la minaccia di aggressione. Le autorità governative del Regno di Danimarca hanno dichiarato che, in caso di invasione, le loro unità militari hanno il dovere di difendere il territorio danese se sottoposto a un attacco bellico, anche attraverso l’adozione, qualora fosse necessario, di misure difensive immediate.
Le ripercussioni delle minacce da parte dell’inquilino dello Studio Ovale Trump contro l’isola groenlandese e il Regno di Danimarca sono già gravi, poiché hanno dimostrato all’Alleanza atlantica e al resto degli Stati europei che non sia possibile porre la fiducia agli Stati Uniti come alleati o come buoni vicini di casa e, cosa ancora peggiore, che gli Stati Uniti stessi rappresentano una concreta e tangibile minaccia militare.
Se l’amministrazione statunitense cercasse realmente di portare a termine l’accaparramento del territorio groenlandese, le conseguenze potrebbero essere totalmente peggiori. Con la NATO spaccata, l’Unione Europea, con la partecipazione del Canada e della Gran Bretagna, probabilmente risponderebbe con delle misure come l’interruzione della cooperazione di intelligence e militare, con la chiusura del proprio spazio aereo ai velivoli di linea battenti bandiera a stelle e a strisce, con la revoca di tutti i diritti di basi militari statunitense nei loro rispettivi territori, con la detenzione e il disarmo di tutto il personale militare statunitense e assumendo la custodia di tutto l’equipaggiamento militare sempre statunitense e, infine, trattenendo o limitando la libertà di movimento dell’intero personale diplomatico, degli organi dei servizi segreti e via discorrendo degli Stati Uniti.
Oltre a queste immediate conseguenze sulla sicurezza, verrebbero imposte celermente anche le sanzioni economiche, la cooperazione finanziaria e gli investimenti europei in strumenti di debito statunitense che subirebbero un crollo con l’Europa che cercherebbe di ridurre la sua dipendenza dal dollaro. Le vendite di prodotti o servizi statunitense verso il continente europeo subirebbero una drastica diminuzione, comprese le vendite di armi ed equipaggiamento militare, tanto da portare al collasso l’intera filiera industriale militare degli Stati Uniti. Per quanto dannose possano essere tali contromisure economiche e di sicurezza per gli Stati Uniti, l’impatto negativo dell’aggressione dell’amministrazione della Casa Bianca potrebbe essere catastrofico al di là dell’atlantico, nel senso che, oltre ai danni al Regno di Danimarca, l’impatto imminente si avvertirà nel suo complesso in Ucraina e in Europa. Sebbene il capo dell’amministrazione statunitense insista sulla questione che il possesso dell’isola groenlandese sia di vitale importanza per la protezione del territorio degli Stati Uniti e del continente europeo dalle ingerenze sino-russe, non si può che ritenere tale posizione e preoccupazione trumpiana sono del tutto infondate.
La proposta di valore, dall’angolatura commerciale, che Trump sembra avanzare sta nella ragione che gli Stati Uniti acquisiranno la Groenlandia, che, sebbene vasta, è ghiacciata e sterile, a costo di condurre una guerra di aggressione contro la Danimarca e la Groenlandia, come pure smantellare la NATO, interrompere le relazioni economiche, militari e politiche con l’UE, il Canada e la Gran Bretagna, sopportare sanzioni economiche e commerciali e, infine abbandonare il fruttuoso sforzo collaborativo per edificare un ordine internazionale basato sulle regole. Se questo è l’accordo proposto dall’attuale inquilino idiosincratico che occupa la Casa Bianca, la maggior parte dei cittadini statunitensi non avrà difficoltà a giungere alla conclusione che si tratta di una pianificazione da sciocchi, soprattutto dall’angolatura della sicurezza.
Per essere chiari, il principale beneficiario dell’aggressione trumpiana sarà la Russia, che non dovrà fare i conti con la barriera difensiva della NATO. L’errore grossolano, a parere dello scrivente, che Trump ha pianamente fatto, minacciando la Danimarca e la Groenlandia, è stato quello di aprire un secondo fronte, contribuendo ad alleviare la pressione sull’esercito, le finanze e la società della Russia, costituita dalla strenua difesa della sovranità ucraina e dal crescente supporto dei Paesi europei a sostegno dell’Ucraina. Le minacce trumpiane alla Groenlandia rendono ardui sia gli sforzi ucraini per rafforzare le proprie catene di approvvigionamento e per compensare il calo supporto statunitense, sia gli sforzi dell’UE di ricostruire il proprio esercito, incrementando il proprio livello di sostegno all’Ucraina.
Con simpatia si può fare dell’ironia sull’aspetto che il secondo fronte di Trump rispecchia quello lanciato da Roosevelt e Churchill, durante il secondo conflitto mondiale, con la differenza che gli Alleati lanciarono il D-Day con l’obiettivo di contribuire a salvare la democrazia, mentre l’attacco di Trump è progettato per promuovere obiettivi autocratici contrari all’interesse nazionale statunitense, ma congeniali alle ambizioni imperialistiche del Cremlino. Se la Russia continua ad avanzare, le cancellerie europee potrebbero trovarsi dinanzi alla difficilissima scelta di permettere al governo di Mosca di assorbire l’Ucraina oppure integrare lo Stato ucraino e il suo esercito altamente preparato e capace in Europa ed entrare in guerra difensiva contro la Federazione Russa, affiancando l’Ucraina stessa. Questo potrebbe degenerare in un conflitto bellico a livello planetario ancora più pericoloso; se ciò dovesse accadere, allora Trump e il suo staff si assumerebbero una parte molto consistente sia della colpa, sia della responsabilità.
In conclusione, si può ritenere che le minacce di aggressione militare da parte della Casa Bianca contro il territorio groenlandese, costituisce una pura follia e, se attuate, andrebbero a colpire i valori statunitensi, rendendo il mondo meno sicuro, mandando in frantumi la NATO, distruggendo le storiche relazioni fra Stati Uniti e Paesi europei e, infine, causando ulteriori danni incalcolabili agli interessi nazionali del Paese a stelle e a strisce. Il Congresso dovrebbe, a questo punto, togliere nell’immediato all’inquilino dello Studio Ovale il potere di avviare la minacciata guerra di aggressione, non provocata né dalla Danimarca, né dall’autogoverno della Groenlandia, non autorizzata e inutile, contro gli Alleati del Patto atlantico, privandolo dei mezzi finanziari e innescando i meccanismi previsti dalla legge aggiuntiva della Limitazione del recesso dall’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico.
