Il braccio di ferro sullo stretto di Hormuz fra illegalità iraniana e forza militare inefficace statunitense

Le autorità di Teheran sin dall’inizio del conflitto bellico contro Tel Aviv e Washington non hanno mai manifestato alcuna indicazione di voler rinunciare al controllo dell’arteria hormuzana, pur avendo lo Studio Ovale concordato una sospensione di un paio di settimane nel proseguire con gli attacchi verso il territorio iraniano, anche se Theran continui ad esercitare fattualmente il controllo sullo Stretto di Hormuz. Il capo della diplomazia iraniana ha dichiarato che le imbarcazioni che intendono attraversare lo stretto devono coordinarsi direttamente con le autorità militari iraniane, fatte salve, non meglio specificate, perimetrazioni tecniche: una posizione che corrisponde ad un’affermazione unilaterale di sovranità su uno dei punti strategici di mare altamente critici al mondo. L’inquilino della Casa Bianca, nel contempo, ha promesso che il suo Paese contribuirà a ridurre il traffico nell’arteria contesa, ma tale impegno rimane vago ed è tutt’altro che sicuro, giacché non si comprende se le forze navali battenti bandiera a stelle e a strisce avranno un ruolo. Appena è scoppiato il conflitto militare, le autorità iraniane hanno deviato il traffico marittimo commerciale attraverso le sue acque territoriali e ha imposto una tassa di transito, considerato un pedaggio illecito di Teheran, previsto nell’accordo del fragile cessate il fuoco che non sembra destinato al suo smantellamento.

Gli Stati Uniti devono delineare la portata operativa del loro impegno navale nello Stretto di Hormuz; in aggiunta, le limitazioni tecniche autoproclamate da Teheran devono essere non accettate dalla comunità internazionale e non rese permanenti, cioè a dire che perimetrare il transito mediante il collo di bottiglia hormuzano non può essere compatibile con la libertà di navigazione assicurata e protetta dall’ombrello del diritto internazionale. Si è avuto modo di focalizzare le principali problematiche giuridiche ed operative nello stretto hormuzano, non appena è incominciato lo scontro armato fra i tre soggetti iraniano, da una parte, e israeliano-statunitense, dall’altro, valutando la sua chiusura avrebbe fornito agli iraniani un ampio vantaggio strategico. L’Iran ha dimostrato di poter negare il transito a un costo accettabile per sé stessa e alcuna plausibile opzione militare statunitense possa invertire la rotta di questa situazione in modo affidabile in un lasso di tempo circoscritto, anche se essa sia stato indebolito militarmente, ma non dall’essere stato sconfitta, anzi ha mostrato la capacità di lanciare attacchi a centinaia di chilometri dal suo territorio, abbattendo contemporaneamente un F-15E Strike Eagle battente bandiera statunitense, uno dei velivoli più sofisticati dell’arsenale degli Stati Uniti.

Se si arrivasse ad una conclusione logica, il quadro sarebbe inquietante, nel senso che Teheran ha acquisito la capacità di controllare l’arteria hormuzana, con molta probabilità, a tempo indeterminato o sine die. Non appare certo che una forza militare schiacciante possa da sola mutare tale scenario; ciò che serve, in concreto, è sia uno sforzo pedissequo da parte della comunità internazionale per fare in modo che l’arteria di Hormuz resti aperta giorno e notte, sia una soluzione per via diplomatica al fine di ripristinare i diritti di transito e la piena libertà di navigazione. Nessuna delle due, purtroppo, sembra alla situazione attuale concretizzabile e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha appena respinto la bozza di risoluzione S/2026/273, presentata dal delegato del Bahrein, ma non approvata a causa del veto posto dai delegati cinese e russo, volta a imporre all’Iran di aprire lo Stretto di Hormuz. Si sta assistendo a un fondamentale errore di valutazione dell’influenza iraniana e dei limiti della potenza statunitense nel raggiungimento di maggiori obiettivi strategici.

L’amministrazione trumpiana ha optato a tenere alta la sua attenzione quasi esclusivamente sulla forza manu militari, minacciando di bombardare l’intero territorio iraniano per riportarlo all’era della pietra e annientare un’intera civiltà, pur pretendendo che altri Paesi si assumessero la responsabilità della riapertura della strozzatura hormuzana.

Le conseguenze economiche sono state gravi per l’intero pianeta, dato che lo Stretto di Hormuz costituisce una fetta delle forniture di greggio a livello planetario e gran parte dei Paesi asiatici dipendono totalmente dalle fonti energetiche mediorientali. Attualmente, anche se vi è un leggero spiraglio, ancora navigano poche navi in tale stretto con le autorità iraniane che controllano l’accesso in modo selettivo. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha delineato il blocco come il più grave di quelli degli anni precedenti sia del secolo scorso, che di quello in corso, dove le ripercussioni si sono estese oltre i mercati energetici, come le spedizioni dei fertilizzanti bloccati, causando forti preoccupazioni per la sicurezza alimentare, aggiungendo anche i mercati dell’alluminio e dell’elio che sono stati gravemente colpiti.

Gli iraniani hanno tratto insegnamenti espliciti da questa situazione di crisi e ora sta tentando di istituzionalizzare il loro controllo, nel senso che, anziché chiudere indiscriminatamente la strozzatura hormuzana, il governo di Teheran ha trasformato l’ingresso in un’arma, optando per una strategia selettiva; difatti, il loro Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha annunciato che alle navi provenienti dalla Cina, dall’India, dall’Iraq e dal Pakistan verrà concesso il libero transito, mentre il Parlamento iraniano si è mosso per formalizzare la sovranità e il controllo iraniano sull’arteria hormuzana, creando un meccanismo di riscossione di pedaggi che il Consiglio di Cooperazione del Golfo ha confermato già che è operativo, in flagrante violazione del diritto internazionale marittimo. Da notare, come è stato già evidenziato sopra, che sia il delegato russo, che quello cinese hanno votato contro la bozza di risoluzione, presentato dal delegato del Bahrein in senso all’organo politico onusiano, un risultato non sorprendente considerando che l’Iran favorisce le navi battenti bandiera russa e cinese.

Teheran pare ricercare un’autorità legale a quella che la Turchia detiene sugli stretti dei Dardanelli, in virtù della Convenzione di Montreux del 1936, o a quella che l’Egitto esercita imponendo pedaggi per il transito nel Canale di Suez. La Convenzione del 1936 autorizza la Turchia a disciplinare il passaggio delle navi da guerra attraverso gli stretti in tempo di guerra, per controllare il passaggio delle navi militari attraverso gli stretti in caso di conflitto, un’autorità che Ankara invocò all’inizio del conflitto russo-ucraino.

L’arteria di Hormuz opera sotto un sistema giuridico del tutto diversificato: si tratta di uno stretto internazionale regolato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare che stabilisce un diritto di transito non negoziabile, che non può essere sospeso e neppure ostacolato, per cui tutte le navi godono di tale diritto di transitare senza che venga imposto loro alcun divieto nel rispetto della libertà di navigazione. L’Iran è andato oltre, nel senso che, tra le condizioni per la fine del conflitto, vi è il riconoscimento netto della sovranità iraniana sul collo di bottiglia hormuzano, con una legislazione in fase di approvazione per codificare per via formale la sovranità, il controllo e la supervisione iraniana sull’arteria hormuzana e costituire un flusso di entrate permanenti mediante la riscossione di tasse, un accordo che l’Iran ha definito totalmente naturale. Gli iraniani, tout court, stanno sfruttando la crisi per tentare una revisione completa delle norme basilari che regolano il transito; tale revisione va ben oltre qualsiasi cosa che gli Stati Uniti potrebbero de jure accettare o logicamente concordare. È necessario, nel contempo, compiere ogni sforzo per resistere a questo tentativo, per cui la sola forza militare non sarà sufficiente a riaprire il collo di bottiglia di Hormuz.

L’Iran e gli Stati Uniti hanno da tempo divergenze sull’applicabilità della Convenzione delle Nazioni Unite del Diritto del Mare sullo Stretto di Hormuz, una controversia che è stata definita un vortice giuridico. L’interpretazione, ergo, più corretta sta nella ragione che il diritto in transito sia un diritto fondamentale, secondo il sistema dello jus cogens e della Convenzione sul diritto marittimo; non si tratta di un privilegio che le autorità iraniane possono concedere o monetizzare a propria discrezione, cioè a dire che, poiché l’Iran e gli Stati Uniti non hanno mai ratificato la Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare, il sistema di transito per gli stretti internazionali viene lato sensu considerato come dicitura dello jus cogens, vincolante erga omnes cioè per ciascuno Stato, a prescindere dal loro status di ratifica, per cui la chiusura da parte dell’Iran viola tali obblighi almeno in tre aspetti. Lo Stretto di Hormuz, in primis, è un’arteria usata per la navigazione internazionale che collega una parte della zona economica esclusiva all’all’altra, ovvero che mette in comunicazione due porzioni di mare in cui la navigazione è libera. Gli stretti internazionali, ai sensi del diritto internazionale marittimo, determinano pianamente che tutte le navi, i sottomarini e gli aeromobili godono del diritto di transito, che non può essere impedito, in quanto comporta la libertà di navigazione. Tale diritto non viene sospeso quando è in corso un conflitto bellico, giacché la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare non prevede la sua cessazione automatica in tempo di guerra.

Il pedaggio di transito imposto da Teheran, in secondo luogo, viola il divieto di imporre oneri o il pagamento di una somma di danaro alle navi straniere per il solo fatto di transitare, salvo che a titolo di pagamento del corrispettivo per servizi ricevuti in ragione del transito, ovvero come pagamento per specifici servizi resi alla nave in transito, applicati senza alcuna discriminazione (art.26). La tassa imposta dall’Iran non è collegata ad alcun servizio, tanto meno applicata senza discriminazione, anzi si tratta proprio di un pedaggio selettivo imposto a fini meramente coercitivi.

Il tentativo di Teheran, in terzo luogo, di rivendicare un’analoga autorità a quella di Montreux sull’arteria hormuzana non ha fondamento giuridico, per la mera ragione che la Convenzione di Montreux è antecedente alla Convenzione di Montego Bay e preserva simpliciter le convenzioni internazionali in vigore da lungo tempo (articolo 35, lettera c). Quest’eccezione riflette lo specifico accordo storico, firmato dalla Turchia il 20 luglio 1936 a Montreux, che non può essere un modello applicabile per similitudine ad altri Stati che si affacciano sullo stretto, nel senso che non esiste una Convenzione sullo Stretto di Hormuz e l’Iran non può costituirne una mediante la rivendicazione unilaterale; gli iraniani potrebbero sostenere che la guerra stessa giustifichi misure straordinarie, tuttavia, una discutibile base giuridica per il conflitto non comporta la sospensione dei diritti di transito che colpiscono indistintamente belligeranti e non belligeranti, per cui la navigazione marittima non perde i propri diritti solo per il semplice fatto che gli Stati Uniti abbiano intrapreso una guerra de jure contestata. L’Iran di certo ha correttamente diagnosticato l’importanza strategica dell’arteria hormuzana e trasformato la geografia in potere coercitivo in un modo a cui né i raid aerei, né le forze terrestri sono state sinora in grado di rispondere.

La Casa Bianca ha risposto allo stallo strategico schierando le sue migliori risorse militari, mentre il Dipartimento alla Difesa ha ordinato l’invio, nella regione contesa, di soldati della forza di intervento rapido della divisione aviotrasportata, che si aggiungono ad altri marines, con mezzi d’assalto anfibi e velivoli da combattimento. La missione principale è la conquista dell’isola di Khārg, ubicata nella parte settentrionale del Golfo Persico, che gestisce il novanta per cento delle esportazioni dell’oro nero iraniano, nella convinzione che il controllo della principale fonte di reddito degli iraniani li costringerebbero a riaprire la strozzatura hormuzana. Alcune fonti indicano che gli statunitensi stanno già colpendo obiettivi sull’isola di Khārg, potenzialmente come preludio ad un’operazione anfibia di vasta scala.

La prima sfida per qualsiasi forza che prenda di mira l’isolotto Khārg è semplicemente poterla raggiungere e ciò sta ad indicare che attraversare il collo di Hormuz, dove enormi sciami di velivoli senza pilota o droni, piccole imbarcazioni cariche di esplosivo e missili antinave saranno diretti contro qualsiasi gruppo anfibio pronto all’attacco. Anche ammesso che le truppe statunitense riescano a passare, l’isola stessa rappresenta l’ulteriore problema costituito dal fatto che le autorità iraniane hanno installato nuove difese aeree e, forse, mine navali attorno alla piccola isola Khārg e rafforzato la sua guarnigione proprio in previsione di un assalto da parte delle forze armate a stelle e a strisce; l’Iran, difatti, ha già piazzato una serie di trappole sul lembo territoriale insulare e ha fatto tutto il possibile per prepararsi a colpire i marines presenti.

Ipotizzando un eventuale successo tattico, l’operazione può fallire a livello strategico, nel senso che una guarnigione di uomini in divisa statunitense a Khārg diventi l’obiettivo militare maggiormente prevedibile del teatro operativo perché Teheran non ha bisogno di sconfiggere tutte le forze armate degli Stati Uniti per neutralizzare l’operazione, ma gli è sufficiente colpire una sola volta le infrastrutture di stoccaggio del terminal petrolifero. Gli iraniani hanno pianamente minacciato di ridurre in cenere le installazioni petrolifere legate agli statunitensi qualora venissero presi di mira. Vige, tuttavia, un problema strutturale ben più profondo: anche se gli statunitensi dovessero conquistare l’isolotto Khārg, gli iraniani hanno dimostrato di essere in grado di sostenere le loro operazioni pure senza il milione di barili al giorno che l’isola rappresenta in termini di entrate da esportazione. Ancora più preoccupante è l’arsenale iraniano di droni Shaheed a un costo irrisorio che può interrompere il traffico marittimo per miliardi di dollari, danneggiare gli impianti energetici in tutta l’area del Golfo Persico e imporre de facto con la sola minaccia di un attacco. L’Iran, infatti, ha già colpito, appena il conflitto bellico è iniziato, le forze statunitense con droni che hanno raggiunto la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita.

È vero che gli Stati Uniti mantengono una schiacciante superiorità militare in termini convenzionali, ma questa crisi non è stata una prova di dominio convenzionale, anzi è stata una prova della capacità di tale dominio che si traduce in controllo di un’arteria marittima contesa, a fronte di un rifiuto asimmetrico e persistente. L’Iran ha dimostrato di non aver bisogno di sconfiggere le truppe degli Stati Uniti per raggiungere i suoi obiettivi, ma gli è sufficiente rendere il transito attraverso il collo di bottiglia hormuzano abbastanza rischioso, imprevedibile e costoso da neutralizzare il traffico marittimo dell’intero pianeta o costringerlo ad accettare le sue condizioni. Questa è la realtà strategica importante per gli iraniani che, quando impongono la loro autorità, il corridoio hormuzano non può essere riaperto in modo affidabile con la sola forza non celermente, non a basso costo e non senza un pericolo inaccettabile di escalation e di ampie perturbazioni regionali; persino le operazioni tattiche di successo, a prescindere se siano esse attacchi all’isolotto Khārg o perimetrati scontri marittimi, non risolvono la questione di fondo del persistente e poco costoso blocco di mare lungo una costa vasta e duramente contesa.

Se lo Stretto di Hormuz dovesse riaprirsi davvero (purtroppo mentre si scrive, è giunta notizia che l’Iran ha deciso di richiuderlo dopo la tregua concordata con la Casa Bianca a causa degli attacchi israeliani sul Libano) non basterebbero le dimostrazioni di potenza militare, ma occorrerebbe uno sforzo multinazionale coordinato per ripristinare la fiducia nel transito marittimo, che, con molta probabilità, ingloberebbe scorte navali, garanzie assicurative e un impegno diplomatico costante con gli attori regionali. Gli Stati Uniti, idealmente, dovrebbero guidare questo sforzo, ma l’inquilino dello Studio Ovale ha isolato la Nato e altri alleati chiave con minacce di attacco alla Groenlandia, imponendo dazi doganali elevatissimi e offendendo con insulti gli Stati con attacchi ad personam.

Un segnale promettente è giunto dal governo di Londra che ha riunito i ministri degli esteri di altri Paesi per discutere attorno alle modalità di riapertura dello Stretto di Hormuz: un primo passo su cui costruire. Tutte le opzioni dovrebbero essere prese in considerazione, compreso il cambio di bandiera delle petroliere e lo svolgimento di operazioni di scorta simili a quelle adoperate durante la Guerra delle Petroliere del 1988. Purtroppo, nulla di tutto ciò appare all’orizzonte per il mero fatto che non è semplice attraversare l’arteria hormuzana vista la sua pericolosità costituita dalla presenza militare iraniana e la minaccia di un attacco missilistico o con dronti contro le petroliere. L’apertura di tale stretto richiede una soluzione attraverso i negoziati con il fine di preservare la struttura giuridica senza cadere nel tentativo dell’Iran di modificarla riscrivendone un’altra.

 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Previous Story

Masiello: «Così cambia l’Esercito italiano, corsa al recupero delle capacità tra guerra moderna e intelligenza artificiale»

Next Story

Tregua USA – Iran: la marginalità europea nel Medioriente

GoUp