Il fianco orientale dell’Europa sta subendo uno dei preparativi di difesa strategicamente calibrato dalla fine del contrasto Est-Ovest, ossia della Guerra Fredda. I governi estone, lettone e lituano stanno coordinando la costruzione della linea di difesa baltica, ovvero la fortificazione lungo le frontiere con Bielorussa e Russia. L’iniziativa è volta a ritardare e incanalare qualsiasi potenziale avanzata russa, per guadagnare tempo per lo schieramento di rinforzi, come viene sancito dal Patto atlantico e per imporre costi operativi all’aggressore.
Sebbene la logica militare sia chiara, una questione chiave gira attorno a come queste misure possano viaggiare sul medesimo binario del diritto dei conflitti armati. Ora, il problema non concerne il fatto se la costruzione rientri nella sua liceità, ma se promuova concretamente l’obiettivo fondamentale delle disposizioni del diritto dei conflitti armati, cioè, la protezione dei civili. Bisogna a questo punto focalizzare l’analisi che si fonda sul modo in cui le fortificazioni bilanciano i canoni giuridici interconnessi del parametro della necessità militare e degli obblighi enucleati nel I Protocollo addizionale alle IV Convenzioni di Ginevra, per cui merita una minuziosa attenzione l’obbligo di intraprendere misure miranti all’allontanamento dei civili e a distinguere gli obiettivi civili da quelli militari ed evitare che tali obiettivi vengano collocati in zone densamente popolate o in prossimità di esse.
Gli Stati baltici con le loro dichiarazioni estone, lettone e lituano presentano la c.d. linea di difesa baltica come un sistema di posizioni difensive stratificate, pianificate per incanalare e ritardare l’avanzata dell’avversario, piuttosto che come una barriera statica da mantenere ad ogni costo. Questa cornice evidenzia l’interoperabilità prevista dalla linea di difesa baltica con i progetti di difesa regionale della NATO e la sua integrazione in più ampi concetti operativi multinazionali. Il sistema è in fase di costruzione su tre livelli principali: lungo le probabili vie di avvicinamento, identificate mediante la pianificazione operativa congiunta NATO-Baltico, sono previsti ostacoli ingegnerizzate e barriere anticarro, abbinati a postazioni a tiro preventivamente rilevate per armi anticarro; bunker di fanteria rinforzati, sistemi di trincee e posti di comando formano campi di fuoco interconnessi, offrendo al contempo riparo da attacchi di artiglieria e aerei; e, infine, torri di osservazione, sensori terrestri e meccanismi integrati di ricognizione con droni che forniscono dati in tempo reale alle strutture di comando dei singoli Stati membri e della NATO.
Rallentando e canalizzando le forze avversarie, il progetto della linea di difesa baltica mira a dare alla forza operativa congiunta di altissima prontezza dell’Alleanza atlantica il tempo necessario per attraversare le aree di raccolta in Polonia e in Germania e raggiungere il fronte baltico. Nel linguaggio delle operazioni, la funzione della linea di difesa baltica consiste nel modellare lo spazio di battaglia a favore del difensore, mediante operazioni che vanno in profondità. Dall’ottica della necessità militare, il posizionamento avanzato ha la sua rilevanza. L’Estonia, Stato baltico posizionato geograficamente più a nord, ha un’ampiezza inferiore a duecento chilometri in alcuni punti, per cui senza un’efficace resistenza avanzata, le forze meccanizzate russe che avanzano dal confine potrebbero minacciare la capitale Tallinn.
Dei segmenti della linea di difesa baltica sono destinati ad essere abbandonati man mano che la situazione tattica abbia la sua evoluzione, guadagnando tempo e preservando l’integrità delle forze. Altri componenti sono progettati per assicurare la flessibilità, consentendo ai difensori di condurre una ritirata combattiva, mantenendo la capacità di ritardare, interrompere e incanalare le formazioni in avanzamento in zone di ingaggio scelte dal difensore. Quest’approccio orientato alla mobilità consente alla linea di difesa baltica di assolvere al suo obiettivo senza ostacolare le forze difensive in posizioni che potrebbero essere accerchiate o aggirate, preservando in tal modo la capacità operativa durante le successive fasi difensive.
Non si ha alcun divieto sancito dalle IV Convenzioni di Ginevra che inibisca a uno Stato di poter costruire, in tempo di pace, fortificazioni che hanno come scopo la difesa. I Regolamenti dell’Aja del 1907, che codificano gran parte dello jus cogens precedente al I conflitto mondiale concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre, disciplinano la condotta delle ostilità, ma non impongono alcun ostacolo sulle opere militari costruite prima dell’inizio di un conflitto. Le IV Convenzioni di Ginevra e i loro Protocolli addizionali si concentrano sulla questione della protezione dei civili e dei beni durante i conflitti armati e non sulla legittimità dell’edificazione di strutture difensive in previsione di un conflitto bellico. La legittimità delle costruzioni fortificate, in tempo di pace, si fonda sul presupposto basilare dei diritti sovrani, nel senso che gli Stati possono adottare misure che abbiano come fine la garanzia della propria difesa, purché tali misure non violino di per sé altri adempimenti vincolanti come i trattati sul controllo degli armamenti, le convenzioni ambientali o specifici accordi bilaterali.
Data la conformazione geografica della regione baltica, in mancanza di fortificazioni che possano essere baluardi contro eventuali attacchi esterni, le forze avversarie potrebbero raggiungere le capitali prima che le forze di reazione rapida dell’Alleanza atlantica possano dispiegarsi. La costruzione di tali difese è, pertanto, necessario sul piano militare per modellare lo spazio di battaglia e rafforzare la credibilità della garanzia difensiva dei Paesi alleati, in linea con il concetto della difesa avanzata della NATO. La necessità, dunque, non prevale sull’obbligo di adottare precauzioni per proteggere i civili, dove, proprio in questo caso, il criterio della misura praticamente possibile diviene fondamentale; persino quando la necessità militare richiede la collocazione di fortificazioni in determinate località, i difensori devono valutare se sia possibile ridurre l’esposizione dei civili senza compromettere il fondamentale vantaggio militare. Le Parti in conflitto, ai sensi del I Protocollo addizionale alle IV Convenzioni di Ginevra, si devono impegnare ad allontanare la popolazione civile dalle vicinanze degli obiettivi militari, di evitare di collocare obiettivi militari all’interno o in prossimità di zone densamente popolate e, infine, adottare le altre precauzioni necessarie per proteggere la popolazione civile dai pericoli derivanti da operazioni militari [art.58].
Una definizione di fattibilità, largamente citata nel diritto operativo compare nel III Protocollo addizionale alla Convenzione sul divieto o sulla limitazione dell’impiego di talune armi classiche
che possono essere ritenute capaci di causare effetti traumatici eccessivi o di colpire in modo indiscriminato, descrive le precauzioni possibili come quelle praticabili o che sia praticamente possibile tenuto conto di tutte le condizioni del momento, in particolare delle considerazioni di ordine umanitario e di ordine militare [art.1 (5)]. La prassi statale e la storia dei negoziati suggeriscono che l’articolo 58 del I Protocollo addizionale non viene mai inteso come un divieto assoluto di collocare obiettivi militari in prossimità di zone dove vi sono dei civili. Si tratta piuttosto di un obbligo qualificato, applicato nella massima misura possibile e soggetto alle esigenze di difesa nazionale.
Applicato alla linea di difesa baltica, il test di fattibilità opera due livelli: dal punto di vista strategico, i pianificatori devono valutare se le fortificazioni possano essere collocate in maniera da ridurre al minimo la prossimità alla popolazione civile senza compromettere le funzioni di ritardo e di canalizzazione; dal lato tattico, una volta avviate le ostilità, i comandanti devono adottare misure praticabili, come l’evacuazione anticipata degli insediamenti di confine, il rafforzamento dei rifugi civili o la deviazione delle linee di rifornimento militari per circoscrive il rischio per i civili, senza vanificare l’obiettivo operativo della linea di difesa baltica. Perciò è importante che le Parti in conflitto si devono impegnare a mettere in atto tutti meccanismi precauzionali possibili per tutelare la popolazione civile e i loro beni sotto il controllo dagli effetti degli attacchi. Il comportamento documentato della Russia di ignorare la protezione dei civili ucraini ricalibra la valutazione di ciò che è realisticamente possibile nella salvaguardia dei civili. In questo caso, lo standard di tutte le praticabili precauzioni deve essere inteso in relazione a comportamenti di minacce concrete, non in termini di geometria difensiva idealizzata.
Il diritto dei conflitti armati impone dei vincoli paralleli ai belligeranti, cioè a chi subisce l’aggressione (l’offeso) e a chi agisce aggredendo (l’offensore). Anche quando le posizioni si trovano in prossimità di zone in cui vi sono dei civili, l’aggressore resta vincolato al principio di distinzione, scudo di garanzia che consente di assicurare che gli scontri armati debbano aver luogo fra i combattenti delle parti in conflitto e che devono essere presi di mira solo obiettivi militari senza il coinvolgimento dei civili, e al principio di proporzionalità, [art.51] svolgente un ruolo fondamentale nel limitare i danni prodotti dalla guerra nei confronti dei civili, e deve adottare tutte le precauzioni [art.57] possibili in caso di attacco, nel senso che viene imposto ai belligeranti di adoperarsi di continuo, in modo da risparmiare i civili e i loro beni, assicurando il rispetto dei principi di distinzione [art.48] e proporzionalità [art.51]. Il requisito della fattibilità per l’aggressore, come pure per l’aggredito, non è assoluto, ma viene valutato in base al parametro della ragionevolezza alla luce delle circostanze del momento; tuttavia, la condotta aggressiva dei russi in territorio ucraino impone agli Stati dell’area baltica di affrontare questa valutazione con estrema prudenza, come nel caso dell’assedio di Mariupol quale esempio di primo piano. Quando le truppe russe circondarono Mariupol, la città portuale si trasformò in un teatro di determinati scontri urbani più distruttivi nel cuore del continente europeo dal II conflitto mondiale. Nell’arco di alcune settimane, l’assedio aveva provocato l’interruzione del rifornimento del servizio elettrico, dell’acqua, del riscaldamento e delle comunicazioni, dove i civili rischiarono la morte a causa di massicci bombardamenti russi, delle privazioni e dell’impossibilità di accedere alle cure mediche, mentre l’esercito russo conduceva attacchi catastrofici violando i parametri dei canoni di distinzione o di proporzionalità.
I soldati ucraini hanno stabilito posizioni difensive nell’area delle acciaierie di Azovstal, rendendole un obiettivo militare legittimo, rispettando il quadro sancito dal I Protocollo addizionale in base al quale gli attacchi dovranno essere strettamente limitati agli obiettivi militari [art.52(2)], dato il contributo all’azione militare. La presenza di obiettivi militari, ergo, all’interno della città ucraina citata, non giustificava attacchi manu militari indiscriminati o sproporzionati. Il rapporto del Meccanismo di Mosca, adottato dall’Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa (OSCE), sulle violazioni e gli abusi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità, relativi alla privazione arbitraria della libertà dei civili ucraini da parte della Federazione Russa, ha certificato i continui bombardamenti e attacchi di velivoli da guerra, battenti bandiera russa, contro obiettivi non militari, cioè, senza alcuna evidente presenza militare. L’esempio più tristemente noto è stato l’attacco al teatro drammatico di Mariupol, dove persero la vita più di seicento persone, tra cui molti bambini, che non era un obiettivo militare da colpire indiscriminatamente.
Il governo di Mosca non ha esitato a respingere al mittente accuse prive di alcun fondamento, in base al quale le forze ucraine avrebbero utilizzato i civili come scudi umani per giustificare attacchi su aree popolate. Su questo punto va sottolineato, in maniera tassativa, nel quadro del I Protocollo addizionale [art.51(7)], è vietato usare coattivamente i civili come scudi umani per proteggere obiettivi militari. L’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’OSCE, tuttavia, non ha riscontrato prove di una politica sistematica di questo genere. Nell’ambito della linea di difesa baltica, la conclusione sta nella logica che il rispetto degli adempimenti vincolanti di precauzione, comminato dal I Protocollo addizionale, può ridurre il rischio giuridico per chi difende, ma non garantisce la deferenza reciproca da parte dell’avversario, per cui la protezione dei civili deve, necessariamente, essere integrata nella pianificazione di tipo difensivo, partendo dal presupposto che l’aggressore possa essere inerte ai propri obblighi.
Non si vuole, in questo caso, criticare le precauzioni passive ucraine, ma, piuttosto, quello di usare l’esempio ucraino per sottolineare una dura realtà: persino il pieno rispetto del principio precauzionale non garantisce che l’aggressore rispetti le norme. Nel contesto baltico, se la linea di difesa baltica rallenta, canalizza e indebolisce l’avanzata delle truppe russe, la probabile risposta del Cremlino sarà più dura e meno discriminante nei mezzi e nei metodi, ciòè, non allenta mai i doveri di chi si autotutela, ai sensi della cornice del diritto dei conflitti armati, anzi li rende più rigorosi, per cui le misure di protezione passiva devono essere integrate sin dall’inizio e mantenute continue, adattabili e dinamiche per l’intera operazione, man mano che la minaccia si evolve.
La linea di difesa baltica consiste in quel fattore di tempo e distanza nel senso operativo più letterale. Gli ostacoli avanzati e le posizioni preparate creano la profondità temporale necessaria per lo schieramento delle forze di reazione rapida della NATO, che il cardine strategico su cui ruota la credibilità della difesa collettiva. La sua funzione, a tal proposito, di guadagno di tempo è inseparabile dagli obblighi della Parte che si difende, ai sensi del I Protocollo addizionale; pertanto la linea di difesa baltica punta a fornire lo spazio operativo alle autorità nazionali per eseguire piani di evacuazione, allontanare i civili dalle vicinanze di obiettivi militari, rinforzare i rifugi e reindirizzare i servizi essenziali.
Il suo progetto ricalca ulteriori obiettivi militari: costringere l’aggressore a seguire i percorsi prevedibili, mettere a dura prova la sua logistica e incrementare il costo operativo di ogni chilometro conquistato. Incanalando le formazioni avanzate verso zone di combattimento adatte al modesto numero delle forze difensive iniziali, la linea di difesa baltica contribuisce a massimizzare l’efficacia di scontro militare di tali forze prima dell’arrivo dei rinforzi dell’Alleanza atlantica.
In un contesto di sicurezza caratterizzato da un avversario con una comprovata storia di inosservanza dei propri obblighi del diritto dei conflitti armati, progettare la linea di difesa baltica con misure integrate di protezione dei civili non è solo prudente de jure, ma anche operativamente valido. Si prevede che l’adempimento da parte del difensore potrebbe non essere reciprocamente assicurato e ciò può portare alla trasformazione della linea di difesa baltica da un costrutto puramente militare a un ponte fra deterrenza strategica, necessità operativa e imperativi umanitari insiti nel diritto dei conflitti armati.
