Riconoscimento si, riconoscimento no! Si sta assistendo a un vero match fra attori statali che ha spaccato la comunità internazionale per chi è pronto ad aprire le porte per un riconoscimento pieno della Palestina a entità statale e chi, invece, manifesta perplessità sul riconoscere subito una popolazione che reclama da anni il proprio diritto ad autodeterminarsi e ad essere de facto e de jure riconosciuto alla pari di altri popoli che hanno lottato per raggiungere il fine primario che è quello di diventare un vero e proprio Stato. Alcuni Paesi, come Francia, Regno Unito, Canada, Germania, persino la Santa Sede, Malta e via discorrendo, hanno già predisposto la procedura di riconoscimento pieno della Palestina come Stato, mentre alcuni Stati, come l’Italia, hanno ritenuto che non sia ancora il momento di accogliere la Palestina come attore statale nella famiglia umana, perché ritengono che non soddisfa i parametri di efficacia previsti dalla Convenzione di Montevideo sui diritti e doveri degli Stati del 1933.
È vero che si possa logicamente ritenere che la Palestina non soddisfi i requisiti comminati nella Convenzione di Montevideo come quello di avere una popolazione permanente, un territorio definito, un governo e, infine, la capacità di entrare in rapporti con altre entità statali e che attualmente non esiste almeno de jure come attore statale, ma si può razionalmente sostenere il contrario. Si aggiunga anche che questo non è un punto facile: è perciò, sicut exempli gratia, i due principali organismi giudiziari internazionali [come la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale] non si sono ancora espressi sulla statualità della Palestina nell’ambito del quadro dell’ordinamento giuridico internazionale; eppure non si può non far finta di nulla che la popolazione palestinese reclami il proprio diritto di decidere liberamente del loro status politico e perseguire autonomamente il loro assetto economico sociale e culturale come basi per far sorgere il proprio Stato sovrano e indipendente, in virtù del diritto di autodeterminarsi, autorevolmente ribadito un paio di volte dai giudici della CIG. La Comunità internazionale chiaramente, in particolare gli Stati che agiscono al suo interno in modo collettivo, può compensare eventuali mancanze, come è accaduto quando è intervenuta, a titolo esemplificativo, per riconoscere la personalità giuridica alla Santa Sede o al Sovrano Ordine di Malta, o non vi è stata alcuna contestazione circa la statualità dei microstati, o come quegli Stati che sono emersi con lo tsunami della decolonizzazione malgrado avessero governi deboli, un controllo del territorio insufficiente o frontiere contestate. Con il trascorrere degli anni del secolo scorso e di quello attuale, dove si ha un graduale aumento del riconoscimento, non vi può essere dubbio che sia giunto il momento in cui i tempi sono maturi per accettare e accogliere nella famiglia umana la Palestina come nuovo soggetto di diritto internazionale.
Il riconoscimento, quale fenomeno essenzialmente politico e pregiuridico verificantesi nel momento in cui si afferma di fatto e stabilmente nel mondo dei rapporti internazionali un’autorità politica, sovrana e indipendente entro una determinata sfera territoriale e sociale, è uno strumento mediante il quale le rivendicazioni contestate di statualità possono essere man mano risolte. Esistono, difatti, alcuni casi in cui l’atto di riconoscimento può violare il diritto internazionale: l’esempio può essere tratto dalla Federazione russa che ha riconosciuto la soggettività di diritto internazionale, ivi la personalità giuridica, delle due Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk nel 2022, atto di riconoscimento che ha costituito una violazione piena della sovranità dell’Ucraina e un’ingerenza nella domestic jusrisdiction o interferenza nelle questioni interne dello Stato ucraino. Il governo inglese, ad esempio, all’epoca riconobbe questa illegittimità, asserendo che il riconoscimento era pianamente in violazione del diritto internazionale, ma anche una flagrante violazione della sovranità e integrità territoriale ucraina; ciò non è avvenuto simpliciter per la ragione che il canone del riconoscimento è stato esteso ad attori che de jure non si qualificavano come Stati, ma perché esse esistevano sul territorio ucraino, i cui diritti erano direttamente stati lesi. Questo non è di certo il caso della Palestina e di Israele.
Riconoscere la Palestina non violerebbe in alcun modo i diritti dello Stato di Israele, anzi, è proprio quest’ultimo che, come hanno asserito i giudici della Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo sulle conseguenze giuridiche derivanti dalle politiche e dalle pratiche di Israele nel Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est e dall’illegalità della continua presenza di Israele nel Territorio palestinese occupato, ostacola la Palestina a soddisfare i canoni di efficacia enucleati nella Convenzione di Montevideo perché si possa raggiungere l’obiettivo del riconoscimento. Sono il governo di Tel Aviv e il Parlamento israeliano che senza sosta hanno respinto ogni tentativo di favorire la nascita dello Stato della Palestina, nonostante il diritto sacrosanto della popolazione palestinese di reclamare il ricorso allo strumento dell’autodeterminazione. È Israele che persegue in modo evidente la politica annessionistica della Cisgiordania. Se si mettesse in pratica la risoluzione 181, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel lontano 1947 che prevede la spartizione della Palestina in due Stati, sono certo che la situazione attuale di una forte crisi non si sarebbe mai verificato.
