Il XXI secolo è caratterizzato da una trasformazione strutturale del potere geopolitico che non può più essere interpretata esclusivamente attraverso le categorie classiche della competizione internazionale. Territorio, popolazione, forza militare ed economia, pilastri della geopolitica tradizionale e del realismo politico, non sono scomparsi, ma risultano progressivamente subordinati a un fattore di ordine superiore: la tecnologia intesa non come strumento, bensì come sistema.
In tale contesto, il concetto di età ibrida, elaborato da Ayesha e Parag Khanna, assume un valore propriamente paradigmatico. È opportuno sottolineare come il termine ibrido, oggi ampiamente utilizzato in molteplici ambiti, dalla sicurezza alle relazioni internazionali, dalla guerra alle “minacce”, abbia subito un’evidente inflazione semantica. Nel testo dei Khanna, tuttavia, l’ibridazione non è un semplice attributo descrittivo, ma una condizione storica sistemica, tra le prime formulazioni in ambito geopolitico a concepire l’ibrido come nuovo stato dell’ordine internazionale (Khanna & Khanna, 2013).
Per Ayesha e Parag Khanna, infatti, l’ibridazione non riguarda semplicemente l’adozione di strumenti tecnologici avanzati, bensì una mutazione profonda della relazione tra potere, conoscenza e capacità decisionale, in cui la tecnologia diventa ambiente strutturante dell’azione geopolitica, e non più suo mero supporto.
La geopolitica classica ha storicamente concepito il potere come funzione diretta del controllo dello spazio. Da Ratzel a Mackinder (1904), fino alle elaborazioni di Spykman (1944) e Schmitt (1991), il territorio è stato inteso come la base materiale della potenza statale. In questa tradizione, il potere si radica nella dimensione fisica, nella capacità di occupare, difendere e amministrare uno spazio delimitato.
L’età ibrida introduce una discontinuità sostanziale: il potere non risiede più esclusivamente nello spazio fisico, ma nei sistemi reticolari che lo attraversano, lo connettono e lo rendono funzionale. Le infrastrutture digitali, le reti di comunicazione, le supply chain tecnologiche e i flussi di dati producono una geopolitica sistemica, nella quale il controllo non è più lineare, permanente o esclusivo. Come anticipato da Castells, il potere si organizza attorno ai nodi delle reti e alla capacità di governarne i flussi (Castells, 1996).
Ne consegue che la superiorità geopolitica non è più determinata dalla mera estensione territoriale, ma dalla capacità di integrazione, adattamento e resilienza dei sistemi complessi. In questo senso, l’età ibrida segna un passaggio dalla geopolitica dello spazio alla geopolitica dell’architettura sistemica.
Uno dei contributi più innovativi del concetto di età ibrida risiede nell’idea di co-evoluzione uomo–macchina, che si distingue sia dal determinismo tecnologico sia dalle visioni puramente strumentali della tecnologia (Khanna & Khanna, 2013). L’interazione strutturale tra decisore umano e sistemi algoritmici modifica radicalmente i tempi della decisione, la percezione del rischio e, soprattutto, la razionalità strategica stessa.
Nel dominio geopolitico, ciò implica che la capacità di decidere rapidamente e in modo informato diventa più rilevante della disponibilità di risorse materiali. L’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi decisionali accelera il ciclo OODA e riduce lo spazio della deliberazione politica, come evidenziato dagli studi RAND (2019) e SIPRI (2020) sull’IA e la stabilità strategica. Questa dinamica introduce il rischio di una delega implicita dell’autorità decisionale a sistemi opachi, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per la deterrenza e la gestione delle crisi (Virilio, 1998).
Tuttavia, la co-evoluzione rappresenta solo una fase intermedia. L’età ibrida prefigura una traiettoria ancora più radicale ossia una condizione di co-vita strutturale tra esseri umani e macchine pensanti, senza precedenti storici. Per la prima volta, il sistema internazionale si avvia a includere attori non biologici dotati di capacità cognitive, inferenziali e operative autonome. Questa discontinuità ontologica segna il superamento progressivo di ogni paradigma antropocentrico del potere.
In tale scenario, la sovranità statale non viene abolita, ma profondamente riconfigurata. Accanto alla sovranità territoriale emergono una sovranità informativa, una sovranità tecnologica e una sovranità cognitiva (Nye, 2010). Ma, soprattutto, la sovranità tende progressivamente a esercitarsi non solo su persone naturali, bensì anche su entità artificiali operative, sollevando interrogativi inediti sulla responsabilità, sull’imputabilità e sulla soggettività giuridica.[1]
Il modello weberiano dello Stato (Weber, 1961), fondato sul monopolio della forza legittima, risulta sempre meno adeguato a descrivere una realtà in cui il potere è esercitato anche da attori non statali altamente tecnologizzati, incluse piattaforme digitali, grandi imprese tecnologiche e sistemi autonomi. La distinzione tradizionale tra soggetto, strumento e oggetto dell’azione politica tende così a dissolversi.
Il paradigma dell’età ibrida introduce una nuova stratificazione del sistema internazionale. La competizione non avviene più soltanto in termini di forza militare o potenza economica, ma sulla base della capacità di integrare tecnologia, strategia e governance (Nye, 2010). Si distinguono così almeno tre tipologie di potenze: quelle ibride avanzate, capaci di governare sistemi complessi (Stati Uniti e Cina); quelle incomplete, tecnologicamente avanzate ma strutturalmente dipendenti (Unione Europea); e quelle residuali, ancorate a modelli industriali e strategici obsoleti.
In questo contesto, la competizione geopolitica tende a collocarsi al di sotto della soglia del conflitto armato dichiarato, evitando deliberatamente quelle forme di coercizione che attiverebbero risposte militari tradizionali o meccanismi di difesa collettiva. Tale dinamica non rappresenta una rinuncia al confronto, bensì una sua sofisticazione strategica. La definizione degli standard tecnologici consente di governare l’ecosistema più che la singola tecnologia; il controllo della narrativa incide direttamente sul contesto decisionale; e la pressione sulle infrastrutture critiche trasforma la sicurezza nazionale in un problema di resilienza sistemica, oltre che di difesa militare. Il potere geopolitico si esercita, infine, attraverso l’architettura delle interdipendenze, piuttosto che contro di esse.
L’età ibrida incide profondamente anche sulla logica della deterrenza. I modelli classici presupponevano razionalità degli attori, chiarezza attributiva e tempi decisionali relativamente stabili (Waltz, 1979). Nel nuovo ambiente tecnologico, invece, l’attribuzione degli attacchi è spesso ambigua, l’escalation può essere non intenzionale e il conflitto tende a diventare permanente ma non dichiarato (Kello, 2017). Cyberattacchi, operazioni cognitive e interferenze algoritmiche producono una condizione di instabilità cronica che Lucas Kello ha efficacemente definito unpeace (Kello, 2017). La tecnologia, lungi dall’essere solo fattore di stabilità, diventa così moltiplicatore di rischio sistemico (Coker, 2015).
L’età ibrida rappresenta, in definitiva, una trasformazione ontologica del potere geopolitico. Essa ridefinisce le modalità attraverso cui il potere viene esercitato, legittimato e contestato, spostando il baricentro dalla dimensione territoriale a quella sistemica e cognitiva. In questo nuovo paradigma, il potere è distribuito, temporaneo e intrinsecamente instabile.
Tentare di opporsi strutturalmente a questa traiettoria significherebbe opporsi al corso stesso della storia, intesa, secondo la lezione di Ratzel, come processo dinamico, organico e irreversibile nel quale le forme politiche e le strutture di potere si trasformano in risposta alle condizioni materiali e tecnologiche del loro tempo.[2] Le regolamentazioni e i limiti etici, lungi dall’essere neutri o universali, riflettono visioni culturali e geopolitiche spesso asimmetriche, come dimostra la divergenza tra approcci occidentali e non occidentali. Ne consegue che le sfide dell’età ibrida non possono essere evitate, ma devono essere affrontate e governate, poiché sarà proprio la capacità di farlo a costituire il discrimine fondamentale tra stabilità e declino strategico nel XXI secolo.
Pasquale Preziosa
[1] Sul dibattito relativo alla possibile qualificazione giuridica dei sistemi autonomi e alla responsabilità per le loro azioni, cfr. Parlamento Europeo, Civil Law Rules on Robotics, Resolution 2015/2103(INL), 16 febbraio 2017, che introduce il concetto di electronic personhood come ipotesi giuridica funzionale. Per una prospettiva critica e comparata, cfr. U. Pagallo, The Laws of Robots: Crimes, Contracts, and Torts, Dordrecht, Springer, 2013; L. Floridi et al., “AI4People—An Ethical Framework for a Good AI Society”, Minds and Machines, vol. 28, n. 4, 2018, pp. 689–707.
[2] F. Ratzel, Politische Geographie, München–Leipzig, R. Oldenbourg, 1897, in particolare capp. I–II. Ratzel concepisce lo Stato come organismo vivente (Lebensform) inserito in un processo storico dinamico, in cui l’arresto del movimento equivale a declino. Sul concetto di movimento storico come necessità strutturale, cfr. anche F. Ratzel, Der Lebensraum, Tübingen, 1901.
