Martedì 3 novembre, gli Stati Uniti rinnoveranno l’intera Camera dei rappresentanti e 35 seggi del Senato. In gioco c’è la capacità di Donald Trump di governare con o senza il sostegno del Congresso. A pochi giorni dal voto, la competizione assume i contorni di un giudizio sull’operato dell’attuale amministrazione e, al tempo stesso, di una prova per i democratici, chiamati a trasformare il dissenso nei confronti della Casa Bianca in una nuova maggioranza parlamentare.
Secondo gli ultimi sondaggi, il tasso di approvazione di Trump si attesta attorno al 32%. Nel voto generico per il Congresso, i democratici sono in vantaggio con il 47%, contro il 36% dei repubblicani tra gli elettori registrati. Un divario significativo, ma che non rappresenta una previsione certa del risultato: il controllo delle Camere dipenderà dalle singole competizioni e dalla distribuzione territoriale dei voti.
È la questione economica a occupare il centro della campagna elettorale: costo della vita, carburanti, emergenza abitativa e sanità incidono sulla percezione delle condizioni quotidiane dei cittadini e, di conseguenza, sul giudizio rivolto all’operato della Casa Bianca. Il 73% degli intervistati ritiene che il costo della vita stia procedendo nella direzione sbagliata: le tensioni legate alla guerra con l’Iran, alle diverse posizioni riguardanti il conflitto russo-ucraino e il rincaro della benzina si inseriscono così in un quadro già segnato da un’insoddisfazione sociale ben radicata.
Il futuro della democrazia e l’immigrazione restano altre questioni rilevanti, ma con priorità differenti tra repubblicani e democratici: per l’84% degli elettori registrati, l’economia rimane comunque il tema più attenzionato per la loro scelta nel voto e contemporaneamente otto americani su dieci chiedono cambiamenti sostanziali per una trasformazione radicale delle modalità con cui il Paese viene governato. Una richiesta di scelte diverse e oculate, una volontà di discontinuità che, tuttavia, non coincide necessariamente con una svolta progressista: il malcontento può tradursi in un voto contro l’amministrazione, ma anche in richieste di maggiore sicurezza, controllo dell’immigrazione e in un rinnovamento della classe politica.
I repubblicani arrivano alle urne per difendere la maggioranza, seppur ristretta, in entrambe le Camere. Al Senato dispongono di 53 seggi, contro i 47 della componente democratica, che comprende anche i due senatori indipendenti alleati del partito. Per conquistare il controllo dell’aula, i democratici devono ottenere quattro seggi netti, ricercando la vittoria in stati storicamente loro avversi. Michigan e Texas restituiscono due immagini distinte della contesa: da una parte, la competizione in uno Stato industriale; dall’altra, le difficoltà democratiche in un territorio dalla lunga tradizione repubblicana. A queste si aggiunge il South Carolina, dove la corsa al Senato tra la repubblicana Darline Graham e la democratica Annie Andrews è diventata un terreno di competizione inatteso. La necessità di difendere un seggio tradizionalmente repubblicano ha riportato Trump nello Stato per una nuova iniziativa elettorale: è in questa geografia, più che nel solo voto generico nazionale, che si deciderà il futuro del Congresso.
La posta in gioco non si esaurisce nella conferma o nella bocciatura dell’amministrazione Trump, perché una maggioranza democratica in una delle Camere potrebbe rafforzare il controllo parlamentare sull’esecutivo, condizionare l’approvazione delle leggi e aprire nuovi fronti di indagine. La Casa Bianca conserverebbe i propri poteri esecutivi, ma dovrebbe confrontarsi con un Congresso meno disposto a sostenere la sua agenda. Al contrario, la conferma delle maggioranze repubblicane consentirebbe al presidente di proseguire con maggiori margini di manovra parlamentare, pur senza cancellare le tensioni sociali e politiche emerse durante questa dura e combattuta campagna elettorale.
Le midterm rappresentano quindi una verifica della capacità delle istituzioni di riflettere le trasformazioni della società statunitense: il malessere sociale attraversa gruppi e territori differenti, senza tradursi necessariamente in un’unica espressione della scelta politica. Questa insoddisfazione generale non indica però da sola quale risposta politica riuscirà ad intercettare i bisogni di quei cittadini in determinate area: l’inquietudine popolare crescente resterà una somma di proteste locali o riuscirà a ridisegnare sentitamente i complessi equilibri del potere federale?
