Serbia, la rivolta degli studenti abbatte il sistema Vučić. Ora comincia la battaglia per lo Stato

Il 52,65% dei voti e una maggioranza parlamentare autonoma chiudono quattordici anni di predominio politico del leader nazionalista. La protesta nata dalla tragedia ferroviaria di Novi Sad diventa forza di governo. Bruxelles intravede una svolta nei Balcani, ma il nuovo esecutivo erediterà apparati consolidati, una difficile situazione economica e relazioni strategiche con Russia e Cina.

Belgrado, 26 ottobre 2026. Due milioni e 246 mila voti. È la dimensione della sconfitta di Aleksandar Vučić, il leader che per quattordici anni ha dominato la politica serba e che domenica sera ha dovuto riconoscere pubblicamente la vittoria di un movimento nato nelle università. La Lista degli studenti ha conquistato il 52,65% dei consensi nelle elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre, contro il 39,22% della coalizione Serbia Unita, guidata dal Partito progressista serbo (SNS). L’affluenza ha raggiunto il 68,78%, con oltre 4,2 milioni di cittadini alle urne. Sono dati ancora preliminari, diffusi dalla Commissione elettorale nazionale, ma sufficienti a definire la portata del cambiamento.

La mattina successiva, Belgrado si è svegliata dopo una notte di festeggiamenti. Decine di migliaia di persone avevano riempito le strade della capitale, mentre manifestazioni analoghe si svolgevano a Novi Sad e in altri centri del Paese. I risultati più aggiornati assegnano alla lista studentesca circa 139 seggi sui 250 dell’Assemblea nazionale, una maggioranza che le consentirebbe di formare un governo senza il sostegno dei partiti tradizionali. La distribuzione definitiva dei seggi dovrà essere confermata dalle autorità elettorali.

Il dato politico supera quello numerico. Vučić aveva affrontato negli anni proteste di massa, accuse di autoritarismo, contestazioni sulla libertà dell’informazione e crisi nei rapporti con i vicini balcanici, riuscendo ogni volta a conservare il controllo del sistema. A interrompere questa continuità è stata una mobilitazione senza una leadership individuale riconoscibile, costruita attorno alla richiesta di responsabilità delle istituzioni e capace di coinvolgere settori della società fino ad allora estranei alla politica organizzata.

Il risultato ricorda, per la capacità di mobilitare un elettorato contrario a un potere consolidato, la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria nell’aprile scorso. Ma la Serbia presenta caratteristiche proprie. Il suo percorso europeo è incompiuto, la questione del Kosovo rimane aperta e le relazioni con Mosca e Pechino costituiscono parte integrante della sua struttura economica e diplomatica. Il voto cambia il governo possibile. Non cancella questi vincoli.

Le sedici vittime di Novi Sad e la crisi di fiducia nello Stato

Il 1° novembre 2024 una pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad crollò, provocando la morte di sedici persone. La tragedia avvenne in un’infrastruttura interessata da lavori di ristrutturazione e diventò rapidamente il punto di partenza di una contestazione nazionale. I manifestanti chiedevano di conoscere i contratti, le responsabilità amministrative, le modalità dei controlli e le ragioni per cui un’opera pubblica aveva potuto trasformarsi in una strage.

Novi Sad era anche il simbolo di una contraddizione. Il governo aveva costruito una parte significativa del proprio consenso sulla modernizzazione del Paese: nuove autostrade, collegamenti ferroviari, ospedali, investimenti industriali. Il crollo della pensilina mise sotto accusa la qualità di quel modello di sviluppo, sollevando interrogativi sul rapporto tra rapidità delle opere, trasparenza degli appalti e vigilanza pubblica.

Le prime manifestazioni partirono dagli studenti. Seguirono occupazioni universitarie, blocchi stradali, cortei e assemblee. La protesta si diffuse perché intercettava un malessere più ampio: la convinzione che l’accesso alle opportunità, ai servizi e persino alla giustizia fosse condizionato dalla vicinanza ai centri di potere.

Il movimento evitò inizialmente di trasformarsi in un partito. Non indicò un capo, preferì forme di coordinamento collettivo e concentrò le proprie richieste sull’accertamento delle responsabilità e sul funzionamento delle istituzioni. Questa scelta gli permise di coinvolgere cittadini che non si riconoscevano nelle opposizioni parlamentari, considerate da molti incapaci di contrastare efficacemente l’SNS.

Quando Vučić convocò le elezioni anticipate nel settembre 2026, la mobilitazione aveva già costruito una rete territoriale estesa. Le università erano diventate luoghi di organizzazione politica; alle iniziative partecipavano insegnanti, agricoltori, professionisti e lavoratori. La campagna elettorale trasformò quella rete in una struttura capace di presentare 250 candidati e competere su scala nazionale.

La partecipazione al voto è stata decisiva. Un’affluenza vicina al 69%, tra le più elevate della storia elettorale serba recente, ha ridotto il vantaggio organizzativo di un partito abituato a mobilitare il proprio elettorato attraverso una presenza capillare nelle amministrazioni e nei territori.

La fine di un sistema costruito attorno a un uomo

Aleksandar Vučić ha guidato la Serbia attraverso una lunga concentrazione del potere politico. Primo ministro dal 2014 e successivamente presidente della Repubblica, ha mantenuto una posizione dominante anche grazie alla forza organizzativa dell’SNS, alla visibilità mediatica e alla capacità di presentarsi come garante della stabilità nazionale.

Il suo sistema si fondava su un rapporto diretto con l’elettorato e su una rete di influenza estesa alle amministrazioni, alle aziende pubbliche e ai mezzi di comunicazione. Le organizzazioni indipendenti hanno denunciato ripetutamente condizioni di competizione elettorale squilibrate, pressioni sugli oppositori e un utilizzo politico delle risorse istituzionali. Vučić e il suo partito hanno sempre respinto le accuse di corruzione e repressione.

La scelta di dimettersi dalla presidenza, nel settembre 2026, per candidarsi nuovamente alla guida del governo rispondeva anche a un limite costituzionale: dopo due mandati presidenziali, Vučić non avrebbe potuto concorrere per un terzo. Il ritorno alla presidenza del Consiglio avrebbe consentito di mantenere la direzione politica del Paese attraverso un nuovo incarico istituzionale.

L’operazione non ha funzionato. La protesta studentesca ha spostato il confronto su un terreno che il governo faticava a controllare: la credibilità delle istituzioni. Di fronte alla richiesta di trasparenza sulla tragedia di Novi Sad, le accuse di interferenze straniere rivolte ai manifestanti non sono riuscite a interrompere la mobilitazione.

La sconfitta, tuttavia, non comporta la scomparsa dell’SNS. Con quasi il 40% dei voti, il partito conserva un elettorato consistente, rappresentanza parlamentare e un’organizzazione consolidata. Potrà esercitare un’opposizione incisiva, soprattutto se la nuova maggioranza dovesse dividersi sulle scelte economiche o internazionali.

Il primo banco di prova sarà quindi il passaggio dei poteri. Un’alternanza democratica richiede che i ministeri, gli apparati di sicurezza, le autorità amministrative e le aziende pubbliche continuino a funzionare anche quando cambia la maggioranza. In Serbia, dopo un periodo così lungo di predominio politico, questo passaggio avrà un significato particolare.

Gli studenti hanno vinto le elezioni. Chi governerà?

La Lista degli studenti ha ottenuto una maggioranza parlamentare senza costruire una leadership paragonabile a quella dei partiti tradizionali. Il suo candidato più visibile è Ilija Srđanović, cardiologo e capolista, affiancato da figure come Dejan Šoškić, già governatore della banca centrale, e Radomir Šajčić, docente universitario che ha parlato a nome del movimento dopo la vittoria.

La composizione della lista riflette le origini della protesta: professori, medici, avvocati, artisti, agricoltori e rappresentanti della società civile. Una scelta che ha contribuito a renderla credibile come alternativa al sistema dei partiti, ma che adesso pone un problema di responsabilità politica. Chi sarà il primo ministro? Quale gruppo definirà le priorità economiche? Come verranno risolte le divergenze fra candidati con esperienze e orientamenti differenti?

La Costituzione prevede che il governo venga formato entro novanta giorni dalla costituzione del Parlamento. Il movimento dispone dunque di un margine temporale limitato per trasformare il successo elettorale in un programma operativo.

La lotta alla corruzione sarà il primo terreno di verifica. Il nuovo esecutivo dovrà affrontare la questione degli appalti pubblici, garantire maggiore autonomia agli organismi di controllo e intervenire sul funzionamento della giustizia. Sono interventi che toccano interessi economici consolidati e che difficilmente potranno essere realizzati senza resistenze.

La riforma dei servizi di sicurezza presenta difficoltà ancora maggiori. Un cambiamento indiscriminato dei vertici rischierebbe di compromettere la continuità amministrativa; mantenere inalterati gli assetti esistenti potrebbe invece ostacolare il rinnovamento promesso agli elettori. La soluzione richiederà criteri verificabili, controlli parlamentari e procedure trasparenti.

C’è poi la questione economica. Le infrastrutture costruite durante gli anni di Vučić hanno contribuito alla modernizzazione del Paese, ma hanno lasciato interrogativi sui costi, sul debito e sulla sostenibilità di alcuni investimenti. La nuova maggioranza dovrà dimostrare che la legalità amministrativa può accompagnarsi a una politica capace di garantire occupazione, crescita e servizi pubblici efficienti.

Bruxelles e la possibilità di riaprire il negoziato europeo

Per l’Unione europea, il voto serbo rappresenta un’opportunità politica che difficilmente avrebbe potuto prodursi attraverso la sola pressione diplomatica.

La Serbia ha ottenuto lo status di Paese candidato nel 2012 e ha avviato i negoziati di adesione nel 2014. Da allora il processo ha attraversato lunghi periodi di stagnazione, condizionato dalle carenze nello Stato di diritto, dalla situazione dei media, dai rapporti con il Kosovo e dal mancato allineamento alla politica estera dell’Unione.

Bruxelles ha mantenuto aperto il dialogo con Vučić perché la Serbia occupa una posizione centrale nella stabilità dei Balcani occidentali. Belgrado rappresenta uno snodo delle infrastrutture regionali, un mercato rilevante e un interlocutore indispensabile nella gestione delle tensioni con Pristina e Sarajevo. Questa considerazione strategica ha spesso convissuto con le critiche europee alla qualità delle istituzioni serbe.

La vittoria degli studenti modifica il quadro. Ursula von der Leyen ha espresso la disponibilità a collaborare con la nuova maggioranza per sostenere il futuro europeo del Paese. Anche la commissaria all’Allargamento Marta Kos ha accolto favorevolmente il risultato.

Il sostegno politico, però, dovrà tradursi in decisioni concrete.

Una prima possibilità riguarda il rilancio dei negoziati sui capitoli dedicati alla giustizia, ai diritti fondamentali e al funzionamento delle istituzioni democratiche. Il nuovo governo potrebbe presentare un calendario di riforme concordato con la Commissione, accompagnato da verifiche periodiche sull’attuazione.

Sarebbe un segnale utile anche per gli altri candidati all’adesione. Nei Balcani occidentali, la credibilità del processo europeo dipende dalla capacità di premiare i progressi effettivi, evitando che il negoziato venga percepito come una sequenza indefinita di richieste senza risultati.

L’Unione dovrà comunque misurare le proprie aspettative. Una maggioranza favorevole al rafforzamento democratico non coincide necessariamente con una maggioranza disposta ad accettare ogni posizione di Bruxelles in politica estera.

Il Kosovo, la questione che sopravvive a Vučić

Il dossier più delicato rimane quello del Kosovo.

Belgrado continua a considerare il territorio parte della Serbia, mentre Pristina rivendica l’indipendenza proclamata nel 2008. La controversia coinvolge la sicurezza delle comunità serbe, la gestione delle istituzioni locali, il riconoscimento internazionale e il ruolo della NATO.

Vučić aveva costruito una parte della propria legittimazione politica sulla difesa degli interessi serbi in Kosovo. Il nuovo governo non potrà ignorare una questione che attraversa schieramenti politici, generazioni e appartenenze sociali.

È improbabile che la vittoria studentesca produca un immediato riconoscimento dell’indipendenza kosovara. Una decisione di questa portata richiederebbe un consenso interno molto più ampio e rischierebbe di offrire all’SNS un terreno favorevole per ricostruire la propria opposizione.

Esistono però spazi per una politica differente. Il ripristino di un dialogo istituzionale stabile, l’attuazione degli accordi già sottoscritti, la protezione delle comunità locali e la riduzione degli incidenti di sicurezza potrebbero consentire progressi senza imporre subito una soluzione definitiva sullo status.

Per Bruxelles sarà essenziale distinguere tra normalizzazione delle relazioni e riconoscimento formale. Pretendere risultati immediati su una questione così radicata potrebbe indebolire il nuovo esecutivo proprio mentre tenta di consolidare la transizione democratica.

La posizione della Serbia influenzerà anche gli equilibri della Bosnia-Erzegovina, dove i rapporti tra Belgrado e la leadership della Republika Srpska costituiscono da anni una variabile importante della stabilità istituzionale.

Russia e Cina: gli interessi che il voto non ha cancellato

Per anni Vučić ha mantenuto una politica estera fondata su relazioni parallele con interlocutori spesso contrapposti.

L’Unione europea è il principale partner commerciale della Serbia e il mercato di riferimento per numerose imprese. La Russia conserva un ruolo importante nelle forniture energetiche e offre sostegno diplomatico alla posizione serba sul Kosovo. La Cina ha sviluppato investimenti nelle infrastrutture, nell’industria e nei trasporti, rafforzando la propria presenza economica nel Paese.

Questo sistema di relazioni non scompare con la sconfitta dell’SNS.

La dipendenza energetica da Mosca non può essere superata con una dichiarazione politica. Richiede nuove infrastrutture, fornitori alternativi, contratti e investimenti. Analogamente, una revisione degli accordi industriali con Pechino dovrà tenere conto dell’occupazione, dei finanziamenti già erogati e degli impegni assunti dalle imprese.

Il primo segnale della nuova linea diplomatica potrebbe arrivare dalla posizione sulle sanzioni europee contro la Russia. Durante gli anni di Vučić, Belgrado ha evitato di aderirvi pienamente, pur mantenendo formalmente l’obiettivo dell’ingresso nell’Unione.

Un riallineamento progressivo a Bruxelles avrebbe un significato politico rilevante, ma comporterebbe costi che il nuovo governo dovrà valutare attentamente.

La questione interessa direttamente anche Mosca. La Serbia è stata uno dei principali interlocutori russi in Europa sudorientale, un Paese nel quale il Cremlino ha potuto conservare influenza diplomatica nonostante il deterioramento dei rapporti con gran parte del continente.

Pechino, invece, potrebbe privilegiare la continuità economica. I suoi investimenti non dipendono necessariamente dalla permanenza di Vučić, purché il nuovo esecutivo garantisca stabilità contrattuale e condizioni prevedibili per le imprese.

La Serbia dovrà decidere se proseguire nella tradizionale politica di equilibrio oppure avvicinarsi gradualmente alle posizioni europee. Saranno i primi accordi internazionali, più delle dichiarazioni di principio, a indicare la direzione scelta.

L’Italia davanti alla nuova fase balcanica

Per l’Italia, il cambiamento a Belgrado riguarda interessi concreti.

La Serbia rappresenta un mercato significativo per le imprese italiane attive nella manifattura, nei servizi finanziari, nelle infrastrutture e nell’energia. La qualità delle istituzioni incide sulla certezza degli investimenti, sui tempi amministrativi e sulle condizioni di concorrenza.

Una politica più rigorosa nella gestione degli appalti potrebbe favorire le aziende capaci di competere sulla qualità tecnica e industriale. La revisione dei contratti pubblici, tuttavia, potrebbe produrre rallentamenti temporanei nei progetti già avviati. Anche per questo sarà importante conoscere rapidamente gli orientamenti economici del nuovo governo.

Roma ha poi un interesse diretto alla sicurezza regionale.

La presenza italiana nella missione NATO KFOR in Kosovo conferma quanto la stabilità dei Balcani occidentali rimanga una responsabilità operativa, oltre che diplomatica. Un miglioramento delle relazioni tra Belgrado e Pristina ridurrebbe il rischio di nuove tensioni e consentirebbe di concentrare maggiori risorse sulla cooperazione economica.

La posizione geografica dell’Italia ne fa inoltre uno degli interlocutori naturali per lo sviluppo dei collegamenti infrastrutturali tra Adriatico, Balcani ed Europa centrale.

Il nuovo governo serbo potrebbe trovare in Roma un partner utile per accompagnare il percorso europeo senza trasformare ogni dossier in una prova di fedeltà geopolitica. La credibilità di questa relazione dipenderà dalla capacità italiana di mantenere un dialogo stabile con le istituzioni serbe, sostenendo le riforme senza interferire nelle scelte politiche interne.

La vera prova comincia dopo la vittoria

La sera delle elezioni, il professore universitario Radomir Šajčić ha parlato ai sostenitori della Lista degli studenti. Il senso del suo intervento era semplice: dopo la festa sarebbe arrivato il momento di costruire il futuro.

È il passaggio che separa un movimento di protesta da una forza di governo.

Durante quasi due anni di mobilitazione, gli studenti hanno potuto concentrare la propria azione sulla denuncia della corruzione e sulla richiesta di responsabilità. Da oggi dovranno assumersi il peso delle decisioni, scegliere priorità, distribuire risorse e affrontare interessi contrapposti.

Il consenso ottenuto nelle urne è ampio, ma contiene aspettative differenti. Chi ha votato per una magistratura indipendente potrebbe non condividere le scelte economiche del nuovo governo. Chi chiede migliori condizioni di lavoro potrebbe avere opinioni molto diverse sul Kosovo o sui rapporti con la Russia. La coesione costruita contro Vučić dovrà trovare una nuova ragione politica per durare.

Anche il partito sconfitto entrerà in una fase diversa. Con una rappresentanza parlamentare consistente e una struttura radicata sul territorio, l’SNS conserva gli strumenti per condizionare il dibattito pubblico. Il modo in cui verrà trattata l’opposizione sarà uno dei primi indicatori della qualità democratica della nuova maggioranza.

Per Bruxelles, la tentazione sarà quella di leggere il risultato come il ritorno della Serbia nel campo europeo. Sarebbe una valutazione anticipata. Le elezioni hanno dimostrato che una parte maggioritaria della società serba vuole cambiare il funzionamento dello Stato; la direzione geopolitica di quel cambiamento dovrà ancora essere definita.

A Novi Sad, il crollo di una pensilina ferroviaria aveva sollevato una domanda sulle responsabilità di chi governa. Due anni dopo, quella domanda ha contribuito a rovesciare un sistema politico.

La nuova maggioranza eredita ora il compito di dare una risposta attraverso le istituzioni. E sarà proprio il funzionamento di quelle istituzioni, più della dimensione della vittoria elettorale, a determinare se il 25 ottobre 2026 segnerà una parentesi nella storia serba oppure l’inizio di una trasformazione destinata a modificare gli equilibri dei Balcani.

Fonti: Commissione elettorale della Repubblica di Serbia, dati preliminari del 26 ottobre 2026; Reuters, 25-26 ottobre 2026; CRTA, rapporto preliminare di osservazione elettorale del 26 ottobre 2026; Associated Press, ottobre 2026. I dati sui seggi restano soggetti a proclamazione definitiva.

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