A meno di due settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il Michigan racconta un malcontento che attraversa le linee dei due principali partiti, ma non produce automaticamente una nuova maggioranza. La corsa al Senato tra il democratico progressista Abdul El-Sayed e il repubblicano Mike Rogers è un banco di prova sia per i Democratici, chiamati a trasformare le numerose proteste in un consenso tangibile, sia per i Repubblicani, impegnati a intercettare la rabbia degli elettori. Il caso più significativo di questi ultimi giorni è arrivato il 20 ottobre, quando General Motors ha annunciato un programma di riacquisto di azioni da 20 miliardi di dollari.
La decisione ha provocato una convergenza decisamente insolita: Rogers e lo United Auto Workers (UAW), il sindacato che sostiene El-Sayed, hanno accusato separatamente il colosso automobilistico di privilegiare gli azionisti rispetto ai lavoratori. L’UAW denuncia una scelta a favore di Wall Street, mentre molti dipendenti restano senza pensione o assistenza sanitaria post-lavorativa, al contrario Rogers ha criticato gli investimenti fatti per i progetti legati ai veicoli elettrici, sostenendo che le risorse avrebbero dovuto essere reinvestite nell’industria dello Stato del Michigan. Quest’episodio mostra quanto la questione economica sia diventata politicamente contendibile: la difesa dei lavoratori non è più un’esclusiva retorica di istanze progressiste, e anche un repubblicano può attaccare una grande impresa in nome dell’occupazione. Per El-Sayed, però, la sfida è dimostrare che la critica alle corporation possa tradursi in proposte credibili su salari, sanità e stabilità economica.
A questa particolare congiunzione va però sommata una frattura sulla politica estera. In Michigan, e soprattutto a Dearborn, il sostegno statunitense allo stato di Israele ha incrinato il rapporto tra una parte degli elettori arabo-americani e il Partito democratico: una disillusione che tuttavia non garantisce un passaggio in blocco verso El-Sayed, ma anzi potrebbe addirittura tradursi in astensione o voto di protesta, nonostante il candidato democratico abbia le proprie radici familiari in Egitto. La sua vittoria alle primarie di partito, contro la moderata Haley Stevens, ha mostrato la forza di quelle istanze che vadano a rompere con il tipo di politica portata avanti dall’establishment di partito. Ma nel contesto in cui si trova lo Stato del Midwest, una mobilitazione progressista non coincide automaticamente con una maggioranza schiacciante, anzi è giusto ricordare che qui la coalizione democratica è tutt’altro che omogenea, e invocare un cambiamento non basta a tenere insieme priorità diverse: alcuni elettori afroamericani di Detroit hanno espresso dubbi sulle conoscenze di El-Sayed sulle priorità della comunità nera, mentre una parte dell’elettorato ebraico è inquieta per le sue posizioni sulla situazione mediorientale.
I Repubblicani cercano di sfruttare queste vulnerabilità spostando il confronto dall’economia all’identità del candidato: in un video diventato virale, un contestatore chiede a El-Sayed di dissociarsi dalla Fratellanza musulmana. Il candidato, dopo aver in qualche modo esaudito questa piccata richiesta, richiama una famosa frase utilizzata da John F. Kennedy, e legata alla fede cattolica del 35° POTUS, rivendicando la propria identità statunitense: “Non mi candido a essere un senatore musulmano. Mi candido al Senato degli Stati Uniti e, per caso, sono musulmano”. Questa scena si trasforma in una prova di lealtà nazionale: questa campagna è una lotta per rendere vulnerabile l’avversario e imporre le proprie ragioni nel dibattito, senza esclusione di colpi.
Il Michigan ci offre così una chiave per leggere queste midterms: El-Sayed sta riuscendo ad intercettare l’idea che i programmi tradizionali dei partiti statunitensi non sappiano rispondere alle problematiche del paese reale e alle richieste, eterogenee, di rappresentanza. Ma la sua candidatura rivela un paradosso, perché può certamente mettere in crisi l’establishment, ma allo stesso tempo faticare a tenere insieme gruppi con necessità differenti.
La partita per il Senato verrà vinta dunque dal candidato che meglio riuscirà a captare le varie sfaccettature del malcontento della popolazione, e a trasformare queste richieste in soluzioni concrete, raccolte in una proposta politica ecumenica, e che tocchi i bisogni e le necessità dei cittadini.
