Apalis: la morte come nascita e il peso della libertà

Apalis racconta “Dai ciliegi” attraverso morte, eternità, libero arbitrio, demoni e fede cristiana, al centro della sua visione artistica.

Spiritualità e lunghe distese di contemplazione dentro un disco che ha pochi compromessi con il momento terreno e attuale. Niente conformismo, terra arida per il capitalismo e la mercificazione dell’estetica. Esce “Dai ciliegi” esordio digitale di Apalis che possiamo raggiungere solo da questo suo sito personale. Costruisce un’opera in cui spiritualità, dicevo, di libero arbitrio, male e redenzione entrano direttamente nella materia della musica. Una visione radicale, dichiaratamente cristiana, che attraversa il disco come una domanda sul destino dell’uomo e sul significato ultimo dell’esistenza.

Inevitabile avventurarsi dentro tematiche spirituali… Quanto pensi alla morte mentre scrivi? E soprattutto: la coscienza della fine rende la vita più preziosa oppure è soltanto quando immaginiamo l’eternità che il presente acquista davvero un significato?
Forse che un bimbo nella pancia della mamma, quando finalmente viene partorito, diciamo che muore? Così io, finché mi trovo nel grembo della terra, penso moltissimo alla morte come nascita: sarà il momento del parto alla vita eterna e al cielo, quando finalmente conoscerò Colui in cui credo. Sarà doloroso, perché mi verrà tagliato di netto il cordone ombelicale con tutti coloro che per un po’ lascio, ma bellissimo allo stesso tempo: spero ogni giorno di esser pronto, anche quando palesemente non lo sono; perciò mi pento di continuo. Non siamo stati creati per la morte, ma per la vita e la felicità eterna. Anche i nostri corpi e quelli dei nostri cari risorgeranno, e saranno belli, ammesso che saremo giudicati degni di entrare nella città eterna. Perciò piantiamola con botulino, creme anti-rughe eccetera eccetera. L’unico elisir d’eterna giovinezza, valido a sconfigger vecchiaia e morte eterna, si chiama Gesù Cristo, e il suo unguento, per chi lo volesse, lo dispensano gratuitamente nella chiesetta sotto casa, là dove ci sono tutte quelle vecchiette cui non daresti un centesimo del tuo credito: invece, hanno indovinato il Centro Estetico cui rivolgersi per esser belle, e belle in eterno.

Il cristianesimo introduce un’idea potentissima e terribile insieme: l’uomo è libero persino di rifiutare il bene. Quanto spazio occupa il libero arbitrio nella tua visione? Il male nasce davvero dalla libertà oppure esiste qualcosa di oscuro che precede le nostre scelte e tenta continuamente di orientarla?
Ricordi una verità profonda: è vero, Dio ci ha dato la libertà di rifiutare perfino Lui, nostra eterna felicità, con la conseguenza — dici bene, “terribile” — che, una volta perso, saremo angosciati e oppressi per sempre, senza sosta, senza sollievo, senza fine. La disperazione eterna esiste, perché la nostra anima, o persona, è indistruttibile: nessuno “scompare” con la separazione dell’anima personale dal suo vaso terreno. La nostra anima personale è stata creata a somiglianza di Dio immortale, e anche i nostri corpi risorgeranno per un giudizio, di condanna, fra i dannati, o di risurrezione, fra i giusti. Il giudizio particolare sull’anima personale è messo a tema ne “I Demoni”. Mi chiedi che spazio occupi il libero arbitrio: il posto che Iddio gli ha assegnato. Sono persuaso che il bene della libera volontà sia ciò per cui siamo esseri umani; nella potenza volitiva siamo simili a Dio. È per questo che la beatitudine consiste nell’uniformarsi alla Sua volontà. Quest’unione, tuttavia, è insidiata da forze volitive che le si oppongono. Anzitutto la nostra inferma volontà, ferita dall’abitudine al peccato e attratta dai beni caduchi. In secondo luogo, subiamo l’azione dei demoni, che vogliono la nostra totale rovina perché odiano Dio e ci invidiano. Infine, la nostra volontà sconta il peso di una colpa antica, che si traduce in una fatica nel vivere bene o in una rassegnata stanchezza di volerlo fare: si chiama accidia, e va combattuta mediante i Sacramenti, la preghiera e le opere buone.

E infatti arriviamo a “I demoni”. Dove collochi il confine fra il demone come figura religiosa, il demone come parte della psiche e il demone come allegoria delle nostre dipendenze, paure, ossessioni? Sono davvero territori separabili?
Che i demoni esistano, e non siano figure della nostra psiche o figurazioni allegoriche delle nostre debolezze, dobbiamo riconoscerlo sulla parola di Gesù Cristo. Dio è verace, non dice balle: ha detto chiaro e tondo che “satana è il principe di questo mondo”. Il nostro nemico pubblico n. 1 è dunque invisibile, eppur ci vede benissimo. E se la divina parola non bastasse, basterebbe documentarsi presso gli esorcisti della Chiesa cattolica per provarlo. Peraltro, ciascuno può sperimentare da sé l’esistenza dei demoni con un piccolo esperimento: si metta a parlare sinceramente bene di Gesù Cristo vicino a qualche persona “normale”. Solo a nominare il Figlio di Dio, vedrà certe persone scoppiettare come pop-corn sulla padella bollente. Lì sta un segno: i demoni odiano Gesù Cristo, e facendosi alveari nelle persone, quando queste sentono parlar bene del Nome di Dio, fremono intimamente, scuotendole. Se avesse parlato di Buddha, Maometto o chi per esso, nulla accadrebbe. I demoni esistono quindi, e la modernità si sbaglia di grosso disconoscendoli: ma chiederle di riconoscerli sarebbe come chiedere al regista di un film a luci rosse di adattare lo spettacolo per dei bambini. Il regista della modernità, insomma, dirige il nostro tempo come vuole: si nasconde, per mostrarci il suo vero volto solo alla fine dello spettacolo, quando siamo caduti nell’Inferno. Sono esseri molto più intelligenti di noi, ma vili: forti coi deboli e deboli coi forti; oggi fortissimi perché ci siamo disarmati delle armi della fede. I fantasmi e le malattie della psiche non derivano direttamente da loro, se non come le onde del mare dal vento burrascoso: essi ci influenzano e tentano, ma la scelta resta nostra. Anche le dipendenze psichiche sono nostra responsabilità. Contraiamo abitudini viziose per attaccamento malsano ai beni caduchi e alle creature; certo, i demoni c’inducono, ma siamo noi a scegliere se restarne preda o lottare per essere liberi. Come dice il Vangelo: “Chi pecca, è schiavo del peccato”.

Il suono di questo disco: Apalis si considera anche un musicista o usi il suono semplicemente come arredo e viatico?
Sono un musicista. Ma servo e adoro il mio Dio, non la musica. Con la musica, che serve me, cerco di servire Dio nel prossimo.

Secondo te un disco come questo che confini si porta dietro? E che messaggio lascia a chi ascolta?
Il messaggio è questo: il Padrone sta per rientrare e renderà a ciascuno secondo le sue opere.

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