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Droni a reazione per Pyongyang: l’asse Mosca-Corea del Nord cambia dimensione

La cooperazione militare tra Russia e Corea del Nord potrebbe aver superato la fase dello scambio di munizioni e uomini. Volodymyr Zelensky sostiene che Mosca abbia trasferito a Pyongyang la tecnologia utilizzata per sviluppare i nuovi droni a propulsione jet impiegati contro l’Ucraina. Una circostanza che non dispone al momento di una conferma indipendente, ma che, se verificata, aprirebbe un capitolo diverso nei rapporti tra i due Paesi: dalla fornitura di armamenti alla condivisione del know-how necessario a produrli.Interpellato direttamente sulla possibilità che la Russia abbia condiviso con la Corea del Nord la tecnologia della nuova generazione di droni, Zelensky ha risposto affermativamente. Il presidente ucraino ha però adottato maggiore cautela sull’eventuale trasferimento di conoscenze relative ai missili balistici. Seoul e diversi governi occidentali temono da tempo che l’assistenza fornita da Pyongyang alla guerra russa venga compensata con tecnologie militari avanzate.

Il rapporto costruito durante il conflitto è ormai consistente. La Corea del Nord ha consegnato alla Russia milioni di proiettili d’artiglieria e missili balistici utilizzati anche negli attacchi contro le città ucraine. Migliaia di militari nordcoreani sono stati inoltre inviati in Russia, acquisendo un’esperienza operativa difficilmente ottenibile attraverso esercitazioni convenzionali. Secondo Kyiv, oltre 8.000 soldati nordcoreani si trovano attualmente sul territorio russo e altri 10.000 sarebbero in preparazione per un possibile dispiegamento. Sono valutazioni ucraine che Mosca e Pyongyang contestano o non confermano nei termini indicati da Kyiv.

Il drone a reazione aggiunge un elemento tecnologico a questo rapporto.
Nelle ultime settimane le forze russe hanno aumentato sensibilmente l’impiego di velivoli senza pilota dotati di propulsione jet. Rispetto ai droni ad elica utilizzati in grandi quantità nelle precedenti campagne, la maggiore velocità riduce il tempo disponibile per rilevare, classificare e intercettare il bersaglio. Il 28 settembre, durante una delle maggiori offensive recenti, l’Ucraina ha registrato un tasso di intercettazione dei nuovi droni jet del 57%. Sei giorni prima, in un altro attacco composto da oltre cento velivoli senza pilota, 29 appartenevano alla categoria a propulsione jet e 18 erano stati abbattuti. Kyiv sta sperimentando nuovi intercettori, ma continua in alcuni casi a utilizzare i caccia per neutralizzare la minaccia.

È una soluzione costosa e operativamente impegnativa. Costringere un sistema di difesa aerea a utilizzare velivoli da combattimento o missili sofisticati contro piattaforme prodotte in quantità crescenti modifica l’economia dell’intercettazione. La pressione non dipende soltanto dal numero dei droni lanciati, ma dal costo necessario per distruggerli.

La questione nordcoreana deve essere letta dentro questo cambiamento.

Pyongyang possiede da decenni un vasto apparato missilistico e una base industriale militare costruita intorno alla produzione in grandi quantità. L’eventuale accesso a tecnologie russe sviluppate o perfezionate durante la guerra potrebbe permettere alla Corea del Nord di accelerare programmi che richiederebbero altrimenti tempi più lunghi. Il trasferimento non deve necessariamente riguardare un sistema completo. Motori, sistemi di navigazione, software, tecniche produttive, componentistica e dati raccolti durante migliaia di missioni possono avere un valore superiore alla semplice consegna di un’arma pronta all’impiego. La guerra ucraina produce infatti una quantità eccezionale di informazioni operative. Ogni attacco permette di osservare come reagiscono radar, sistemi di guerra elettronica e difese aeree. Le piattaforme vengono modificate, le contromisure adattate e le tattiche riscritte. Condividere questa esperienza significa trasferire anni di sperimentazione compressi in pochi mesi. È qui che la relazione Mosca-Pyongyang assume una portata che supera il teatro europeo. Per Corea del Sud e Giappone, una Corea del Nord capace di integrare nuove tecnologie unmanned nella propria struttura militare modifica la pianificazione della difesa. Le basi statunitensi nella regione, gli aeroporti, le infrastrutture energetiche e i sistemi radar rappresentano potenziali bersagli per piattaforme che potrebbero essere utilizzate insieme ai missili balistici già presenti nell’arsenale nordcoreano.

La cooperazione produce inoltre un effetto circolare. Pyongyang fornisce munizioni e personale alla Russia; Mosca può offrire tecnologia ed esperienza; i militari nordcoreani impiegati sul terreno acquisiscono conoscenze che possono essere trasferite alle proprie forze armate al ritorno in patria. Anche il rapporto tra Kyiv e Seoul sta diventando più complesso. L’Ucraina ha trasferito alla Corea del Sud due militari nordcoreani catturati mentre combattevano per la Russia. Seoul sostiene che l’operazione fosse coperta da un accordo di riservatezza e ha contestato la successiva divulgazione pubblica da parte ucraina; Kyiv nega l’esistenza dell’intesa nei termini descritti dalla Corea del Sud. La controversia ha aperto una tensione diplomatica tra due Paesi che avrebbero invece un forte interesse a condividere informazioni sull’attività militare nordcoreana.

Dietro l’episodio emerge una trasformazione più ampia. La guerra iniziata in Europa sta creando collegamenti industriali e militari che arrivano nell’Indo-Pacifico. Il fronte ucraino diventa così anche un mercato del know-how bellico. Droni, guerra elettronica, missili, tecniche di intercettazione e capacitàproduttive vengono testati quotidianamente in condizioni operative reali. La tecnologia che sopravvive al campo di battaglia acquista immediatamente valore per altri attori.

Se le indicazioni sul trasferimento dei droni jet trovassero conferma, Mosca e Pyongyang avrebbero compiuto un ulteriore passo: trasformare una cooperazione costruita per sostenere la guerra russa in un meccanismo capace di modificare anche l’equilibrio militare dell’Asia orientale. A quel punto Europa e Indo-Pacifico non sarebbero più due dossier strategici separati. Sarebbero due estremità della stessa catena di proliferazione tecnologica.

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