Venticinque anni dopo gli attentati, il lascito più profondo del 2001 non si trova a Kabul o a Baghdad. È dentro gli Stati Uniti. La guerra al terrore ha ampliato i poteri della presidenza, costruito un sistema permanente di sorveglianza, incrinato la fiducia nelle istituzioni e accompagnato la fine dell’illusione unipolare americana. Al Qaeda è stata ridimensionata, Osama bin Laden ucciso. Ma l’America che emerge da quel quarto di secolo è più polarizzata, diffidente e vulnerabile sul terreno democratico.
Alle 8.46 dell’11 settembre 2001 il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center. Meno di due ore dopo le Torri Gemelle non esistevano più, il Pentagono era stato attaccato e un quarto aereo si era schiantato in Pennsylvania. Gli Stati Uniti contarono quasi tremila morti e scoprirono, nel modo più traumatico, che la superiorità militare non garantiva l’inviolabilità del territorio nazionale.
La risposta avrebbe impegnato Washington per i due decenni successivi. Afghanistan, Iraq, Guantánamo, operazioni clandestine della CIA, extraordinary renditions, droni, intercettazioni, raccolta dei metadati, forze speciali dispiegate in decine di Paesi. La guerra dichiarata ad Al Qaeda si trasformò progressivamente in un sistema globale di sicurezza senza un fronte preciso e senza una data di scadenza.
A venticinque anni di distanza il risultato più interessante da osservare non è però la sorte dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden. È ciò che quella risposta ha prodotto negli Stati Uniti.
L’11 settembre ha modificato il rapporto tra sicurezza e libertà, tra Congresso e Casa Bianca, tra cittadini e istituzioni. Ha contribuito a consumare la fiducia nell’establishment politico e ha accompagnato il passaggio dall’America trionfante dopo la Guerra Fredda a quella costretta oggi a confrontarsi contemporaneamente con Cina, Russia, Iran e con le proprie fratture interne.
Il terrorismo ha colpito l’America dall’esterno. Le conseguenze politiche dell’attacco hanno continuato a lavorare al suo interno.
La nascita dello Stato di sicurezza
Il primo cambiamento arrivò rapidamente. Il 26 ottobre 2001 George W. Bush firmò lo USA Patriot Act. Il Congresso lo aveva approvato in un clima nel quale la possibilità di nuovi attentati appariva concreta e imminente. La legge estese gli strumenti investigativi delle autorità federali, facilitò l’accesso a dati e comunicazioni e ampliò i margini operativi dell’intelligence.
Al Senato ci fu un solo voto contrario: quello del democratico Russ Feingold, Wisconsin. La sua obiezione riguardava un punto destinato a diventare centrale negli anni successivi: una democrazia può concedere poteri straordinari allo Stato durante un’emergenza, ma recuperarli quando l’emergenza finisce è molto più difficile.
Poche settimane prima un’altra democratica, Barbara Lee, era rimasta completamente sola alla Camera nel voto contro l’Authorization for Use of Military Force. Quella risoluzione autorizzava il presidente a usare la forza contro persone, organizzazioni e Stati collegati agli attentati.
Il Congresso consegnava alla Casa Bianca uno strumento destinato a sopravvivere al contesto nel quale era nato. La presidenza americana disponeva già di enormi prerogative in politica estera. Dopo il 2001 la lotta al terrorismo fornì una cornice giuridica e politica capace di estendere ulteriormente l’area d’azione dell’esecutivo. L’eccezione iniziava a trasformarsi in normalità.
Quando democratici e repubblicani iniziarono ad assomigliarsi
Il Patriot Act viene spesso associato all’amministrazione Bush. La sua eredità è più complessa. L’architettura della sicurezza nazionale costruita dopo gli attentati è sopravvissuta alle alternanze politiche. Democratici e repubblicani hanno litigato sui limiti, sulle procedure e sulle modalità di controllo, molto meno sulla necessità di mantenere una poderosa capacità di sorveglianza e intervento.
Qui si trova uno dei paradossi della storia recente del Partito Democratico. Nel 2001 e nel 2002 alcune delle voci più critiche arrivarono proprio dalla sinistra americana. Bernie Sanders votò contro il Patriot Act e mantenne la propria opposizione nelle successive battaglie parlamentari sui poteri di sorveglianza. Barbara Lee contestò l’autorizzazione militare quando quasi nessuno era disposto a farlo.
Poi arrivò l’Iraq. Nell’ottobre 2002 il Congresso autorizzò George W. Bush a utilizzare la forza contro Saddam Hussein. Hillary Clinton votò sì. Joe Biden votò sì. John Kerry votò sì. Quella decisione sarebbe tornata a perseguitare il partito per oltre un decennio.
Le armi che non c’erano
Il problema dell’Iraq non fu soltanto una guerra lunga e costosa. Washington aveva sostenuto che Saddam Hussein possedesse programmi di armi di distruzione di massa capaci di rappresentare una minaccia grave. Le scorte che avevano costituito uno degli argomenti principali per l’invasione non furono trovate. La conseguenza politica fu devastante.
Una parte dell’opinione pubblica americana concluse che il proprio governo l’aveva portata in guerra sulla base di informazioni sbagliate, valutazioni manipolate o intelligence utilizzata selettivamente per sostenere una decisione già presa.
È difficile individuare il momento esatto in cui una società smette di fidarsi delle proprie istituzioni. L’Iraq rappresenta certamente uno dei passaggi decisivi della crisi americana contemporanea. Il danno superò la presidenza Bush.
Coinvolse il Congresso che aveva autorizzato la guerra, i servizi che avevano prodotto le valutazioni, i grandi mezzi d’informazione che avevano spesso rilanciato le accuse dell’amministrazione e i leader democratici che avevano votato l’intervento.
Quando nel 2016 Bernie Sanders affrontò Hillary Clinton nelle primarie democratiche, il voto del 2002 tornò al centro della campagna. Quattordici anni dopo era ancora politicamente vivo.
Obama e la guerra senza occupazione
Barack Obama sembrava destinato a interrompere quella stagione. Aveva costruito una parte della propria ascesa nazionale sull’opposizione alla guerra in Iraq e arrivò alla Casa Bianca promettendo di recuperare le garanzie costituzionali compromesse negli anni precedenti.
Il 22 gennaio 2009 firmò l’ordine esecutivo per chiudere il centro di detenzione di Guantánamo entro un anno. Non accadde. Il Congresso ostacolò il trasferimento dei detenuti negli Stati Uniti e la prigione rimase operativa. Ma il dato politicamente più interessante riguarda ciò che Obama fece altrove.
La guerra al terrorismo non venne smantellata. Cambiò metodo. L’amministrazione ampliò il ricorso agli attacchi mirati condotti con droni in Pakistan, Yemen e Somalia. Le grandi occupazioni militari lasciavano progressivamente spazio a operazioni basate su intelligence, forze speciali, CIA e capacità tecnologiche. Era un modello politicamente più sostenibile. Meno soldati americani sul terreno significavano meno bare, minore esposizione mediatica e costi politici inferiori. Significava anche trasformare il conflitto in una guerra potenzialmente permanente.
Snowden apre la porta della NSA
Nel giugno 2013 un tecnico informatico di ventinove anni cambiò nuovamente il dibattito. Edward Snowden consegnò ai giornalisti una vasta quantità di documenti riservati della National Security Agency. Per la prima volta l’opinione pubblica poté osservare dall’interno l’ampiezza raggiunta dai programmi americani di sorveglianza elettronica. Non si parlava più soltanto di seguire le comunicazioni di un sospetto affiliato ad Al Qaeda.
La capacità tecnologica consentiva di acquisire e analizzare quantità enormi di informazioni, comprese quelle generate dalle comunicazioni di cittadini che non erano sospettati di terrorismo. La Sezione 215 del Patriot Act era diventata uno dei fondamenti giuridici utilizzati per la raccolta di metadati telefonici. La reazione politica mostrò quanto fosse cambiato Washington.
A difendere parti essenziali del sistema non erano soltanto i repubblicani. Nancy Pelosi e Dianne Feinstein, figure centrali dell’establishment democratico, sostennero l’apparato dell’intelligence e contestarono le modalità scelte da Snowden. Dodici anni dopo l’11 settembre, lo Stato di sicurezza non apparteneva più a un’amministrazione. Apparteneva allo Stato americano.
La fabbrica della sfiducia
Nello stesso periodo un secondo processo stava modificando la società. L’11 settembre diventò uno dei primi grandi eventi globali dell’epoca Internet a generare un ecosistema cospirativo di massa. I Truthers sostenevano versioni alternative degli attentati, contestavano le ricostruzioni ufficiali sul crollo delle torri e attribuivano responsabilità dirette o indirette allo stesso governo americano.
Le teorie del complotto erano sempre esistite negli Stati Uniti. Kennedy, Roswell, l’anticomunismo paranoico degli anni Cinquanta avevano prodotto mitologie politiche durature. Internet introdusse però una differenza strutturale.
Le comunità non avevano più bisogno di giornali, televisioni o organizzazioni tradizionali per costruire una propria narrazione. Forum, blog e successivamente piattaforme video e social network permettevano di creare circuiti informativi autonomi.
Poi arrivarono le armi di distruzione di massa mai trovate in Iraq. Per chi già diffidava delle autorità, quel fallimento diventò una prova generale: se Washington aveva sbagliato o mentito su una guerra, perché avrebbe dovuto dire la verità su tutto il resto?
La domanda era semplice. Le conseguenze sono arrivate molto più tardi.
Dall’11 settembre a Trump
Nelle settimane successive agli attentati gli Stati Uniti conobbero uno dei momenti di maggiore coesione della loro storia recente. Democratici e repubblicani votarono insieme. Le bandiere apparvero sulle case. La NATO invocò per la prima volta l’articolo 5 del Trattato Atlantico. George W. Bush raggiunse livelli di consenso difficilmente immaginabili in una democrazia polarizzata.
Venticinque anni dopo il quadro è opposto. Il sistema politico americano è attraversato da una radicalizzazione che riguarda l’identità dei due schieramenti, il funzionamento delle istituzioni e persino il riconoscimento della legittimità dell’avversario.
Attribuire questo processo all’11 settembre sarebbe una semplificazione. La trasformazione industriale del Paese, la globalizzazione, la crisi finanziaria, le disuguaglianze, l’immigrazione, i social network e le fratture culturali hanno avuto un peso enorme.
Ma la guerra al terrore ha preparato parte del terreno. Ha abituato gli americani alla politica dell’emergenza. Ha aumentato il potere dell’esecutivo. Ha contribuito a delegittimare le élite. Ha prodotto guerre costose i cui risultati sono apparsi sempre meno comprensibili.
Nel 2008 arrivò la crisi finanziaria. Per milioni di cittadini fu il secondo fallimento dell’establishment nel giro di pochi anni: prima Washington non aveva saputo gestire la guerra, poi Wall Street e le istituzioni pubbliche non avevano saputo impedire il collasso finanziario.
Tea Party e Occupy Wall Street nacquero su fronti opposti. Condividevano una convinzione: il sistema non funzionava più come avrebbe dovuto. Donald Trump avrebbe trasformato quella sfiducia in una macchina elettorale.
Vent’anni per tornare al punto di partenza
Fuori dagli Stati Uniti il bilancio era altrettanto problematico. Richard Haass ha indicato nell’Afghanistan una lezione destinata a pesare sulla politica estera americana: rovesciare un regime può richiedere settimane; costruire uno Stato capace di sopravvivere autonomamente può richiedere decenni e comunque fallire. I Talebani furono rapidamente cacciati da Kabul alla fine del 2001. Gli americani se ne andarono nell’agosto 2021. I Talebani erano tornati a Kabul.
Tra queste due immagini trascorrono vent’anni di guerra, centinaia di migliaia di militari americani impiegati nei diversi teatri successivi all’11 settembre, migliaia di morti tra Stati Uniti e alleati e costi nell’ordine dei trilioni di dollari se si considera l’intero ciclo delle guerre post-2001 e le loro conseguenze di lungo periodo. La superiorità militare aveva permesso agli Stati Uniti di vincere rapidamente la prima fase del conflitto. Non aveva prodotto uno Stato afghano capace di reggersi quando quella forza militare venne ritirata.
L’errore iracheno cambia il Medio Oriente
L’Iraq produsse un effetto ancora più profondo perché non era stato il Paese da cui erano partiti gli attentati dell’11 settembre. La guerra trasformò la lotta ad Al Qaeda in un progetto politico più ambizioso: utilizzare la superiorità americana per modificare gli equilibri del Medio Oriente. Saddam Hussein venne rovesciato rapidamente. Poi arrivarono l’insurrezione, il terrorismo, la guerra settaria e la decomposizione di una parte dell’apparato statale.
La caduta del regime eliminò inoltre uno dei principali contrappesi regionali dell’Iran. Teheran conquistò uno spazio politico che difficilmente avrebbe ottenuto con Saddam ancora al potere. Dentro il caos iracheno crebbe Al Qaeda in Iraq. Da quella esperienza sarebbe emersa successivamente la struttura jihadista destinata a confluire nello Stato Islamico. L’intervento concepito per modificare il Medio Oriente lo modificò davvero. Non nella direzione immaginata a Washington.
Mentre l’America combatteva, la Cina cresceva
Esiste poi un costo strategico meno visibile. Tre mesi dopo l’11 settembre, l’11 dicembre 2001, la Cina entrò nell’Organizzazione mondiale del commercio. Cominciava una delle più rapide trasformazioni economiche della storia contemporanea. Negli stessi anni in cui Washington concentrava intelligence, risorse finanziarie, diplomazia e capacità militare sul Grande Medio Oriente, Pechino costruiva industrie, infrastrutture, porti, capacità tecnologiche e catene di approvvigionamento.
Non esiste un rapporto automatico tra le due vicende. La crescita cinese sarebbe avvenuta indipendentemente dall’11 settembre. La simultaneità resta però strategicamente rilevante. Gli Stati Uniti dedicarono una parte considerevole del primo ventennio del XXI secolo a conflitti contro organizzazioni jihadiste e regimi mediorientali mentre stava emergendo il primo concorrente in grado di sfidare la loro supremazia economica, tecnologica e militare dai tempi dell’Unione Sovietica. Quando Washington ha riportato la competizione tra grandi potenze al centro della propria strategia, la Cina era già cambiata.
La fine dell’America senza rivali
Paolo Macry colloca l’11 settembre dentro una traiettoria ancora più ampia: la crisi dell’egemonia occidentale iniziata paradossalmente nel momento della sua massima forza. Nel 1991 era scomparsa l’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti sembravano non avere rivali. Il modello occidentale appariva destinato a espandersi insieme alla globalizzazione. Il 2001 aprì una crepa.
L’Iraq mostrò i limiti della potenza militare. La crisi del 2008 quelli del modello finanziario. Le Primavere arabe smentirono l’idea che la democratizzazione del Medio Oriente potesse seguire un percorso lineare. La Libia precipitò nella frammentazione. La Russia occupò la Crimea nel 2014 e nel 2022 invase l’Ucraina su vasta scala.
Nel frattempo Turchia, Iran, Arabia Saudita, India e altre potenze regionali hanno acquisito margini di autonomia impensabili nell’ordine internazionale degli anni Novanta. Il sistema del 2026 non assomiglia a quello nel quale Osama bin Laden decise di sfidare gli Stati Uniti. È più frammentato. E l’America è ancora la principale potenza mondiale, ma non può più determinare da sola le regole del gioco.
Anche il terrorismo ha imparato
Nel frattempo è cambiato il nemico. Nel 2001 diciannove uomini trasformarono quattro aerei di linea in armi. Oggi un’organizzazione irregolare dispone di possibilità che allora appartenevano quasi esclusivamente agli Stati: droni economici, comunicazioni cifrate, immagini satellitari commerciali, sistemi di navigazione, software per l’elaborazione dei dati e strumenti di intelligenza artificiale. I conflitti in Ucraina e Medio Oriente hanno dimostrato quanto sia diminuito il costo necessario per colpire infrastrutture molto più costose dell’arma utilizzata.
La stessa rivoluzione riguarda la propaganda. Al Qaeda faceva arrivare videocassette alle televisioni satellitari. Lo Stato Islamico costruì anni dopo una sofisticata macchina social. La generazione successiva dispone dell’intelligenza artificiale generativa, della traduzione automatica, di video sintetici e di sistemi capaci di produrre contenuti su scala industriale. La guerra asimmetrica è diventata anche una guerra algoritmica.
Il nuovo fronte è in Africa
La geografia jihadista si è spostata. Gli Stati Uniti non hanno subito un altro attentato paragonabile all’11 settembre e la struttura originaria di Al Qaeda è stata profondamente indebolita. Osama bin Laden venne ucciso ad Abbottabad nel maggio 2011. Il jihadismo, però, ha seguito una traiettoria diversa: meno centro, più periferie.
Il Sahel è diventato uno dei principali teatri della violenza estremista. Mali, Burkina Faso e Niger sono attraversati dall’attività di gruppi affiliati o collegati alle galassie di Al Qaeda e dello Stato Islamico. Il bacino del Lago Ciad resta un altro focolaio.
Contemporaneamente si è ridotta la presenza occidentale. Le forze francesi hanno lasciato diversi Paesi della regione, gli Stati Uniti hanno perso basi strategiche e i colpi di Stato hanno modificato le alleanze locali. Il terrorismo che nel 2001 aveva un volto, una leadership e un santuario relativamente identificabili oggi è più disperso. Questo lo rende meno capace di riprodurre facilmente un 11 settembre. Non necessariamente meno pericoloso.
La vittoria che non basta
Osama bin Laden è morto. Khalid Sheikh Mohammed è stato catturato. La vecchia leadership di Al Qaeda è stata decimata. Le capacità americane di intelligence, controllo aeroportuale, tracciamento finanziario e prevenzione sono incomparabilmente superiori rispetto al 2001. Se l’obiettivo fosse stato esclusivamente impedire ad Al Qaeda di ripetere l’11 settembre, Washington potrebbe rivendicare un risultato. Ma le guerre non vengono giudicate soltanto sulla capacità di eliminare il nemico iniziale. Vent’anni dopo l’invasione dell’Afghanistan, i Talebani sono tornati al potere. L’Iraq ha ampliato l’influenza regionale dell’Iran. Il jihadismo è sopravvissuto trasformandosi. Cina e Russia contestano apertamente l’ordine costruito dagli Stati Uniti. La società americana è molto più divisa di quella che reagì agli attentati. Il bilancio diventa allora più ambiguo: una successione di vittorie tattiche dentro una traiettoria strategica assai meno favorevole.
Il problema ora è dentro le istituzioni
C’è infine un’eredità che non riguarda né Kabul né Baghdad. Riguarda Washington. Gli studiosi delle democrazie contemporanee utilizzano espressioni come democratic backsliding per descrivere l’erosione progressiva di regole, contrappesi e consuetudini istituzionali senza necessariamente arrivare alla soppressione delle elezioni. Una categoria ancora più controversa è quella di competitive authoritarianism: sistemi nei quali la competizione elettorale sopravvive, ma chi controlla lo Stato utilizza istituzioni e risorse pubbliche in modo tale da alterare progressivamente l’equilibrio democratico.
Applicare automaticamente questa definizione agli Stati Uniti sarebbe improprio. Il Paese mantiene elezioni competitive, una magistratura capace di contrastare il potere politico, pluralismo dell’informazione, federalismo e una società civile robusta. Il segnale da osservare è un altro. Dal 2001 gli americani si sono progressivamente abituati all’idea che un’emergenza possa giustificare l’ampliamento dei poteri dello Stato.
Prima il terrorismo. Poi altre crisi hanno prodotto nuove richieste di protezione e nuovi conflitti sulla portata dell’autorità federale. Le tecnologie, intanto, hanno moltiplicato ciò che lo Stato può conoscere. Nel 2001 il problema erano le intercettazioni telefoniche. Oggi riconoscimento facciale, geolocalizzazione, banche dati biometriche, analisi automatizzata delle immagini e intelligenza artificiale consentono capacità di controllo che gli autori del Patriot Act non potevano immaginare. È qui che il passato incontra il futuro. Il Patriot Act appartiene alla tecnologia del 2001. L’architettura politica che lo rese possibile può essere applicata agli strumenti del 2026.
Venticinque anni dopo Ground Zero
C’è una fotografia dell’11 settembre che racconta bene l’America di allora. Tre vigili del fuoco sollevano una bandiera statunitense tra le macerie del World Trade Center. Rappresentava un Paese ferito ma compatto. Un quarto di secolo più tardi quella compattezza appare lontanissima. Gli Stati Uniti hanno costruito un apparato capace di rendere molto più difficile un nuovo 11 settembre. Hanno eliminato gli uomini che lo progettarono e sviluppato una capacità di sorveglianza globale che nel 2001 apparteneva alla fantascienza.
La minaccia decisiva, però, potrebbe non arrivare più da un commando nascosto in Afghanistan. Può nascere dall’incontro tra istituzioni indebolite, sfiducia pubblica, polarizzazione, tecnologie di sorveglianza e un potere esecutivo abituato da un quarto di secolo a operare dentro emergenze successive. La domanda lasciata aperta dall’11 settembre è quindi cambiata. Nel 2001 gli americani si chiedevano quanto fossero disposti a sacrificare per difendersi dal terrorismo. Nel 2026 devono chiedersi quali strumenti costruiti per proteggere la democrazia potrebbero, nelle mani sbagliate, essere utilizzati per restringerla.
