GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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La diplomazia che non si vuole

Nei giorni scorsi la firma di una tregua ha consentito l’inizio dei negoziati di pace che hanno posto termine alla guerra civile che ha visto fronteggiarsi per oltre due anni il Governo Etiope e i separatisti del Tigrai. Questa guerra, segnata da eccessi di violenza e crimini da ambo le parti, ha causato più di 500.000 morti, provocato oltre due milioni di profughi e ha distrutto il tessuto sociale di un’intera regione.

Le ragioni del conflitto, che costituiva una seria minaccia per la fragile stabilità dell’intera regione del Corno d’Africa, sembravano insanabili ma, alla fine, dopo difficili negoziati condotti sotto l’egida USA, la diplomazia ha imposto una tregua, consentendo le premesse per raggiungere la pace.

Certamente l’Etiopia non è alle porte di casa nostra e risulta lontana, non soltanto geograficamente, ma anche dal punto di vista della nostra percezione di pericolo. Il conflitto che ha interessato la regione africana ha molte similitudini con quello che si sta svolgendo in Ucraina: è motivato da odio e rancori che si perdono nel tempo, ha prodotto un elevato numeri di morti e un enorme flusso di profughi, ha causato la distruzione di numerosissime strutture civili, è stato condizionato da un’estrema violenza. Tuttavia, è terminato con una soluzione diplomatica perseguita con razionalità e realismo che, alla fine, ha consentito di individuare e raggiungere una situazione di mediazione vantaggiosa per entrambe le parti.

La situazione in Ucraina, invece, sembra essere priva di una apparente via d’uscita che ponga termine al conflitto. Ma davvero non esiste una via diplomatica per poter porre fine a questa crisi? Quali sono, in realtà, gli ostacoli che si frappongono alla risoluzione del conflitto?

Le ragioni del perché sussiste questo stallo diplomatico sono molteplici e di differente natura.

Innanzitutto, il conflitto in Ucraina ha da subito assunto il ruolo di protagonista dei nostri media e ci è stato descritto come la rappresentazione della sfida ultima tra il bene e il male, contribuendo a creare un’impostazione mentale dell’opinione pubblica particolare e unidirezionale.

La narrazione di quanto accade ha anestetizzato la nostra capacità di guardare oltre l’orizzonte limitato del nostro microcosmo europeo, cancellando ogni altro riferimento a ciò che avviene nel contesto internazionale, facendoci dimenticare che, purtroppo, esistono altre situazioni di crisi, ugualmente drammatiche e pericolose, dove sono coinvolti quei valori di cui ci sentiamo i difensori e i portatori. Di conseguenza, non siamo in grado di realizzare che la difesa della democrazia e della libertà non si giocano sostenendo a spada tratta l’Ucraina acriticamente e senza realismo politico.

L’unidirezionalità con la quale l’opinione pubblica occidentale descrive il conflitto ci impedisce di accettare l’adozione di una azione diplomatica che si basi sul perseguimento di fattori oggettivi e realistici. Sicuramente e senza nessuna scusante il ricorso della Russia alle armi è da condannare a priori, ma questo non implica che non si debba comunque ricercare una soluzione diplomatica che possa mettere termine al conflitto.

In secondo luogo, la dinamica propagandistica adottata dalle due parti, riguardo alle eventuali possibili soluzioni, le ha spinte in un tunnel cieco, sclerotizzando la narrazione del conflitto su posizioni diametralmente opposte condizionate da premesse di base del tutto irrealistiche e irrazionali.

Da una parte, infatti, l’Ucraina (e i suoi sponsor – USA ed Europa) insiste per avere una situazione che riporti il confine a quello che era prima del 2014, chiedendo un ritiro completo e incondizionato della Russia entro i territori e i confini che esistevano prima della annessione della Crimea.

Dall’altra parte, la Russia insiste nel suo progetto relativo alla creazione di una serie di entità statali solo da lei riconosciute che possano creare una fascia cuscinetto lungo la frontiera tra la Russia e l’Ucraina, al fine di separare il territorio russo dalla compagine dell’Europa e della NATO, assicurando quel minimo di protezione che consenta a Mosca di non sentirsi completamente accerchiata da quelli che considerano essere i suoi nemici di sempre.

Entrambe le posizioni non possono realisticamente essere conseguite.

La Russia, anche se sulla difensiva dal punto di vista militare, rimane una potenza solida con un proprio progetto strategico connesso ai suoi interessi nazionali. E’ sicuramente provata dalle sanzioni ma non è piegata, ha ancori enormi risorse economiche e non è stata isolata nel contesto internazionale. Putin ha coinvolto la Russia e il suo orgoglio di grande potenza in una situazione dalla quale non può uscire a mani vuote. Una resa incondizionata stile Seconda Guerra Mondiale non è assolutamente una soluzione che possa essere accettata dalla Russia.

L’Ucraina definendo quale condizione per il termine del conflitto la restaurazione dei confini ante 2014, impone una condizione di difficile accettazione in quanto disconoscerebbe sia la situazione particolare delle regioni di confine contese, negando che esista un problema con le minoranze russe presenti (vedasi il Protocollo di Minsk), sia l’eccezionale situazione della Crimea che affonda le sue radici nel complicato processo che è seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

In sintesi, l’epoca delle vittorie definitive e delle rese incondizionate appartiene al passato e, quindi l’Occidente deve interrompere la politica di alimentare il conflitto militarmente, usando, invece, la diplomazia per accettare la situazione reale e lavorare per raggiungere una soluzione mediata che ridimensioni le due opposte visioni e consenta di comporre la crisi in atto, soluzione, tra l’altro sostenuta, sin dall’inizio, da uno dei più grandi diplomatici del nostro tempo: Henry Kissinger!

Infine, c’è un altro aspetto critico da considerare per mettere a fuoco con precisione la crisi della diplomazia in relazione al conflitto ucraino.

Il vero end state della crisi non è rappresentato dalla difesa della libertà e della democrazia messe in pericolo dalle aspirazioni zaristico-sovietiche di Putin, come la propaganda occidentale sbandiera ipocritamente.

Ciò che realmente interessa all’Occidente non è tanto la liberazione dell’Ucraina ma la eliminazione del presidente russo, ritenuto una personalità ingombrante, pericolosa e scomoda, soprattutto per la determinazione con la quale persegue il suo obiettivo di riportare la Russia ad essere un paese geopoliticamente importante e determinante nel contesto delle relazioni internazionali.

In tale quadro di situazione gli interessi USA sono quelli di eliminare la spina nel fianco rappresentata da una Russia forte e potente quale ulteriore possibile avversario nella contesa vitale con Pechino. Quelli dell’Unione Europea di disporre di una Russia docile e democraticamente inoffensiva sulla quale dirottare le proprie attenzioni di mercato.

Quelli dell’Est Europa, invece, di avere la soddisfazione di vedere umiliato il nemico atavico di sempre verso il quale gli odi e i rancori di un passato remoto e presente sono ancora vivi e accesi.

In sintesi, si sta usando l’Ucraina per cercare di ridimensionare la Russia al fine di eliminare un elemento geopoliticamente scomodo per il mondo occidentale nel confronto che oppone l’Occidente alla crescente potenza della Cina nel quadro dello scontro culturale economico finanziario, e forse militare, finalizzato alla costruzione e al mantenimento di un ordine mondiale basato sui principi e sulle specifiche culturali di cui l’Occidente ritiene di essere il depositario e il difensore.

Per concludere, le posizioni formali dei due campi sono opposte e ugualmente irrealistiche, ma non per questo non è impossibile individuare un accordo.

La soluzione diplomatica è possibile solo se essa può trovare una serie di condizioni cheato a quella che sarebbe, quindi, una sfida caratterizzata da quei valori di democrazia e di rispetto delle libertà che l’Occidente vuole proporre, sostenere e realizzare.

L’impasse

Mentre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite si consumava la rappresentazione tragicomica della inanità di questo consesso mondiale, retaggio di un mondo che non esiste più, roboante nei suoi propositi, elefantiaco nella miriade delle sue diramazioni, economicamente fallimentare, ma, soprattutto, impotente nella risoluzione dei conflitti che coinvolgono gli stessi Paesi che ne fanno parte e che era stato deputato a evitare, il Presidente Putin in un discorso alla Nazione ha dato inizio a un nuovo capitolo del conflitto che oppone la Russia all’Occidente (rappresentato sul campo dal suo campione del momento, l’Ucraina). Leggi Tutto

Esiste un nuovo ordine mondiale

I conflitti sono sempre stati originati e condotti per ottenere risultati volti a soddisfare il conseguimento degli intendimenti strategici che le nazioni considerano essenziali per i loro obiettivi di politica nazionale.

Queste ragioni sono state, poi, immancabilmente ammantate da un pesante velo di propaganda (questo è il suo vero nome!) che le ha trasformate nell’eterna lotta tra il bene e il male dove ognuno dei contendenti è convinto che la sua fazione sia nel giusto e che la divina indulgenza ne sostenga e ne nobiliti le azioni. E l’attuale conflitto ucraino non scappa a questa regola!

Pur condannando il ricorso alla forza a prescindere, se consideriamo in modo asettico e senza condizionamenti di parte la situazione, possiamo vedere che la posta in gioco in Ucraina non è rappresentata dalla sopravvivenza della democrazia o dall’esistenza del mondo libero minacciato da una apocalisse biblica di matrice autoritaria.

Quello che è realmente in bilico è, in primis, la credibilità degli Stati Uniti nel poter gestire la sfida che rappresenta l’ascesa della Cina, quale potenza planetaria, senza il fastidio di un deuteragonista del palcoscenico mondiale (la Russia di Putin), che costringe la geopolitica americana a rimanere invischiata nell’angusto ambito euroasiatico. In stretta connessione a tale fattore è in discussione, anche, l’affidabilità degli Stati Uniti nel sostenere, militarmente ed economicamente, i propri alleati (dopo averli introdotti nella gabbia del leone!!!!!!).

Ovviamente la propaganda presenta gli USA come guida illuminata di un Occidente paladino di una visione liberale del mondo, culla e rifugio della democrazia, che lotta contro il Signore del Male di turno che, improvvisamente e senza motivo, ha attaccato il cuore pulsante dell’Europa (con tutto il rispetto per l’Ucraina, ma sino a poco tempo fa era una vaga entità ai confini del mondo sconosciuta ai più).

Dall’altra parte abbiamo, invece, una Russia che nell’ambito della sua continuità storica pretende un ruolo di potenza globale, che non accetta di essere un deuteragonista della scena mondiale e che ha radicato nel suo DNA geopolitico la sindrome dell’accerchiamento.

Questo ha come conseguenza diretta che, oltre ad essersi ripresa la Crimea (che significa l’accesso a un mare caldo e ai siti nucleari), la Russia abbia dato inizio a una seconda fase di questo conflitto per eliminare o ridurre il problema di avere alla soglia di casa un soggetto politico, considerato (non del tutto a torto, bisogna riconoscerlo) uno strumento di pressione occidentale, pericoloso perché in grado sia di condizionare le sue arterie di trasporto energetico, sia di esportare idee e tendenze poco gradite e considerate destabilizzanti per la propria stabilità interna.

Di contro, la propaganda russa presenta questo conflitto come la ineluttabile necessità di difendere la Grande Madre Patria da un nuovo attacco da parte del perverso liberalismo occidentale, che vuole privare la Russia del suo ruolo e che intende governare il mondo con le sue idee retrò di democrazia e diritti individuali.

Allargando la visione, ci troviamo di fronte, però, a un conflitto che si sviluppa su due livelli differenti: nello scenario tattico si affrontano Russi e Ucraini; nello scenario geopolitico, invece, i protagonisti sono molti di più e ciascuno ha un proprio ruolo e, ovviamente, persegue ben precisi obiettivi.

Oltre agli USA, all’Unione Europea e alla Russia, infatti, l’evoluzione della crisi ucraina interessa alla Cina in maniera diretta, mentre indirettamente ne sono coinvolti il Medio Oriente, l’India e l’Oriente Asiatico.

Se ci svincoliamo dalla visione locale eurocentrica e ci proiettiamo in un ambiente geopolitico globale, possiamo vedere che questa crisi assume significati differenti da quelli propagandistici del Davide difensore della democrazia contro il Golia neo-zarista e che la situazione stimola problematiche fondamentali per il nostro futuro, che non sono conseguenza diretta del conflitto, ma che, invece sono state ricondotte a essa come giustificazione di una impasse politica almeno ventennale dell’Occidente

Il primo aspetto da considerare è quello, composito e complesso, dello sviluppo del sistema globale delle relazioni internazionali.

Dopo l’utopia presuntuosa che la fine della Guerra Fredda avesse per sempre affermato a livello globale quei principi di democrazia e di rispetto dei diritti che sono propri del nostro patrimonio culturale di Occidentali, la crisi ucraina ha dato corpo a una realtà completamente differente che, sebbene antecedente alla crisi stessa, abbiamo sino ad ora volutamente ignorato come se non esistesse. Quello in cui viviamo, invece, è un mondo multipolare dove, giocoforza, coesistono differenti visioni e differenti interpretazioni dei concetti fondamentali di democrazia, di diritti individuali e di libertà. Ciò che non ci è chiaro è che, pur non dovendo abiurare alla nostra impostazione di società basata sulla condivisione di determinati principi, l’Occidente si trova ad affrontare un nodo gordiano: l’imposizione della nostra visione morale collide con la ricerca di una stabilità di un ordine geopolitico mondiale che non si identifica nella visione da noi proposta.

Se consideriamo che l’appello a condannare l’invasione russa e a schierarsi con l’Ucraina, concorrendo nel mettere in atto risposte precise come le sanzioni, è stato accolto con favore solo da una parte del consesso mondiale, mentre in molti dei Paesi politicamente più importanti è prevalso un atteggiamento tiepido e molto distaccato, ci possiamo rendere conto della differenza culturale che esiste tra le posizioni assunte dalla Cina, dall’India, dai Paesi del Medio Oriente e dell’Africa.

Il secondo aspetto, anch’esso cruciale per il nostro futuro, è quello della crisi energetica che ha iniziato ad abbattersi sull’economia e a incidere sulla qualità della nostra vita. Anche qui non è la crisi ucraina che è responsabile di questo problema. La vera crisi ha origini molto più profonde e lontane nel tempo (il picco massimo di sfruttamento nel settore delle fonti fossili si è verificato nel 2010!), gli avvenimenti attuali sono solo un paravento dietro al quale abbiamo cercato di nasconderci cercando di negare la gravità della situazione.

Senza dimenticare che la crisi non riguarda solo la disponibilità delle fonti di energia fossile ma soprattutto la disponibilità delle risorse di materie prime fondamentali per lo sviluppo di alternative energetiche (quasi inesistenti nel nostro continente). Il possesso, il diritto allo sfruttamento e la disponibilità delle risorse tecnologiche per poterlo realizzare sono il terreno di scontro concettuale e pratico sul quale l’Occidente si troverà a combattere per poter sopravvivere. Per tutti un esempio: la tecnologia dei pannelli fotovoltaici di cui l’Occidente è inventore e fiero promotore, quale fonte energetica alternativa, è prodotta in Cina mediante impianti a carbone, utilizza materie prime africane e ritorna in Europa con vettori su ruota a combustibile fossile.

Il terzo aspetto discende direttamente dal precedente. Energia significa economia.

Senza energia il nostro sistema economico è messo alle corde e produce incertezza e disaccordo che minano la credibilità e l’affidabilità del sistema di mercato libero che l’Occidente sostiene.

Inoltre, il sistema economico ha ricercato la via più breve e meno onerosa per svilupparsi. Tutta la nostra produzione sensibile, e non, è stata delocalizzata dove era più vantaggioso economicamente, senza la ben che minima attenzione ai rischi geopolitici che avrebbero potuto metterci in crisi. La tecnologia che l’Occidente sviluppa è prodotta all’estero per convenienza, ma ci espone a qualsiasi sconvolgimento del sistema con risultati catastrofici (un esempio è lo scompiglio che è stato causato dalla pandemia che ha modificato o interrotto i nostri flussi logistico commerciali!).

La stabilità dei mercati si basa sulla stabilità di un ordine geopolitico. La ricerca di questo ordine e il suo mantenimento è un imperativo che deve passare per l’accettazione del compromesso strategico e non per l’intransigenza di una politica morale. I concetti cardine della nostra società devono essere sostenuti e devono essere offerti come alternativa di valore assoluto, ma non possono essere imposti quale conditio sine qua non.

L’ultimo aspetto è quello che ci riguarda più da vicino: il futuro dell’Unione Europea.

La UE rappresenta una enorme potenza di carattere economico-finanziario perché è nata ed è stata sviluppata in quel senso, ma non esiste a livello politico semplicemente perché non ha la struttura per poterlo fare (nonostante la Presidente della Commissione Europea si sia arrogata un ruolo da Primo Ministro UE!).

Eppure, continuiamo a pretendere di avere un peso geopolitico sulla scena internazionale.

Se non fosse stato per la decisa spinta che gli USA hanno dato agli avvenimenti, la UE sarebbe ancora a discutere su cosa fare e non si sarebbe sognata di imporre sanzioni economiche al suo migliore cliente!

Infatti, l’UE non è un monolite compatto e coeso, ma un insieme di fazioni, gruppi e sottogruppi di Paesi che cercano di trarre il massimo vantaggio per sostenere la loro visione nazionale, che viene tenuto insieme per interessi prevalentemente economici, ma che non condivide gli stessi valori e gli stessi principi. L’allargamento incondizionato basato esclusivamente sul rispetto di parametri finanziario-economici, che è servito per allargare ed espandere l’Unione, ha snaturato quello che era il concetto alla base del progetto: la condivisone di valori e di una cultura comune, oltre che l’interesse a far parte di un mercato comune dispensatore di benefici e prodigo di aiuti.

Senza voler fare torto a nessuno, le differenze di valori e di cultura già adesso danno luogo a dissimili interpretazioni di quello che dovrebbe essere il sentire comune dell’Unione e un progressivo allargamento verso Est non farebbe che acuire questo allontanamento da una matrice culturale che rischia di perdere il suo riferimento all’interno del sistema comunitario.

Se invece, questo è il futuro di questa organizzazione allora, forse, dovremmo chiamarla Unione Euroasiatica.

In conclusione, la crisi ucraina ha aperto il classico vaso di Pandora mettendo in evidenza una serie di tematiche geopolitiche e di scelte geostrategiche che l’Occidente si era illuso di non dover affrontare, cullandosi nella colpevole utopia del dopo guerra fredda.

Obtorto collo l’Occidente è stato messo di fronte alla realtà: il mondo non è democratico, liberale, progressista, buonista ed ecologista come noi ce lo siamo immaginato; è diverso e, soprattutto, non ci riconosce alcun primato morale o culturale.

L’Occidente deve essere comunque fiero e orgoglioso dei propri valori e della sua visione della civiltà e deve continuare a proporre il suo modello perché lo ritiene valido e senza dubbio basato su concetti universalmente condivisibili.

Tuttavia, per poter proporre i suoi valori, questi devono risultare essere i migliori, cioè quelli in grado di assicurare il pieno rispetto dei diritti, ma anche l’assunzione dei doveri; il sostegno delle libertà dell’individuo, ma anche il suo rispetto della comunità; la democrazia intesa come espressione completa della gestione della società, dove vi sia il rispetto della volontà popolare che si può sviluppare, solamente, attraverso l’espressione della maturità civile dei cittadini stessi.

La Commissione si attiva per bandire dal mercato dell’UE i prodotti ottenuti con il lavoro forzato

Nella giornata del 15 settembre la Commissione Europea ha proposto di vietare i prodotti ottenuti con il lavoro forzato sul mercato dell’UE.

Il lavoro forzato include tutte quelle situazioni in cui le persone sono costrette a lavorare attraverso l’uso di violenza o intimidazioni, o con mezzi più indiretti come il debito manipolato, il mantenimento di documenti di identità o le minacce di denuncia alle autorità di immigrazione.

Dunque la proposta della Commissione riguarda tutti i prodotti, siano essi prodotti fabbricati nell’UE destinati al consumo interno e alle esportazioni o beni importati, senza concentrarsi su società o industrie specifiche. Questo approccio globale è importante perché, secondo le stime, 27,6 milioni di persone sono vittime del lavoro forzato, in molte industrie e in tutti i continenti. La maggior parte del lavoro forzato avviene nel settore privato, mentre in alcuni casi è imputabile agli Stati. La proposta si basa su definizioni e norme concordate a livello internazionale e sottolinea l’importanza di una stretta cooperazione con i partner globali. A seguito di un’indagine, le autorità nazionali avranno la facoltà di ritirare dal mercato dell’UE i prodotti ottenuti con il lavoro forzato. Le autorità doganali dell’UE individueranno e bloccheranno alle frontiere dell’UE i prodotti ottenuti con il lavoro forzato.

Valdis Dombrovskis, Vicepresidente esecutivo e Commissario per il Commercio, ha dichiarato: “Questa proposta farà davvero la differenza nella lotta contro una schiavitù moderna che colpisce milioni di persone in tutto il mondo. Puntiamo a eliminare dal mercato dell’UE tutti i prodotti realizzati con il lavoro forzato, indipendentemente dal luogo di fabbricazione.”

Thierry Breton, Commissario per il Mercato interno, ha aggiunto: “Nell’attuale contesto geopolitico abbiamo bisogno di catene di approvvigionamento sicure e sostenibili. Non possiamo mantenere un modello di consumo di beni prodotti in modo non sostenibile. Il mercato unico è una risorsa formidabile per evitare che prodotti realizzati ricorrendo al lavoro forzato circolino nell’UE e uno strumento per promuovere una maggiore sostenibilità in tutto il mondo.”

Lo strumento relativo al lavoro forzato nella pratica

Le autorità nazionali degli Stati membri attueranno il divieto attraverso un approccio di applicazione solido e basato sul rischio. In una fase preliminare valuteranno i rischi di lavoro forzato sulla base di molteplici fonti di informazione, che  dovrebbero facilitare l’individuazione dei rischi. Tra le fonti di informazione possono rientrare i contributi della società civile, una banca dati dei rischi di lavoro forzato incentrata su specifici prodotti e aree geografiche e il dovere di diligenza esercitato dalle imprese.

Le autorità avvieranno indagini sui prodotti per i quali vi sono fondati sospetti che siano stati ottenuti con il lavoro forzato. Possono chiedere informazioni alle società ed effettuare controlli e ispezioni, anche in paesi al di fuori dell’UE. Se le autorità nazionali accerteranno la presenza di lavoro forzato, ordineranno il ritiro dei prodotti già immessi sul mercato e vieteranno l’immissione sul mercato dei prodotti interessati e la loro esportazione. Di conseguenza le società dovranno smaltire i prodotti e sostenere le spese conseguenti a tale operazione.

Se le autorità nazionali non sono in grado di raccogliere tutti gli elementi di prova necessari, ad esempio a causa della mancanza di collaborazione da parte di una società o dell’autorità di uno Stato terzo, possono prendere la decisione sulla base dei dati disponibili.

Durante l’intero processo le autorità competenti applicheranno i principi di valutazione basata sul rischio e di proporzionalità. Su tale base la proposta tiene conto in particolare della situazione delle piccole e medie imprese (PMI). Senza essere esentate, le PMI saranno agevolate dall’impostazione specifica della misura: le autorità competenti infatti, prima di avviare un’indagine formale, considereranno le dimensioni e le risorse degli operatori economici interessati e l’entità del rischio di lavoro forzato. Le PMI beneficeranno inoltre di strumenti di sostegno.

 

La Commissione elabora una strategia per promuovere il lavoro dignitoso in tutto il mondo 

La proposta fa seguito all’impegno dell’UE, la quale promuove il lavoro dignitoso in tutti i settori e ambiti strategici in linea con un approccio globale rivolto ai lavoratori nei mercati nazionali, nei paesi terzi e lungo le catene di approvvigionamento globali. Ciò comprende norme fondamentali del lavoro come l’eliminazione del lavoro forzato. La comunicazione sul lavoro dignitoso in tutto il mondo, presentata nel febbraio 2022, definisce le politiche interne ed esterne che l’UE mette in campo per realizzare l’obiettivo di un lavoro dignitoso in tutto il mondo.

ll lavoro dignitoso: l’UE come leader globale responsabile

L’UE ha già intrapreso azioni risolute per promuovere il lavoro dignitoso su scala mondiale, contribuendo al miglioramento della vita delle persone in tutto il mondo. Negli ultimi decenni il numero di minori vittime del lavoro minorile è diminuito significativamente a livello mondiale (passando da 245,5 milioni nel 2000 a 151,6 milioni nel 2016). Tuttavia il numero di minori costretti a lavorare è aumentato di oltre 8 milioni tra il 2016 e il 2020, invertendo la precedente tendenza positiva. Allo stesso tempo, la pandemia mondiale di COVID-19 e le trasformazioni nel mondo del lavoro, indotte anche dai progressi tecnologici, dalla crisi climatica, dai cambiamenti demografici e dalla globalizzazione, possono avere ripercussioni sulle norme del lavoro e sulla protezione dei lavoratori.

In tale contesto l’UE è determinata a portare avanti il suo attuale impegno e a consolidare ulteriormente il suo ruolo di leader responsabile nel mondo del lavoro, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione e sviluppandoli ulteriormente. I consumatori chiedono sempre più beni prodotti in modo sostenibile ed equo, che garantiscano un lavoro dignitoso a coloro che li producono.

L’UE rafforzerà le sue azioni basandosi sui quattro elementi del concetto universale del lavoro dignitoso sviluppato dall’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) e integrato negli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (ONU). Tali elementi sono: 1) la promozione dell’occupazione; 2) le norme e i diritti sul lavoro, tra cui l’eliminazione del lavoro forzato e del lavoro minorile; 3) la protezione sociale; 4) il dialogo sociale e il tripartitismo. La parità di genere e la non discriminazione sono questioni trasversali in questi obiettivi.

Prossime tappe

La proposta deve ora essere discussa e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea prima di poter entrare in vigore e si applicherà a decorrere da 24 mesi dalla sua entrata in vigore.

Di Anna Tulimieri

NextGenerationEU: la Commissione europea mobilita ulteriori 12 miliardi di € per la ripresa dell’Europa

Ieri la Commissione europea ha emesso 12 miliardi di € in un’operazione in due tranche nell’ambito del programma NextGenerationEU, strumento di ripresa temporanea di oltre 800 miliardi di euro di prezzi correnti per sostenere la ripresa dell’Europa dalla pandemia di coronavirus e contribuire a costruire un’Europa più verde, più digitale e più resiliente. Per finanziare NextGenerationEU, la Commissione – a nome dell’UE – sta raccogliendo dai mercati dei capitali fino a circa 800 miliardi di euro da qui alla fine del 2026.

L’operazione – la 12a sindacata nell’ambito di NextGenerationEU e la settima del 2022 – consiste di una nuova obbligazione a cinque anni da 7 miliardi di € con scadenza il 4 ottobre 2027 e di una nuova obbligazione a 30 anni da 5 miliardi di € con scadenza il 4 ottobre 2052.

Il tasso di percentuale più alto per l’ obbligazione a 5 anni lo possiede il Regno Unito (29%), a seguire la Francia con il 16% , invece per quella di 30 anni al primo posto si colloca la Germania (26,5%) e al secondo posto il Regno Unito (15,1%). Per quanto riguarda l’Italia ha un tasso di obbligazione a cinque anni del 10%, e a 30 anni dell’8,4%.

Nonostante il difficile contesto di mercato, la domanda degli investitori è rimasta forte, con offerte combinate per oltre 114 miliardi di €, vale a dire una sottoscrizione di oltre nove volte superiore all’offerta. È interessante notare che sia per l’obbligazione a 5 anni che quella di 30 anni a offrire di più ci sono stati i gestori di fondi (37,4%-40,9%) e i tessili bancari (25,9%-21,4%).

Johannes Hahn, Commissario europeo per il Bilancio e l’amministrazione, ha dichiarato: “Il programma NextGenerationEU della Commissione continua a offrire vantaggi agli Stati membri dell’UE e ai suoi beneficiari. I fondi raccolti continueranno a sostenere la ripresa dell’Europa dopo la pandemia e le tanto necessarie trasformazioni verde e digitale.”

Con l’operazione di ieri, la Commissione ha emesso un totale di 73,75 miliardi di € in finanziamenti a lungo termine nell’ambito di NextGenerationEU nel 2022 e di 144,75 miliardi di € dall’avvio del programma nel giugno 2021. Di questo totale, 23,75 miliardi di € sono stati emessi dal luglio 2022, in linea con il piano di finanziamento elaborato dalla Commissione per il periodo luglio-dicembre 2022, presentato alla fine di giugno 2022.

Grazie ai fondi raccolti, la Commissione ha finora erogato oltre 110 miliardi di € a titolo del dispositivo per la ripresa e la resilienza e oltre 15 miliardi di € per altri programmi dell’Unione che beneficiano di finanziamenti nell’ambito di NextGenerationEU.

Parallelamente a NextGenerationEU, la Commissione gestisce diversi programmi di finanziamento consecutivi per finanziare le esigenze specifiche degli Stati membri dell’UE e dei paesi terzi. Ciò include il programma di assistenza macrofinanziaria, nell’ambito del quale la Commissione ha fornito un sostegno di 2,2 miliardi di euro all‘Ucraina dall’inizio dell’anno e ha proposto un ulteriore sostegno di 5 miliardi di euro, la seconda tranche di un pacchetto fino a 9 miliardi di euro.

 

Di Anna Tulimieri

 

In Sicilia, lo sviluppo della Regione passa dalla Blue Economy. Convegno a Milazzo

Europe di

Il Vicepresidente ed Assessore all’Economia della Regione Siciliana, Gaetano Armao, presiederà il Convegno ‘Sicilia, lo sviluppo della regione passa dalla blue economy’ che si terrà domani, 19 Luglio, dalle ore 16.30, a Milazzo (Palazzo D’Amico).

Il convegno, partendo dai principali risultati dell’indagine svolta dal Centro Studi Tagliacarne, affronterà gli aspetti connessi allo sviluppo economico delle economie marittime e sarà anche l’occasione per lanciare il libro bianco ”The sicilian blue economy white paper”, in collaborazione con il sistema camerale siciliano. Nel corso dell’incontro, interverranno: Ivo Blandina, Presidente CCIAA Messina; Gaetano Fausto Esposito, DG Centro Studi Tagliacarne; Pietro Franza, Presidente Sicindustria Messina; Santi Ilacqua, Presidente Assonautica Messina; Pippo Midili, Sindaco Città di Milazzo; Rappresentante del Gruppo Caronte & Tourist.

“Il governo Musumeci ha fatto della Blue Economy una delle priorità della strategia di sviluppo per la Regione. Nella sua posizione geostrategica, al centro del Mediterraneo, si collegano culturalmente, politicamente e geograficamente, interessi strategici fondamentali su temi chiave, quali l’energia, difesa e sicurezza, tutela ambientale, flussi migratori e commerciali, infrastrutture e mobilità marittima di merci e passeggeri. Una Sicilia che più che frontiera é chiamata ad essere cerniera d’Europa verso l’Africa. Queste opportunità consentono alla nostra Isola di giocare da protagonista, offrendo soluzioni e proposte all’Europa, nel suo complesso, mirando allo sviluppo economico dell’intera area. Inoltre, nel contesto della transizione ecodigitale la Blue economy è parte integrante di una grande trasformazione che unisce una prospettiva integrata tra sviluppo ecosostenibile ed innovazione digitale. Con gli investimenti europei sin qui realizzati nell’ambito della sua Agenda digitale, la Sicilia è la regione più infrastrutturata sul piano digitale nel Mediterraneo”. Così il Vicepresidente Armao.

Una nuova NATO dopo Madrid?

Il vertice della NATO di Madrid, appena concluso, e la recentissima formalizzazione dell’ingresso di due nuovi membri nell’ambito dell’Alleanza sono stati presentati come un’altra risposta forte e decisa che il mondo occidentale ha voluto dare alla Russia. Il vertice ha inteso trasmettere l’immagine di una Alleanza compatta e determinata che si considera il baluardo della libertà e della democrazia contro il quale è destinata a infrangersi qualsiasi velleità di ricostituire un nuovo impero russo in Europa.

Un segnale importante che è stato, inoltre, esteso – peraltro in forma meno incisiva – anche nei confronti dell’altro autoritarismo che minaccia il mondo: la Cina, definita come l’avversario del prossimo futuro.

Se non ci limitiamo a un esame superficiale e spingiamo l’analisi oltre l’involucro mediatico delle dichiarazioni programmatiche e formali che contraddistinguono ogni vertice diplomatico politico ad alto livello, ci possono essere ulteriori chiavi di lettura che si prestano a valutare i risultati del vertice di Madrid.

In tale contesto possono essere fatte due osservazioni tra loro interdipendenti.

La prima riguarda il documento cardine che stabilisce la rotta che la NATO intende seguire. Si tratta del Concetto Strategico, cioè il documento programmatico che stabilisce e delinea le linee d’azione dell’Alleanza per i prossimi anni, approvato dal vertice di Madrid.

Leggendo il testo, se analizziamo i contenuti, questi ci riportano, senza dirlo esplicitamente, indietro di 30 anni, delineando lo scenario della Guerra Fredda. Una Guerra Fredda 2.0, invero, ma dove l’avversario è sempre lo stesso, anche se con un nome differente; dove le Nazioni europee (dell’EST!) si ritengono minacciate dall’essere fagocitate da un impero che non è più portatore di una ideologia politica, ma che è ugualmente visto come il nemico, l’unico e il solo, che incarna il pericolo per la democrazia e la libertà; dove, è bene sottolinearlo, la caratura degli esponenti politici che guidano l’Occidente non è certo paragonabile a quelli che hanno gestito la prima Guerra Fredda! Il resto del contesto geopolitico internazionale non è considerato quasi non esistesse.

Per arginare questa marea che è sul punto di dilagare in Europa il rimedio è sempre lo stesso: una rivisitazione della struttura della NATO, più uomini, più strutture, più tecnologia, più mezzi per rendere la NATO sempre più efficiente e dotarla di un nuovo credibile importante strumento di dissuasione. Il progetto di mettere in campo una NATO Response Force (NRF) di 300.000 unità, come prova della rinnovata volontà di dimostrare la coesione e la determinazione a reagire dell’Alleanza, ha il sapore di una boutade di altri tempi (Otto milioni di baionette!!!!). Se a malapena, e solo sulla carta, ogni anno si appronta una NRF di 40.000 unità, l’incremento sbandierato sembra apparire, esclusivamente un bluff propagandistico.

Il punto critico del Concetto Strategico risiede nella mancanza di una visione che sottintenda una prospettiva geopolitica ampia e coerente con lo sviluppo del contesto internazionale. Il nuovo ordine mondiale che si sta delineando, e che sembra che l’Occidente non voglia vedere, ha abbandonato il confronto Est vs Ovest; non esiste più una contrapposizione tra blocchi monolitici i cui interessi sono limitati al possesso fisico di una porzione di territorio (per quanto grande che essa possa apparire ai nostri occhi di occidentali); non ci sono più Triplici Intese o Entente Cordiale, gli Stati si accordano in base a esigenze specifiche fondate sul perseguimento di obiettivi politici che variano da regione a regione. Non esiste più un sistema di equilibrio di potenze che possa essere gestito dal di fuori con un attore geopolitico la cui azione, volta per volta, possa riportare l’ago della bilancia al centro.

Tutto questo l’Alleanza sembra non averlo percepito! Il nuovo Concetto rimanda a un tempo passato, dove possiamo cullarci in una situazione nota, chiara, ben definita e priva di incognite: il nemico è la Russia che vuole invadere l’Europa per ricostituire il suo impero (zarista o post-sovietico sono solo sfumature).

L’Alleanza con il vertice di Madrid ha perso un’occasione storica, quella di trasformare una organizzazione dalle potenzialità immense e unica nel suo genere da strumento vincolato a una geopolitica provinciale e fuori dal tempo, a mezzo strategico per proiettare il mondo occidentale e la sua visione culturale basata sui valori della democrazia e della libertà, quale protagonista nella costruzione di un nuovo capitolo delle relazioni internazionali.

La seconda osservazione riguarda un concetto che gli esiti del vertice hanno sancito e cioè che il baricentro politico dell’Alleanza si è spostato ad Est!

Sono i Paesi ex sovietici che oramai dettano le linee guida dell’Alleanza. La nuova frontiera della NATO è costituita dal cordone di Paesi che dal Baltico si estendono sino al Mar Nero.

Sono loro che hanno riportato indietro le lancette del tempo, vincolando la vision atlantica allo scacchiere di Nord – Est, entusiasticamente sostenuti dal settore nordeuropeo dell’Alleanza poco desideroso di ampliare la sua prospettiva geopolitica oltre il giardino di casa.

L’appartenenza all’Alleanza è stata intesa da questi Paesi come il mezzo di ricevere assistenza e protezione contro l’avversario storico di sempre, nei confronti del quale i rancori, gli attriti le rivendicazioni e il sentimento di rivalsa non si sono mai sopiti e che adesso trovano motivo di essere rispolverati e usati come elemento di pressione.

Questo spostamento del baricentro è stato reso possibile da due fattori.

Il primo riguarda il rapporto privilegiato che è stato stabilito tra questi Paesi e gli Stati Uniti. Il deteriorarsi dei rapporti euroatlantici degli ultimi vent’anni ha creato una serie di tensioni che ha visto un’Europa occidentale sempre meno coesa e sempre più recalcitrante nell’aderire alla linea politica USA, cosa che ha determinato per l’alleato americano la necessità di gravitare sul settore orientale dell’Europa: sicurezza in cambio di adesione incondizionata alla linea politica americana.

Agli occhi degli Stati Uniti la costituzione di una cintura di sicurezza dal Baltico al Mar Nero costituita da Paesi non ribelli e senza pretese di politiche autonome, che possa imbrigliare la Russia in Europa, ha costituito l’elemento fondamentale per risparmiare risorse ed energie da indirizzare verso la gestione degli altri scacchieri mondiali. La necessità del Regno Unito di ritagliarsi un nuovo ruolo in Europa dopo la Brexit dall’Occidente ha offerto, poi, l’occasione di usufruire di un sicuro alleato quale demoltiplicatore per la gestione del concetto di sicurezza contro l’Orso Russo.

Il secondo fattore, intimamente connesso al primo è stata l’assoluta mancanza di coesione strategica che i Paesi occidentali hanno dimostrato, e che si è tradotta nella traslazione del baricentro verso Est.

Nulla di nuovo, il fenomeno è lo stesso che si è prodotto nell’Unione Europea dove, purtroppo, stiamo assistendo a una mutazione dell’asse portante del concetto culturale che ha dato vita all’Unione Europea. I nuovi Paesi che sono stati accolti e inseriti nell’Unione dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica si sono certamente impegnati per modificare e rendere compatibile il loro impianto economico finanziario ai requisiti di ingresso nella comunità europea e ne hanno tratto i benefici che a essa erano legati. Ma non hanno cambiato il loro impianto culturale, sociale e politico che sono rimasti dissimili da quelli occidentali. Libertà, democrazia, trasparenza, stato di diritto sono concetti che ad Est dell’allineamento Amburgo – Trieste ancora vengono declinati in modo differente da come invece, li intendiamo a Ovest di tale allineamento.

La miopia geopolitica dell’Alleanza unita a una certa pigrizia degli Alleati del fianco Sud nel prospettare un’alternativa ragionata alla nuova Guerra Fredda verso Est, stanno privando la NATO della possibilità di esprimere le sue capacità in scacchieri diversi da quello orientale ma che sono altrettanto importanti, pericolosi e critici per la posizione che l’Europa potrà avere nel futuro immediato.

Trascurare Africa e Medio Oriente è un errore di prospettiva colossale che limita e riduce le nostre chances occidentali di proporci come una valida alternativa culturale ed economica e come garanzia di stabilità e sicurezza nei confronti del polo rappresentato da Russia e Cina.

Non si tiene assolutamente conto che la Russia non esprime il suo disegno di grande potenza solo nei confronti dei suoi ex satelliti nell’Europa orientale, ma è presente sempre con maggior peso nel Mediterraneo, in Libia (grazie al “capolavoro” franco – inglese dell’eliminazione di Gheddafi), in tutto il Medio Oriente, dalla Siria sino all’Afghanistan. E a seguire, anche la Cina si sta consolidando in questi scacchieri, sia economicamente ma anche con le prime installazioni militari.

L’assenza di una prospettiva strategica a 360° e la cristallizzazione delle risorse e dell’impegno dell’Alleanza in senso unidirezionale verso Est rappresentano un fattore di debolezza intrinseco dell’Alleanza stessa che evidenzia come sia preminente l’interesse particolare di alcuni dei suoi membri ma non quello generale di tutti, avvalorando implicitamente una contrapposizione diretta verso la Russia stessa, che risulta essere oltre che pericolosa, anche, estremamente limitante.

Al di là del sottolineare una volontà condivisa nel non tollerare violazioni eclatanti del diritto internazionale come quelle commesse dalla Russia nel condurre il conflitto in Ucraina, il vertice dell’Alleanza non è stato in grado di generare una vision geostrategica all’altezza delle sue potenzialità e in linea con l’intrinseco valore geopolitico che il consesso dei Paesi occidentali è in grado di esprimere. Ci stiamo rituffando in una specie di Guerra Fredda per dare soddisfazione ai rancori mal sopiti del nostro Est europeo, perdendo di vista che la NATO costituisce l’unica organizzazione valida e utile per dare forma e consistenza al ruolo che l’Europa e l’Occidente che condivide i nostri valori, potranno svolgere nel nuovo sistema delle relazioni internazionali che sta prendendo forma adesso.

Vasco Cordeiro è il nuovo Presidente del Comitato Europeo delle Regioni. Armao: Insularità ancora più centrale in Europa

Europe di

Con l’elezione di Vasco Cordeiro, già governatore delle Azzorre, a Presidente del Comitato europeo delle Regioni la questione insulare diviene ancor più centrale in Europa. Assieme al nuovo Presidente consolideremo quanto sinora fatto, portando a compimento il percorso nell’interesse dei cittadini insulari europei”. Così il Vicepresidente ed Assessore all’Economia della Regione Siciliana, Gaetano Armao, e Presidente dell’Intergruppo delle Isole del Comitato europeo delle Regioni da Bruxelles dove sta partecipando all’assemblea plenaria.

Oggi, peraltro, – ha aggiunto il Vicepresidente Armao – è un giorno molto positivo per il riconoscimento dei diritti delle Isole in quanto la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei deputati ha approvato per l’ultima lettura il disegno di legge di modifica dell’art. 119 che riconosce la condizione d’insularità. A giorni ci sarà poi l’approvazione definitiva e la conseguente modifica della Costituzione”.

Vasco Alves Cordeiro, avvocato, è attualmente membro dell’Assemblea legislativa della Regione autonoma delle Azzorre, dopo due mandati come presidente del governo regionale delle Azzorre. Nell’esercizio delle sue funzioni ha rappresentato le Azzorre a livello europeo e internazionale come membro di organizzazioni quali il Comitato delle Regioni (è stato eletto nel febbraio 2020 primo vicepresidente del CoR), l’Assemblea delle Regioni d’Europa e l’R20 – Regions of Climate Action. 

Cordeiro, socialista, succede al greco Apostolos Tzitzikostas (PPE), diventando il primo portoghese a guidare il Comitato. 

 

NATO – Back to the future!

La prossima settimana a Madrid si svolgerà il vertice dell’Alleanza Atlantica che dovrà definire il Concetto Strategico che guiderà la NATO verso il nuovo decennio.

Il contesto geopolitico nel quale questo particolare e fondamentale appuntamento si realizza è estremamente delicato e le decisioni che saranno assunte avranno un peso specifico enorme non solo per l’Alleanza stessa, ma per il posizionamento dell’Europa e del mondo Occidentale nell’ambito di un nuovo sistema di relazioni che si sta sviluppando a livello globale e che sembra essere assolutamente e deliberatamente ignorato dall’Alleanza

Senza dubbio la crisi ucraina condizionerà pesantemente le decisioni che saranno adottate, considerando, soprattutto, la narrativa che vede nella Russia l’unico e il solo pericolo che l’Alleanza deve fronteggiare.

L’ultima dichiarazione del Segretario Generale, una sorta di lascito spirituale in vista dell’approssimarsi del termine del suo mandato, ribadisce, infatti, la volontà di identificare nella Russia il nemico da combattere e da vincere!

Se il fine del Concetto Strategico, proposto da Stoltenberg e ampiamente sostenuto dai Paesi Membri del Fianco Orientale, dovesse essere questo, allora la NATO tornerebbe alle origini, annullando in un attimo gli ultimi trent’anni di storia europea.

Ma siamo davvero sicuri che questa sia la visione corretta e che l’interpretazione della realtà forgiata da una propaganda incessante e unidirezionale, che attribuisce a Putin la volontà di ricostituire un neo-impero post-sovietico in Europa Orientale, sia il criterio sul quale si debba basare la strategia dell’Alleanza nel prossimo futuro?

Fermo restando, a priori, la condanna dell’azione russa in Ucraina, ritengo che la situazione richieda un esame più oggettivo e meno idealistico – utopistico di quello condotto al momento. Non si può ragionare solo ed esclusivamente in termini di buoni (la NATO) e cattivi (i Russi) identificando nella ricostruzione del conflitto Est vs Ovest la ragione di esistenza dell’Alleanza.

La fine della cosiddetta Guerra Fredda aveva, correttamente, posto il problema della gestione del vuoto di potere che si era generato nell’Europa dell’Est a seguito dello sconvolgimento geopolitico provocato dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica; la soluzione individuata tra le differenti ipotesi è stata quella di ammettere nell’Alleanza, in rapida successione, tutti, o quasi, i Paesi ex satelliti di Mosca, nella convinzione di amalgamare e occidentalizzare velocemente il fronte orientale e allontanare la frontiera lontano dal cuore dell’Europa e spostarla sempre più vicino al confine della Russia.

Il passo successivo, che richiedeva una procedura burocratica un po’ più lunga e complessa, è stato quello di aprire le porte dell’Unione Europea a tutti, cercando di far coincidere i limites militari con quelli economico – finanziari.

Inizialmente tutto è andato bene e la soluzione adottata sembrava essere quella vincente: una Russia addomesticata e pronta a diventare una succursale per il mercato europeo, i Paesi ex satelliti finalmente liberi e democratici ammessi a godere dell’opulenza occidentale, sostenuti ampiamente da una UE prodiga di aiuti economici e fondi da spendere, dove la sicurezza era assicurata dalla loro acquisita membership alla NATO.

Poi piano piano c’è stato un mutamento della situazione. Prima le regole dell’UE sono diventate troppo strette e soffocanti per alcuni Paesi il cui sentimento nazionale si è sentito offeso e limitato dalle procedure intrusive di Bruxelles. Per carità, l’euroscetticismo è presente un po’ ovunque e la Brexit ne è la testimonianza lampante.

Ovviamente, la libertà di perseguire il proprio interesse geostrategico è sacrosanta e nessuno la mette in dubbio. Tuttavia, non si può fare a meno di notare che la condivisione di visioni regionali comuni, preesistenti all’UE, ha consentito lo svilupparsi di accordi particolari tra Paesi membri, come i 4V (Gruppo di Visegràd) o l’iniziativa dei Tre Mari che vedono la partecipazione degli ex stati satelliti, le cui visioni generali sostengono delle linee di azione che alle volte sembrano esprimere posizioni alternative alla visione comune e generale della UE, se non addirittura contrarie.

Successivamente, è iniziato lo sviluppo di una lenta ma costante narrativa tendente a evidenziare un sentimento strisciante di insicurezza e di minaccia che dal Baltico si è esteso verso il Mar Nero, le cui origini sono state identificate in una presunta volontà da parte di Putin di ricostruire lo scomparso impero sovietico.

La Russia è un vicino scomodo, certamente, e le recenti vicende storiche hanno profondamente segnato la memoria delle popolazioni, ma è anche vero che i rapporti tra Mosca e l’Est Europa sono stati contraddistinti nei secoli da una rivalità accesa che ha comportato un continuo alternarsi dei rapporti di forza tra i vari contendenti, il cui profondo sentimento nazionale e un’orgogliosa visione di se stessi ha purtroppo lasciato delle cicatrici che facilmente si ripresentano come ferite aperte.

Questo insieme di condizionamenti si è riflesso sulla NATO e sulla sua visione geopolitica spostando progressivamente, ma decisamente, l’attenzione sul fronte orientale.

Nel tempo si sono susseguiti una serie di analisi, allarmi, studi, rivelazioni più o meno precisi e veritieri che hanno presentato una realtà sempre più cupa e a tinte fosche nella quale il gigante russo si stava affilando le unghie per scatenarsi contro i poveri ex satelliti bramando di riportare i propri confini a quelli della Cortina di Ferro. Tra minacce di cyberattacchi, proliferare di troll sul web, attribuzioni di atti ostili di hybrid warfare, presunti rapporti segreti sulle strategie di conquista di Putin, nel corso degli ultimi anni si è concretizzata una narrativa a sostegno di uno scenario premonitore di una terza guerra mondiale.

Contestualmente, sono aumentate le richieste di sicurezza e di presenza della NATO nello scacchiere nordorientale, con un maggior spiegamento di forze (più basi uguale più entrate!) e una maggiore richiesta di supporto tecnico militare. Anche il clima esercitativo della NATO, che è sempre stato politicamente corretto nel non identificare direttamente la Russia come l’avversario contro cui prepararsi, ha subito delle modifiche sostanziali abbandonando, soprattutto negli ultimi anni, quella formale asetticità nel costruire i suoi scenari operativi di esercitazione.

Tutto questo è stato ampiamente sostenuto in ambito NATO dai Paesi nordici a cui non pare vero aver ritrovato un nemico che gli consenta di crogiolarsi in una comfort zone, abbastanza vicina, dove le incognite sono ridotte al minimo, dove si conosce tutto di un avversario ben definito e identificato che non impone la necessità di sconvolgere il proprio assetto di pensiero per affrontare un ambiente culturalmente distante, difficile da capire e che non si vuole affrontare perché richiede uno stravolgimento del proprio paradigma mentale (il Mediterraneo come porta di accesso all’Africa, il Medio Oriente quale cerniera di due mondi ormai prossimi).

Ovviamente la Russia non è stata con le mani in mano e ha sfruttato questa politica di revival da guerra fredda alimentando la narrativa raccontando la sua verità.

Alla fine, quello che è in atto da almeno un decennio è una specie di proxy war tra la componente ex sovietica della NATO e la Russia, dove i primi, facendosi scudo del fatto di essere membri della NATO, cercano di provocare la Russia stessa (a questo proposito l’ultima iniziativa della Lituania con il blocco dei rifornimenti all’enclave di Kaliningrad non sembra essere una mossa diplomatica proprio brillante), mentre i secondi non perdono occasione di gridare al vento di essere accerchiati da un’Alleanza bellicosa e pericolosa.

Si potrebbe avere l’impressione di assistere a un tentativo di rivalsa storica, dove persistono vecchie ruggini e non sopiti rancori che spaziano dal Principato di Kiev alla Federazione Polacco Lituana, passando attraverso l’epoca delle Crociate del Nord, per arrivare a un andirivieni di spartizioni territoriali che hanno modificato i confini dell’Est europeo stratificandosi in un miscuglio di minoranze e maggioranze etnico linguistiche difficile da distinguere e da accertare.

Senza entrare nel merito di queste rivendicazioni, vere o presunte che esse siano, il problema principale è che tutto ciò è stato fatto utilizzando come ombrello di protezione l’appartenenza alla NATO e quindi una presunta sicura protezione da parte di una ritorsione dell’orso russo.

Vista in questi termini, e pur considerando che la Russia non è immune da colpe, la NATO ha buttato via trent’anni di storia ritornando all’anno zero: il 1949!

Il nuovo Concetto Strategico probabilmente sancirà questo ritorno al futuro e non solo perché c’è l’influenza dell’onda emotiva della crisi ucraina, ma soprattutto perché manca una visione strategica ampia, equilibrata e profonda che sia in grado di spingere lo sguardo dei vari Paesi Membri al di là dei limitati interessi che ne pervadono la politica nazionale.

Il ritorno al futuro sottolinea che non esiste un interesse comune e condiviso dell’Alleanza Atlantica in se stessa ma, purtroppo, solo ed esclusivamente un insieme di interessi parziali, che sfruttano la NATO limitando le sue capacità di poter essere un attore di rilievo nel panorama geopolitico globale e relegandola al ruolo di deuteragonista in uno scenario europeo la cui importanza si sta dissolvendo in una evanescente rincorsa del passato.

La geopolitica tecnologica della Turchia

L’ascesa della importanza geopolitica della Turchia e l’aumento della sua proattività diplomatica delineano una parabola che proietta il Paese verso il conseguimento di una rilevanza strategica che, trascendendo i limiti geografici regionali, le sta facendo assumere il ruolo di potenza euroasiatica.

Il percorso tracciato da Erdogan non è stato lineare, ha affrontato parziali insuccessi ed è stato reso di difficile lettura per le sue apparenti contraddizioni, ma ha consentito alla Turchia di costruire un’immagine di un Paese con una precisa strategia nazionale, decisamente proteso a realizzare quelli che considera gli obiettivi primari per il conseguimento dei suoi interessi geopolitici.

Se, nella seconda metà del precedente anno la Turchia sembrava essere un paese isolato diplomaticamente, in bilico tra Est ed Ovest ma distante da entrambe e privo di una prospettiva geopolitica, adesso la situazione è completamente cambiata; l’accelerazione impressa dalla crisi ucraina all’evoluzione dello scenario internazionale ha permesso ad Erdogan di ritornare a svolgere un ruolo attivo nel contesto internazionale.

La propositività dimostrata dalla Turchia nell’offrirsi come mediatore o facilitatore nell’ambito delle ipotesi di risoluzione della crisi ucraina ha consentito ad Ankara di uscire dall’isolamento e di riappropriarsi dell’iniziativa diplomatica necessaria a perseguire gli interessi di potenza regionale.

Il ruolo proposto di trait d’union diplomatico tra gli opposti schieramenti è frutto sia della approfondita conoscenza del pensiero geopolitico russo, conseguenza di secoli di contrapposizione regionale, sia dei legami politico economici stabiliti da più anni con l’Ucraina e rinforzati dalla fornitura costante di materiale tecnologico militare di altissimo livello, rivelatosi di critica importanza nel conflitto in atto.

In questo modo la Turchia rilancia la sua posizione aprendo un nuovo orizzonte alla sua politica e proiettando, anche lontano dal bacino del Mediterraneo, la sua attività internazionale.

Allo stato attuale, quindi, Ankara siede a più tavoli essendo uno dei protagonisti attivi nel Mediterraneo (crisi libica e crisi siriana) e nell’Asia (crisi Armenia Azerbaigian); inoltre è un membro della NATO, la cui posizione rimane critica per la coesione del fianco Sud del dispositivo atlantico.

Il perseguimento di questa politica rivolta a 360° è stato supportato da una diplomazia aggressiva e poliedrica che ha proposto la posizione di Ankara in differenti ruoli: partner commerciale, alleato, pivot per il conseguimento di una stabilità in aree di crisi. Diplomazia supportata spesso dal ricorso a strumenti di pressione esercitati sia compiendo scelte politiche destabilizzanti (acquisto dai Russi del sistema missilistico S-400), sia ricorrendo ad operazioni cinetiche dirette (Siria e Libia) o indirette (Azerbaigian).

Nell’analizzare l’evoluzione della linea strategica di Ankara si deve considerare che uno dei fattori di potenza critici per il raggiungimento di questa situazione, ancorché spesso sottovalutato e poco conosciuto, è stato quello dello sviluppo tecnologico raggiunto dal Paese nel settore della robotica applicata alle operazioni militari.

In questo campo i progressi conseguiti dalla Turchia sono di altissimo livello e pongono il Paese in una posizione di assoluto rilievo nel panorama mondiale.

L’applicazione della robotica investe l’intero spettro delle operazioni militari comprendendo i domini terrestre, navale ed aereo con l’introduzione di un concetto di operazione innovativo che si avvale di un arsenale di smart weaponry in continua evoluzione.

La punta di diamante di questa rivoluzione tecnologica, che ha interessato le Forze Armate turche, è rappresentata dai sistemi automatici con controllo remoto.

Sono, infatti, presenti allo stato attuale numerose piattaforme operative sia aeronautiche sia navali mentre la concezione e lo sviluppo di sistemi terrestri autonomi con controllo remoto è in avanzato corso di realizzazione.

Deve essere sottolineato che la tecnologia utilizzata per la produzione dei differenti sistemi è di provenienza quasi esclusivamente nazionale, fattore che presenta due enormi vantaggi strategici.

Il primo è quello che colloca il settore della ricerca e dello sviluppo turco, nell’ambito del controllo remoto di piattaforme, in una posizione assolutamente emergente consentendogli, in ambito NATO, di essere secondo esclusivamente agli USA.

Il secondo, ancora più importante dal punto di vista delle implicazioni geopolitiche future, consiste nel rendere la Turchia indipendente ed autonoma dal punto di vista delle risorse tecnologiche di elevato livello e quindi poco sensibile a qualsiasi azione esterna.

Se le potenzialità dei sistemi navali e terrestri sono ancora in via di valutazione ai fini di identificarne le capacità operative intrinseche, il settore delle piattaforme aeree ha ormai raggiunto un livello di sviluppo notevole e un elevato grado di sofisticazione.

I doni realizzati dall’industria turca, oltre a essere diventati una componente essenziale dell’arsenale delle Forze Armate di Ankara sono ampiamente esportati non solo in Africa e nel Medio Oriente ma anche in Europa. Infatti, oltre all’Ucraina anche Polonia, l’Ungheria e alcuni Paesi Baltici hanno acquistato materiale UAV (Unmaned Aerial Vehicle) dalla Turchia.

Le potenzialità di mercato sono in continuo aumento e hanno collocato la Turchia tra i maggiori produttori del settore scalzando addirittura le industrie israeliane in alcune commesse in Europa.

Dal punto di vista operativo il successo turco risiede nell’aver inserito gli UAS (Unmanned Aerial Systems) nell’ambito più esteso della loro battle network (una sistematica combinazione di sensori componenti di comando e controllo, piattaforme operative e armamenti interconnessi ad una una rete di comunicazioni elettroniche).

Nell’ambito di questo sistema operativo i droni sono utilizzati in compiti e funzioni specifici.

Innanzitutto, come piattaforme ISTAR (Intelligence, Sorveglianza, Acquisizione Obiettivi e Ricognizione) per il raggiungimento di una superiorità nel campo informativo; una seconda funzione riguarda la SEAD (Suppression of Enemy Air Defence) dove la presenza innovativa dei droni ha caratterizzato una nuova modalità operativa.

In aggiunta alle precedenti due funzioni operative la dottrina turca prevede anche l’utilizzo dei droni come piattaforme di lancio, avendo l’industria sviluppato un range di munizionamento che consente di ottenere risultati cinetici sfruttando le ottime doti balistiche dei vettori e la loro tecnologia estremamente efficace.

Tutte e tre queste funzioni sono state ampiamente sperimentate con successo nei teatri dove la presenza turca ha fatto registrare azioni cinetiche e rappresentano la conferma delle capacità operative e tecnologiche delle Forze Armate turche.

La cultura strategica turca, si basa sull’esercizio attivo del potere militare, qualora ritenuto necessario; Per questo motivo la politica di sicurezza nazionale ha definito due concetti chiave su cui sviluppare la propria dottrina. Si tratta della Deterrenza Attiva (che risponde al Concetto Strategico di Difesa Militare) e delle Due Guerre e mezzo (che corrispondono al paradigma geostrategico militare di essere preparati a due conflitti convenzionale e supportare un conflitto a bassa intensità).

Da un punto di vista concettuale l’introduzione di tecnologie robotiche di alto livello, come quelle che hanno reso possibile lo sviluppo dei sistemi a controllo remoto, ha ampliato ed amplificato le capacità turche di dare una risposta positiva e di successo al concetto strategico nazionale.

La nuova frontiera che i droni hanno aperto consente, infatti, di implementare il valore strategico delle operazioni militari delle Forze Armate turche rendendole meno soggette all’impatto delle perdite di risorse umane, più efficaci e con margini di successo amplificati nell’eseguire operazioni di precisione, meno gravose sull’economia generale del bilancio della Difesa e, soprattutto, meno dipendenti dall’assistenza di Paesi stranieri.

La Turchia ha dimostrato, ancora una volta, di avere enormi risorse e potenzialità poco considerate e poco riconosciute, ma soprattutto ha dimostrato la sua volontà di seguire quegli obiettivi geopolitici che corrispondono al suo interesse strategico facendo leva sull’orgoglio e sulle capacità nazionali.

Ankara, nonostante i progressi raggiunti, è ancora nella fase iniziale di sviluppo di questa trasformazione tecnologica, ma si trova due passi avanti a tutti i Paesi della NATO e questo è un fattore che dovrebbe essere attentamente valutato.

La possibilità di includere la Turchia nell’Unione Europea e usufruire del dinamismo e della potenzialità della società turca è sfumata da tempo per la becera e cieca mancanza di visione di alcuni Paesi membri (che probabilmente considerano solo Europa ciò che guarda a Nord del continente).

La Turchia fa parte della NATO da sempre e continua a rappresentare il baluardo dell’Alleanza nel settore meridionale, ma da tempo si agita perché il suo ruolo non è giustamente valutato e riconosciuto. La percezione di una NATO concentrata su stessa e rivolta solo a Nord convincerebbe la Turchia a rivalutare le sue scelte geostrategiche.

Non possiamo privarci dell’apporto e delle enormi risorse che la Turchia può rendere disponibili all’Alleanza perché un suo allontanamento dalla NATO segnerebbe la fine dell’Alleanza stessa e aprirebbe una serie di scenari geopolitici che probabilmente stravolgerebbero l’Europa come adesso la conosciamo, relegandola da attore primario a comparsa di secondo piano, ostaggio del confronto che oramai è in atto tra gli USA, la Russia, la Cina e l’India.

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Maurizio Iacono
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