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Filippine: attivisti per i diritti umani vittime del fuoco incrociato tra il governo Duterte e la guerriglia comunista

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Domenica 7 marzo nove attivisti per i diritti umani sono stati uccisi dalle forze militari filippine.

Cristina Palabay, leader di Karapatan, una ONG per i diritti umani, ha detto che gli omicidi sono avvenuti nelle province di Cavite, Laguna, Batangas e Rizal, tutte nella parte meridionale dell’isola di Luzon, vicino a Manila. Gli attivisti uccisi avevano lavorato per organizzazioni dedite alla difesa dei diritti dei pescatori e delle fasce più povere della popolazione.

Secondo la leader Palabay e Phil Robertson, il vicedirettore per l’Asia di Human Rights Watch, le uccisioni fanno parte di una “campagna terrorista del governo contro i ribelli comunisti” istigata dal presidente delle Filippine Rodrigo Duterte.

Due giorni prima delle incursioni, il presidente Duterte e altri importanti funzionari filippini, compresi i comandanti militari e di polizia, hanno accusato Karapatan e altri gruppi di sinistra di avere legami con un’insurrezione comunista di lunga data nel paese. Karapatan e gruppi simili hanno invece negato di essere coinvolti nelle violenze.

Secondo la polizia, domenica sono state arrestate durante i raid sei persone, compreso un assistente legale che lavorava per Karapatan, in tre province che circondano Manila, mentre almeno altre sei sono “scomparse”. La polizia ha anche affermato di avere mandati di arresto contro 18 persone, aggiungendo che opporre resistenza all’arresto è controproducente e induce alla morte immediata.

L’operazione sembra essere un “piano coordinato” delle autorità governative, ribadisce lo Human Rights Watch (HRW), per soffocare il dissenso contro il governo e richiede un’indagine da parte della Commissione indipendente per i diritti umani del paese.

Dalle violenze dei raid militari emerge infatti la convinzione che il governo abbia iniziato a prendere di mira ribelli armati, difensioni dei diritti e critici dell’amministrazione Duterte senza più alcuna distinzione.

 

Una ribellione con una lunga storia

I ribelli comunisti combattono il governo dal 1968, una delle rivolte maoiste più longeve al mondo in cui sono state uccise più di 30.000 persone. Diversi presidenti hanno tentato senza successo di raggiungere un accordo con i ribelli, il cui leader Jose Maria Sison, considerato un terrorista sia dagli Stati Uniti che dall’Unione Europea, è ora in autoesilio nei Paesi Bassi.

Quando si è candidato alla presidenza nel 2016, Duterte ha promesso di porre finalmente fine alla ribellione attraverso colloqui di pace, evidenziando i suoi legami con i comandanti ribelli quando era sindaco di Davao City a Mindanao, dove la ribellione comunista è ancora attiva.

Dopo essere entrato in carica, Duterte ha ordinato colloqui diretti con i comunisti, ma le trattative hanno provocato solo altri scontri armati fino al 2017, quando Duterte ha annullato il processo di pace e ha firmato un proclama che definisce “terroristi” i combattenti comunisti.

Ciò ha spinto il governo a prendere misure drastiche, tra cui offrire una taglia per ogni ribelle ucciso. Successivamente, nel 2018 il presidente ha formato una task force speciale per prendere di mira i ribelli e i loro sostenitori.

Critici e attivisti per i diritti umani hanno affermato però che il corpo speciale viene schierato anche contro i politici tradizionali di sinistra e altri critici di Duterte – inclusi membri dell’accademia, giornalisti e attivisti.

Negli ultimi mesi, un certo numero di attivisti, avvocati e medici sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco dopo essere stati etichettati in pubblico e sui social media come simpatizzanti comunisti e ribelli comunisti attivi.

Il Myanmar nel caos: gli scontri sfociano in violenze

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Il 1 ° febbraio il Myanmar, anche noto come Birmania, è stato sconvolto dalla presa del potere dei militari, dopo la vittoria elettorale della Lega nazionale per la democrazia (NLD) della leader Aung San Suu Kyi.  

Da allora tutto il paese è stato attraversato da proteste di massa, con molti che chiedevano un ritorno alla democrazia. Giovedì 25 febbraio nella città principale di Yangon si sono svolte altre proteste contro il colpo di stato. Nel pomeriggio la manifestazione è precipitata nel caos, con scontri sempre più violenti tra i sostenitori dei militari e gli oppositori. Almeno tre manifestanti e un poliziotto sono stati uccisi nelle violenze durante le manifestazioni contro il colpo di stato.  

 

Breve riepilogo degli eventi 

L’esercito, guidato dal generale Min Aung Hlaing, ha infatti contestato la legittimità dei risultati elettorali sulla base di presunte frodi, nonostante la Commissione elettorale avesse smentito qualsiasi fondamento di irregolarità.  

Il colpo di stato è avvenuto quando si stava per aprire una nuova sessione del parlamento. Suu Kyi, è stata scortata agli arresti domiciliari, accusata di essere in possesso di walkie-talkie illegali e di aver violato la legge del paese sui disastri naturali. Al suo arresto hanno fatto seguito quelli di molti altri funzionari del partito democratico. I militari hanno successivamente imposto lo stato di emergenza nazionale per un anno.  

Dopo quasi 5 anni di governo democratico il Myanmar torna quindi sotto il controllo di un regime militare. 

   

Chi governa il paese ora? 

Il comandante in capo delle forze armate, Min Aung Hlaing, ha esercitato a lungo una significativa influenza politica, mantenendo con successo il potere del Tatmadaw – l’esercito del Myanmar – sebbene il paese si stava avvicinando ad un governo democratico. 

 

Nei suoi primi commenti pubblici dopo il colpo di stato, il generale Hlaing ha cercato di giustificare l’acquisizione, sostenendo che i militari erano dalla parte del popolo e avrebbero formato una “democrazia vera e disciplinata”, indicendo nuove elezioni “libere ed eque” una volta che lo stato di emergenza sarà finito. 

Elezioni libere ed eque che coinvolgano anche le minoranze etniche non sembra essere però una promessa attendibile, dal momento che il generale ha già ricevuto condanne e sanzioni internazionali per il suo ruolo negli attacchi militari ai musulmani Rohingya.  

 Chi è Aung San Suu Kyi? 

Aung San Suu Kyi è diventata famosa in tutto il mondo negli anni ’90 per la campagna per il ripristino della democrazia in Myanmar. 

Il paese infatti dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948, è stato governato dalle forze armate dal 1962 al 2011, anno in cui un nuovo governo ha iniziato a introdurre un ritorno al governo civile.  

Suu Kyi ha trascorso 15 anni in detenzione tra il 1989 e il 2010, dopo aver organizzato manifestazioni che chiedevano riforme democratiche e libere elezioni. È stata insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1991 mentre era ancora agli arresti domiciliari. 

 Nel 2015, ha guidato la Lega nazionale alla vittoria nelle prime elezioni libere tenutesi in Myanmar in 25 anni. 

 

Nonostante sia stata spesso ritenuta un’icona per la democrazia in Myanmar, la sua reputazione internazionale ha sofferto molto a causa del trattamento riservato dal Myanmar alla minoranza Rohingya. Il Myanmar li considera immigrati illegali e nega loro la cittadinanza. Nel corso di decenni, molti sono fuggiti dal paese a causa delle persecuzioni. 

Migliaia di Rohingya sono stati uccisi e più di 700.000 sono fuggiti in Bangladesh a seguito di una repressione dell’esercito nel 2017. Suu Kyi, chiamata dinanzi alla Corte internazionale di giustizia nel 2019 per rispondere delle accuse, ha preso le difese dei militari e dei crimini di genocidio loro rivolti. 

 Qual è stata la reazione internazionale al colpo di stato? 

Numerosi paesi hanno condannato la conquista militare. Il segretario generale dell’Onu António Guterres ha detto che si tratta di un “grave colpo alle riforme democratiche”. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno già provveduto all’imposizione di sanzioni per i funzionari militari. 

Pechino, che in precedenza si era opposta all’intervento internazionale in Myanmar, ha esortato tutte le parti a “risolvere le divergenze”. I paesi vicini, tra cui Cambogia, Thailandia e Filippine, hanno affermato che si tratta di una “questione interna”, ed è bene che la risolvano autonomamente. 

Cooperazione UE-Cina in forte aumento dall’inizio della pandemia

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Nel 2020, la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’Unione europea, superando gli Stati Uniti. Con l’accordo globale sugli investimenti (Comprehensive Agreement on Investment, CAI) la collaborazione dell’UE e della Cina ha continuato a fare progressi, mentre sul versante transatlantico il futuro rimane ancora poco chiaro.

Gli ultimi dati dell’Eurostat mostrano che il volume degli scambi dell’UE con la Cina ha raggiunto i 586 miliardi di euro nel 2020, rispetto ai 555 miliardi di euro degli Stati Uniti. Le importazioni dell’UE dalla Cina sono aumentate del 5,6%, mentre le esportazioni verso la Cina sono aumentate del 2,2%. Allo stesso tempo, il commercio con gli Stati Uniti ha registrato un calo significativo sia delle importazioni (-13,2%) che delle esportazioni (-8,2%).

Il commercio di prodotti europei riguarda in particolare i settori automobilistico e dei beni di lusso. Nel frattempo, le esportazioni cinesi in Europa hanno beneficiato della forte domanda di apparecchiature mediche ed elettronica. “Molte forniture mediche anti-virus vengono trasportate nell’UE tramite i treni merci Cina-Europa in costante funzionamento”, ha affermato Cui Hongjian, direttore del dipartimento di Studi Europei presso il China Institute of International Studies.

Un record di 12.400 viaggi in treno merci Cina-Europa sono stati effettuati nel 2020, in crescita del 50% rispetto all’anno precedente, permettendo una maggiore cooperazione globale per combattere il COVID-19.

L’UE è il secondo partner commerciale della Cina nel 2020, superata dall’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN), che ha visto i volumi commerciali con la Cina raggiungere i 4,74 trilioni di yuan lo scorso anno, un aumento del 7% su base annua.

“La dipendenza economica dell’UE dai prodotti cinesi, in particolare i prodotti per la prevenzione dei virus, è aumentata lo scorso anno, ma poiché l’UE ha invitato a costruire la propria catena di approvvigionamento, è ancora un punto interrogativo se il primato della Cina nel commercio con l’UE verrà mantenuto nel 2021 “, ha detto Cui al Global Times.

La perdita del primato degli Stati Uniti nel commercio con l’UE nel 2020 non si è verificata solo a causa della crisi sanitaria globale, ma è stata anche il risvolto naturale della presidenza statunitense sotto l’amministrazione Trump.

E’ certo che l’accordo CAI, i cui negoziati si sono conclusi alla fine del 2020, aumenterà la fiducia nei confronti delle società europee in Cina, purché quest’ultima si impegni a fornire un maggiore accesso agli investitori europei. In questo modo i legami bilaterali non potranno che rafforzarsi ulteriormente.

Nonostante gli ottimi pronostici, l’accordo CAI subirà ulteriori revisioni legali e tecniche prima di essere sottoposto all’approvazione del Consiglio europeo e del Parlamento europeo, un processo che l’UE ha dichiarato di voler completare entro l’inizio del 2022.

Hong Kong vieta ai suoi cittadini la doppia cittadinanza

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Secondo la legge cinese, la doppia nazionalità non è riconosciuta a Hong Kong e le autorità non sono tenute per legge a concedere l’accesso consolare a coloro che detengono il doppio passaporto. Il principale organo legislativo di Pechino ha stabilito questi regolamenti a Hong Kong nel 1996, un anno prima del passaggio di Hong Kong dalla Gran Bretagna. Ma le regole non sono mai state applicate sinora.

Hong Kong ospita 300.000 passaporti canadesi, 100.000 australiani e 85.000 americani, molti dei quali con doppia cittadinanza.

“In passato, se avevi la doppia nazionalità ed incontravi dei problemi, sebbene la legge lo vietasse, nella pratica si poteva ancora godere delle protezioni del consolato, ora invece le cose sono cambiate”, ha detto Eric Cheung, ricercatore presso l’Università di Hong Kong. Questo è un altro segno che la regola del “One country, two systems” a Hong Kong – che scadrà formalmente nel 2047 – sta già evaporando.

Questo cambiamento di politica potrebbe avere delle profonde implicazioni nella vita di molte persone.

Aumenta infatti l’incertezza per i cittadini di Hong Kong con la seconda cittadinanza australiana, britannica, o americana, in quanto non solo non verrà più riconosciuto dalla fine di gennaio il passaporto con doppia nazionalità come documento di viaggio valido, ma i residenti di Hong Kong non avrebbero neanche più diritto all’assistenza consolare straniera.

In altre parole, secondo la nuova legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong chiunque sia in possesso di doppia cittadinanza, sarà considerato solo cittadino cinese, e non potrà quindi beneficiare della protezione consolare straniera, né il governo straniero potrà intervenire nel processo giudiziario di Hong Kong.

Il governo britannico aveva già aggiornato i suoi consigli di viaggio lunedì, avvertendo i cittadini britannici che Hong Kong non riconosce la doppia nazionalità e l’assistenza consolare potrebbe essere limitata. Lo stesso è avvenuto da parte del governo australiano mercoledì pomeriggio. La Gran Bretagna ha poi aperto un programma di visti per milioni di cittadini di Hong Kong per consentire loro di reinsediarsi nel Regno Unito. Il mese scorso, i funzionari canadesi hanno anche espresso preoccupazione dopo che il governo è stato informato che un prigioniero con doppia nazionalità canadese a Hong Kong doveva scegliere una sola nazionalità.

 

Il Myanmar ricade in una dittatura militare dopo cinque anni di tentativi verso la democrazia

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Lunedì 1 febbraio i militari della Birmania con un colpo di stato hanno dichiarato lo stato di emergenza della durata di un anno, accusando irregolarità con le elezioni di novembre che avevano conferito alla Lega nazionale per la democrazia (NLD) una vittoria schiacciante con una quota di seggi parlamentari pari all’83%. L’esercito ha consegnato il potere al comandante in capo delle forze armate, il generale maggiore Min Aung Hlaing, il quale ha successivamente arrestato la leader del partito NLD, Suu Kyi, e altri leader e figure pro-democratiche. Continue reading “Il Myanmar ricade in una dittatura militare dopo cinque anni di tentativi verso la democrazia” »

La Festa Nazionale in India diventa un’occasione di protesta contro le riforme agricole

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Il 28 settembre il presidente dell’India ha promulgato tre progetti di legge a conclusione dell’iter legislativo di riforma delle politiche agricole, il quale però non ha preso in considerazione le richieste e necessità degli agricoltori.

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Le Nazioni Unite lanciano un appello di $45 milioni per far fronte alla crisi umanitaria nelle Filippine

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Nelle Filippine i disastri naturali non sono purtroppo un’eccezione, e quest’anno mai come prima a causa deldispiegarsi di una triplice crisi: COVID-19, Super Typhoon Goni (conosciuto localmente come Rolly) e Super Typhoon Vamco (nome locale Ulysses). Particolarmente propense ad inondazioni e terreni saturi d’acqua, leFilippine hanno una media di 25 tifoni all’anno, 21 vulcani attivi e regolari minacce di terremoti.

 

All’inizio di novembre, il Super Typhoon Rolly, il più potente ciclone tropicale finora nel 2020, ha colpito 1,9 milioni di persone in 8 delle 17 regioni del paese, lasciando circa 845.000 persone bisognose di assistenza.

Il tifone Rolly è stato presto seguito dalle tempeste tropicali Atsani ed Etau. Una settimana dopo, il tifone Vamco di categoria 4 ha attraversato l’isola di Luzon e ha colpito 4,2 milioni di persone. Il COVID-19 sta aggiungendo un ulteriore livello di complessità a quello che è già un anno difficile, con quasi 500.000 casi confermati di coronavirus e quasi 9.000 decessi.

Il tetto e le panche della chiesa di San Francesco d’Assisi nella città di Malinao sono danneggiati dai potenti venti del tifone Goni nella provincia di Albay, Filippine centrali, 3 novembre 2020.

Su invito del governo, oltre 80 partner umanitari nel paese – comprese le Nazioni Unite (ONU), organizzazioni non governative, il Movimento della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa e il settore privato – stanno attivando piani di aiuto a sostegno della risposta del Governo, sulla base di accordi di partenariato consolidati e rapporti rafforzati in anni di collaborazione.

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Segnali di stabilità al vertice di AlUla

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Si è concluso con una nota positiva il 41° summit del Consiglio della Cooperazione del Golfo (GCC) tenutosi nella città saudita di AlUla, a 300 km da Medina, il 5 gennaio scorso. Il summit è stato presieduto dal prinicipe ereditario saudita Mohammed Bin Salman e ha visto la partecipazione dei leader dei sei paesi dell’organizzazione (Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar). 

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Mar della cina, attive nuove piattaforme di monitoraggio cinesi

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In questi ultimi decenni, la Cina ha progressivamente aumentato e migliorato le sue infrastrutture, comprese quelle marine. Potere e strategie si rincorrono sempre più nelle profondità marine,dove passa il 95 % delle comunicazioni, ecco perché capire la velocità di passaggio dei dati sottomarini implica, per le agenzie dei servizi segreti nel mondo, comprendere come prevenire e affrontare una possibile minaccia alla propria sicurezza nazionale. In realtà, molte di queste piattaforme stanno espandendosi nel tentativo di poter controllare e monitorare la zona meridionale del mar cinese. Tutto questo costituisce un vantaggio strategico rispetto alle altre nazioni e, inoltre, può essere un incentivo per sorvegliare i movimenti delle navi statunitensi.  Nonostante Pechino abbia più volte rassicurato che questi dispositivi vengono utilizzati solo per scopi civili, in  realtà si può intravedere un approccio “dual-use”. Continue reading “Mar della cina, attive nuove piattaforme di monitoraggio cinesi” »

Hong Kong: si rinviano le elezioni a causa dell’emergenza covid-19

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“La decisione più difficile degli ultimi 7 mesi”, così la definisce la governatrice Carrie Lam durante la conferenza stampa del 31 luglio, al momento di annunciare il rinvio di un anno delle elezioni legislative di Hong Kong, che si sarebbero dovute svolgere il 6 settembre.

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