Lo scorso fine settimana si è tenuta la sessantaduesima edizione della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, un forum che riunisce capi di stato e di governo provenienti da tutto il mondo, ma anche esperti di economia, politica e affari internazionali. L’edizione di quest’anno si è tenuta in un periodo carico di tensioni internazionali, dove l’attuale instabilità generale spinge ad ipotizzare la nascita di un nuovo sistema globale non più basato sulle regole del diritto internazionale ma bensì sulle logiche di potenza; con un rimescolamento delle alleanze strategiche.
Al centro del forum è emerso con forza il nodo del tormentato rapporto tra Stati Uniti ed Europa, evidenziato dal mancato coinvolgimento di Bruxelles nei principali tavoli negoziali sui conflitti in Ucraina e Palestina. Nonostante il cancelliere tedesco Merz e il presidente francese Macron abbiano cercato, fin dall’apertura dei lavori, di proiettare un’immagine di unità e coordinamento attivo per la pace, la realtà di Monaco ha raccontato una storia ben diversa. Infatti, l’impressione di un’Europa marginalizzata e subordinata al volere di Washington è stata viva durante gran parte dell’evento. Tale situazione è stata ulteriormente risaltata anche dal fatto che il segretario di Stato americano Marco Rubio ha annullato all’ultimo momento un incontro sull’Ucraina con i leader europei – ufficialmente per un impegno con il primo ministro ungherese Viktor Orbán.
Sebbene Rubio abbia scelto toni meno incendiari rispetto a quelli usati l’anno scorso da J.D. Vance, la sostanza è rimasta la stessa e la sua visione si incardina sui pilastri dell’era Trump: critica all’inefficacia dell’ONU, accusa al diritto internazionale di aver favorito flussi migratori destabilizzanti e appello agli europei a difendere la civiltà occidentale, combattendo la cultura woke. Di fronte a questa narrazione di declino, l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Ue Kallas ha risposto con nettezza, respingendo l’etichetta di un’Europa “woke” e decadente. Richiamando, invece, i risultati concreti dell’Unione nella reazione all’aggressione russa. Secondo Kallas, infatti, le sanzioni e il sostegno a Kiev hanno eroso la capacità di Mosca di agire come superpotenza, provocandone il collasso economico – e contribuendo alle altissime perdite umane del conflitto. Anche la presidente della BCE Lagarde ha preso le distanze dal quadro pessimista, sostenendo che l’atteggiamento di Washington ha paradossalmente rafforzato i legami intraeuropei e dato nuovo impulso al mercato unico.
Tuttavia, il tema più allarmante per gli europei resta la prospettiva di una guerra perpetua in Ucraina. Merz ha dichiarato, infatti, che Mosca non negozierà finché non avrà esaurito le proprie risorse militari ed economiche, ribadendo, quindi, la necessità del massiccio riarmo europeo. Tale necessità è stata confermata anche dal premier britannico Starmer, che ha sottolineato la necessità per l’Europa di rafforzare le proprie capacità militari, sostenendo che la Russia potrebbe ricorrere allo strumento militare contro l’Europa entro la fine del decennio. In aggiunta, il presidente francese ha annunciato che nelle prossime settimane illustrerà come la deterrenza nucleare francese possa essere integrata in una più ampia architettura di sicurezza europea, di cui Merz si è detto interessato.
In definitiva, Monaco 2026 non ha segnato svolte concrete ma ha piuttosto confermato un’Europa che reclama centralità, rimanendo però marginale nelle decisioni strategiche. Come ha denunciato lo stesso presidente Zelensky che ha definito grave l’assenza europea dai colloqui di pace. L’asse transatlantico sopravvive, quindi, più nella retorica che nei fatti, con gli Stati Uniti che conservano il controllo tecnologico e strategico della gestione dei conflitti, mentre agli europei viene trasferito l’onere finanziario e politico della situazione post-bellica ucraina.
In questo contesto, è necessario quindi che l’Europa assuma un ruolo centrale nei negoziati. La partecipazione attiva dell’UE non solo garantirebbe che le sue istanze siano ascoltate, ma potrebbe anche contribuire a ridefinire gli equilibri di sicurezza regionali e creare un precedente importante per la gestione dei conflitti, (ri)abilitando Bruxelles come potenza sulla scena internazionale. Altra questione spinosa è legata alla strategia di sicurezza statunitense che sembra mirare sempre più a indebolire dall’interno l’Unione sostenendo le spinte sovraniste nei singoli Stati membri. Per questo motivo l’Unione deve preservare coesione e autonomia, respingendo le spinte centrifughe che minano la sua capacità di decidere in modo indipendente e di agire come attore geopolitico credibile. In questo senso è da leggere positivamente la reintegrazione del Regno Unito negli affari militari e strategici, segnando così la fine formale della Brexit in ambito difesa e sicurezza.
