La settimana appena trascorsa è stata ricca di dibattiti all’interno delle istituzioni europee, in particolare sul tema dell’allargamento a est dell’Unione e sul sostegno all’Ucraina. Facendo emergere una coesione che negli ultimi anni è stata tutt’altro che scontata, soprattutto su dossier tanto delicati.
Il 14 luglio la Commissione europea ha parlato di una vera svolta nel processo di allargamento, avviando quattro conferenze di adesione con altrettanti Paesi candidati o prossimi all’ingresso nell’Unione: Albania, Moldavia, Montenegro e Ucraina. I Balcani occidentali rappresentano da decenni uno degli obiettivi strategici di Bruxelles, sia per favorire la stabilizzazione della regione sia per sottrarre questi Paesi all’influenza di Mosca. Tra i candidati, il percorso più avanzato appare quello del Montenegro, che punta a diventare entro il prossimo biennio il ventottesimo Stato membro, mentre l’Albania ha già chiuso diversi capitoli negoziali previsti in questa fase del percorso. Parallelamente, l’adesione di Ucraina e Moldavia viene ormai considerata una priorità strategica per la sicurezza e la stabilità dell’intero Continente. In questa direzione va anche l’annuncio del 15 luglio relativo all’intesa raggiunta tra Bruxelles e Kiev sul cosiddetto Drone Deal e alla nascita di una coalizione difensiva tra Ucraina, Regno Unito e nove Stati membri dell’Unione, tra cui l’Italia, con l’obiettivo di rafforzare le capacità di difesa contro possibili minacce esterne.
Il dossier più delicato rimane comunque quello ucraino, visto che Kiev è infatti l’unico Paese candidato apertamente impegnato in un conflitto armato e, al tempo stesso, beneficia di un ingente sostegno economico e militare da parte degli Stati membri. Nonostante le pressioni del presidente Zelensky affinché i negoziati di adesione vengano accelerati, le istituzioni europee continuano comunque a ribadire che l’Ucraina non beneficerà di scorciatoie rispetto agli altri candidati. Inoltre, appare estremamente difficile immaginare un ingresso nell’Unione prima della conclusione del conflitto con la Russia, sia per l’impossibilità di definire con certezza confini e popolazione, sia perché un’eventuale adesione durante la guerra esporrebbe direttamente l’Unione a rischi difficilmente gestibili. L’impressione è quindi che Bruxelles immagini l’adesione dell’Ucraina come una garanzia di sicurezza nel dopoguerra, non soltanto per Kiev ma anche per l’intero continente europeo. In questa prospettiva si inseriscono anche le dichiarazioni delle istituzioni europee, secondo cui oltre quattro anni di guerra hanno trasformato l’Ucraina in una potenza militare con capacità che poche altre nazioni possono vantare. Proprio per questo la Commissione europea ha siglato il Drone Deal, un accordo strategico volto ad aumentare concretamente la produzione di droni all’interno dell’Unione, facendo tesoro dell’esperienza maturata dagli ucraini sul campo di battaglia.
I droni sono ormai considerati strumenti centrali nella conduzione delle operazioni militari visto il loro costo relativamente contenuto, che unito alla possibilità di impiegarli da remoto, permette di ridurre l’esposizione diretta del personale e di moltiplicare le capacità operative. Non sorprende quindi che le principali potenze militari investano ormai da anni nello sviluppo di questi sistemi e che anche Bruxelles abbia deciso di accelerare in questa direzione. L’accordo raggiunto con Kiev, tuttavia, non punta soltanto a rafforzare le capacità produttive europee, visto che l’obiettivo è anche quello di sostenere concretamente lo sforzo bellico ucraino attraverso una combinazione tra la capacità industriale dell’Unione, il know-how sviluppato dagli ucraini durante il conflitto e la maggiore sicurezza garantita dal fatto che gran parte della produzione e dello stoccaggio avverrebbe sul territorio europeo, al riparo quindi dagli attacchi russi.
È ragionevole, perciò, ipotizzare che tale sviluppo provocherà una qualche forma di risposta da parte di Mosca. Nel breve periodo è plausibile attendersi un’intensificazione delle operazioni sul campo di battaglia, mentre appare meno probabile un’offensiva militare diretta contro il territorio dell’Unione anche se non si può però escludere un rafforzamento delle cosiddette minacce ibride. In questo scenario potrebbero aumentare gli attacchi informatici contro istituzioni pubbliche, infrastrutture critiche o grandi aziende europee, con possibili ripercussioni sul sistema economico-finanziario e sull’erogazione di servizi essenziali. Allo stesso tempo, il Cremlino potrebbe continuare a esercitare pressione sul fianco orientale dell’Europa anche attraverso la leva migratoria, una dinamica già osservata in passato.
La situazione appare dunque ancora estremamente instabile e imprevedibile e le ultime mosse dell’Unione europea sembrano orientate soprattutto al rafforzamento della propria postura strategica più che alla ricerca di un dialogo tra le parti. L’allargamento verso est e, soprattutto, il Drone Deal con Kiev sono destinati ad alimentare ulteriormente lo scontro con la Russia, ormai considerata dalle istituzioni occidentali la principale minaccia alla sicurezza europea e all’ordine internazionale – come riaffermato durante il vertice NATO di Ankara. In questo contesto la prospettiva di una pace negoziata appare perciò sempre più complessa visto che il fronte resta sostanzialmente cristallizzato, mentre la guerra dei droni continua a intensificarsi, con un costo umano che ricade sempre più spesso anche sulla popolazione civile.
