Un decennio dalla Brexit: il Regno Unito e la sua instabilità permanente

All’inizio della settimana il Regno Unito è stato attraversato da una scossa politica che, pur non sorprendendo del tutto gli osservatori, ha comunque segnato un punto di rottura importante, ossia le dimissioni del primo ministro Keir Starmer. A meno di due anni dalla grande vittoria laburista alle elezioni generali si apre quindi la ricerca di una nuova figura progressista in grado di guidare il Regno Unito nel suo momento più difficile e instabile dal dopo-guerra. Certamente il dato più immediato dell’impopolarità di Starmer era giunto dalle elezioni suppletive di maggio, dove il calo dei consensi ha assunto contorni difficili da ignorare. 

Tuttavia, le ragioni che hanno portato alla caduta del governo inglese, sono da ricondurre specialmente a tensioni accumulate nel tempo all’interno del tessuto sociale, come ilmalcontento sulle politiche migratorie, servizi pubblici sotto pressione e una crescita economica che fatica a riprendersi con continuità dai vari shock esterni.

A complicare ulteriormente il quadro sono intervenute le dinamiche internazionali, spesso decisive nella politica britannica contemporanea. Da un lato sicuramente anche i rapporti incrinati con la Casa Bianca hanno minato ulteriormente la posizione del governo laburista di Starmer. Specialmente in seguito al post su Truth da parte di Trump che annunciava le dimissioni di Starmer ancora prima del discorso ufficiale a Downing Street, evidenziando come tale situazione si frutto del fallimento laburistainglese sull’immigrazione e la politica energetica – a causa dell’innovazione verde. Perciò è possibile considerare tale delegittimazione del Tycoon come un ulteriore elemento di indebolimento, specialmente a livello internazionale. Sul fronte europeo, invece, il clima è apparso decisamente diverso, visto cheda Bruxelles sono infatti arrivate parole di apprezzamento nei confronti del governo laburista e del lavoro svolto da Starmer nel ricostruire un dialogo più stabile con l’Unione europea dopo gli anni di maggiore tensione seguiti alla Brexit. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha elogiato in particolare il percorso di riavvicinamento intrapreso da Londra, evidenziando sia il rafforzamento della cooperazione in ambiti come l’istruzione e la ricerca, sia la volontà britannica di coordinarsi con i partner europei nella gestione delle principali crisi internazionali, dall’Ucraina alle tensioni in Medio Oriente.

È proprio sul piano delle relazioni internazionali, in particolare con l’Europa, che si coglie uno degli aspetti più significativi degli ultimi mesi del governo Starmer. A dieci anni dal referendum che sancì l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, il Paese sembra infatti fare sempre più i conti con le conseguenze di quella scelta. Di fatto, l’immagine di una Gran Bretagna capace di ritrovare centralità grazie alla Brexit si è progressivamente scontrata con una realtà ben diversa e caratterizzata da un’economia che cresce a fatica, un’influenza internazionale meno incisiva e una società attraversata da profonde divisioni. Eppure, nel 2016, la promessa era un’altra e gli slogan parlavano di un Regno Unito finalmente libero dai vincoli della burocrazia europea, pienamente sovrano nelle proprie decisioni e più efficace nel controllo delle frontiere e dei flussi migratori. In questo contesto assume un valore quasi simbolico l’ascesa di Reform UK, ormai protagonista della politica britannica dopo gli ottimi risultati ottenuti alle elezioni locali. A guidare il partito, infatti, è Nigel Farage, probabilmente il volto che più di ogni altro ha incarnato la battaglia per la Brexit e che, a distanza di un decennio, continua a raccoglierne l’eredità politica. Mentre gran parte della classe dirigente che aveva promosso l’uscita dall’Unione europea è stata progressivamente travolta dai propri fallimenti, Farage è riuscito a rimanere al centro della scena, intercettando il malcontento di un elettorato che, paradossalmente, chiede nuove risposte proprio a uno dei principali artefici della stagione che ha contribuito a produrre l’attuale crisi. Non sorprende, dunque, che il leader di Reform UK guardi con interesse all’ipotesi di elezioni anticipate, convinto che un’ulteriore fase di instabilità possa spalancargli per la prima volta le porte di Downing Street.

Il nuovo premier, il settimo in dieci anni, dovrà quindi farsi carico di risollevare una situazione davvero delicata, che vede il Regno Unito sull’orlo di una crisi economica, con stretti margini di manovra a causa del debito pubblico e con l’incalzante avanzata della destra nazionalista e antimigranti di Farage. Per portare a termine questo delicato compito le voci nei corridoi laburisti mormorano il nome di Andy Burnham, l’ex sindaco di Manchester. Egli ha infatti dimostrato grandi doti amministrative e di sintesi politica tra le diverse anime della coalizione, elementi che la sinistra inglese spera di riuscire a sfruttare e ottimizzare nelle elezioni generali del 2029. Gli analisti prevedono infatti che per la prima volta nella storia, se le tendenze delle supplettive di maggio dovessero continuare, nessuno dei due principali partiti (Laburisti e Conservatori) avrebbe la maggioranza per governare; rendendo di fatto necessario ricorrere al gioco delle alleanze e delle coalizioni programmatiche. 

Sul fondo, però, la crisi politica di Westminster sembra ormai solo la punta dell’iceberg di una tensione più ampia che attraversa il tessuto sociale del Regno Unito e che negli ultimi mesi ha trovato espressione anche in episodi di violenza razziale, come quelli registrati a Belfast. Non si tratta di episodi isolati, quanto piuttosto di manifestazioni di un clima sociale che si sta progressivamente infiammando. A pesare è innanzitutto una combinazione di alcuni fattori: da un lato la crescita delle disuguaglianze e la stagnazione dei salari reali in molte aree del Paese, dall’altro una percezione diffusa di insicurezza economica che si è ben radicata nelle aree periferiche. In questo quadro, l’ascesa delle formazioni nazionaliste e anti-establishment non può essere letta come una semplice oscillazione elettorale, ma come la traduzione politica di un malessere più profondo. Studi e analisi hanno più volte evidenziato come, nel post-Brexit, il Regno Unito abbia sperimentato una crescente frammentazione del consenso, con dinamiche che si ritrovano, con intensità diverse, anche in altri Paesi europei. In tutti i casi, il filo conduttore sembra essere la difficoltà delle democrazie liberali nel ricomporre le promesse di crescita, sicurezza e rappresentanza in un contesto globale meno stabile. È qui che il caso britannico smette di essere un’eccezione e diventa piuttosto un laboratorio, quello di un Paese che ha scelto la rottura istituzionale con l’Unione europea nella promessa di una maggiore autonomia politica, ma che oggi si confronta con nuove forme di instabilità interna più profonde nella vita quotidiana delle persone.

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