Kabul, il silenzio dell’Occidente e l’incubo delle donne afghane

“Una gatta a Kabul ha più diritti di una donna afghana” denunciava Meryl Streep durante un evento ONU nel settembre 2024. Del resto, oggi, se in Afganistan un uomo picchia una donna rischia massimo quindici giorni di carcere mentre per la violenza sugli animali si rischiano fino a cinque mesi di pena. Quindi, la Streep tutti i torti non li aveva…

Il 15 agosto 2021 i Talebani ripresero formalmente il controllo di Kabul, capitale dell’Afghanistan, in seguito alla decisione di Stati Uniti e NATO di ritirare i propri contingenti dal territorio, ponendo fine all’intervento militare occidentale durato circa vent’anni. Da quel momento, le donne afghane sono state eliminate dalla vita pubblica, le loro libertà revocate e la loro integrità in quanto donne annientata. Nelle prime settimane dal loro ritorno, i Talebani promisero una maggior inclusione di genere. Tuttavia, quel sogno si rivelò presto un’illusione e le donne afghane si risvegliarono in un incubo fin troppo reale.

Non possono più cantare, non possono leggere ad alta voce, non possono scoprire il loro volto in pubblico perché costrette a usare il burqa, non possono nemmeno passeggiare sole se non sorvegliate da un uomo, non possono avere accesso alla contraccezione. E, soprattutto, è stato loro negato l’accesso all’istruzione e, si sa, vietare l’istruzione non significa solo impedire di studiare perché l’educazione è libertà, è la strada verso la realizzazione, è la possibilità di scegliere. L’Afghanistan è l’unico Paese al mondo in cui alle donne è stato negato questo diritto. Secondo l’Unicef, sono già più di due milioni le giovani vittime di questa soppressione e, se il divieto rimarrà in vigore fino al 2030, rischierebbero di salire a quattro milioni, circa un decimo dell’intera popolazione.

Quello che i Talebani forse non riescono a comprendere, è che un Paese dove l’analfabetismo regna sovrano è un Paese destinato a soccombere non soltanto a livello economico, ma anche a livello sociosanitario. Soprattutto l’Afghanistan, dove alle donne è permesso essere visitate solo da altre donne e, quindi, la mancata presenza di professioniste esperte sta già decretando il tracollo economico e sanitario di un intero sistema. La carenza di assistenza si traduce in una drastica riduzione della prevenzione e in un aumento esponenziale dei rischi durante il parto, aggravando ulteriormente un tasso di mortalità materna già tra i più alti del mondo. Tuttavia, le vittime di Kabul non si danno per vinte e, con un’invidiabile e incrollabile determinazione, si ribellano silenziosamente, al riparo dai loro persecutori in scuole clandestine dove possono imparare l’inglese, l’informatica, la matematica e, adesso, anche le scienze. La loro tacita ribellione è la prova che almeno la speranza non gli può essere vietata.

Questa situazione è diventata talmente intollerabile da spingere gli esperti dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani a parlare di apartheid di genere per riferirsi alle donne in Afghanistan. Secondo gli esperti, i decreti, le politiche e le pratiche dei Talebani puntano a un sistema istituzionalizzato di discriminazione, oppressione e dominio sulle donne in quanto tali, riflettendo il fulcro dei sistemi di apartheid. Gli esperti Onu sottolineano che questo termine, ancora non formalmente riconosciuto dal diritto internazionale, necessita di una codificazione, così da consentire alla comunità internazionale di intervenire giuridicamente in difesa delle donne afghane.

Ma l’Occidente, in tutto ciò, che fine ha fatto? Le crisi emergenti in altre zone più proficue all’Occidente hanno fatto si che il baricentro dell’interesse mondiale si spostasse altrove: Ucraina, Palestina, Sudan, Myanmar, in una tragica e selettiva gerarchia dell’attenzione. L’Afghanistan, che per oltre vent’anni è stato nel mirino della comunità internazionale, sembra adesso cancellato dalla memoria collettiva. Troppo spesso abbiamo dimostrato di saper risolvere i problemi apparentemente irrisolvibili nella maniera più semplice: dimenticandoli. Tutti quei conflitti interni dei Paesi che non toccano direttamente Usa o Europa, che durano troppo a lungo e che non hanno interesse economico e mediatico immediato vengono spinti nell’ombra. E l’Afghanistan ne rappresenta sicuramente il caso più emblematico.

Basta aprire un qualsiasi quotidiano nazionale per osservare la data di pubblicazione dell’ultimo articolo riguardante Kabul, i suoi cittadini e le sue cittadine, quotidianamente torturate e delegittimate. È chiaro così che la coscienza collettiva è direttamente proporzionale alle mode mediatiche del momento. Ma la coscienza collettiva, quella vera però, non è moda: è empatia, consapevolezza, responsabilità ma anche indignazione, riprovazione e, soprattutto, condanna. L’Occidente sembra però aver perso la sua bussola morale, scegliendo di barattare questi valori con un opportunistico e cinico oblio.

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