Addio Privacy: Lettera aperta per i nostalgici della riservatezza

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Cari nostalgici della privacy,

Oggi ci troviamo in un’epoca in cui la condivisione è la norma, abbinata all’esibizionismo e all’ostentazione, mentre quello diprivacy si è trasformato in un concetto obsoleto, quasi una leggenda urbana come il Mostro di Lochness o lo Yeti. Se ne parla; forse esistono, ma non li abbiamo mai visti.

Se, addirittura, sei un social addicted, probabilmente ti stai chiedendo: “Privacy? Cosa significa?” Difficile che tu l’abbia conosciuta o apprezzata. Il concetto moderno di “privacy” fu formalmente scritto per la prima volta nell’articolo “The Right to Privacy,” da Samuel D. Warren e Louis D. Brandeis nel 1890 sulla Harvard Law Review.

Warren e Brandeis, avvocati di Boston, lo scrissero in risposta alla crescente intrusione della stampa nella vita privata delle persone, resa possibile dalle nuove tecnologie fotografiche e dal giornalismo scandalistico dell’epoca. La loro opera è un pilastro fondamentale nel campo del diritto della privacy e ha avuto un’influenza duratura in materia di tutela della riservatezza.

In “The Right to Privacy,” Warren e Brandeis sostennero che la legge dovrebbe proteggere il “right to be let alone” (il diritto di essere lasciati in pace) e che la privacy personale è essenziale per il benessere dell’individuo. La loro argomentazione si basava sul concetto che la privacy è una parte essenziale della dignità umana e del diritto all’autodeterminazione.

Insomma la privacy era un diritto fondamentale, un rifugio sicuro dove potevi essere te stesso, lontano dagli occhi indiscreti del mondo. Ora, la privacy è come un vecchio diario segreto nascosto sotto il letto, dimenticato in favore di post pubblici e selfie filtrati. Ma non disperiamo! Invece, celebriamo il nuovo modo di vivere in cui ogni aspetto della nostra vita è esposto al giudizio collettivo di amici, conoscenti e perfetti sconosciuti.

Ricordi quel romanzo, “1984” di George Orwell, dove il Grande Fratello ti osservava? Chi avrebbe mai pensato che avremmo accolto a braccia aperte il nostro Grande Fratello digitale e non ce ne saremmo staccati? Il cellulare è il luogo dove vive il nostro Big Brother; i suoi guardiani controllori sono Facebook, Instagram, TikTok; e noi li adoriamo! Ne abbiamo fatto uno stile di vita.

Ogni “mi piace” e “condividi” è una piccola dose di dopamina che ci rassicura che esistiamo, che siamo visti. Chi ha bisogno di una vita privata quando si può essere famosi, anche se solo per pochi minuti? Dopotutto, la vita non è fatta per essere vissuta nel silenzio della propria stanza, ma per essere gridata dai tetti – o meglio, postata online.

Una volta, le confessioni intime erano riservate ai diari personali o agli amici stretti. Nemmeno i genitori. Ora, la nostra psicanalisi avviene attraverso i post e le storie. Ti senti giù o felice? Raccontalo al mondo! Un litigio con il partner? Condividilo con i tuoi follower!

Siamo diventati maestri dell’esibizionismo emotivo, trasformando ogni frammento della nostra vita in uno spettacolo pubblico. La trasparenza è la nuova intimità, e il mondo intero è il nostro terapeuta.

E chiediamo l’approvazione al popolo della rete!

E poi ci sono quei momenti in cui ci chiediamo: perché fermarsi alle sole emozioni? Condividiamo tutto! Il nostro pranzo, il nostro caffè mattutino, il nostro allenamento. Ogni attività è degna di essere immortalata e condivisa. Chi ha tempo per preoccuparsi della privacy quando si è impegnati a documentare ogni respiro?Qualcuno ci ha fatto la grana o la celebrità; perché non io?

Tuttavia, mentre abbracciamo questa nuova era della totale trasparenza, c’è una piccola parte di noi che si chiede cosa ci siamo persi. Forse un po’ di mistero, un po’ di intimità. Ma chi ha bisogno di queste cose arcaiche quando abbiamo hashtag, notifiche e feed infiniti?

Quindi, miei cari nostalgici della privacy, alziamo un bicchiere (virtuale) e brindiamo a questa nuova epoca di condivisione illimitata. Perché, in fondo, la privacy è sopravvalutata e il Grande Fratello non è poi così male se ci porta tanti “mi piace”.

Con affetto ironico, Un ex nostalgico della privacy

Bookreporter Settembre