GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Putin

L’impasse

Mentre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite si consumava la rappresentazione tragicomica della inanità di questo consesso mondiale, retaggio di un mondo che non esiste più, roboante nei suoi propositi, elefantiaco nella miriade delle sue diramazioni, economicamente fallimentare, ma, soprattutto, impotente nella risoluzione dei conflitti che coinvolgono gli stessi Paesi che ne fanno parte e che era stato deputato a evitare, il Presidente Putin in un discorso alla Nazione ha dato inizio a un nuovo capitolo del conflitto che oppone la Russia all’Occidente (rappresentato sul campo dal suo campione del momento, l’Ucraina).

Giustificando la scelta di ricorrere alla mobilitazione di 300.000 riservisti quale necessità per poter condurre a compimento l’Operazione Speciale in atto in Ucraina, Putin ha sottolineato che la difesa della Grande Madre Russia sarà effettuata ricorrendo a tutte le risorse disponibili, se questo dovesse rendersi necessario!

Questa mossa, connessa all’organizzazione dei referendum per l’annessione alla Russia dei contesi territori a maggioranza russofona, eleva e complica ulteriormente la già complessa situazione in atto.

Esaminando nello specifico i due elementi introdotti dalla decisione di Putin – incremento delle forze e minaccia di elevare la soglia del conflitto – si può osservare, per prima cosa, che la mobilitazione dei riservisti deve essere vista come il risultato di una serie di esigenze di diversa tipologia che hanno imposto una tale misura. Necessità che sono sia di carattere tecnico (disponibilità di un maggior numero di unità per effettuare un turn over delle forze usurate da sette mesi di operazioni; incremento delle risorse per controllare un’area di operazioni molto estesa; possibilità di effettuare azioni offensive nel settore settentrionale in risposta al recente successo ucraino; necessità di mantenere, comunque, una parte delle Forze Armate in servizio attivo disponibili per gli altri teatri asiatici attualmente in stato di incipiente agitazione), sia esigenze di carattere interno (appeasement dell’ala dei falchi; dimostrazione che il potere è saldamente in mano della attuale dirigenza; necessità di rafforzare il supporto interno coinvolgendo più personale nell’ottica di sottolineare il pericolo per l’unità e la credibilità del Paese nel caso di un andamento sfavorevole delle operazioni). Per quanto possa apparire elevata la consistenza del contingente richiamato, tuttavia, esso non rappresenta né una forza necessaria a conquistare l’intera Ucraina o a estendere il conflitto al di fuori di essa e neppure la coscrizione obbligatoria di una leva di massa a livello nazionale.

Quindi, a parte tutte le considerazioni che si possono fare sulle ragioni che hanno indotto una tale scelta, essendo abbastanza verosimile che il peso specifico di questo aumento del contingente militare impiegato nel conflitto ucraino possa risultare incisivo solo tra un lasso di tempo stimabile tra due o tre mesi, la scelta di richiamare questo blocco di riservisti può essere vista, essenzialmente, come la prima e immediata risposta alla rinnovata volontà dell’Occidente di sostenere militarmente l’Ucraina, dimostrando la determinazione della Russia a conseguire i propri obiettivi.

Viene confermata, quindi, quella situazione di impasse politico-diplomatico che contraddistingue attualmente il conflitto.

Per quanto attiene invece alla minaccia di utilizzare tutto il proprio arsenale nella difesa del suolo patrio, anche se risulta essere strumentalmente connessa alla prevedibile annessione plebiscitaria dei territori russofoni, la questione deve essere vista come un estremo tentativo, da una parte, di incrinare il fronte occidentale, facendo leva sulla terrore e sul rifiuto che lo spettro nucleare incute alla società democratica (in tempo di elezioni e recessione la capacità critica della popolazione risulta spesso meno acuta e razionale) e, dall’altra, di minare la volontà degli avversari diretti, minacciandoli di risultare i primi e principali destinatari della devastazione atomica.

In definitiva si tratta di un altro saggio della capacità mediatico-propagandista espresso dalla dirigenza russa, in quanto ha scatenato da parte dei media occidentali una doppia reazione. Da una parte toni trionfalistici che annunciano la presunta e vaticinata imminente caduta del regime tirannico che opprime il popolo russo (frutto della nostra visione naïve di un mondo dove popolazioni essenzialmente buone e miti sono soggiogate da singoli Signori del Male) considerando le affermazioni di Putin come il delirio politico ultimo di un uomo ormai all’angolo, la cui caduta sarà salutata dalla nascita di un regime democratico, liberale, progressista e desideroso di condividere i valori e le libertà di cui noi Occidentali siamo paladini e difensori.

Dall’altra parte, un coro di visioni apocalittiche che dipingono la fine del mondo causata dallo sconsiderato ricorso all’arma estrema da parte della Russia.

Ovviamente nessuno si è interrogato su come sia stato possibile creare questa situazione di impasse diplomatico-politico e come se ne possa uscire evitando di ritornare all’Anno Zero!

Ora tutto è possibile e non si può certo affermare con assoluta sicurezza quali possano essere gli scenari futuri, tuttavia, ritengo opportuno fare alcune considerazioni di carattere generale.

La nostra storia recente ha visto lo scatenarsi di una catastrofe immane che ha profondamente alterato il mondo occidentale: due guerre, fondamentalmente combattute per cause prettamente inerenti ai rapporti tra gli Stati europei, che per opportunismo e per convenienza non ci siamo fatti scrupolo di estendere al resto del mondo, dandogli il nome di Guerre Mondiali.

Di queste, la prima ha avuto inizio per una serie di effetti domino, dove la necessità di dover tener fede ad alleanze o impegni politici ci ha trascinato in un conflitto devastante, la cui scintilla era, in definitiva, circoscrivibile ad un evento di portata locale e di importanza globale alquanto limitata e come tale inizialmente trattato. La seconda, conseguenza diretta della prima, frutto della miopia politica e della dissennata volontà di umiliare un avversario sconfitto militarmente, ma integro nella sua struttura sociale e statuaria, con inaccettabili condizioni di pace. In tutte e due i casi i conflitti erano stati previsti limitati e di breve durata.

I paragoni tra eventi storici differenti non sono validamente accettabili in quanto le condizioni di riferimento non sono uguali e, quindi, non intendo creare un quadro sinottico tra gli eventi passati e la situazione attuale. Pur tuttavia, ritengo che si possano identificare alcune similitudini utili a sottolineare come l’impostazione della visione geostrategica delle relazioni internazionali occidentali sia ancorata a principi fortemente radicati e resistenti alle modifiche che ci spingono a situazioni di impasse come quella attuale, fortemente pericolose.

Innanzi tutto, fermo restando la condanna a priori al ricorso alla forza, è necessario esaminare il comportamento dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina.

Partiamo da lontano per aver un quadro completo. Dopo aver promesso all’Ucraina di garantire la sua sicurezza, se avesse rinunciato al possesso armi nucleari stanziate sul suo territorio all’atto dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, abbiamo accettato una situazione de facto consentendo alla Russia di annettersi la Crimea, sancendola con i famosi Accordi di Minsk, in una forma di appeasement tanto cara al nostro DNA politico. Una differente più energica reazione (che non siamo in grado di adottare se non quando l’acqua è arrivata alla gola!), condotta peraltro, in un panorama geopolitico globale non ancora ostile come quello attuale, avrebbe condizionato in modo diverso la situazione.

Contestualmente, abbiamo utilizzato l’Ucraina come uno strumento di pressione verso la Russia. Intervenendo sul piano economico, nel tentativo di privare Mosca di un favorevole e docile partner commerciale, offrendo a più riprese allettanti programmi di partnership commerciale culminanti nella chimera di un facile e veloce processo di integrazione nel club esclusivo e accogliente dell‘Unione Europea.

Incrementando sul piano militare le attività di supporto, addestrando ed equipaggiando le sue Forze Armate e sbandierando l’eventualità dell’ingresso del Paese nella NATO, cioè agitando un enorme drappo rosso in faccia all’Orso Russo, abbiamo poi stimolato rancori, attriti e fobie atavici.

Quando poi, senza rispetto per ogni forma del diritto internazionale, la Russia ha dato il via alle attuali operazioni militari, invece di imporre una situazione diplomatica che avrebbe potuto beneficiare di un consesso globale ancora poco orientato e sostanzialmente non schierato, ricorrendo agli strumenti diplomatici usati in quasi tutti gli altri conflitti degli ultimi settant’anni, ci siamo gettati a capofitto in una sorta di scontro indiretto, imponendo sanzioni a oltranza e rifornendo l’Ucraina di un fiume di materiali militari, oltraggiati dal fatto che la Russia avesse potuto farsi beffe di quell’ordine mondiale da noi considerato, non solo l’unico possibile, – e quindi condiviso da tutti – ma anche inscalfibile e immutabile. Tutto nella convinzione che in pochi giorni l’intransigenza occidentale avrebbe infiammato il consesso mondiale in una condanna unanime di Mosca, mentre le sanzioni avrebbero piegato la Russia, determinato il ritiro dell’ex Armata Rossa con la coda tra le gambe e soprattutto si sarebbe, inevitabilmente, realizzata la svolta democratica di un Paese (con DNA politico spiccatamente autocratico) che avrebbe costretto Putin all’abdicazione al trono.

E qui, non le alleanze, come nel passato, ma gli interessi degli USA – sbarazzarsi di un avversario geopolitico pericoloso ma in uno scacchiere di secondo piano – e dei Paesi dell’Europa Orientale – umiliare e sconfiggere il loro nemico storico – hanno trascinato anche il resto dell’Europa, che a malavoglia si è accodata nella condanna della Russia e nell’applicazione delle sanzioni.

E dato che condanna e sanzioni non sono state ritenute sufficienti abbiamo ripreso ad armare e ad illudere l’Ucraina, facendole credere che ci possa essere una vittoria decisiva e totale nel suo futuro.

In secondo luogo, è opportuno valutare l’efficacia e l’adeguatezza della reazione diplomatico-politica adottata dall’Occidente e le conseguenze che da essa ne sono scaturite.

L’efficacia è stata forse apprezzabile nella fase iniziale del conflitto consentendo di costruire a fatica un fronte sufficientemente compatto tale da mettere in vigore le sanzioni economico finanziarie. Se si fosse condivisa questa visione al livello globale, le sanzioni avrebbero rappresentato il concreto e reale strumento utile per risolvere la situazione, senza dover ricorre al confronto armato per interposta persona (ipocritamente stiamo usando l’Ucraina per fare la guerra alla Russia!). Il fallimento di un coinvolgimento geopolitico più ampio ha vanificato, parzialmente, la loro efficacia e non ha impedito alla Russia di procedere nelle operazioni militari.

L’adeguatezza della reazione è stata contraddistinta da una veemenza mediatica e propagandistica quasi isterica e dalla imposizione di una inflessibilità nel rigettare possibili soluzioni negoziali con inevitabili situazioni di compromesso, utili a lasciare quella cosiddetta porta aperta necessaria per favorire il dialogo consentendo ad entrambi i contendenti di poter vantare un successo.

Queste due impostazioni della risposta dell’Occidente hanno praticamente chiuso ogni porta di dialogo per una accettabile situazione negoziale, hanno alienato grande parte dell’opinione globale, incrementando e contribuendo a rafforzare quel processo di formazione di uno schieramento internazionale di Paesi che sostengono valori culturali e sociali differenti da quelli occidentali (si veda a esempio il successo dell’ultimo vertice della organizzazione della Shanghai Cooperation Organization tenutosi a Samarcanda).

L’insistere caparbiamente sulla condotta di una linea di politica morale usando una propaganda da toni apocalittici (non sono in gioco né la libertà dell’Occidente né il concetto di democrazia in quanto tale) a scapito della ricerca di soluzioni afferenti a una politica nel segno del pragmatismo, posti in atto dall’Occidente, e la mancanza di un obiettivo finale geopolitico chiaro e preciso da parte della Russia nel concepire la sua Operazione Speciale, hanno determinato una situazione di impasse dalla quale entrambe i contendenti, l’Occidente e la Russia non riescono a uscire.

L’attuale conflitto non si può concludere con un vincitore assoluto e uno sconfitto azzerato; quindi, non ci potranno essere né imposizioni di nuove costituzioni allo sconfitto, né riduzioni militari e declassamenti del suo stato geopolitico. Tantomeno tribunali internazionali o estromissioni da posizioni negli organismi internazionali (l’appello di privare la Russia del suo seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU quale membro con diritto di veto, formulata dal leader ucraino, è commovente nella sua ingenuità politica).

Di conseguenza se si vuole evitare che la spirale degli avvenimenti possa condurre a un confronto militare diretto tra un Occidente, il cui giudizio geopolitico è annebbiato dalle sue considerazioni morali, e una Russia, alla ricerca di una stabilità interna e di un riconoscimento internazionale, evitando che un effetto domino possa alimentare tutti quei focolai di conflitto che caratterizzano il panorama geopolitico mondiale, si deve assolutamente uscire dalla situazione di impasse che tutti abbiamo, più o meno consapevolmente, contribuito a creare, sciogliendo da parte dell’Occidente il nodo gordiano della scelta tra l’essere i protagonisti nella creazione della stabilità di un ordine mondiale, magari non perfetto ma perfettibile, o invece arroccarsi nel perseguimento di una geopolitica sterile in cui l’anteposizione a priori dell’aspetto morale impedisce il conseguimento di quei risultati pragmatici che la stabilità geopolitica impone.

Un nuovo ordine internazionale

 

Russian President Vladimir Putin, right, and Chinese President Xi Jinping (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

Il 4 febbraio scorso, in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici a Pechino, nella sede del China Aerospace Studies Institute, Cina e Russia hanno firmato una dichiarazione congiunta, denominata “Joint Statement of the Russian Federation and the People’s Republic of China on the International Relations Entering a New Era and the Global Sustainable Development”.

Il documento rappresenta un atto di profondo valore geopolitico, i cui elementi fondamentali sono stati recepiti in modo generico dall’opinione pubblica occidentale che ne ha superficialmente interpretato i contenuti riducendoli a un accordo, più o meno formale, tra Pechino e Mosca volto, principalmente, a esprimere il sostegno e il supporto reciproco tra i due Paesi in vista delle possibili azioni russe verso l’Ucraina.

Ma il fine del documento non è affatto questo! Se si scorre il testo ci si accorge subito che si tratta di un programma volto a porre le basi per l’affermazione di un nuovo ordine mondiale che soppianterebbe quello emerso al termine del Secondo Conflitto Mondiale e, soprattutto, quello che è stato sviluppato al termine della Guerra Fredda.

E l’intenzione programmatica non è affatto celata, ma, addirittura, apertamente esplicitata già nel titolo stesso, dove viene sottolineata l’inizio di un Nuova Era delle Relazioni Internazionali.

Il punto cardinale dell’intero documento è centrato sulla convinzione che la leadership mondiale dell’Occidente sia al tramonto e che quindi il sistema delle relazioni internazionali debba essere gestito impostando una nuova serie di regole.

Il contenuto del documento, lungo e articolato nel suo svolgimento, sottolinea la volontà dei due firmatari di partecipare in modo attivo e responsabile alla risoluzione delle molteplici problematiche di interesse globale (sviluppo economico, clima, sicurezza nucleare, cyber domain, controllo dello spazio), sottolineando l’importanza degli organismi internazionali (ONU in primis) e l’adesione ai valori universalmente riconosciuti (democrazia e diritti umani).

Da un punto di vista formale il documento è un capolavoro di diplomazia, in quanto esplicita le stesse idee e gli stessi propositi formali che contraddistinguono il concetto di relazioni internazionali dell’Occidente (convivenza pacifica, reciproco rispetto, collaborazione internazionale); li propone in termini assolutamente condivisibili e, soprattutto, tocca e ribadisce l’assoluto rispetto e la convinta adesione agli stessi ideali – la democrazia e i diritti umani – che hanno rappresentato i criteri fondamentali del sistema di valori sviluppato nel secondo dopoguerra.

Anzi, nel sostenere la loro tesi Russia e Cina si identificano come i veri rappresentati della democrazia e dei diritti umani.

In generale, quindi, il documento espone dei concetti pienamente condivisibili e assolutamente non nuovi, ribadendo la centralità delle Organizzazioni Internazionali quali elementi di sviluppo e di stabilità.

Se però si legge con attenzione il testo ci sono una serie di indizi che preludono all’atto finale di accusa rivolto contro gli Stati Uniti e contro tutto l’Occidente. Già nelle prime righe si afferma che la democrazia è un valore universale dell’umanità e non un privilegio di un limitato numero di Stati (Cap I “…the democracy is a universal human value, raher than a privilege of a limited number of State…”).

Immediatamente dopo viene esplicitato il concetto su cosa sia la democrazia definendola come il mezzo attraverso il quale i cittadini partecipano al bene comune e all’implementazione del concetto di governo popolare. La democrazia è quindi esercitata in tutte le sfere della vita pubblica e ha come scopo il soddisfacimento delle necessità del popolo, garantendone i diritti e salvaguardandone gli interessi. A questo concetto, condivisibile nella sua generalità, ne fa seguito un altro che, invece, rappresenta il vero paradigma ideologico che il documento sostiene.

Non esiste un tipo di formato la cui validità sia generale per indirizzare i Paesi verso la democrazia (Cap. I “There is no-size-fits-all template to guide countries in establishing democracy”) e dipende solamente dalla popolazione decidere se il proprio Paese è uno Stato democratico (Cap I “It is only up to the people of the country to decide wheter their State is a democratic one.”).

A questa serie di affermazioni fa da corollario il concetto che il tentativo di certi Stati di imporre il loro standard di democrazia, monopolizzando, a loro favore, un concetto universale e stabilendo alleanze esclusive finalizzate al conseguimento di una egemonia ideologica, costituisca una minaccia totale e pericolosa per la stabilità dell’ordine mondiale stesso (Cap. I “Certain States’ attempts to impose their own democratic standards…….undermine the stability of the world order.”).

L’atto introduttivo completa il presupposto ideologico con l’affermazione che il sostegno della democrazia e dei diritti umani non devono essere usati come strumento di pressione nei rapporti internazionali.

A tale proposito Russia e Cina si oppongono all’abuso dei valori democratici e al sostegno della democrazia e dei diritti umani come pretesto per l’ingerenza negli affari interni di uno Stato, chiedendo invece, il rispetto delle differenze culturali e delle differenze degli Stati, concludendo che è interesse dei firmatari promuovere una reale democrazia (Cap. I “They oppose the abuse of democratic values ……interference in internal affairs of sovereign states…..to promote genuine democracy.”).

Fatta questa premessa di carattere ideologico è nel terzo punto del documento che Cina e Russia sviluppano il loro concetto di ordine caratterizzato dai seguenti principi:

  • dichiarazione di mutuo supporto per la protezione dei loro interessi fondamentali, integrità della loro sovranità e opposizione a ogni forma di interferenza nei loro affari interni;
  • completo supporto di Mosca al principio di una sola Cina e opposizione a ogni forma di indipendenza di Taiwan;
  • contrasto di ogni tentativo da parte di Stati esterni di alterare la stabilità delle regioni di interesse e di interferire negli affari interni delle nazioni sovrane e opposizione a ogni forma di rivoluzione di qualsiasi colore.

Il testo prosegue con l’affermazione che certi Stati, certe alleanze politico militari e certe coalizioni sono ritenute responsabili di ricercare vantaggi a detrimento della sicurezza generale, stimolando rivalità e instabilità a detrimento dell’ordine pacifico. Vengono citate sia la NATO sia la AKUS quali elementi di instabilità regionale. i cui fini sono in netto contrasto, invece, con le organizzazioni promosse dalla Cina e dalla Russia.

L’affondo conclusivo evidenzia la visione degli interessi specifici di Pechino e di Mosca in merito agli scacchieri geopolitici di riferimento:

  • condanna della politica degli Stati Uniti nello scacchiere indo-pacifico, in quanto ritenuta responsabile di produrre effetti negativi sulla pace e sulla stabilità della regione;
  • supporto e condivisione da parte della Cina alle proposte avanzate dalla Russia, per dare vita ad accordi legalmente astringenti che consentano di creare delle condizioni di sicurezza durevoli in Europa.

Il documento, quindi, presenta una nuova interpretazione dei valori su cui l’Occidente basa la sua concezione filosofico-morale: la democrazia e i diritti umani non rappresentano più due concetti oggettivi ma devono essere intesi soggettivamente, a seconda delle situazioni, delle popolazioni che li devono applicare e degli Stati che ne devono salvaguardare l’applicazione. In sintesi, i valori non sono assoluti ma variano a seconda della percezione dei singoli Stati!

Con questo documento la Cina, soprattutto, ha deciso di proporsi, formalmente, come l’alternativa a un Occidente ormai ritenuto in declino, sostituendosi agli Stati Uniti come campione di valori e modelli universali. Per questo motivo ha cooptato la Russia, offrendo i termini di un accordo politico di mutuo sostegno e di cooperazione ad ampio spettro, facendo leva sulla ambizione di Mosca di riprendere il ruolo di grande potenza del quale si ritiene, ingiustamente, spodestata dall’Occidente.

Le implicazioni che derivano da questo documento sono praticamente dirompenti e volte a stravolgere il complesso delle relazioni internazionali così come concepito.

Il documento, infatti, sostiene la creazione di un sistema dove alla popolazione viene riconosciuto primariamente il diritto a poter beneficiare di un livello di sviluppo economico e sociale, ma dove libertà e interessi individuali si sfumano sino a scomparire quando sono considerati un ostacolo per la solidità e la sicurezza del sistema di governo. E perché questo modello funzioni non c’è spazio per la visione di democrazia che l’Occidente si ostina a voler imporre.

Se un tale sistema può, difficilmente, suscitare un proselitismo in Occidente, dove democrazia e rispetto dei diritti umani sono valori radicati e pienamente condivisi, vi sono tuttavia alcune tipologie di regimi che possono aderire e supportare una tale impostazione dell’ordine mondiale.

Il primo e, forse, più importante scacchiere a cui è indirizzata una tale interpretazione di un nuovo corso delle relazioni internazionali è senz’altro l’area mediorientale e nordafricana (MENA), dove la Cina è attiva da parecchio tempo. I contenuti del documento, infatti, possono costituire un’alternativa ideologica valida per gli Stati dell’area che indipendentemente dalla loro forma di governo (repubbliche nazionaliste, monarchie e regimi religiosi) potrebbero sicuramente trovare nella formula proposta del conseguimento di un benessere sociale e di uno sviluppo economico elevato, conseguenza di uno Stato autoritario, la risposta ideale alla pretesa occidentale di imporre valori che, considerati in senso assoluto universali, non tengono conto della necessità di un’applicazione soggettiva e in linea con il mantenimento primario di una formula autoritaria di Governo.

A questo punto, non è solo un sistema di valori che viene messo in discussione dal documento, ma l’intero impianto geopolitico che è stato creato dalle due guerre mondiali.

L’Occidente ha il dovere di rispondere e di sostenere i valori universali che sono i pilastri della nostra civiltà accettando la sfida e sostenendo la sua posizione, iniziando proprio da quello scacchiere del quale l’Europa è parte integrante: il Mediterraneo, l’Africa del Nord e il Medioriente.

 

L’evoluzione di Idlib, la guerra silenziosa che inizia a far rumore in Europa

MEDIO ORIENTE/REGIONI di

Ad Idlib lo stallo apparente si è infuocato fino alla tregua di oggi, ma è sempre più alta la posta in gioco. Dal rischio di una strage fino alla crisi umanitaria che bussa all’Europa, tutto ciò è nelle mani di Erdogan.

 

Il precario equilibrio di Idlib ha subito nella scorsa settimana una svolta disastrosa.

Qui, nella provincia più a nord-ovest della Siria, ultima zona di conflitto tra le forze lealiste di Assad e i ribelli filo-turchi, la notte del 27 febbraio i caccia siriani Sukhoi Su-24 assieme ai loro omologhi russi Su-34 hanno portato a termine una serie di raid aerei su degli avamposti turchi, uccidendo nel complesso 33 soldati; si tratta della perdita più ingente che la Turchia abbia mai subito dall’inizio del conflitto. Ad oggi lo scontro tra le due parti si riduce in un fazzoletto di terra; le forze governative di Assad il 19 dicembre hanno lanciato un’offensiva che ha costretto nei mesi i ribelli a ritirarsi dietro al confine che era stato garantito loro, durante l’accordo di Sochi nel settembre 2018. Dall’inizio dell’assalto l’esercito siriano, grazie al supporto russo, ha riconquistato un’area di 4.000 km² lasciando la restante, di pari dimensioni, alle file dei ribelli, area in cui peraltro vi è il concreto rischio di un massacro dato che in questo territorio grande appena quanto il Molise sono concentrate circa 3 milioni di persone, di cui profughe un milione.

Ciononostante pochi giorni prima dell’attacco siriano e russo i ribelli erano riusciti, grazie anche al supporto dell’esercito turco, a prendere il controllo della città di Saraqib, snodo fondamentale da cui passano le autostrade M4 ed M5, che congiungono Aleppo a Laodicea e a Damasco; inoltre poche ore prima del raid siriano alcuni media russi avevano riportato degli attacchi ai loro caccia, resi bersaglio di alcune postazioni antiaeree turche.

La risposta di Erdogan e la sua solitudine
La reazione del presidente turco non si è fatta attendere e nella stessa notte ha chiamato d’urgenza una riunione con i vertici della difesa, a cui sono seguite dichiarazioni molto forti: “Le nostre operazioni in Siria continueranno fino a quando le mani sporche di sangue che hanno di mira la nostra bandiera saranno infrante. E’ stata presa la decisione di ritorcersi con maggior forza contro il regime illegittimo che ha puntato le armi contro i nostri soldati”. Poche ore dopo la stessa conferenza il ministro della difesa turco Hulusi Akar ha annunciato l’avvio della quarta operazione in territorio siriano tramite cui la Turchia da qui in poi applicherà il diritto di autodifesa sui suoi territori in Siria. Denominata ‘Spring Shield’, la manovra secondo i vertici militari turchi ha già neutralizzato (ovvero ucciso, ferito o imprigionato) circa 2.800 soldati siriani; dopo gli eventi di questa settimana appare quindi chiara ormai la frontalità dello scontro tra Ankara e Damasco, Erdogan non vuole che Assad esca da questo conflitto vincitore ed è pronto a non cedere il passo su Idlib, del resto ha fornito fin qui un ingente aiuto ai 30.000 ribelli tramite la dotazione di blindati, missili anti-tank e missili anti-aerei, nonché il supporto dell’esercito turco nei 12 avamposti.

Diversamente dall’approccio che Ankara ha con Damasco il presidente turco si guarda bene dall’inasprire il conflitto con la Russia di Putin, il vero leader della guerra, che ha saputo risollevare Assad quando tutta la comunità internazionale lo dava ormai per finito. Erdogan sa bene che deteriorare i rapporti con Putin potrebbe essere fatale, proprio per questo motivo nelle dichiarazioni congiunte al vertice della difesa il presidente turco evita di menzionare la Russia come nemico, ma tutt’al più come un nazione di rispetto con cui Ankara ha rapporti di parità e a cui ha chiesto “di togliersi di mezzo da Idlib e fare i suoi interessi”. Il rapporto fra i due paesi è incerto; nei mesi passati Ankara ha acquistato da Mosca quattro sistemi missilistici antiaerei S-400 per un totale di 2,5 miliardi di dollari contro il parere dei vertici NATO, i quali non hanno gradito l’affare e fin’ora hanno negato alla Turchia l’acquisto degli F-35, tuttavia su altre questioni di primaria importanza come la Libia i due paesi siedono sui fronti opposti: Erdogan appoggia il governo di Tripoli di Serraj, al quale ha inviato anche delle truppe di supporto, mentre Putin supporta il generale Haftar.

Se Erdogan si trovasse a fronteggiare le forze di Assad da sole avrebbe certo più possibilità di muoversi, ma la forte presenza russa gli impone un’estrema cautela; la Russia è padrona dello spazio aereo di Idlib e nelle scorse settimane ha ripetutamente negato alla Turchia la possibilità di sorvolare i cieli siriani. Fin’ora l’unica mossa di Ankara oltre all’esercizio dell’autodifesa è stata chiedere il ripristino dei confini come erano stati garantiti a Sochi nel 2018, ma è quasi impossibile che vengano concessi da Assad a meno che Erdogan non riesca a persuadere il suo “amico” Putin. Una sorta di immobilismo quello turco, molti analisti paragonano la situazione della Turchia a quella di un vicolo cieco da cui Erdogan sta cercando di uscire in tutti modi.
Effettivamente l’ex Impero Ottomano soffre di una certa solitudine a livello internazionale, complice anche il fatto di aver agito in solitaria nella questione siriana e spesso non rendendo chiari i propri intenti, basti pensare che dopo l’attacco subito Erdogan ha fatto appello “alla voce di aiuto del popolo siriano, il quale chiede di essere protetto dal regime e dal terrore” quando però nel territorio di cui ha il controllo, appena a 5 km dai confini turchi, è stato trovato lo scorso novembre dall’intelligence americana Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’ISIS. Il presidente allora ha necessariamente bisogno di supporto dalla comunità internazionale per aver più peso al tavolo con il Cremlino, e vorrebbe che i suoi partner, che sono tali perlomeno sulla carta come la NATO e l’Unione Europea, lo appoggiassero nelle sue azioni.
La questione profughi, un’arma nei confronti dell’Europa

A questo scopo Ankara dispone di un asso nella manica pesantissimo che è riuscito a gestire nel tempo ed è pronto a utilizzare contro l’Europa se questa non dovesse mostrare il suo appoggio. Nel marzo 2016, a 5 anni di distanza dallo scoppio della guerra e in piena crisi umanitaria, l’Unione per evitare l’acuirsi del fenomeno migratorio dei siriani e combattere l’insurrezione delle destre nei rispettivi paesi membri, aveva deciso di concordare con la Turchia il blocco della rotta balcanica prevedendo il ritorno in territorio turco di tutti quei migranti trovati in viaggio verso la Grecia; l’accordo prevedeva il pagamento di 7 miliardi complessivi fino al 2020.

Lo scenario di collaborazione in questi 4 anni è totalmente cambiato; dai tempi dell’accordo la Turchia è diventata protagonista attiva nella guerra siriana, prima nella provincie di Afrin e di Rojava per fermare l’espansionismo delle forze curde delle SDF, e poi ad Idlib tramite il rifornimento e la partecipazione diretta contro il regime. Inoltre ad Erdogan la questione migranti (si stima un bacino di circa 3,6 milioni di profughi siriani in territorio turco) ha causato un “crollo” di popolarità a favore del partito rivale CHP, il partito popolare-repubblicano, il quale ha conseguito la maggioranza nelle principali città. Quindi, ora che è da poco terminato l’accordo di trattenimento dei profughi, la Turchia sta facendo pressione all’Europa, specie dopo che la morte dei 35 militari turchi il 27 febbraio non ha trovato eco di sostegno da parte di Bruxelles.
Il presidente turco all’indomani dei raid ha denunciato la situazione in Turchia, ormai incapace di trattenere i civili siriani, e avvisato l’UE di aver già aperto i propri confini con la Grecia e la Bulgaria: “Gli ufficiali turchi hanno già caricato più di 600 migranti su dei pullman diretti in Europa, in questi giorni se ne riverseranno a milioni”. Non è nemmeno valsa l’offerta da parte dell’Europa di un miliardo di euro per trattenerli in attesa di una soluzione definitiva, che in questi giorni si sono già riversati migliaia di profughi sia nelle città di confine lungo il fiume Evros che sull’isola di Lesbo, dove d’altronde l’UNHCR già attesta la presenza di 16 mila profughi. L’Unione Europea ha offerto il pieno sostegno alla Grecia, in questi giorni il commissario europeo Ursula von der Leyen e il presidente del parlamento David Sassoli saranno nelle zone di confine per valutare la possibilità, ormai quasi certa, di un intervento di Frontex, l’agenzia di difesa di confini europei.
Arriva intanto, oggi 6 marzo, l’ennesima tregua, concordata dopo numerose ore di negoziati; Putin ha ricevuto al Cremlino Erdogan e i due hanno stabilito il cessate il fuoco, dei pattugliamenti congiunti al confine e un corridoio di sicurezza lungo sei chilometri in prossimità di Saraqib e dell’autostrada M4. Nonostante i leader al termine dei colloqui si congratulino reciprocamente per la vittoria diplomatica emerge sempre più un fatto, ovvero la precarietà delle tregue in Siria; difatti Erdogan ribadisce che qualsiasi violazione da parte delle autorità siriane verrà vendicata mentre gli interessi di Putin sono sempre più contrastanti con quelli turchi, la base russa di Khmeimim ad esempio è stata ripetutamente resa bersaglio di attacchi da parte delle milizie jihadiste dei ribelli. Si tratta pur sempre di una guerra che dura da 9 anni, eppure nemmeno gli ultimi episodi riescono a cedere il passo al futuro della Siria in silenzio.

Gli Stati Uniti cambiano direzione sotto la Presidenza Trump

AMERICHE di

L’8 di novembre il popolo statunitense ha eletto il repubblicano Donald Trump come prossimo Presidente degli Stati Uniti. Tuttavia, i risultati elettorali hanno preso alla sprovvista quasi tutti. La vittoria di Donald Trump è stata assolutamente inaspettata, soprattutto perché i sondaggi avevano previsto il successo di Hillary Clinton. In ogni caso, i risultati elettorali mostrano un Paese profondamente diviso tra due opposte visioni dell’America e opposte idee sul ruolo che gli Stati Uniti dovrebbero svolgere sul piano delle relazioni internazionali. Per comprendere perché gli statunitensi hanno eletto Donald Trump a dispetto delle previsioni, sarà utile esaminare le sue proposte di politica interna oltre a quelle di politica estera.

La politica interna di Donald Trump può essere sintetizzata nello slogan “Make America great again”. Trump ha svolto la sua campagna elettorale concentrandosi sulla classe lavoratrice ed enfatizzando l’idea che l’America abbia un grande potenziale che non è stato a pieno utilizzato fin’ora. Secondo Trump, le ragioni di tale situazione sono da riscontrarsi nell’eccessivo sviluppo dell’economia finanziaria a scapito di quella reale. L’economia reale sostiene la crescita economica e rende possibile un miglioramento del benessere, mentre l’economia finanziaria è considerata responsabile della bolla immobiliare, che è esplosa nel 2007. Trump si è riferito ai suoi sostenitori definendoli un grande movimento, volenteroso di cambiare l’America. La sua retorica è stata considerata come populismo da gran parte del Paese, tuttavia la maggioranza ha visto in essa un modo per sentirsi in potere di cambiare le sorti dell’America. Secondo alcuni esperti, i votanti hanno preso posizione contro l’establishment. Il rifiuto della classe politica tradizionale non è un fenomeno isolato nello scenario internazionale come abbiamo potuto osservare in occasione del referendum sulla Brexit, oltre che nei recenti risultati elettorali in diversi Paesi europei. I principali strumenti per ridare grandezza all’America, secondo Trump, sono i tagli alle tasse per le imprese, misure più restrittive sull’immigrazione e leggi inflessibili contro criminali e terroristi. Il taglio delle tasse è pensato per sostenere la crescita economica aiutando le imprese a restare negli Stati Uniti invece di delocalizzare la produzione all’estero. La posizione di Trump sull’immigrazione è stata largamente criticata, poiché ha proposto di costruire un muro al confine con il Messico e di espellere tutti gli stranieri irregolari che risiedono negli Stati Uniti. Infine, la sua posizione sui criminali ed i terroristi è stata considerata razzista da gran parte dei cittadini americani. In particolare, Trump ha proposto di introdurre leggi stringenti e rafforzare i poteri della polizia per risolvere il problema della conflittualità razziale negli USA. Tuttavia, questo tipo di misure preoccupa la popolazione afroamericana che è stata protagonista di numerose proteste durante l’ultimo anno poiché si sente discriminata dalla polizia. La durezza della posizione di Donald Trump in merito alla questione razziale potrebbe portare ad incrementare la conflittualità già esistente tra il governo e le comunità afroamericane.

Passiamo ora ad analizzare la politica estera di Donald Trump. Il suo progetto può essere identificato nell’espressione “isolazionismo”. Per quanto riguarda le relazioni economiche con altri Paesi, Trump vorrebbe introdurre misure protezionistiche, poiché ritiene che i problemi economici degli USA siano principalmente dovuti al processo di globalizzazione. Non si tratta di una posizione isolata se pensiamo al Regno Unito che probabilmente negozierà l’uscita dal Mercato Unico Europeo. L’idea di focalizzarsi sui problemi interni degli USA, piuttosto che realizzare interventi militari in tutto il mondo, è l’argomento di politica estera che ha convinto maggiormente gli elettori. Gli statunitensi non comprendono le ragioni del consistente coinvolgimento degli USA in Medio Oriente come in altre parti del mondo, anche perché non percepiscono alcun vantaggio diretto da tali operazioni. Trump ha sostenuto, durante la sua campagna, che gli USA dovrebbero spendere meno soldi nel finanziare la NATO e gli interventi all’estero, concedendo maggiore indipendenza militare ai loro alleati ed usando il denaro per migliorare lo standard di vita americano. Tale isolazionismo in politica estera porta ad alcune importanti conseguenze. In primo luogo, le relazioni con l’UE cambieranno, in campo militare ma anche nel settore economico. Infatti, Trump ha espresso la sua opposizione al Trattato di Partenariato Transatlantico sul commercio e gli investimenti, che dovrebbe essere firmato tra l’UE e gli USA. Ciò nonostante, il più importante cambio nelle relazioni internazionali sarebbe dato da un mutamento di attitudine verso la Russia. Dal canto suo, il Presidente Putin ha subito espresso la sua volontà di ripristinare relazioni amichevoli con gli Stati Uniti. La principale conseguenza di una riconciliazione tra gli USA e la Russia sarebbe un possibile accordo sulle crisi in Siria ed in Ucraina. La stabilizzazione del Medio Oriente, oltre alla soluzione della crisi in Ucraina, allontanerebbe la minaccia di uno scontro diretto tra Russia e Stati Uniti. D’altro canto, le future relazioni con la Cina sono incerte. Trump ha fatto alcune dichiarazioni contro la strategia economica cinese ed ha espresso la volontà di essere più economicamente indipendente dalla Cina. Tuttavia, dobbiamo tenere a mente che la Cina possiede la maggior parte del debito statunitense. Un altro aspetto della politica estera di Trump, in grado di influenzare tutto il mondo, è la scelta di rispettare o meno l’accordo sul cambio climatico negoziato a Parigi lo scorso anno ed entrato in vigore pochi giorni fa. Infine, non è chiaro se Trump proseguirà nella riconciliazione con l’Iran e se rispetterà l’accordo sul nucleare concluso lo scorso anno con tale Paese.

In conclusione, è ancora troppo presto per fare previsioni su come gli Stati Uniti e le loro relazioni con il resto del mondo cambieranno. La questione dipende fondamentalmente dal fatto che Trump  rispetti o meno il programma elettorale. Secondo le sue prime dichiarazioni, tuttavia, sembra che l’intenzione sia quella di moderare alcuni punti controversi del programma elettorale (si veda la posizione sulla questione razziale, sugli omosessuali e sui musulmani). Trump ha annunciato la volontà di collaborare con l’amministrazione Obama per preservare le maggiori conquiste ottenute negli ultimi 8 anni. Obama, da parte sua, ha manifestato il proprio sostegno al nuovo Presidente ed ha dichiarato che farà tutto il necessario per aiutarlo a svolgere in modo soddisfacente il proprio mandato.

Il caso Hamedan e il decision-making iraniano: una possibilità di cambiamento?

Difesa/Medio oriente – Africa di
I processi decisionali del sistema democratico-teocratico iraniano sono al centro dell’ultima analisi pubblicata dall’editore americano Strategic Forecast (Stratfor), nonché di un dibattito mai completamente sopito e, anzi, riacceso negli ultimi giorni dal caso della base aerea di Hamedan.
Dal 15 agosto, infatti, i caccia bombardieri Tu-22M3 dell’esercito russo hanno iniziato ad operare dal complesso militare dell’Iran centro-orientale – con scopi e obiettivi al momento non definiti pubblicamente dall’amministrazione Putin. Una prova di forza non indifferente da parte del Cremlino riguardo all’influenza in Medio Oriente in questo momento così delicato, da una parte; dall’altra, la scintilla che potrebbe innescare un dibattito quanto mai delicato nella scena politico-istituzionale della Repubblica Islamica.
4_142015_mideast-iran-nuclear-118201In questo come nella grande maggioranza dei casi, la chiamata a Mosca è stata effettuata direttamente dal Leader Supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, previa consultazione dei più stretti consiglieri militari, scelti e nominati in prima persona. L’intricato e sentito dibattito sulla questione della base di Hamedan segue, dunque, paradossalmente una decisione già presa e difficilmente revocabile, a meno di dietrofront della Guida Suprema iraniana. Proprio per questo, venti membri dell’attuale legislatura – tra cui un conservatore, ben più moderato di Khamenei, di indiscutibile caratura politica come il presidente Hassan Rouhani – hanno chiesto quanto prima una sessione di aggiornamento a porte chiuse per porre all’ayatollah numerose domande su questa situazione.
Come evidente da questa vicenda, che già ha destato clamore e sollevato malumori nel paese, il dibattito politico-parlamentare e in particolare la forza dell’organo legislativo iraniano sono facilmente scavalcabili da parte dell’Ayatollah. Il parlamento dell’Iran (Majils), nonostante una storia ultra-centenaria e ricca di successi (come l’Oil Nationalization Bill del 1951 nel settore petrolifero e il ben più recente JCPOA, l’accordo sul nucleare del luglio 2015 con l’Occidente), è in declino dalla Rivoluzione Islamica del 1979, così come lo sono i suoi poteri decisionali e di influenza.
Con il contraddittorio nelle aule di rappresentanza del Majils – arena politica molto importante per il popolo iraniano – ridotto a mera formalità, dilaga il potere del Leader Supremo e degli organi da esso direttamente composti, come il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, lo Staff Generale dell’esercito e, soprattutto, il discusso Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione. Proprio con quest’ultima istituzione, composta da dodici membri di fatto nominati – direttamente i sei religiosi, indirettamente i sei giuristi – dalla Guida, il parlamento iraniano ha avuto di recente rilevanti frizioni.
Il pomo della discordia tra Majils e Consiglio è la proposta, approvata la scorsa settimana dalla camera legislativa, di limitare il potere di veto dei “dodici” nei confronti dei vincitori delle elezioni, i futuri parlamentari eletti dal voto popolare – tema assai spinoso soprattutto durante la tornata elettorale del febbraio scorso per il parziale rinnovamento del parlamento. Ironicamente, e in maniera emblematica sui rapporti di potere in Iran, per entrare in vigore la coraggiosa proposta legislativa del Majils deve essere approvata dallo stesso Consiglio dei Guardiani.
La Repubblica Islamica dell’Iran è, formalmente, una repubblica presidenziale islamica: più calzante sembra, però, essere la definizione di teocrazia. Il suo, paradossale, sistema politico-istituzionale ha tuttavia finora trovato regolarmente, pur nello sbilanciamento dei poteri, situazioni di equilibrio – talvolta solide, talvolta meno. L’ultima parola è sempre del Leader Supremo, in questo momento un integralista sciita dalle posizioni spesso estreme come Khamenei – dichiaratosi nemico dell’Occidente, degli USA e di Israele e fautore della propria forma di “jihad”; a poco valgono in interni, esteri e difesa gli sforzi profusi dal presidente Rouhani e da un altro leader prominente come il portavoce del Majils Ali Larijani – il quale, come volevasi dimostrare, ha glissato con un “no comment” sul caso-Hamedan.
Tuttavia, proprio la portata della questione e la determinazione della fascia più moderata della politica iraniana potrebbero rivelarsi foriere di una possibilità di cambiamento. Khamenei, scrive Stratfor, potrebbe ritrovarsi, dopo il confronto lontano dai riflettori con Rouhani e gli altri esponenti politici, nella posizione di non poter più ignorare la pressante opinione popolare, rappresentata e mediata dal Majils, sulla presenza dei caccia russi a Hamedan. Si tratta, indubbiamente, di un banco di prova importante per i paradossali processi di decision-making dell’Iran, nonchè per gli equilibri interni e della regione mediorientale. Sarà dunque, fondamentale, capire i prossimi sviluppi della vicenda.
Di Federico Trastulli
Centro Studi Roma 3000

La partita russa tra Ucraina e Turchia

Varie di

Il fronte ucraino torna ad essere caldo. Mercoledì 16 dicembre, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato il decreto (già annunciato in precedenza) che sospende l’accordo di libero scambio tra Kiev e la CSI. La sospensione arriva a seguito dell’accordo di libero scambio tra Ucraina e Unione Europea, in vigore dal 1° gennaio. Il capo del Cremlino ha motivato la decisione spiegando che tale patto lede gli interessi economici russi.

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Di fatto, come citato da molte fonti internazionali, la guerra nell’Est europeo non è ancora finita. In primis, per la conferma, arrivata da Putin nel corso della conferenza stampa di fine anno, della presenza di truppe russe all’interno del territorio ucraino. Poi, a causa del’ostacolo continuo da parte dei separatisti al lavoro dell’OSCE nel Donbass, dove il blocco degli aiuti umanitari, denunciato da Unicef e Medici Senza Frontiere, e la violazione del cessate il fuoco stanno mettendo in pericolo la sopravvivenza degli accordi di Minsk/2.

Un pericolo denunciato dallo stesso segretario generale NATO Jens Stoltenberg nel corso della conferenza stampa di giovedì 17 dicembre con il presidente ucraino Petro Poroshenko: “Ci sono stati progressi negli ultimi mesi. Tuttavia, recentemente, abbiamo registrato l’aumento delle violazione degli accordi di pace. Esiste un reale rischio di un ritorno alla violenza”.

La conferenza stampa congiunta si è tenuta il giorno dopo la firma del piano di cooperazione tra NATO e Ucraina, altro fattore che potrebbe rendere vani i progressi fatti a Minsk lo scorso febbraio e portare ad un ennesimo raffreddamento dei rapporti tra Occidente e Mosca. Il piano prevede la riconfigurazione del settore Difesa ucraino e il miglioramento del potenziale delle sue forze armate, e la partecipazione di Kiev ai progetti atlantici sulla “Difesa Intelligente”.

Con il continuare delle sanzioni europee ai danni della Russia fino a quando la situazione non andrà stabilizzandosi, come annunciato dal presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, e con la possibilità dell’ingresso della Turchia in Europa, il Sud-Est europeo si è fatto rovente in questo finale di autunno.

Sempre nel corso della conferenza stampa di fine anno, oltre a definire “atto ostile” l’abbattimento del caccia russo lo scorso 24 novembre, il capo del Cremlino ha parlato di una evidente volontà dei turchi “di mostrarsi compiacenti con gli americani”.

Pur essendo conciliante con gli Stati Uniti sul fronte siriano (“faremo il possibile per trovare il modo di superare questa crisi”) e appoggiando la linea italo-americana in Libia (appoggio del governo di unità nazionale e dell’intervento militare ONU), i rapporti tra Russia e Occidente destano ancora motivi di preoccupazione.

Soprattutto perché, oltre al tema dell’allargamento NATO e alla crisi di rapporti con Ankara, dobbiamo aggiungere la crisi economica russa “troppo dipendente – come dichiarato dallo stesso Putin – da fattori economici esterni, come il drastico calo del prezzo del petrolo” e, come denunciato nei mesi scorsi, dalle sanzioni inflitte da Stati Uniti e Unione Europea.
Giacomo Pratali

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Un jet da combattimento russo Su-24 è stato abbattuto vicino al confine turco-siriano

Secondo una dichiarazione rilasciata dallo Stato Maggiore Turco, l’aereo da guerra abbattuto è stato avvertito per 10 volte in cinque minuti da due F16  turchi mentre il Su-24 stava volando sopra la città di Yaylidagi nella  provincia di Hatay della Turchia.

L’Agenzia di Stampa Turca “Anadolu Agency”, citando  dei funzionari vicino all’ufficio del presidente Erdogan, ha  affermato che l’aereo è stato avvertito dopo aver violato lo spazio aereo turco, prima di essere abbattuto in linea con le regole di ingaggio della Turchia. Al contrario, il Ministero della Difesa russo sostiene di avere “prove oggettive” che confermano che  l’aereo era in volo sul territorio siriano solo e  a una altitudine di 6000 metri.

I russi hanno anche detto che  l’incidente sarebbe stato causato da colpi di arma da terra come dimostrerebbero le  informazioni preliminari raccolte. I locali Ribelli turkmene affermano che  hanno catturato i piloti, uno di loro ferito e l’altro in buona salute.

Un video con il logo della Free Siryan Army  mostra un gruppo di uomini che camminano fino a un’area molto boschiva, dove un paracadute giallo era atterrato.

Mentre è chiaro che il  Su-24 Russo è stato abbattuto in un modo o nell’altro, la specificità della descrizione turca dell’incidente deriva dalle sue comunicazioni con gli F-16 che sono stati impegnati con l’aereo prima che fosse abbattuto.

Al contrario, il ministero della difesa russo potrebbe ancora tentare di ricostruire ciò che è accaduto dalle sue ultime  comunicazioni con il pilota. La cosa importante da notare è che la Turchia ha riconosciuto  direttamente la responsabilità sull’abbattimento mentre ancora  le due parti continuano a contestare esattamente dove e quando è accaduto l’ingaggio.

Fin dai primi giorni del l’intervento russo in Siria, Turchia, Stati Uniti e gli altri partner della coalizione hanno espresso serie preoccupazioni circa la possibilità che si potesse verificare questo scenario. I velivoli russi hanno aumentato l’intensità delle loro operazioni in tutta la Siria, con  targeting sia sullo stato islamico che sulle forze ribelli siriane.

In alcuni casi, gli attacchi aerei russi si sono verificati in prossimità di aree in cui Turchia,  Stati Uniti e Francia hanno condotto le proprie operazioni aeree contro lo Stato islamico, aumentando il rischio di urti accidentali.

Ankara e Mosca sono impegnate in discussioni in ambito strategico militare per il diminuire lo sato di conflitto in Siria e hanno mantenuto una stretta relazione diplomatica. L’abbattimento del velivolo russo non fa presagire una immediata escalation militare diretta tra la Turchia e la Russia. Le due parti saranno probabilmente in grado di gestire le ricadute dell’incidente attraverso mezzi diplomatici e attraverso ulteriori contatti militari per definire meglio le loro aree di attività.

La speranza di Turchia sarà che la Russia esercita una maggiore cautela nelle sue operazioni in Siria per evitare tali incidenti in futuro, tanto più che la Turchia si prepara ad approfondire il proprio impegno militare nel nord della Siria a ovest del fiume Eufrate. In effetti, i ribelli prevalentemente turkmeni affiliati.

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Raw Footage: Russian Jet Downed by Turkey – Nov. 24, 2015

Francia attacca IS. USA-Russia cooperano?

Varie di

L’aviazione francese ha intensificato i bombardamenti su Raqqa all’indomani dell’attacco terroristico a Parigi. Nel G20 in Turchia, il bilaterale tra Obama e Putin lascia intravedere degli spiragli su una comune strategia in Siria.

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Lo stato di guerra proclamato dal presidente francese Francoise Hollande ha già avuto un seguito. Non solo entro i confini nazionali. L’aviazione d’oltralpe, infatti, ha intensificato, nella notte del 15 novembre, i bombardamenti sulle postazioni strategiche in Siria. Il Ministero della Difesa ha dichiarato che sono 12 gli aerei totali impiegati, i quali hanno intensificato i raid presso Raqqa, capitale dello Stato Islamico, e preso di mira un centro di comando e un campo di addestramento.

Gli attacchi di Parigi hanno quindi portato ad una immediata reazione da parte dell’Eliseo. E, soprattutto, il governo non è spaventato dal fatto che, proprio i raid delle settimane scorse in Siria, sono stati una delle cause di quanto successo il 13 novembre. Gli attacchi aerei di queste ore sono, inoltre, il frutto della collaborazione tra Francia e Stati Uniti, già presenti sia sul territorio siriano sia su quello iracheni, che hanno fornito un supporto logistico e di intelligence.

Proprio il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha intrattenuto un proficuo colloquio con il suo omologo russo Vladimir Putin nel corso del G20 di Antalya (Turchia). Negli oltre 30 minuti di faccia a faccia, alla luce degli attentati di Parigi, si sono riavvicinati, tanto che la Casa Bianca ha definito la discussione come costruttiva.

Al netto della questione ucraina e dei confini NATO in Europa, quanto avvenuto a Parigi potrebbe aprire lo scenario di una cooperazione militare in Siria, al fine di “risolvere il conflitto nel Paese”, si legge nella nota diffusa dopo il vertice. Pur con la questione del sostegno ad Assad ancora in ballo, la strategia del terrore dello Stato Islamico potrebbe avere un effetto contrario e ricompattare Occidente e Russia in nome della lotta al Califfato.
Giacomo Pratali

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Siria: accordo USA-Russia necessario

Medio oriente – Africa di

Dopo l’inizio dei bombardamenti russi sul territorio siriano, l’appoggio al regime di Assad e la violazione dello spazio aereo turco, i rapporti tra Usa e Russia si sono fatti ancora più freddi. Tuttavia, l’intervento militare dell’Occidente in Siria e Iraq impongono un accordo di cooperazione tra le parti in gioco.

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Il Ministero della Difesa russo potrebbe accogliere la proposta del Pentagono sul coordinamento nella lotta all’Isis in Siria. Questo è quanto il Cremlino ha fatto trapelare mercoledì 7 ottobre, parlando di continui contatti a livello diplomatico con la Casa Bianca dopo il vertice Usa-Russia alle Nazioni Unite lo scorso 29 settembre.

Dal 30 settembre, data dell’inizio dell’intervento aereo russo in Siria, si è verificata una duplice escalation. Sul piano militare, con i caccia russi impegnati presso Palmira, nelle province di Aleppo e Hama, dove sono intervenuti spalleggiando l’offensiva contro i ribelli islamici, non appartenenti al Daesh, delle truppe del presidente Bashar al Assad. Proprio l’appoggio al regime siriano, contestato dagli Stati Uniti e dalla Nato, e la violazione dello spazio aereo turco hanno portato all’altra escalation, quella di tipo diplomatica.

Infatti, sono stati molti i botta e risposta tra l’Occidente, che accusa la Russia di colpire i ribelli siriani non fondamentalisti e di fare il gioco dei jihadisti, e il Cremlino, che ha bollato tali accuse come montature mediatiche.

“Respingiamo l’idea della Russia che tutti coloro che sono contro Assad siano terroristi”, ha tuonato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Mentre il ministro della Difesa britannico Micheal Fallon ha precisato che solo il 5% dei raid russi hanno come obiettivo il Califfato: “Le nostre prove indicano che stanno sganciando munizioni non guidate in aree civili, uccidendo civili, e contro l’ELS”. Percentuale in termini di vittime confermata anche dall’Osservatorio Nazionale per i Diritti Umani siriano (ONDUS).

“L’unico modo per combattere il terrorismo internazionale in Siria e nei Paesi limitrofi, è combattere i ribelli sul loro territorio”, ha invece affermato il presidente russo Vladimir Putin. Mentre il ministro degli Esteri Lavrov, rispondendo all’accusa di volere colpire tutti gli oppositori di Assad, ha ribadito che “noi combattiamo lo Stato Islamico, il Fronte al Nusra e i gruppi ad essi associati. Non consideriamol’Esercito Libero Siriano un gruppo terroristico, anzi pensiamo che dovrebbe essere parte della soluzione politica”. In aggiunta, i dati forniti dal Ministero della Difesa sui raid in territorio siriano sono di segno opposto.

Ma la tensione sul piano diplomatico riguarda anche i rapporti con la Turchia. La violazione dello spazio aereo turco, dovuta alle “pessime condizioni meteorologiche” secondo l’Amministrazione russa, ha aperto un fronte con il presidente turco Recep Erdogan, storicamente nemico di Assad e accusato di avere favorito l’ingresso in Siria dei foreign fighters andati a combattere tra le fila del Califfato.

Le giustificazioni del Cremlino sono state respinte sia da Erdogan sia dal segretario generale della NATO Jens Stoltenberg. Proprio una dichiarazione congiunta tra gli Stati membri dell’Alleanza Atlantica, pubblicata il 5 ottobre, ha chiesto “l’immediata cessazione degli attacchi aerei contro l’opposizione siriana e i civili” e ha condannato “la violazione dello spazio aereo turco”.

Questo scontro sul piano diplomatico, tuttavia, potrebbe essere mitigato da un eventuale accordo di cooperazione tra Washington e Mosca. Se la Russia ha deciso autonomamente di intervenire in Siria, l’Occidente, dal canto suo, non è restato fermo a guardare. Gli Stati Uniti sono impegnati nella riconquista militare delle città irachene cadute nelle mani dell’Isis: missione a cui potrebbe prendere parte anche l’Italia. Francia, Australia e Gran Bretagna (in attesa della ratifica del Parlamento) sono invece impegnate con le loro aviazioni militare sul territorio siriano.

La condotta provocatoria della Russia nei confronti di Stati Uniti e Nato celava probabilmente uno scopo: coinvolgere i partner occidentali nella lotta contro lo Stato Islamico. Pur con i distinguo, soprattutto in merito ad Assad, questo scopo sarà forse raggiunto nei prossimi giorni.
Giacomo Pratali

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Bielorussia: il doppio gioco di Lukashenko

EUROPA di

Rilasciati sei oppositori politici a pochi mesi dalle Presidenziali. Lukashenko tenta un timido riavvicinamento a Bruxelles, ma, temendo il ripetersi dei fatti di Maidan in casa propria, rafforza l’alleanza di tipo militare con Mosca.

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Il presidente della Bielorussia Alexander Lukashenko ha decretato il rilascio di sei oppositori politici, tra cui Mykalai Statkevich, candidato alle Presidenziali del 2010: “Non pensavo che Lukashenko avrebbe avuto il coraggio di liberarmi prima delle elezioni (il prossimo 20 novembre, ndr) – afferma l’ormai ex detenuto -. Forse non avevano più soldi per il carcere. Ora per loro la situazione è ottimale. L’opposizione è in una situazione di stallo. Non può boicottare la consultazione e non è in grado di sostenere nemmeno un proprio candidato. Ecco perché mi hanno rilasciato”.

Oltre alle accuse in merito alla pesante situazione economica dello Stato ex sovietico, questi sei oppositori, così come gran parte degli attivisti presenti in Bielorussia, hanno sempre accusato Lukashenko di un eccessivo avvicinamento alla Russia e di un altrettanto forte allontamento rispetto a Bruxelles e alle democrazie europee.

La notizia del rilascio è stato accolto come “un grande passo in avanti” dall’alto rappresentante Ue Federica Mogherini, questa notizia potrebbe comportare “il miglioramento delle relazioni tra la Bielorussia e l’Unione Europea va nella auspicata direzione di un rafforzamento della tutela di diritti umani e libertà civili nel Paese. La liberazione dei sei prigionieri – osserva ancora Della Vedova – viene incontro alle aspettative che, sia bilateralmente che nel più ampio quadro del dialogo fra UE e Minsk, erano state a più riprese manifestate alle Autorità bielorusse”, afferma il sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova.

Considerato l’ultimo dittatore europeo, Lukashenko, in carica dal 1994, ha sempre mosso le proprie pedine in base alle convenienze politiche del momento. Come nel 1997, anno dell’accordo di “Unione Statale” con la Russia. Come oggi, con la decisione del rilascio dei sei detenuti come ramoscello d’ulivo verso Bruxelles, affinché ammorbidisca le sanzioni contro i patrimoni degli oligarchi bielorussi decretate nel 2004.

Di primaria importanza per la Bielorussia, inoltre, è anche la questione ucraina. Aldilà dell’accordo tra Ucraina, Russia, Germania e Francia sancito proprio nella capitale Minsk, Lukashenko teme in patria un possibile Maidan 2, anche in virtù della diffidenza di cui gode presso tutte le cancellerie europee. Conscio di questo rischio, il Presidente bielorusso ha messo nero su bianco, lo scorso 19 agosto, l’accordo con Putin che sancisce lo sviluppo di un comune spazio di difesa aerea a corto raggio.
Giacomo Pratali

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Giacomo Pratali
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