GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Ambiente e clima: le sfide dell’Unione europea

EUROPA di

Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva l’accordo raggiunto con gli Stati membri dell’UE sul programma LIFE, l’unico programma dell’Unione europea dedicato esclusivamente all’ambiente e al clima che entrerà in vigore retroattivamente dal 1° gennaio 2021. LIFE diventerà il più ambizioso programma climatico e ambientale dell’UE e contribuirà a compiere la transizione verso un’economia ecologica, circolare, efficiente e sostenibile, a proteggere e migliorare la qualità dell’ambiente, nonché ad arrestare ed invertire la perdita di biodiversità. Tale approvazione arriva pochi giorni dopo il raggiungimento dell’intesa tra le istituzioni europee per la riduzione del 55% delle emissioni di gas serra nell’atmosfera entro il 2030, nonché della Conferenza sul clima organizzata dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Le sfide ambientali e climatiche si confermano essere, dunque, al centro dell’agenda europea e mondiale.

Nuova fase per il programma LIFE: l’approvazione del Parlamento europeo

Il programma LIFE è stato lanciato nel 1992 ed è l’unico programma dell’Unione europea dedicato specificamente all’azione ambientale e climatica: svolge, dunque, un ruolo cruciale nel sostenere l’attuazione della legislazione e delle politiche dell’UE in questi settori.  Ad oggi sono state attuate cinque fasi del programma, tramite il quale sono stati cofinanziati circa 4600 progetti in tutta l’Unione europea, con un contributo totale di circa 6,5 ​​miliardi di euro alla protezione dell’ambiente e del clima.

Con riguardo alla prossima fase del programma, relativa al periodo 2021-2027, il 29 aprile il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva l’accordo raggiunto con gli Stati membri dell’UE che entrerà in vigore retroattivamente a partire dal 1° gennaio 2021. Il testo è stato approvato senza votazione poiché non sono stati presentati emendamenti, in virtù dei termini previsti nell’ambito della procedura legislativa ordinaria in seconda lettura. LIFE diventerà il più ambizioso programma climatico e ambientale dell’UE e contribuirà a compiere la transizione verso un’economia ecologica, circolare, efficiente e sostenibile, a proteggere e migliorare la qualità dell’ambiente, nonché ad arrestare ed invertire la perdita di biodiversità.

Risorse e dichiarazioni

Il bilancio totale assegnato al programma LIFE nell’ambito del compromesso raggiunto sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027 è di 5,4 miliardi di euro, di cui 3,5 miliardi saranno destinati alle attività ambientali e 1,9 miliardi di euro all’azione per il clima. La Commissione europea dovrebbe dare la priorità ai progetti che, tra le altre cose, hanno un chiaro interesse transfrontaliero, il più alto potenziale di replicabilità e di adozione (nel settore pubblico o privato) o di mobilitare maggiori investimenti.

Il programma contribuirà a rendere le azioni per il clima un aspetto fondamentale di tutte le politiche dell’UE e a raggiungere l’obiettivo generale di investire almeno il 30% del bilancio europeo per gli obiettivi climatici, nonché, dal 2024, il 7,5% per gli obiettivi della biodiversità, percentuale aumentata al 10% nel 2026 e nel 2027. La Commissione monitorerà e riferirà regolarmente sull’integrazione degli obiettivi del clima e della biodiversità, tracciando anche la spesa.

A margine dell’approvazione da parte del Parlamento europeo, il relatore Nils Torvalds ha dichiarato “Quando guardiamo a ciò che è stato raggiunto da LIFE finora, è chiaro che un bilancio più grande può aiutarci a raggiungere ancora di più in futuro. Anche se avrei preferito un budget maggiore per LIFE, sono molto contento che abbiamo raggiunto un nuovo livello di impegno verso la natura e il clima, in modo che il programma possa continuare a testare idee e mostrare soluzioni verdi future”.

L’intesa sul taglio delle emissioni e la Conferenza sul clima

Il via libera del Parlamento europeo alla nuova fase del programma LIFE arriva pochi giorni dopo il raggiungimento di un’intesa tra Parlamento, Consiglio dell’UE e Commissione europea per la riduzione, entro il 2030, del 55% delle emissioni di gas serra nell’atmosfera rispetto ai livelli del 1990. L’obiettivo risulta essere più ambizioso rispetto a quello attualmente in vigore, che si ferma al 40%, tuttavia si tratta del risultato di un compromesso raggiunto dopo mesi di trattative in cui il Parlamento europeo aveva chiesto una riduzione del 60%. 

L’Unione Europea ha altresì confermato l’obiettivo della neutralità carbonica – vale a dire il saldo netto delle emissioni di gas serra nell’atmosfera pari a zero – entro il 2050: anche in questo caso il Parlamento Europeo aveva chiesto una formula più ambiziosa, che prevedesse il raggiungimento di un obiettivo diverso per ogni singolo stato. Fissare un obiettivo a livello dell’UE, invero, risulta essere meno ambizioso poichè basterà che la media delle emissioni degli Stati membri sia pari a zero. Il Parlamento ha comunque ottenuto delle concessioni, come l’istituzione di un Comitato consultivo scientifico europeo, che sarà indipendente e valuterà l’andamento della situazione climatica nell’Unione Europea.

L’intesa tra le istituzioni europee è arrivata alla vigilia della Conferenza sul clima organizzata, in formato virtuale, dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden in occasione della Giornata Mondiale della Terra. Il Presidente statunitense ha aperto il vertice annunciando l’ambizioso obiettivo di dimezzare le emissioni entro il 2030 e di azzerarle nel 2050. “Siamo risoluti ad agire. Rispondendo e combattendo i cambiamenti climatici vedo l’occasione di creare milioni di posti di lavoro. È il decennio decisivo per evitare le conseguenze peggiori: dobbiamo agire. Questo vertice è il primo passo del cammino che dobbiamo fare insieme” queste le parole di Joe Biden, tese a ribadire l’importanza cruciale degli obiettivi ambientali e climatici nell’attuale agenda mondiale.

Onu: le ragioni dell’impegno cinese nella promozione della sicurezza interna all’Unione Africana

AFRICA di

Rafforzare la cooperazione tra l’Onu e le organizzazioni regionali e sud-regionali”, è stato questo il tema del discorso tenuto dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi in occasione della seduta del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tenutasi il 19 aprile scorso.

Con queste parole, il ministro di Pechino intendeva far riferimento, principalmente, all’Unione Africana (UA), l’organizzazione internazionale cui fanno parte tutti gli Stati africani, e con cui la Cina, alla fine del 2020, ha concluso un importante accordo di cooperazione.

Nel corso del suo intervento, Wan Yi ha ricordato che quest’anno – precisamente il 27 ottobre prossimo – ricorrerà il 50esimo anniversario del ripristino del seggio del governo di Pechino in seno all’Onu e che, in tale arco temporale, la Cina ha sempre partecipato positivamente all’azione dell’organizzazione, contribuendo e sostenendo gli sforzi regionali e sub-regionali, anche attraverso il Fondo delle Nazioni Unite per la pace e lo sviluppo. Inoltre, citando il partenariato strategico concluso con l’Unione africana, il ministro ha ribadito l’impegno di Pechino nella promozione dell’Agenda 2063 dell’UA e dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Con queste premesse, e nell’intento di stabilizzare i conflitti interni al contenente africano, migliorando, al contempo, le capacità di lotta al terrorismo dell’UA, Wang Yi ha esortato le Nazioni Unite ad assistere l’organizzazione nella creazione di un esercito permanente, e ad affiancare le operazioni di peacekeeping poste in campo dall’Unione africana in chiave antiterrorismo o di stabilizzazione delle zone di conflitto.

La strategia cinese

Per meglio comprendere l’interesse cinese nella promozione della sicurezza interna al continente africano, ed il significato dell’iniziativa del ministro degli Esteri Wang Yi al Consiglio di Sicurezza Onu, occorre tenere presente che, negli ultimi anni, la Repubblica Popolare Cinese ha fortemente investito nei rapporti con i paesi in via di sviluppo, ampliando notevolmente il suo raggio d’azione in Africa in termini di investimenti, aiuti allo sviluppo e diplomazia culturale. Di ciò, è prova la coincidenza temporale tra la pubblicazione da parte di Pechino del libro bianco ad hoc sugli aiuti all’estero e i viaggi in Africa e Sud-Est asiatico svolti dal ministro degli Esteri Wang Yi.

Oggi la Cina si configura come il maggior partner commerciale ed investitore dell’Africa.

Con l’obiettivo di accrescere la sua influenza economica e politica sulla sponda meridionale del Mar Mediterraneo, la diplomazia cinese ha seguito, negli ultimi anni, il famoso invito al go out (la Go Out policy), una serie di misure promosse dal Governo di Pechino per promuovere gli investimenti esteri degli imprenditori cinesi, inquadrando poi i suoi sforzi nella cornice narrativa della nota Belt and Road Initiative (BRI, o Nuove Vie della Seta), cui hanno aderito, in totale, 44 Paesi africani, che rappresentano 1/3 dei firmatari totali.  

Origine dei rapporti sino-africani

Tappa fondamentale per comprendere il “grande balzo” del Dragone in terra africana è il mese di ottobre del 2000, data di istituzione del primo Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), step cruciale nell’evoluzione dei rapporti economici – e quindi in cui certo senso politici – tra Cina ed Africa. In occasione di quel primo forum FOCAC– poi organizzato con cadenza triennale – venne elaborato un documento in 10 punti in cui si stabilivano gli ambiti e gli aspetti fondamentali delle nuove relazioni sino-africane. Presto il FOCAC, da tavola rotonda per rafforzare le relazioni sino-africane secondo una logica di cooperazione win-win, è diventato l’occasione per Pechino di annunciare massicci piani di finanziamento, confermando il proprio ruolo e la propria influenza nel continente.

Dal primo meeting FOCAC, le relazioni economiche e non tra i due Paesi sono andate consolidandosi, per motivi diversi ma complementari. Da un lato, la volontà di Pechino di estendere la propria influenza globale, favorendo processi di internazionalizzazione delle proprie imprese, e dall’altro i bisogni e le esigenze dell’Africa, un continente ricco di risorse naturali, ma con impellenti necessità di sviluppo, piani infrastrutturali e competenze tecniche.

Al 2018, data dell’ultimo summit FOCAC, la Cina aveva costruito in Africa più di 6.000 chilometri di strade e ferrovie, quasi 20 porti e più di 80 centrali elettriche. Gli investimenti diretti nel continente raggiungevano la cifra di 110 miliardi di dollari USA, con oltre 10.000 imprese cinesi con investimenti sul suolo africano.

L’agenda politica di Pechino

Nonostante gli interessi economici giochino un ruolo fondamentale nel determinare il crescente impegno di Pechino in Africa, a spiegare tale spinta in avanti concorre, tra le altre cose, la volontà cinese di allargare la propria influenza politica all’interno delle organizzazioni internazionali. Rafforzando le sue relazioni diplomatiche attraverso la cooperazione economica, Pechino auspica di poter contare, sempre di più, sul voto dei Paesi africani in sedi importanti come quella dell’Onu. L’importanza strategica dell’Africa consiste non solo nel suo vantaggio numerico, in quanto grande raggruppamento di Stati, ma soprattutto nella loro tendenza a votare “in blocco”.

Il sostegno degli Stati africani all’agenda politica di Pechino nelle sedi multilaterali può dunque assumere un ruolo determinante, capace di spostare l’ago della bilancia nell’atto di decidere questioni delicate e prioritarie per il governo cinese, quali Taiwan o il controllo del Mar Cinese Meridionale.

 

Google e Microsoft in aiuto contro il record di casi in India

ASIA PACIFICO di

Sundar Pichai, e Satya Nadella, rispettivamente amministratore delegato di Google e di Microsoft, hanno affermato di essere “devastati” dagli eventi che si stanno verificando in India, e sono disposti a sostenere il paese con risorse finanziarie e fornitura di ossigeno.

Entrambi sono nati in India, e successivamente naturalizzati statunitensi.

Su Twitter Sundar Pichai ha espresso solidarietà con quanto sta succedendo in India, dichiarando di essere affranto dal peggioramento della crisi di Covid. “Google e i googler stanno fornendo 135 Crores Rs in finanziamenti a GiveIndia, UNICEF per forniture mediche, organizzazioni che supportano le comunità ad alto rischio e sovvenzioni per aiutare le Organizzazioni”.

Promettendo di sostenere l’India durante la crisi usando “la sua voce, le sue risorse e la sua tecnologia per aiutare i soccorsi”, Nadella ha ringraziato il governo degli Stati Uniti per aver accettato di aiutare.

Le dichiarazioni di due grandi amministratori delegati tecnologici di origine indiana, seguono il co-fondatore di Sun Microsystems Vinod Khosla sabato che promette di aiutare con carichi aerei di ossigeno, e poi la grande azienda dell’e-commerce, Amazon, che sta donando concentratori di ossigeno e altre attrezzature a diversi ospedali.

 

Gli eventi delle ultime settimane in India

I decessi sono in costante aumento in India a causa di una nuova ondata di infezioni da Covid.

Il Paese ha finora confermato oltre 186.000 morti e 16 milioni di casi – tre milioni se ne sono aggiunti solo nelle ultime due settimane, mentre ogni giorno si registrano nuovi record di casi, prova di una curva molto più ripida della prima ondata a metà settembre dello scorso anno.

Giornalisti di varie città hanno però contestato i dati ufficiali, spesso trascorrendo giorni fuori dai crematori per contare i morti. Le loro stime suggeriscono che i decessi in alcune città sono dieci volte superiori a quanto riportato.

L’effetto devastante di questa nuova ondata è dimostrato dalle immagini dei crematori in tutto il paese: famiglie angosciate che aspettano ore per eseguire gli ultimi riti; cremazioni di massa; esaurimento dello spazio per onorare i morti e incessanti pennacchi di fumo dalle pire funebri.

Negli ultimi giorni in India, i social media sono stati inondati di richieste disperate di aiuto per trovare i farmaci remdesivir e tocilizumab. L’efficacia dei due farmaci contro il COVID-19 è oggetto di dibattiti in tutto il mondo, ma alcuni paesi, tra cui l’India, ne hanno concesso l’autorizzazione per via dell’emergenza.

Hetero Pharma, una delle sette aziende produttrici di remdesivir in India, ha affermato che la società sta cercando di aumentare la produzione. Tuttavia, sembra che la scarsità di offerta abbia spinto molte famiglie a rivolgersi al mercato nero, che fornisce il farmaco ad un prezzo cinque volte quello ufficiale.

Anche la domanda di ossigeno è aumentata vertiginosamente in diversi stati indiani. Diversi ospedali stanno allontanando i pazienti perché mancano di rifornimenti. Il primo ministro dello stato del Maharashtra, Uddhav Thackeray, ha chiesto al governo federale di inviare ossigeno con aerei dell’esercito, poiché il trasporto su strada impiegava troppo tempo per rifornire gli ospedali.

La situazione è molto peggiore nelle piccole città e paesi. Quando i pazienti non sono in grado di trovare un letto d’ospedale, i medici consigliano di sistemare le bombole di ossigeno a casa.

 

La nuova strategia europea per la lotta contro la tratta di esseri umani

EUROPA di

Il 14 aprile la Commissione europea ha presentato una nuova strategia per la lotta contro la tratta di esseri umani, incentrata sulla prevenzione della criminalità, sulla consegna dei trafficanti alla giustizia, nonché sulla protezione e l’emancipazione delle vittime. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni, la tratta di esseri umani rimane, infatti, una grave minaccia nell’UE e nel mondo. A fronte del trasferimento online delle attività dei trafficanti e dell’emergenza pandemica, la nuova strategia europea definisce le misure che consentiranno all’Unione europea e ai suoi Stati membri di continuare a rafforzare la lotta contro la tratta di esseri umani in nome della salvaguardia dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali.

La lotta alla tratta di esseri umani

Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni e le strategie avviate allo scopo di frenare tale minaccia, la tratta di esseri umani risulta essere ancora un fenomeno globale, che continua a colpire anche l’Unione europea. Tale attività criminale ha un impatto notevole sul tessuto sociale, sullo Stato di diritto nonché sullo sviluppo sostenibile negli Stati membri dell’UE e nei Paesi partner.  Secondo gli ultimi dati disponibili, tra il 2017 e il 2018, vi sono state più di 14000 vittime registrate all’interno dell’Unione europea ed è probabile che il numero effettivo sia significativamente più alto, poiché le vittime della tratta di esseri umani rimangono spesso inosservate. Le vittime sono principalmente donne e ragazze, oggetto di tratta a fini di sfruttamento sessuale.

I trafficanti sfruttano le disuguaglianze e le vulnerabilità economico-sociali attualmente estremizzate dalla pandemia da Covid-19, la quale ostacola, altresì, l’accesso delle vittime alla giustizia e all’assistenza. Inoltre, recentemente i trafficanti hanno adottato un nuovo modello di reclutamento e sfruttamento online delle vittime, rendendo più difficile per le forze dell’ordine e la magistratura rispondere alla minaccia.

La lotta alla tratta di esseri umani è da tempo una priorità per l’Unione europea. Negli anni sono stati compiuti progressi sotto molti aspetti: la cooperazione tra attori chiave, anche a livello politico, sia a livello nazionale che europeo, ha condotto a procedimenti giudiziari e condanne, oltre che ad un migliore processo di identificazione, assistenza e sostegno alle vittime; inoltre, sono state realizzate rilevanti campagne di sensibilizzazione e formazione, mentre studi e rapporti hanno aumentato la conoscenza del fenomeno, contribuendo allo sviluppo di strategie di risposta adeguate.

La strategia della Commissione europea

Nell’ambito di tale sforzo volto a interrompere la tratta di esseri umani, il 14 aprile la Commissione europea ha approvato una nuova strategia per il periodo 2021-2025, incentrata sulla prevenzione della criminalità, sulla consegna dei trafficanti alla giustizia, nonché sulla protezione e l’emancipazione delle vittime. Tale strategia si fonda sul quadro giuridico e politico globale dell’UE in vigore, sancito nella Direttiva anti-tratta risalente al 5 aprile 2011, per la cui applicazione la Commissione continuerà a sostenere gli Stati membri e, se necessario, a proporre revisioni per garantirne l’idoneità allo scopo.

Nel dettaglio, la nuova strategia si concentra: sulla riduzione della domanda che favorisce la tratta di esseri umani; sullo smantellamento del modello commerciale dei trafficanti, online e offline; sulla protezione, sostegno ed emancipazione delle vittime, con particolare attenzione alle donne e ai bambini; sulla promozione della cooperazione internazionale.

Poiché la tratta di esseri umani è spesso in mano a gruppi della criminalità organizzata, la strategia per combatterla risulta essere strettamente collegata alla strategia dell’Unione europea per la lotta alla criminalità organizzata, anch’essa presentata il 14 aprile. La protezione della società europea dalla criminalità organizzata, ivi inclusa la lotta contro la tratta di esseri umani, costituisce, infatti, una priorità della strategia europea nell’ambito della più vasta Unione della sicurezza.

Ruolo della Commissione e dichiarazioni

Con questa strategia, la Commissione europea definisce un forte quadro politico e un rinnovato impegno, al centro del quale vi sono donne e bambini. Le priorità e le misure previste saranno attuate tra il 2021 e il 2025 ma, in tale periodo, la Commissione continuerà a monitorare i nuovi sviluppi e tendenze basate sull’analisi delle modalità con cui evolve la tratta gli esseri umani nell’Unione europea e non solo. La Commissione sarà, inoltre, chiamata a lavorare a stretto contatto con tutti i partner al fine di massimizzare l’impatto delle azioni previste. Il coordinatore dell’UE contro la tratta degli esseri umani contribuirà a garantire il coordinamento e la coerenza tra le istituzioni, le agenzie dell’UE, gli Stati membri e gli attori internazionali. Unire le forze nella lotta contro la tratta di esseri umani risulta essere, infatti, essenziale per garantire la sicurezza europea, la protezione delle persone vulnerabili e dell’economia, nonché la salvaguardia dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali.

“La lotta contro la tratta di esseri umani rientra nel nostro lavoro per costruire un’Europa che protegge – queste le parole della Vicepresidente per la Promozione dello stile di vita europeo, Margaritis Schinas – Con la strategia odierna, stiamo adottando un triplice approccio, utilizzando in parallelo la legislazione, il sostegno politico e operativo e i finanziamenti allo scopo di ridurre la domanda, smantellare le attività criminali ed emancipare le vittime di questo reato abominevole”. Ylva Johansson, Commissaria per gli Affari interni, ha invece dichiarato: “Dobbiamo proteggere le vittime e consegnare alla giustizia i responsabili che considerano gli esseri umani come fossero una merce. Esamineremo le norme in vigore per verificare se siano ancora adatte allo scopo e prenderemo in considerazione la possibilità di qualificare come reato l’utilizzo dei servizi derivanti dallo sfruttamento delle vittime della tratta”.

Criminalità organizzata, la nuova strategia dell’UE per rafforzare la lotta e la cooperazione

EUROPA di

La Commissione europea non rallenta la sua lotta alla criminalità organizzata: il 12 aprile, la Commissaria per gli Affari interni ha partecipato all’evento di presentazione dell’ultima relazione dell’Europol sulla valutazione della minaccia rappresentata dalla criminalità organizzata e dalle forme di criminalità nell’UE. Contestualmente, il 14 aprile, la Commissione ha pubblicato una nuova strategia quinquennale per rafforzare la cooperazione nell’UE e per potenziare gli strumenti digitali nelle indagini. La strategia pubblicata dalla Commissione UE si basa proprio sulla relazione dell’Europol, copre il periodo 2021-2025 e fa parte del lavoro dell’UE per rafforzare la sicurezza europea.

La relazione dell’Europol

L’Ufficio europeo di polizia (Europol) è l’agenzia di contrasto dell’Unione europea che aiuta gli Stati membri dell’UE a combattere le forme gravi di criminalità internazionale e terrorismo. Ogni quattro anni, si analizza la minaccia delle reti criminali, in particolare quelle che commettono atti di violenza, corruzione e riciclo, e si prepara una relazione che guiderà l’attività congiunta delle autorità di contrasto europee nel quadro della piattaforma multidisciplinare europea di lotta alle minacce della criminalità fino al 2025.

In particolare, la relazione pubblicata dedica attenzione agli attacchi informatici, ai reati contro le persone – dalla tratta di essere umani a fini di sfruttamento lavorativo al traffico dei migranti e la criminalità ambientale – e si concentra anche sull’impatto della pandemia di Covid-19 sul panorama criminale europeo. Si tratta di una valutazione che segue un’analisi dettagliata della minaccia di criminalità organizzata che affronta l’UE e fornisce importanti informazioni agli operatori, ai responsabili delle decisioni e agli Stati membri in generale. È un documento lungimirante che valuta i cambiamenti a medio-lungo termine nel panorama della criminalità organizzata, identifica i principali gruppi criminali e descrive quali fattori danno forma alla criminalità grave. In definitiva, fornisce una panoramica dello stato attuale delle conoscenze sulle reti criminali e sulle loro operazioni sulla base dei dati forniti all’Europol dagli Stati membri.

La strategia della Commissione europea

Il lavoro pubblicato dalla Commissione europea parte dal presupposto che la criminalità organizzata e le forme gravi di criminalità sono una grave e persistente minaccia alla sicurezza dei cittadini europei. La strategia presentata dalla Commissione europea è volta a definire gli strumenti e le misure da adottare nei prossimi anni per smantellare i modelli economici e le strutture delle organizzazioni criminali a livello transfrontaliero. In particolare, si mira a rafforzare la cooperazione tra le autorità di contrasto e le autorità giudiziarie per combattere le strutture della criminalità organizzata, eliminare i proventi di reato e rispondere prontamente agli sviluppi tecnologici.

Dallo studio dell’Europol emerge come i gruppi della criminalità organizzata presenti in Europa siano coinvolti in attività quali il traffico di stupefacenti, i reati organizzati contro il patrimonio, frodi, traffico di migranti e tratta di esseri umani. La strategia della Commissione definisce gli strumenti e le misure da sviluppare entro il 2025 per smantellare il modello operativo delle organizzazioni anche a livello transfrontaliero.

Gli obiettivi previsti

La strategia della Commissione UE prevede molteplici importanti obiettivi. In primo luogo, rafforzare la cooperazione tra autorità di contrasto e autorità giudiziarie: il 65% dei gruppi criminali attivi nell’UE è composto da varie cittadinanze e questo rende necessario avere una cooperazione più efficace, disporre di uno scambio effettivo d’informazioni tra le varie autorità degli Stati membri e garantire una lotta europea e non più solo nazionale. A tal fine, è previsto l’ampliamento della piattaforma multidisciplinare europea di lotta alle minacce della criminalità aggiungendo anche lo scambio di informazioni su DNA, impronte digitali e immatricolazione dei veicoli. In aggiunta, la Commissione proporrà un codice europeo di cooperazione di polizia che sostituirà i numerosi codici attuali, con l’obiettivo di rendere interoperabili i sistemi per la gestione della sicurezza. In secondo luogo, la Commissione intende sostenere indagini più efficaci per smantellare le strutture della criminalità organizzata concentrandosi su reati specifici e prioritari. In questo periodo, dunque, la Commissione intende agire contro i reati ambientali, contro la contraffazione dei dispositivi medici e contro il commercio illecito di beni culturali. Tra le priorità rientra, inoltre, la tratta degli esseri umani: questione centrale che ha richiesto una strategia ad hoc. Poi, altro obiettivo della Commissione europea è assicurarsi che il crimine non paghi: basti pensare che nel 2019 i proventi da attività illecite nei principali mercati criminali rappresentavano l’1 % del PIL dell’UE, pari a 139 miliardi di euro. Si vuole riesaminare il quadro UE sulla confisca dei proventi di reato, sviluppare le norme antiriciclaggio dell’UE, velocizzare le indagini finanziarie e valutare la regolamentazione dell’anticorruzione dell’UE. Infine, un obiettivo fondamentale: garantire la prontezza per l’era digitale. Le prove digitali acquistano sempre maggior importanza nel panorama attuale, con comunicazioni online e un’alta componente digitale dei reati. È fondamentale riuscire a sfruttare le moderne tecnologie e gli strumenti a disposizione per contrastare la criminalità online.

Le dichiarazioni

Margaritis Schinas, Vicepresidente per la Promozione dello stile di vita europeo, ha dichiarato: “Le organizzazioni criminali usano sempre più le nuove tecnologie e colgono ogni occasione utile per ampliare le loro attività illegali online o offline. La strategia presentata oggi aiuterà a colpire duramente i criminali smantellandone il modello operativo che approfitta della mancanza di coordinamento tra Stati”.

Ylva Johansson, Commissaria per gli Affari interni, ha aggiunto: “La nostra strategia è un programma quinquennale per rafforzare le attività di contrasto europee nell’ambiente fisico e digitale. Con le misure presentate oggi passeremo da una cooperazione di polizia occasionale a partenariati di polizia permanenti e seguiremo le tracce del denaro per identificare i criminali nelle indagini finanziarie”.

Non solo Draghi, anche il premier greco Mitsotakis vola in Libia

AFRICA di

Kyriakos Mitsotakis ufficializza il cambio di pagina nei rapporti greco-libici con la sua visita ufficiale in Libia, cui ha fatto seguito l’annuncio del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Il Primo ministro greco è stato uno dei primi leader europei ad incontrare il nuovo Premier libico Abdelhamid Dabaiba, nella giornata del 6 aprile scorso, poco dopo la visita del Primo ministro italiano Mario Draghi.

I dossier sul tavolo

Al centro dell’incontro le nuove opportunità di cooperazione bilaterale su più fronti: dall’economia, all’energia, dalla sanità, al trasporto marittimo. Il dossier più controverso è stato, invece, quello relativo al Memorandum of Understanding turco-libico sulla delimitazione dei confini marittimi, che, secondo il governo di Atene, “in una Libia normale, non può essere valido”.

Infatti, l’intesa tra Turchia e Libia sulle zone economiche esclusive (ZEE) nel  Mediterraneo, firmata il 27 novembre 2019, consente ad Ankara di avanzare degli ostacoli legali per lo sfruttamento e l’esportazione di gas dalla zona del Mediterraneo orientale, ed è stato, per questo, contestato da diverse istituzioni europee e da numerosi Stati membri dell’Unione. Tra questi, immediata fu la reazione di Atene, che dopo aver definito l’accordo come “un’aperta violazione del diritto di navigazione e dei diritti sovrani della Grecia e di altri paesi”, decise di espellere l’ambasciatore tripolino.

Aperture e nuovi spunti di dialogo

La visita di Mitsotakis ed suo incontro con Dbeibah hanno dunque offerto nuove opportunità di confronto e di dialogo tra i due leader, consentendo di riavviare le relazioni diplomatiche, e non, su basi più solide. Nonostante Dbeibah abbia evitato di entrare nei dettagli del destino dell’accordo con la Turchia, non ancora ratificato alla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, ha prospettato la possibilità di istituire un comitato greco-libico per discutere congiuntamente della delimitazione dei confini marittimi, avviando un tavolo di confronto istituzionalizzato.

Il giorno successivo alla visita, Atene ha annunciato la ripresa, dopo 6 anni d’interruzione, delle attività dell’ambasciata greca in Libia, nonché la riapertura dello spazio aereo tra i due Paesi. Per una normalizzazione delle relazioni bilaterali ed un rafforzamento della cooperazione su più fronti, si è decisa l’istituzione di “Comitati misti” in tutti i campi di comune interesse.

Un poderoso assembramento diplomatico

Oltre a Mitsotakis e a Draghi, gran parte dei leader europei stanno cercando di dare un segnale di sostegno al processo di riconciliazione nazionale e al nuovo governo libico, salvaguardando, al contempo, i propri interessi strategici. Il giorno precedente alla visita dei due Premier europei, anche il maltese Robert Abela ha annunciato la riapertura della sede diplomatica di Tripoli, mentre quella francese ha ripreso le attività il 29 marzo. Il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, anche lui in visita a Tripoli nei primi giorni di aprile, ha dichiarato che l’Europa intensificherà il suo impegno in Libia sul fronte della ricostruzione economica, dopo anni di conflitto, contribuendo alla governance, alla stabilità, e al rispetto dei diritti umani all’interno del Paese. A questo proposito, fonti Ue hanno reso noto che l’ambasciatore dell’Unione europea tornerà permanentemente a Tripoli a partire dalla fine di aprile.

Affinché ciò avvenga, tuttavia, l’Unione europea, per il tramite di Michel, ha ribadito la necessità che mercenari e combattenti stranieri lascino la Libia, in quanto conditio sine qua non per il rispetto dell’embargo sulle armi e dell’accordo sul cessate-il-fuoco all’interno del Paese.

KF-21, il nuovo prototipo di jet da combattimento dell’industria aeronautica sudcoreana

ASIA PACIFICO di

La Corea del Sud prevede di schierare 120 jet da combattimento entro il 2032.

Il presidente Moon Jae-in ha annunciato il piano venerdì presso lo stabilimento Korea Aerospace Industries Co. a Sacheon, (Corea del Sud) durante una cerimonia di lancio del prototipo del suo primo jet da combattimento, il KF-21, soprannominato Boramae, o “giovane falco addestrato per la caccia”.

Moon si è congratulato con gli ingegneri e gli altri funzionari dietro l’impresa, dicendo che ha aperto una nuova era per la difesa della Corea del Sud.

Il primo test di volo è previsto per il 2022, mentre lo sviluppo completo dovrebbe essere completato entro il 2026. Una volta operativo, il jet KF-21 dovrebbe essere armato con diverse tipologie di missili. I caccia bimotore arriveranno nelle versioni monoposto e biposto, a seconda delle missioni a cui sono assegnati.

Moon ha detto che dopo il completamento dei test di volo e di terra, la produzione di massa del KF-21 inizierà con un obiettivo di 40 jet dispiegati entro il 2028 e 120 entro il 2032.

“Ora abbiamo il nostro jet da combattimento supersonico avanzato prodotto a livello nazionale. Siamo diventati l’ottavo paese al mondo a farlo. È una pietra miliare storica nello sviluppo dell’industria aeronautica sudcoreana”.

Nella sola fase di sviluppo sono stati creati circa 12mila posti di lavoro, anche grazie ad una produzione nazionale del 65 percento dei componenti KF-21.

“Quando inizierà la produzione di massa su vasta scala, verranno creati 100.000 posti di lavoro aggiuntivi e avremo un valore aggiunto di 5,9 trilioni di won coreani (5,2 miliardi di dollari). L’effetto sarà molto maggiore se vengono esportati”, ha detto Moon.

La Corea del Sud dovrebbe produrre sei prototipi KF-21 per test e sviluppo, i primi tre da completare entro la fine di quest’anno e i prossimi tre nella prima metà del 2022, secondo la Defense Acquisition Program Administration (DAPA) del paese.

Il governo ha fissato l’obiettivo di investire anche in nuove tecnologie innovative, come gli aerei elettrici e a idrogeno, e la mobilità dell’aviazione urbana.

La Corea del Sud ha presentato per la prima volta la sua visione per un jet locale nel 2001 e da allora ha continuato il lavoro di ricerca. Nel 2015, il Paese ha iniziato a lavorare al progetto, del valore di 7,9 miliardi di dollari, in collaborazione con l’Indonesia che ha accettato di finanziarne il 20% e di ricevere 50 dei 170 jet in totale.

Durante la cerimonia per il lancio del prototipo venerdì scorso il presidente Moon ha ringraziato l’Indonesia per la sua fiducia nella Corea del Sud nello sviluppo congiunto del combattente dicendo che Seoul lavorerà con Jakarta per fare breccia in altri mercati.

UE – Turchia, dall’agenda positiva all’incidente diplomatico

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Il 6 aprile il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen si sono recati ad Ankara per incontrare il presidente turco Erdogan e discutere delle relazioni tra Unione europea e Turchia. Al centro dell’incontro vi sono stati lo stato di diritto e i diritti umani, nonché la Convenzione di Istanbul e le relazioni economiche tra le parti. Dopo gli ultimi passi falsi della Turchia in tali ambiti, il Consiglio europeo ha voluto rilanciare i rapporti tra Ankara e Bruxelles con un’agenda positiva, ma non sono mancati incidenti diplomatici che hanno dato luogo a dibattiti: nella stanza dove si è tenuto l’incontro non era stata predisposta una sedia per la presidente della Commissione europea, che si è dovuta sedere su un divano più distante. Nonostante il vertice sia andato piuttosto bene, questo episodio ne ha oscurato il contenuto e ha mostrato la debolezza dell’Unione europea, interna ed estera.

Le relazioni tra Unione europea e Turchia

Le relazioni tra UE e Turchia sono da sempre altalenanti, con periodi più tesi e periodi più favorevoli alle relazioni tra le parti. Nell’ultimo anno, vi sono stati notevoli momenti di tensione per vari motivi, dalla questione delle esplorazioni delle navi di Ankara nelle acque greche e cipriote, frutto delle ambizioni di Erdogan nel Mediterraneo orientale, alla questione migratoria e all’uscita dalla Convenzione di Istanbul, ulteriore schiaffo ai diritti umani. Per questo motivo, in occasione della videoconferenza dei membri del Consiglio europeo del 25 marzo, è stato programmato l’incontro tenutosi il 6 aprile scorso: Charles Michel ha riconosciuto l’interesse strategico dell’Unione europea ad avere un contesto stabile e sicuro nel Mediterraneo orientale, nonché relazioni positive e vantaggiose con la Turchia. Anche l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, Josep Borrell, ha sottolineato più volte la necessità di un negoziato “graduale, proporzionale e reversibile” con la Turchia.

Obiettivi e risultati

Al centro del bilaterale vi sono state le principali questioni del rapporto tra UE e Turchia: Convenzione di Istanbul, lo stato di diritto, i diritti umani, i legami economici e le relazioni commerciali e, non da ultimo, la questione migratoria ed il rinnovo dell’accordo di marzo 2016 sui rifugiati siriani. Quest’ultimo punto era la vera priorità dell’UE: l’accordo è volto a bloccare il flusso migratorio di rifugiati siriani in Europa e prevede l’impegno europeo per circa sei miliardi di euro. Ankara, in questi anni, ha accolto circa quattro milioni di rifugiati siriani e continuerà a farlo, ma ha chiesto alle istituzioni europee un aumento dei fondi previsti. L’Unione europea ha risposto positivamente, dunque ha finanziato e finanzierà l’assistenza ai profughi bloccati in Turchia anche con un aumento dei fondi; in aggiunta, vuole puntare sui progetti di cooperazione e assistenza anche per i rifugiati siriani presenti in Libano e Giordania.

In seguito, è stato affrontato il tema dei diritti umani: la decisione del governo turco di fare un passo indietro ed abbandonare la Convenzione di Istanbul per la prevenzione sulla violenza sulle donne ha dato luogo a molte critiche in Europa e non solo. I leader europei hanno mostrato la loro “profonda inquietudine” per gli ultimi sviluppi in Turchia, anche per quanto concerne la libertà di parola, gli attacchi ai partiti politici di opposizione e ai media. “Lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali sono valori fondamentali dell’UE” ha affermato Michel.

In definitiva, il confronto è stato definito “franco e aperto”: è emersa la volontà di costruire con Ankara un’agenda positiva e rafforzare i rapporti economici. I leader europei ritengono di fondamentale importanza la recente distensione delle relazioni che va sostenuta e rafforzata attraverso un percorso comune, basato su cooperazione economica, immigrazione, contatti interpersonali e mobilità. Charles Michel e Ursula Von der Leyen hanno fatto importanti passi in avanti verso la Turchia di Erdogan, con l’auspicio che il presidente turco colga questa opportunità.

Per dar seguito a quanto affermato, al Consiglio europeo di giugno verranno valutati i progressi fatti e i passi avanti compiuti dalla Turchia, al fine di monitorare le relazioni passo dopo passo.

L’incidente diplomatico

Nella stanza dove si è tenuto l’incontro, non è stata predisposta una sedia per la presidente della Commissione europea, che si è dovuta sedere su un divano più distante. Nonostante il vertice sia andato piuttosto bene, questo episodio ne ha oscurato il contenuto e ha mostrato la debolezza dell’Unione europea, interna ed estera, portando alla luce diverse questioni: il sessismo e la mancanza di rispetto nei confronti della leader Von der Leyen, la scarsa attenzione nei confronti dei capi delle istituzioni europee da parte dei leader stranieri, la difficoltà di collaborazione tra le istituzioni dell’Unione europea. Se è vero che lo staff del presidente turco non ha predisposto la sedia per la Von der Leyen, è altrettanto vero che Charles Michel non ha agito in favore della Presidente della Commissione, lasciando che si sedesse in disparte, di fronte al ministro degli Esteri turco. Secondo il protocollo ufficiale, il presidente del Consiglio Michel ricopre una carica più alta rispetto a quella della Commissione nell’ambito della rappresentanza esterna, tuttavia, per prassi, nessun leader ha mai trattato la Von der Leyen come se fosse di grado inferiore.

Agli occhi di chi ha osservato questa scena, quindi, tale incidente diplomatico non è stato altro che un sintomo del sessismo che le leader donne subiscono in politica ad ogni livello: sessismo così grave ed evidente che ha in parte oscurato il contenuto del vertice. Il portavoce della Von der Leyen ha affermato che la presidente “chiaramente è rimasta sorpresa, lo si vede nel video, ma ha preferito dare priorità alle questioni di sostanza rispetto al protocollo”, per poi aggiungere “Non so se Erdogan abbia voluto far passare un messaggio di qualche tipo ieri, ma quello che a noi interessa è stato far passare il nostro messaggio”: vale a dire fare avanzare un processo politico fra l’Ue e la Turchia, sul rispetto dei diritti umani.

Il braccio di ferro tra Unione europea e Cina: le sanzioni reciproche

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Lo scorso 22 marzo, l’Unione europea ha approvato delle sanzioni indirizzate alla Cina a causa delle violazioni compiute nel paese nei confronti della minoranza musulmana degli Uiguri. Si tratta di una misura concordata con i partner occidentali che assume soprattutto un valore simbolico: sono le prime sanzioni che l’Unione Europea impone alla Cina dai fatti di Tienanmen del 1989. Come reazione, la Cina ha annunciato che sanzionerà importanti politici e accademici dell’Unione Europea, nonché quattro istituzioni. Finora, nei rapporti con Pechino, rivale sistemico ma anche uno dei principali partner commerciali dell’UE, Bruxelles aveva cercato di mantenere un difficile equilibrio, tra interessi e valori democratici. L’approvazione di sanzioni incrociate mostra come il clima sia decisamente cambiato nelle ultime settimane: ora a prevalere è una turbolenza politica.

Le violazioni nei confronti degli Uiguri

Gli Uiguri sono una minoranza etnica, prevalentemente di religione musulmana, insediatasi principalmente nella regione dello Xinjiang, nel nord ovest della Cina. Nella regione vive circa l’1,5% della popolazione cinese, ma secondo l’organizzazione Chinese Human Rights Defenders si verifica il 20 % degli arresti del paese. Diverse inchieste giornalistiche, testimonianze e rapporti delle Nazioni Unite hanno rivelato che la Cina ha detenuto e tuttora detiene milioni di Uiguri in campi di prigionia, definiti “di trasformazione attraverso l’educazione”. Il governo ha sempre negato la repressione sistematica contro tale minoranza, giustificandola come una campagna antiterroristica. Ciò che appare evidente è che l’autorità centrale cinese ha sempre mal sopportato gli Uiguri a causa delle loro antiche spinte indipendentiste, che portarono a repressioni già nell’epoca di Mao Zedong e che si sono inasprite negli ultimi vent’anni fino a far divenire la regione uno dei posti più sorvegliati al mondo. Nel dettaglio gli abitanti dello Xinjiang sono sottoposti a controlli di polizia quotidiani, a procedure di riconoscimento facciale e a intercettazioni telefoniche di massa. Queste forme di oppressione si configurano come gravi violazioni dei diritti umani che deteriorano il tessuto sociale locale, provocando profonde ferite nelle comunità e nelle famiglie.

Le sanzioni dell’UE

Le sanzioni approvate il 22 marzo da parte dell’Unione Europea sono rivolte a quattro funzionari di stato cinesi nonché ad un’istituzione del paese, ritenuti responsabili della repressione degli Uiguri. Le misure punitive prevedono divieti di viaggio verso l’Unione Europea nonché di ingresso per affari e hanno soprattutto un valore simbolico: si tratta, invero, delle prime sanzioni che l’Unione Europea impone alla Cina dal 1989, quando fu adottato un embargo di armi dopo la strage compiuta dal governo cinese nella manifestazione di piazza Tienanmen a Pechino, tuttora in vigore.

Le sanzioni europee – le prime nel quadro del cosiddetto “Magnitsky Act” approvato a fine 2020 – fanno parte di un pacchetto di misure approvate all’unanimità e indirizzate a vari paesi, teatro di violazioni dei diritti umani. Nel caso della Cina, i funzionari di alto rango selezionati includono Zhu Hailun, al vertice del programma su larga scala di sorveglianza, detenzione e indottrinamento degli uiguri. Gli altri tre sono Wang Junzheng, Wang Mingshan e Chen Mingguo, ritenuti responsabili di “detenzioni arbitrarie e trattamenti degradanti inflitti a uiguri e persone di altre minoranze etniche musulmane, nonché di violazioni sistematiche della loro libertà di religione o credo”.

“La decisione europea è basata su nient’altro che bugie e disinformazione” e “interferisce con gli affari interni della Cina” questo il commento di un portavoce del ministero degli affari esteri cinese, il quale ha invitato l’Unione europea “a tornare sui propri passi, ad affrontare apertamente la gravità del suo errore e rimediare”.

Rileva che le sanzioni in questione non sono il frutto di una mera escalation nelle relazioni bilaterali: la misura europea si inserisce, invero, nell’ambito di un’azione coordinata con Stati Uniti, Regno Unito e Canada, che a loro volta hanno annunciato misure punitive contro gli stessi cinque obiettivi cinesi e potrebbe segnare un significativo step nella creazione di un fronte internazionale volto a contrastare l’ascesa della Cina, uno dei principali obiettivi del neopresidente degli Stati Uniti, Joe Biden.

Le sanzioni della Cina

La risposta di Pechino alle sanzioni europee risulta essere particolarmente drastica, a dimostrazione di quanto il tema sia delicato per Pechino: 11 personalità sanzionate, tra cui parlamentari, accademici ed enti europei. Ai sanzionati, nonché alle loro famiglie, sarà proibito l’ingresso in Cina, Hong Kong e Macao, mentre alle aziende e alle istituzioni coinvolte sarà proibito di fare affari con la Cina stessa. Fra le persone colpite vi sono cinque parlamentari europei: Reinhard Butikofer dei Verdi, Michael Gahler e Miriam Lexmann del PPe, Raphael Glucksmann dei Socialisti e Democratici e Ilhan Kyuchyuk adi Renew Europe. Ma anche un politico olandese, Sjoerd Wiemer Sjoerdsma, un deputato del parlamento belga di origine italiana, Samuel Cogolati, e una di quello lituano, Dovile Sakaliene, insieme al ricercatore tedesco Adrian Zenz e allo svedese Bjorn Jerden. Tutti colpevoli di «aver seriamente danneggiato la sovranità e gli interessi della Cina e volontariamente diffuso menzogne e disinformazione»

A circa tre mesi dalla firma della super intesa sugli investimenti – Comprehensive Investment Agreement  (CAI) – frutto di sette anni di complessi negoziati e presentata come una nuova, importante pagina nelle relazioni bilaterali, tra Bruxelles e Pechino il clima è decisamente cambiato.

Una nuova ripartenza per il Kosovo: Osmani-Sadriu Presidente del paese

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Il parlamento del Kosovo ha eletto l’ex presidente del parlamento Vjosa Osmani-Sadriu come nuovo presidente del paese. Con un mandato di cinque anni, Osmani-Sadriu è la seconda donna leader della nazione balcanica nel dopoguerra.

Il parlamento composto di 120 seggi si è riunito in sessione straordinaria per due giorni, decretando la vittoria di Osmani, eletta con 71 voti, nonostante i tentativi di boicottaggio dei partiti di opposizione e del partito di minoranza etnica serba.

Già nel novembre dell’anno scorso, la 38enne Osmani-Sadriu ha sostituito temporaneamente l’ex presidente Hashim Thaci, dimessosi dopo essere stato accusato dal tribunale speciale del Kosovo con sede all’Aia di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Thaçi ha annunciato le sue dimissioni in una conferenza stampa a Pristina, comunicando la necessità di “proteggere l’integrità della presidenza del Kosovo”. Secondo l’accusa dell’ufficio del procuratore l’ex presidente Thaçi e altri capi dell’esercito di liberazione del Kosovo (KLA) sono stati “penalmente responsabili di quasi 100 omicidi”.

Osmani-Sadriu, settimo presidente del Kosovo del dopoguerra e seconda donna, ha avuto il sostegno del Movimento di autodeterminazione di sinistra, o Vetevendosje!, che ha vinto in modo schiacciante le elezioni anticipate del Kosovo il 14 febbraio.

In qualità di presidente avrà in gran parte un ruolo cerimoniale come capo di stato. Ricoprirà anche una posizione di leadership nella politica estera, e rivestirà il ruolo di comandante delle forze armate.

Nella sua agenda politica, in primo piano spicca la ripresa dei colloqui di normalizzazione con l’ex nemico della guerra, la Serbia. Il Kosovo è diventato indipendente nel 2008 dopo che la NATO è intervenuta nel 1999 per fermare la sanguinosa repressione dei combattenti per l’indipendenza albanese. Il Kosovo è infatti riconosciuto da più di 100 paesi ma non dalla Serbia o dagli alleati serbi come Russia e Cina.

Roberta Ciampo
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