GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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La geopolitica tecnologica della Turchia

L’ascesa della importanza geopolitica della Turchia e l’aumento della sua proattività diplomatica delineano una parabola che proietta il Paese verso il conseguimento di una rilevanza strategica che, trascendendo i limiti geografici regionali, le sta facendo assumere il ruolo di potenza euroasiatica.

Il percorso tracciato da Erdogan non è stato lineare, ha affrontato parziali insuccessi ed è stato reso di difficile lettura per le sue apparenti contraddizioni, ma ha consentito alla Turchia di costruire un’immagine di un Paese con una precisa strategia nazionale, decisamente proteso a realizzare quelli che considera gli obiettivi primari per il conseguimento dei suoi interessi geopolitici.

Se, nella seconda metà del precedente anno la Turchia sembrava essere un paese isolato diplomaticamente, in bilico tra Est ed Ovest ma distante da entrambe e privo di una prospettiva geopolitica, adesso la situazione è completamente cambiata; l’accelerazione impressa dalla crisi ucraina all’evoluzione dello scenario internazionale ha permesso ad Erdogan di ritornare a svolgere un ruolo attivo nel contesto internazionale.

La propositività dimostrata dalla Turchia nell’offrirsi come mediatore o facilitatore nell’ambito delle ipotesi di risoluzione della crisi ucraina ha consentito ad Ankara di uscire dall’isolamento e di riappropriarsi dell’iniziativa diplomatica necessaria a perseguire gli interessi di potenza regionale.

Il ruolo proposto di trait d’union diplomatico tra gli opposti schieramenti è frutto sia della approfondita conoscenza del pensiero geopolitico russo, conseguenza di secoli di contrapposizione regionale, sia dei legami politico economici stabiliti da più anni con l’Ucraina e rinforzati dalla fornitura costante di materiale tecnologico militare di altissimo livello, rivelatosi di critica importanza nel conflitto in atto.

In questo modo la Turchia rilancia la sua posizione aprendo un nuovo orizzonte alla sua politica e proiettando, anche lontano dal bacino del Mediterraneo, la sua attività internazionale.

Allo stato attuale, quindi, Ankara siede a più tavoli essendo uno dei protagonisti attivi nel Mediterraneo (crisi libica e crisi siriana) e nell’Asia (crisi Armenia Azerbaigian); inoltre è un membro della NATO, la cui posizione rimane critica per la coesione del fianco Sud del dispositivo atlantico.

Il perseguimento di questa politica rivolta a 360° è stato supportato da una diplomazia aggressiva e poliedrica che ha proposto la posizione di Ankara in differenti ruoli: partner commerciale, alleato, pivot per il conseguimento di una stabilità in aree di crisi. Diplomazia supportata spesso dal ricorso a strumenti di pressione esercitati sia compiendo scelte politiche destabilizzanti (acquisto dai Russi del sistema missilistico S-400), sia ricorrendo ad operazioni cinetiche dirette (Siria e Libia) o indirette (Azerbaigian).

Nell’analizzare l’evoluzione della linea strategica di Ankara si deve considerare che uno dei fattori di potenza critici per il raggiungimento di questa situazione, ancorché spesso sottovalutato e poco conosciuto, è stato quello dello sviluppo tecnologico raggiunto dal Paese nel settore della robotica applicata alle operazioni militari.

In questo campo i progressi conseguiti dalla Turchia sono di altissimo livello e pongono il Paese in una posizione di assoluto rilievo nel panorama mondiale.

L’applicazione della robotica investe l’intero spettro delle operazioni militari comprendendo i domini terrestre, navale ed aereo con l’introduzione di un concetto di operazione innovativo che si avvale di un arsenale di smart weaponry in continua evoluzione.

La punta di diamante di questa rivoluzione tecnologica, che ha interessato le Forze Armate turche, è rappresentata dai sistemi automatici con controllo remoto.

Sono, infatti, presenti allo stato attuale numerose piattaforme operative sia aeronautiche sia navali mentre la concezione e lo sviluppo di sistemi terrestri autonomi con controllo remoto è in avanzato corso di realizzazione.

Deve essere sottolineato che la tecnologia utilizzata per la produzione dei differenti sistemi è di provenienza quasi esclusivamente nazionale, fattore che presenta due enormi vantaggi strategici.

Il primo è quello che colloca il settore della ricerca e dello sviluppo turco, nell’ambito del controllo remoto di piattaforme, in una posizione assolutamente emergente consentendogli, in ambito NATO, di essere secondo esclusivamente agli USA.

Il secondo, ancora più importante dal punto di vista delle implicazioni geopolitiche future, consiste nel rendere la Turchia indipendente ed autonoma dal punto di vista delle risorse tecnologiche di elevato livello e quindi poco sensibile a qualsiasi azione esterna.

Se le potenzialità dei sistemi navali e terrestri sono ancora in via di valutazione ai fini di identificarne le capacità operative intrinseche, il settore delle piattaforme aeree ha ormai raggiunto un livello di sviluppo notevole e un elevato grado di sofisticazione.

I doni realizzati dall’industria turca, oltre a essere diventati una componente essenziale dell’arsenale delle Forze Armate di Ankara sono ampiamente esportati non solo in Africa e nel Medio Oriente ma anche in Europa. Infatti, oltre all’Ucraina anche Polonia, l’Ungheria e alcuni Paesi Baltici hanno acquistato materiale UAV (Unmaned Aerial Vehicle) dalla Turchia.

Le potenzialità di mercato sono in continuo aumento e hanno collocato la Turchia tra i maggiori produttori del settore scalzando addirittura le industrie israeliane in alcune commesse in Europa.

Dal punto di vista operativo il successo turco risiede nell’aver inserito gli UAS (Unmanned Aerial Systems) nell’ambito più esteso della loro battle network (una sistematica combinazione di sensori componenti di comando e controllo, piattaforme operative e armamenti interconnessi ad una una rete di comunicazioni elettroniche).

Nell’ambito di questo sistema operativo i droni sono utilizzati in compiti e funzioni specifici.

Innanzitutto, come piattaforme ISTAR (Intelligence, Sorveglianza, Acquisizione Obiettivi e Ricognizione) per il raggiungimento di una superiorità nel campo informativo; una seconda funzione riguarda la SEAD (Suppression of Enemy Air Defence) dove la presenza innovativa dei droni ha caratterizzato una nuova modalità operativa.

In aggiunta alle precedenti due funzioni operative la dottrina turca prevede anche l’utilizzo dei droni come piattaforme di lancio, avendo l’industria sviluppato un range di munizionamento che consente di ottenere risultati cinetici sfruttando le ottime doti balistiche dei vettori e la loro tecnologia estremamente efficace.

Tutte e tre queste funzioni sono state ampiamente sperimentate con successo nei teatri dove la presenza turca ha fatto registrare azioni cinetiche e rappresentano la conferma delle capacità operative e tecnologiche delle Forze Armate turche.

La cultura strategica turca, si basa sull’esercizio attivo del potere militare, qualora ritenuto necessario; Per questo motivo la politica di sicurezza nazionale ha definito due concetti chiave su cui sviluppare la propria dottrina. Si tratta della Deterrenza Attiva (che risponde al Concetto Strategico di Difesa Militare) e delle Due Guerre e mezzo (che corrispondono al paradigma geostrategico militare di essere preparati a due conflitti convenzionale e supportare un conflitto a bassa intensità).

Da un punto di vista concettuale l’introduzione di tecnologie robotiche di alto livello, come quelle che hanno reso possibile lo sviluppo dei sistemi a controllo remoto, ha ampliato ed amplificato le capacità turche di dare una risposta positiva e di successo al concetto strategico nazionale.

La nuova frontiera che i droni hanno aperto consente, infatti, di implementare il valore strategico delle operazioni militari delle Forze Armate turche rendendole meno soggette all’impatto delle perdite di risorse umane, più efficaci e con margini di successo amplificati nell’eseguire operazioni di precisione, meno gravose sull’economia generale del bilancio della Difesa e, soprattutto, meno dipendenti dall’assistenza di Paesi stranieri.

La Turchia ha dimostrato, ancora una volta, di avere enormi risorse e potenzialità poco considerate e poco riconosciute, ma soprattutto ha dimostrato la sua volontà di seguire quegli obiettivi geopolitici che corrispondono al suo interesse strategico facendo leva sull’orgoglio e sulle capacità nazionali.

Ankara, nonostante i progressi raggiunti, è ancora nella fase iniziale di sviluppo di questa trasformazione tecnologica, ma si trova due passi avanti a tutti i Paesi della NATO e questo è un fattore che dovrebbe essere attentamente valutato.

La possibilità di includere la Turchia nell’Unione Europea e usufruire del dinamismo e della potenzialità della società turca è sfumata da tempo per la becera e cieca mancanza di visione di alcuni Paesi membri (che probabilmente considerano solo Europa ciò che guarda a Nord del continente).

La Turchia fa parte della NATO da sempre e continua a rappresentare il baluardo dell’Alleanza nel settore meridionale, ma da tempo si agita perché il suo ruolo non è giustamente valutato e riconosciuto. La percezione di una NATO concentrata su stessa e rivolta solo a Nord convincerebbe la Turchia a rivalutare le sue scelte geostrategiche.

Non possiamo privarci dell’apporto e delle enormi risorse che la Turchia può rendere disponibili all’Alleanza perché un suo allontanamento dalla NATO segnerebbe la fine dell’Alleanza stessa e aprirebbe una serie di scenari geopolitici che probabilmente stravolgerebbero l’Europa come adesso la conosciamo, relegandola da attore primario a comparsa di secondo piano, ostaggio del confronto che oramai è in atto tra gli USA, la Russia, la Cina e l’India.

Come la Russia vede la crisi ucraina

Russian President Vladimir Putin (foreground left) and Russian Prime Minister Dmitry Medvedev  EPA/MIKHAIL KLIMENTYEV / RIA NOVOSTI / KREMLIN POOL MANDATORY CREDIT

 

 

 

Il clima mediatico occidentale sembra ritenere che il conflitto militare in Ucraina, in atto da ormai più di tre mesi, possa essere prossimo alla sua conclusione. Le sanzioni e l’insuccesso attribuito alle operazioni russe, a cui si imputa il mancato conseguimento di risultati militari definitivi, lascia ora il campo libero per un’azione diplomatico-politica volta a sancire la sconfitta dell’aggressore. O almeno, così sembra.

Infatti, l’Occidente compatto, anche se qualche crepa inizia a trasparire, persegue la sua politica di fermezza e di condanna, cercando di indebolire la posizione di Putin soffocando l’economia russa con le sanzioni. La NATO conduce esercitazioni militari nel Baltico e nell’Est Europa nella speranza di impressionare il Cremlino con una dimostrazione di potenza e di coesione che mettono in evidenza i limiti dell’organizzazione, piuttosto che la sua reale forza. La propaganda occidentale, travestita da informazione, provvede a veicolare un messaggio a senso unico senza aver il coraggio di concedere un diritto di replica.

La diffusa interpretazione che viene proposta è che la Russia sia prossima al crollo: il suo esercito ha fallito, Putin è malato, debole e sarà rovesciato a brevissimo dalle forze liberali e democratiche che faranno trionfare la giustizia. Quindi niente più armi, ma solo proposte di pace.

Putin è il nuovo Signore dei Sith e l’Ucraina è diventata la bandiera del concetto di libertà occidentale e il baluardo estremo dei suoi principi di democrazia, legalità e diritti individuali!

Questa è la visione di un Occidente confuso e spaventato che vuole di nuovo la sua vecchia e consolidata tranquillità geopolitica, nella quale si è incoscientemente cullato negli ultimi trent’anni. Ma ci siamo mai chiesti, invece, se la stessa visione è condivisa anche dalla Russia e se, quindi, le cose potrebbero essere diverse da quelle che noi assumiamo debbano essere?

Forse sarebbe bene considerare come lo svolgimento dei fatti e degli avvenimenti siano percepiti dal nostro avversario al fine di intraprendere un percorso diplomatico e politico che consenta di individuare le cause di quanto sta accadendo e perseguire, quindi, una soluzione che garantisca il successo di una vera pace e non di un temporaneo armistizio (accordi di Minsk docent).

Nel condurre l’analisi di come la Russia percepisca la situazione in Ucraina possono essere considerati alcuni dei fattori posti alla base della valutazione occidentale sugli sviluppi del conflitto.

Procediamo innanzitutto con l’assunzione che Putin stia perdendo il conflitto sotto il punto di vista militare!

La mancata conquista dell’Ucraina e della sua capitale dovuta alle difficoltà incontrate nello sviluppo delle operazioni; la necessità di cambio della direttrice strategica che da Nord si è spostata ridimensionandosi verso la regione orientale meridionale; l’elevato numero di perdite e le problematiche di carattere logistico, sono state indicate come le cause del fallimento militare del conflitto.

Ma la conquista dell’Ucraina non era l’obiettivo di Putin! Lo scopo dichiarato era quello di impedire che l’Ucraina potesse diventare una minaccia puntata verso la Russia che l’Occidente (USA, NATO ed UE) potesse usare per limitare il ruolo internazionale della Russia stessa e della leadership di Putin.

Infatti, le operazioni militari condotte dalla Russia hanno conseguito l’obiettivo prestabilito: l’Ucraina non entrerà nella NATO e una vera pace non potrà essere raggiunta senza tenere in considerazione anche l’anima russa delle aree orientali dell’Ucraina.

Se consideriamo il conflitto secondo questa prospettiva gli obiettivi dell’operazione sono stati raggiunti e Putin non sta perdendo!

Secondo punto. L’Occidente deve scongiurare un’escalation del conflitto e quindi i Governi di USA e UE sono volti a individuare un piano di pace per ricomporre, al più presto, il conflitto tra Mosca e Kiev.

Quindi, per timore di un ampliamento indiscriminato del conflitto, fatte salve le ragioni dell’Ucraina, si tenta di proporre alla Russia una soluzione locale di compromesso per un riconoscimento, almeno formale, della situazione nel Donbass e in Crimea.

Ma questa è una soluzione che non tiene conto delle reali cause del conflitto. Infatti, anche ammettendo di poter conseguire una situazione di compromesso che eviti la de-russificazione del Donbass e confermi le aspirazioni di indipendenza della Crimea, questo porrà termine esclusivamente alle operazioni cinetiche in territorio ucraino da parte della Russia, che invece, continuerà la sua campagna anti occidentale, dato che obiettivo primario è quello di cambiare l’atteggiamento dell’Occidente portandolo a considerare come reali ed effettive le preoccupazioni geopolitiche che vedono Mosca accerchiata da una alleanza ostile e minacciata nel suo ruolo autonomo di grande potenza.

Quindi nell’ottica del Cremlino questo non è un conflitto russo – ucraino ma un confronto diretto tra la Russia e il mondo Occidentale nel suo insieme. Putin è colui il quale dà voce e rappresenta questo sentimento di rivalsa nazionalistica, ma è il popolo russo (almeno nella sua gran parte) che lo sente proprio e lo vive intimamente.

Una situazione di compromesso che riguardi esclusivamente l’Ucraina non cambierà nulla e non eliminerà il rischio della temuta escalation.

Altro elemento di analisi. La posizione di potere di Putin all’intero dell’establishment russo è in crisi e presto sarà rovesciato da un colpo di stato.

Sicuramente l’élite russa non è soddisfatta dell’andamento del conflitto e dei risvolti economici della crisi internazionale che ha investito il paese, ma, al contempo, sa che Putin è l’unico leader che possa garantire una situazione di stabilità interna e di coesione dell’intero sistema russo e quindi, di riflesso, consentire il mantenimento attuale della loro posizione di egemonia politica. Duma e Governo sono schierati, formalmente compatti, con il Presidente. Come pure la popolazione è in gran parte favorevole a Putin in quanto rappresenta uno dei valori fondamentali della cultura russa: un nazionalismo profondo che ha come mito la potenza e la grandezza della Russia.

La dissidenza c’è, esiste e si fa anche sentire alle volte, ma non ha né la coesione né i mezzi per tentare quel colpo di stato o quella rivoluzione democratica che i media occidentali danno come imminente. Non ci sarà una Primavera Russa!!

Infine. Putin non si fida dei suoi generali e li sta sostituendo perché gli stanno facendo perdere la guerra.

Voci e notizie spesso prive di conferme ufficiali danno per scontato la rimozione di Alti Ufficiali e di personalità di vertice da parte di Putin, deluso per la presunta mancanza di successi nel conflitto ucraino.

Che Putin possa essere non del tutto soddisfatto dei risultati ottenuti o dell’operato di alcuni membri dello staff è normale e non c’è di che sorprendersi, ma, dall’analisi del comportamento tenuto nel corso degli anni di potere di Putin, la sostituzione in corso d’opera di alti vertici, durante una situazione di crisi, non sembra essere il modus operandi di Mosca. Errori di condotta e valutazioni non corrette fanno parte delle procedure di pianificazione e gestione di ogni attività operativa e se questi sono commessi e vengono effettuati in buona fede non c’è la necessita di effettuare nessuna purga di carattere staliniano.

Quindi Putin non sta perdendo il controllo della situazione e la fiducia nei suoi collaboratori rimane intatta. Non esiste la possibilità che il sistema politico di Mosca collassi e che Putin sia in preda a fobie complottistiche che ne possano limitare le capacità di analisi e di condotta delle politiche russe.

Il quadro di situazione, se letto e interpretato dalla parte di Mosca, appare alquanto differente da quello che il sistema occidentale di informazione presenta e ritiene condizionante per la soluzione del conflitto.

La dicotomia esistente a livello di percezione generale propone due possibili scenari per le azioni diplomatico – politiche dell’Occidente.

Sostenere militarmente l’Ucraina (e agitare lo spauracchio dell’allargamento ulteriore della NATO) perché siamo convinti che Putin sia perdendo il conflitto e che sia arrivato al suo capolinea politico, oppure, cercare una qualche forma di appeasement nei confronti di Mosca per evitare un’escalation che possa portare a un improbabile, ma temutissimo uso di armi di distruzione di massa, ultima risorsa di un Putin disperato e fuori controllo.

Per quanto è stato detto precedentemente nessuna di queste due linee di condotta potrà avere successo in quanto il conflitto non riguarda l’Ucraina e la Russia, ma investe l’Occidente nei suoi rapporti globali con la Russia.

La soluzione che dovrà essere elaborata deve tenere conto di altri due fattori: il primo è il diverso approccio che l’Occidente deve avere nei confronti della percezione russa della sua sicurezza; il secondo concerne la ridefinizione delle ambizioni e della prospettiva russa nel suo modo di intendere le relazioni geopolitiche.

Entrambi i contendenti sono convinti di avere la mano più alta, ma non è così.

L’Occidente è convinto che le sanzioni e il supporto all’Ucraina abbiano intaccato lo spirito nazionalista di Mosca e che il suo leader sarà rovesciato da un movimento di resistenza o minato dalle sue tante presunte malattie.

Mosca ritiene che il tempo giochi a suo favore nel distruggere la coesione interna del fronte occidentale e che la presa di distanza del resto del mondo attenui e neutralizzi gli effetti economico finanziari dei mercati nei confronti della Russia.

Questa visione porta allo stallo diplomatico politico e, pur condannando a priori la scelta di Mosca del ricorso alla forza, l’unica soluzione possibile è quella di un compromesso che, tenendo conto delle vere ragioni del conflitto, si basi sul ridimensionamento delle rispettive ambizioni geopolitiche da una parte e dall’altra.

Il punto cardine per la risoluzione del conflitto è quello di individuare una serie di azioni volte a creare un clima di sicurezza reciproco, nel quale i rispettivi interessi nazionali possano essere conseguiti nell’ambito del rispetto dei concetti su cui vogliamo si basi l’ordine internazionale. Un ordine dove gli strumenti per la risoluzione delle controversie tra Stati non sono il livello di potenza che si esprime ma la legalità e il rispetto reciproco.

E l’Ucraina? L’Ucraina dovrebbe smettere di credere di essere la vittima innocente di una invasione immotivata e iniziare un esame di coscienza per definire quanto peso il suo Presidente attuale e l’establishment politico degli ultimi vent’anni abbiano avuto nel contribuire a creare le premesse per l’esplodere di questo conflitto.

A chi interessa la pace?

EUROPA di

A quasi 100 giorni dall’inizio di quella che a Mosca chiamano “operazione speciale” (la versione postsovietica dell’understatement britannico ha quasi sempre risvolti ironici), l’ipotesi di un cessate il fuoco in Ucraina e dell’avvio di negoziati “seri” appare ancora remota, per varie ragioni.

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Svezia e Finlandia nella NATO. Cui prodest?

La notizia che la Svezia e la Finlandia abbiano recentemente formalizzato la loro richiesta di entrare a far parte della NATO è stata presentata come un colpo definitivo assestato all’avventura russa in Ucraina e come un successo politico che consente all’Alleanza di annoverare tra le sue fila anche due giganti della scena internazionale capaci di imbaldanzire e ridare fiducia a un’organizzazione ormai in stato vegetale e incapace di opporsi, se non a parole, al malvagio Putin e alle sue mire zariste.

La decisione è maturata sulla scia degli avvenimenti che hanno direttamente interessato l’Europa orientale, sconvolgendo non solo tutto il sistema geopolitico occidentale ma anche l’equilibrio dei rapporti tra la Russia e la NATO stessa.

La sensazione di minaccia e di pericolo che le attività russe hanno generato in Occidente ha determinato la decisione da parte dei due Paesi Scandinavi di abbandonare la loro condizione di neutralità formale e di divenire parte integrante dell’Alleanza Atlantica e anche della NATO.

Fermo restando il diritto di ogni Paese di perseguire in piena autonomia i propri interessi nazionali e di basare su essi le proprie scelte politiche, la richiesta di adesione di Svezia e Finlandia stimola una serie di considerazioni sulla natura della decisione e sulla tempistica con la quale è stata presentata, nonché sulla opportunità, in termini strategici, della condivisione di un tale passo.

In primo luogo, i due Paesi non condividono lo stesso retaggio storico e hanno maturato esperienze differenti nei confronti della Russia e quindi è difficile riconoscere le stesse motivazioni alla base della loro scelta.

La Svezia, da oltre due secoli, ha adottato una posizione di neutralità formale, che gli ha consentito di non essere coinvolta direttamente nei conflitti che hanno cambiato l’Europa, sfruttando, però, tale posizione per ottenere dei benefici economici senza nessuna remora morale. I suoi rapporti con la Russia non sono stati caratterizzati da particolari ostilità da quando Gustavo III e Caterina II siglarono la pace di Värälä alla fine del XVIII secolo, inoltre, non ha nessuna minoranza russofona nel suo territorio e non ha ricevuto, da parte di Putin, pressioni, dirette o velate, che potessero mettere in pericolo la sua sicurezza. Ha una fiorente industria militare e da molto tempo, partecipa alle attività della NATO, dato che il suo strumento militare è pienamente integrato nelle procedure dottrinali dell’Alleanza e che anche il suo personale ricopre incarichi di consulente presso alcuni dei comandi della NATO stessa, senza peraltro che ciò abbia suscitato particolari rimostranze da parte russa.

Il percorso storico della Finlandia è, invece, alquanto differente ed è legato a doppio filo al suo ingombrante vicino. L’indipendenza guadagnata dopo la dissoluzione dell’Impero zarista, la Guerra d’inverno e la partecipazione al Secondo Conflitto Mondiale dalla parte della Germania hanno condizionato nel dopoguerra i rapporti russo finlandesi, indirizzando le scelte politiche del Paese verso una posizione di neutralità, che ha consentito alla Finlandia di non essere sovietizzata, ma che ha lasciato una insoddisfazione di fondo per il ridimensionamento territoriale subito. Da tempo pure la sua neutralità è stata più formale che sostanziale, avendo operato delle scelte dirette mediante l’adesione all’Unione Europea e la partecipazione stabile alle attività addestrative della NATO, anche in questo caso, senza per questo destare particolari attriti con Mosca. Infatti, i rapporti con la Russia, pur non volendoli considerare pienamente amichevoli, non hanno mai registrato particolari problematiche e non ci sono state da parte russa minacce dirette alla sicurezza della regione.

Quindi si può ipotizzare che le motivazioni alla base della richiesta di entrare nel Club Euroatlantico siano state condizionate non solo dalla generale paura che il risveglio dell’orso russo ha diffuso nell’Occidente, ma anche e, soprattutto, da considerazioni opportunistiche di politica interna e da pressioni esterne volte a costruire l’impressione che un’sistema Euroatlantico, riportato in vita da un’agonia annunciata, sia in grado di presentare un fronte comune omogeneo e compatto, anche dal punto di vista militare, tale da opporsi con successo alle mire espansionistiche di Mosca.

Per quanto attiene al particolare momento scelto dai due Paesi per inoltrare la loro richiesta di adesione possono essere fatte alcune considerazioni di carattere generale.

Da un punto di vista strettamente propagandistico la decisione dei due Paesi di abbandonare una posizione di neutralità radicata nel tempo e di schierarsi, anche militarmente con l’Occidente antirusso, avrebbe avuto un impatto maggiore e ben più importante se essa fosse avvenuta dopo gli avvenimenti che hanno interessato la Crimea. Nel 2014 una scelta di tale portata avrebbe dimostrato una reale volontà del Club Euroatlantico di contrastare seriamente ulteriori avventure di Mosca nell’Est europeo. Invece il consesso euroatlantico ha svalutato il ruolo e l’importanza della NATO vagheggiando e delirando sulla costruzione di un concetto di difesa europea.

Ma questa scelta di far parte dell’Alleanza la Svezia e la Finlandia non l’hanno concretizzata, eppure già si potevano intravvedere quali potessero essere gli sviluppi futuri in termini di sicurezza e pericolosità dell’aera. E nessuno al tempo ha esercitato pressioni per suggerire o stimolare una così radicale scelta di campo.

Se, invece, consideriamo l’aspetto in termini geostrategici, la mossa di spingere Svezia e Finlandia a presentare la loro richiesta, non appare essere un capolavoro di diplomazia, in quanto comporta due conseguenze pericolose.

La prima, fermo restando la condanna assoluta dell’uso della forza da parte di Mosca, se le motivazioni adottate da Putin sono basate sulla necessità di dimostrare la volontà russa di non sottostare a un accerchiamento da parte della NATO, percepito a torto o a ragione come una minaccia diretta al territorio della Russia, la decisone di Svezia e Finlandia e le pressioni sulla Georgia per fare altrettanto, non sembrano essere la scelta migliore per riuscire a disinnescare una situazione diplomatica che sta diventando ogni giorno più tesa e difficile da risolvere. Il termine di questo conflitto richiede una soluzione di compromesso, che ci piaccia o meno, che dia la possibilità ad entrambe i contendenti di potersi ritirare con un qualche cosa da esibire come risultato positivo, quindi, la proposta dei due Paesi nordici non è né tempestiva, né strategicamente coerente, in quanto non fa che incrementare e giustificare, in un certo senso, la schizofrenia russa.

La seconda riguarda, invece, l’obiettivo strategico alla base della posizione assunta dagli Stati Uniti e condivisa, obtorto collo, anche dal resto dell’Occidente: la caduta di Putin.

Il sostegno all’Ucraina e la conclusione vittoriosa del conflitto con la Russia hanno come scopo fondamentale quello di dimostrare da una parte la ritrovata capacità degli Stati Uniti ad impegnarsi sia come difensore del concetto di democrazia e del rispetto della legalità internazionale, sia come garante dell’ordine mondiale, dall’altra la volontà di decretare e realizzare la caduta politica di un avversario pericoloso e scomodo come Putin.

Quello che tale visione strategica non considera e che il problema non è rappresentato da Putin in quanto tale e dal suo modo di intendere le relazioni internazionali, ma dalla particolare percezione che la Russia stessa ha del mondo e del ruolo che ritiene gli spetti nel contesto globale.

La considerazione che la Russia ha di sé stessa può non essere condivisa e, quindi, può anche essere contrastata, ma deve essere riconosciuta e considerata alla stessa stregua di quanto avviene per tutti gli altri Paesi che, a torto o a ragione, ritengono di avere una missione affidata loro dalla storia alla quale uniformano il perseguimento della loro politica internazionale, come la Cina, la Francia, l’Inghilterra, la Germania e gli stessi Stati Uniti.

L’aver scoperto di essere impreparati a gestire una crisi come quella ucraina e di essere impotenti contro un avversario che si riteneva addomesticato per mancanza di una visione strategica, porta ad accettare, come valide, scelte politiche azzardate come quella di stimolare un allargamento della NATO, sperando in tale modo di ottenere un risultato politico che si rifletta sulla tenuta del regime di Putin.

Il punto non è Putin ma la sensazione di insicurezza nella mentalità russa che una cattiva gestione della comunicazione sulla percezione della NATO ha generato negli anni.

A questo proposito uno studio commissionato alla Rand Corporation da parte dell’Aeronautica degli Stati Uniti nel 2017, avente come oggetto Hybrid Warfare in the Baltics Threats and Potential Responses, effettuato da Andrew Radin, aveva generato delle raccomandazioni sulle scelte strategiche da porre in atto per contrastare una possibile escalation della situazione nell’Europa orientale di cui la più importante era costituita dal seguente passo:

“The United States and NATO should take action to mitigate the risks that a NATO deployment in the Baltics will increase the potential for low-level Russian aggression. To this end, the United States and NATO should avoid basing forces in Russian-dominated areas, should consider measures to increase transparency or avoid the perception that deployed forces may be used to pursue regime change, and should develop a sound public relations campaign to convince local Russian speakers that NATO is not deploying forces against them.”

Le premesse per poter adottare un atteggiamento più attento e più lungimirante ci sono state ma, probabilmente, la necessità di dimostrare una nuova vitalità nel campo delle relazioni internazionali da parte di una Amministrazione USA condizionata da una visione morale e non pragmatico – strategica della sua politica estera, ha portato alla situazione che abbiamo oggi.

Per ovviare alla impossibilità di contrastare un avversario politicamente deciso e che persegue gli interessi nazionali secondo una strategia diretta, agli Usa e all’Europa non basta aumentare il numero dei Paesi membri, accogliendo Svezia e Finlandia nell’Alleanza Atlantica, ma serve la definizione di una politica reale, con obiettivi condivisi e comunemente accettati e, soprattutto, la volontà di impegnarsi in prima persona nel conseguimento di tali obiettivi, senza delegare e senza nascondersi dietro la foglia di fico della partecipazione al Club Euroatlantico sperando che le proprie responsabilità siano assunte asetticamente dall’organismo di cui facciamo parte.

In conclusione, Svezia e Finlandia, e anche Georgia, hanno tutto il diritto di seguire una loro politica che concretizzi i loro interessi nazionali e quindi chiedere di poter aderire ad un organismo nel quale la loro percezione di sicurezza possa essere aumentata, ma la NATO e i suoi Paesi membri, hanno lo stesso diritto, e anche il dovere, di valutare con attenzione l’opportunità della richiesta in relazione al contesto geopolitico in atto e la valenza delle conseguenze che le loro scelte possono determinare.

Putin ha sbagliato e la modalità scelta per far valere quelle che ritiene essere le sue ragioni sono da condannare senza riserve, ma l’Occidente non può sperare di ripristinare la legalità internazionale e la pace in Europa, semplicemente ingrandendo la NATO e riducendo alla figura di una sola persona la caratterizzazione di un rapporto politico con un Paese che, invece, esprime una percezione politica di sé stesso e del contesto internazionale precisa e definita, ancorché differente dalla nostra. Alla fine, Putin potrà essere anche detronizzato e l’Ucraina sarà ammessa nell’ l’Unione Europea e forse anche nel Club Euroatlantico, ma il problema della NATO, percepita come un organismo di pressione e pericoloso per la stabilità mondiale, rimarrà e non solo agli occhi della Russia, ma anche a quelli della Cina!

La guerra Russo-Ucraina spinge la Finlandia verso la NATO

EUROPA di

La storia è l’archivio degli avvenimenti accaduti nel passato, che spesso ci riporta alla mente gli errori già visti durante i conflitti bellici. L’esempio può essere tratto dalla vicenda finlandese, dove il territorio della Finlandia fu oggetto dell’invasione e dell’occupazione ostile da parte dell’Unione Sovietica, a causa del rifiuto del governo di Helsinki di cedere parte dell’istmo di Carelia e di accettare basi navali sovietiche sul proprio territorio, tanto che fece irritare Stalin per l’intransigenza di quel piccolo Paese che osò sfidare il potente vicino.

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Il dilemma strategico della Russia

Se si esamina con attenzione una carta geografica della Russia appare evidente, anche all’occhio del neofita, che l’immensa estensione territoriale di questo paese è controbilanciata, con esito negativo, dalla pressoché assoluta mancanza di accesso diretto alle rotte commerciali oceaniche che costituiscono, da sempre, la base sulla quale si sviluppa e progredisce l’economia di un grande paese.

Analizzando più nel particolare la situazione russa si può vedere che i pochi porti di cui dispone (davvero in numero esiguo non solo in relazione alla sua grandezza territoriale) sono caratterizzati da due fattori geopolitici limitativi che ne riducono l’importanza e ne condizionano l’utilizzazione.

Il primo è che i porti di Vladivostock a Est e di San Arcangelo a Ovest insistono in un’area geografica dove il mare ghiaccia per lunghi periodi dell’anno.

Il secondo fattore, di gran lunga più determinante nel dettare la linea geostrategica della politica russa, è quello che sia Vladivostok sia i due porti principali in acque calde, San Pietroburgo e Novorossiysk, insistono in un complesso di acque chiuse i cui accessi al mare aperto (gli Oceani Atlantico e Pacifico) sono controllati da alleanze di cui la Russia non fa parte o da Paesi con i quali non esiste un rapporto stabile di fiducia o che, addirittura, possono essere considerati potenzialmente ostili.

Da qui discende direttamente l’impostazione che ha guidato la politica estera della Russia, zarista e non, durante gli ultimi trecentocinquant’anni della sua storia.

Rifiutare di riconoscere o di considerare questo imperativo geopolitico, quando si ha che fare con la Russia, non solo è un errore macroscopico di valutazione ma è estremamente pericoloso.

Cambiando la carta geografica con una carta geopolitica non è difficile vedere che sia l’accesso diretto al Pacifico che quello all’Atlantico sono condizionati da alcuni punti di passaggio di importanza strategica per il controllo delle vie di comunicazione che non sono in mano russa. Da questa analisi deriva uno degli assi portanti della politica estera russa.

Nel settore asiatico la controversia, che da circa settant’anni contraddistingue le relazioni russo-giapponesi, ha come base il possesso delle isole Kuryli che sono la naturale chiusura della rotta verso il mare aperto (e caldo) su cui insiste la direttrice di Vladivostok.

La situazione è molto più complessa e delicata nello scacchiere euroasiatico dove la rotta di San Pietroburgo, che attraverso il Mar Baltico porta al mare del Nord e poi all’Atlantico, deve passare attraverso due strozzature naturali (il Golfo di Finlandia e gli Stretti di Danimarca) dove tutti i Paesi costieri ad eccezione di Svezia e Finlandia (a tutt’oggi) appartengono alla NATO.

Ancora più intricata è la situazione del porto di Novorossiysk, sul Mar Nero la cui rotta di accesso al mare caldo è limitata da due chiuse strategiche: il Bosforo e i Dardanelli per il Mar Mediterraneo e Gibilterra per lo sbocco nell’Atlantico. Anche in questo caso il controllo degli stretti in questione appartiene a Paesi membri della NATO.

Mettendo in relazione questa situazione con la posizione privilegiata in termini geopolitici di cui godono i principali antagonisti della Russia, gli Stati Uniti, la Cina, l’India, appare evidente lo sforzo di Mosca per assicurarsi, con ogni mezzo disponibile, l’accesso sicuro alle vie commerciali marittime mondiali.

Come si evince dall’analisi della storia della Russia il cardine di ogni sua direttrice politica è sempre stato condizionato dalla necessità di rompere l’accerchiamento dei Paesi considerati ostili e avversari non solo sulle sue frontiere terrestri ma, soprattutto, quello di cercare di acquisire il possesso e il controllo degli stretti fondamentali al fine di concretizzare quel concetto di sicurezza che permea la visione russa da sempre.

Fatta questa premessa, non può quindi sorprendere la direttrice strategica della politica che negli ultimi anni ha guidato le relazioni internazionali russe.

Limitando l’analisi al solo settore euroasiatico, appare abbastanza evidente per quanto precedentemente detto, che è attraverso tale chiave di lettura che devono essere considerate le azioni che hanno portato nel 2014 all’annessione plebiscitaria e unidirezionale della Crimea e che adesso stanno condizionando gli sviluppi del conflitto con l’Ucraina. La concentrazione dello sforzo militare russo sulla costa del Mar Nero implica il conseguimento di una condizione di stabilità che consenta lo sfruttamento del porto di Sebastopoli in aggiunta a quello Novorossiysk con una striscia di retroterra che garantisca un miglior collegamento con la Crimea.

Ulteriormente legato a questo imperativo geopolitico risulta essere la volontà russa di limitare l’espansione della NATO verso i suoi confini. La percezione di assedio e di mancanza di sicurezza che costituiscono il motivo principale del contrasto con l’Occidente si basano principalmente sulla paura di poter essere soggetti a un blocco economico disastroso se le rotte commerciali venissero strozzate e chiuse mediante il blocco degli stretti.

L’approccio politico nei confronti della Turchia, tendente a staccarla dall’orbita dell’Occidente e dalla NATO, le operazioni in Ucraina, miranti strategicamente a incrementare il controllo sulla sponda europea del Mar Nero, la ricerca di riacquisire una possibile influenza sui Paesi nel Mar Baltico, sono tutti elementi che adducono allo stesso obiettivo: garantire un accesso sicuro alle rotte commerciali atlantiche!

A questo punto, senza voler in alcun modo giustificare la modalità intrapresa per sostenere questa visione strategica e, quindi, condannando senza riserve il ricorso ad azioni militari come quella in corso, non si può non considerare con maggiore attenzione gli sviluppi che stanno caratterizzando lo scenario internazionale euro atlantico.

Il casus belli utilizzato dalla Russia, come giustificazione per lo scatenare il conflitto in atto, è stato la mancata considerazione delle sue legittime preoccupazioni (reali o solo presunte fa poca differenza) per la sicurezza dei suoi confini minacciati da un’espansione ulteriore della NATO, con la presunta adesione dell’Ucraina. Conflitto durante, tale elemento giustificativo è stato ulteriormente rafforzato da altri due eventi che incidono sulla questione citata delle rotte commerciali.

Il primo riguarda sia il blocco dei porti del Mediterraneo per l’attracco alle navi russe che ha causato notevoli problemi al trasporto, sia la richiesta di chiudere gli stretti del Bosforo presentata alla Turchia che, anche se non attuato ha comunque, ulteriormente, inasprito la posizione russa.

Il secondo molto più recente, invece, è la risonanza mediatica data ad una possibile, ancorché ancora in una fase iniziale di valutazione, adesione alla NATO da parte di Svezia e Finlandia, ipotesi prevalentemente e grossolanamente sostenuta, con enfasi, dagli USA e dal Regno Unito.

Queste mosse non hanno fatto altro che inasprire una situazione già tesa e drammatica e non sembrano essere frutto di una valutazione strategica attenta e lungimirante basata su una vision consolidata e studiata.

Fermo restando la indiscutibile volontà degli Stati di perseguire quelli che ritengono i loro interessi nazionali, ciò che appare evidente è l’assoluta mancanza di una visione strategica di vasta portata che possa contraddistinguere il campo occidentale.

L’abbandono da parte della Svezia di una neutralità, di comodo e spesso interessata, ma soprattutto la decisone simile della Finlandia, sulla base di una presunta minaccia alla loro sicurezza, non rappresenta certo la scelta migliore in un momento come quello attuale.

È un inutile ed è un pericoloso azzardo che non serve a dimostrare né la volontà americana di ricoprire il ruolo del difensore della democrazia e dell’Europa (recuperando un senso di fiducia ormai logoro), né il modo per poter indebolire e far cadere Putin!

La NATO è stata, e continua a essere, una organizzazione di estremo valore fondamentale per l’equilibrio geopolitico euroasiatico, ma non può essere trasformata in uno strumento di pressione nei confronti della Russia per servire una politica miope, demagogica e priva di profondità strategica come è quella che adesso caratterizza la presidenza americana.

Il dilemma strategico della Russia che riguarda come conseguire la sicurezza dell’accesso agli Oceani esiste è reale e non è legato alla presenza di Putin.

Putin non piace al consesso internazionale occidentale può anche essere; è sicuramente colpevole di aver iniziato un conflitto devastante che ha riportato la lancetta della storia indietro di mezzo secolo, è vero; ma non è negando la geopolitica e la geostrategia della Russia che l’Europa e gli USA possono cercare di eliminare un avversario scomodo e pericoloso, e nello stesso tempo sostenere e diffondere la visione occidentale che ricerca l’equilibrio di un sistema di relazioni internazionali basato sul rispetto della democrazia, del diritto e dei valori individuali e umani.

Genesi del riarmo tedesco

EUROPA di

L’invasione russa in Ucraina, come noto, sta portando con sé grandissimi stravolgimenti a livello di relazioni internazionali. Tra questi, uno dei più importanti, è sicuramente la notizia del riarmo tedesco. Ma cosa c’entra il riarmo della Germania con la guerra in Ucraina? Per capire il perché questi due fatti siano tra loro collegati bisogna fare un passo indietro e analizzare il ruolo e la posizione che gli Stati Uniti ricoprono all’interno dell’arena internazionale.

Fino al 1991 il mondo era fondamentalmente controllato da due super potenze in competizione tra loro, Stati Uniti e Unione Sovietica. Questi due Paesi si fronteggiarono durante il periodo della così detta “Guerra Fredda”, fredda perché non portò mai un reale scontro armato. Questa “guerra” ha visto il trionfo degli Usa dopo che l’Urss, implosa su sé stessa, ha issato bandiera bianca. Dunque, dopo la fine di questo conflitto senz’armi, Washington, dato che la sua diretta concorrente aveva deciso di ritirarsi dai giochi, si è ritrovata ad essere la sola super potenza economica e militare all’interno dello scacchiere internazionale.

Tuttavia, dal 1991 sono passati ormai 30 anni e molte cose sono cambiate. Gli Stati Uniti continuano, sì, ad essere la più grande potenza economico-militare al mondo ma alcuni Paesi hanno cominciato a mettere in discussione la sua leadership. Primo su tutti la Cina che, da quando il suo allora Presidente Deng Xiaoping decise di aprire al mercato nel 1979, da Paese del “terzo mondo” è diventata, oggi, una Super potenza mondiale. In termini di competizione, attualmente, la principale ragione d’attrito tra questi due Paesi è Taiwan. Ma perché? Perché Pechino, qualora riuscisse ad ottenerne il controllo, avrebbe, militarmente parlando, quello sbocco all’oceano che le consentirebbe di diventare una potenza marittima e quindi di acquisire quel peso che le permetterebbe di mettere in discussione il potere statunitense, non solo sotto un punto di vista economico, come accade oggi, ma anche militare.

Tuttavia, il lettore che sta leggendo si starà chiedendo: “sì, va bene, ma cosa c’entrano le relazioni Cina-Stati Uniti con l’Ucraina e il riarmo tedesco?”. Purtroppo, le questioni geopolitiche sono per definizione complesse e la complessità per essere spiegata necessita di un’opera di scavo che richiede di analizzare congiuntamente molteplici questioni. E’ come quando si cerca di fare un puzzle, si devono mettere insieme più pezzi se si vuole ad arrivare a comporne il disegno complessivo.

Ad ogni modo, caro lettore, purtroppo, il chiarimento sui rapporti tra Usa e Repubblica Popolare cinese ancora non basta a spiegare le ragioni che hanno portato al riarmo della Germania. Per farlo occorre aggiungere un altro tassello al nostro puzzle, ovvero analizzare un ulteriore fattore, quello della Russia. Dunque, la domanda da farsi è: “perché Putin ha deciso di invadere l’Ucraina? E perché lo ha fatto proprio adesso? Perché come il Presidente cinese, Xi Jinping, anche Vladimir Putin ritiene che questo sia il momento opportuno per mettere in discussione l’egemonia di Washington.

Dunque, come dicevamo prima, in questo momento storico la principale rivale degli Stati Uniti è la Cina e ciò lo dimostra il fatto che dai tempi dell’amministrazione Obama il governo americano ha deciso di concentrare i suoi sforzi militari nella zona dell’indo-pacifico al fine di contenere l’ascesa del dragone asiatico. Putin questo lo sa bene, come sa bene che gli Stati Uniti in questo momento storico non possono permettersi di essere coinvolti in un’opera di contenimento su due fronti. Questo per dire che, molto probabilmente, il ragionamento del Cremlino potrebbe essere stato il seguente: “Se invadiamo l’Ucraina gli Stati Uniti attaccandoci militarmente potrebbero anche mangiarci il re ma così facendo lascerebbero la regina scoperta alla Cina”. Quindi, uscendo dalla metafora sul gioco degli scacchi, qualora gli Stati Uniti, per contrastare l’offensiva di Putin, concentrassero i loro sforzi militari sul fronte ovest, quello europeo, permetterebbero a Pechino di agire indisturbata sul fronte est e le darebbero amplissime possibilità di prendere la tanta agognata Taiwan. E questo la Casa Bianca non lo può permettere.

Il 24 febbraio (giorno in cui è iniziata l’invasione di Ucraina) segna la data in cui gli Stati Uniti si sono trovati formalmente in “guerra di contenimento” su due fronti: europeo e asiatico. In questo contesto la classe dirigente politica americana si è trovata costretta a dover fronteggiare, oltre a quelle cinesi, anche le rinate vocazioni imperiali di Mosca. Tuttavia, per le ragioni delineate sopra, senza poter reagire ricorrendo all’uso della forza militare. Quindi per fronteggiare le aspirazioni del Cremlino, la Casa Bianca ha avuto la necessità di coinvolgere i suoi Paesi satelliti europei. La linea imposta dal Presidente Biden all’Europa è stata la seguente: “durissime sanzioni economiche, come non si sono mai viste nella storia”.

Ecco adesso parte del puzzle sembra finalmente cominciare a comporsi. Almeno quella che riguarda i ragionamenti sul ruolo egemone degli Stati Uniti e i fattori che lo mettono in discussione. Ed è solo alla luce di ciò che si può comprendere cosa gli Usa facciano per cercare di mantenere la loro posizione di dominio all’interno dell’arena internazionale e conseguentemente il senso del riarmo tedesco.

Torniamo adesso, finalmente, alla Germania. Membro Nato, potenza geoeconomica e locomotiva dell’Unione Europea. Dalla descrizione appena fatta non è difficile capire che si tratta di una delle pedine più importanti dello scacchiere internazionale.

Per quanto concerne le sue relazioni con la Russia, la Germania è il Paese dell’Ostpolitik, il Paese che sin dai tempi dell’Unione Sovietica con Mosca ha sempre cercato la distensione piuttosto che la tensione, soprattutto in nome della sua vocazione economicista, che dal secondo dopo guerra ha sempre messo gli affari davanti alla politica. Quello tedesco è uno Stato, economicamente parlando, legato a filo doppio con l’ex impero degli Zar. A livello europeo è uno dei Paesi che più di tutti avrebbe da perdere nell’imporre sanzioni al Cremlino. E, data la sua posizione di rilievo a livello internazionale e i suoi interessi comuni con Mosca risulta evidente come persino gli Stati Uniti, pur di ottenere l’allineamento di una pedina fondamentale, siano stati costretti scendere a compromessi con la Germania per farla rompere con l’ostpolitk e dunque integrarla a pieno titolo nel se pur indiretto ma sempre conflitto contro la Russia.

Ma per capire questa dinamica occorre prima di tutto chiarire cosa sia un compromesso in termini di relazioni internazionali. Si può definire compromesso un accordo a cui due parti giungono per dirimere una controversia insorta, al fine di trovare una soluzione che porti a danni e vantaggi reciproci alle parti in questione.

Banalmente le domande da porsi per capire un compromesso sono sempre le seguenti: cosa perde e guadagna l’uno? cosa perde e guadagna l’altro?

Dunque, per comprendere il compromesso tra Usa e Germania occorre ragionare secondo la prospettiva di entrambi i Paesi.

 

Dalla prospettiva statunitense.

 

Guadagno: è rappresentato dalla parola delega, ovvero delega del controllo militare a un alleato che faccia da deterrente nei confronti delle aspirazioni imperiali del rivale russo sul fronte europeo ovest, per poter concentrare liberamente le proprie forze su quello est dell’indo-pacifico in chiave anti cinese.

 

Perdita: rinuncia a un’egemonia totale all’interno della Nato. Concessioni militari a una Germania che potenzialmente tra non troppi anni potrebbe mettere in discussione la propria posizione di Paese satellite e insieme la stessa Alleanza Atlantica

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Dalla prospettiva tedesca.

 

Guadagno:

passaggio da mera potenza geoeconomica a potenza geopolitica di prim’ordine internazionale. (Si stima che nel giro di dieci anni la Germania diventerà la terza forza militare al mondo alle spalle di Usa e Repubblica popolare cinese)

Aumento di capacità contrattuale sia in seno alla Nato che all’Ue.

 

Perdita:

 allineamento alle politiche sanzionatorie indette dagli Stati Uniti con conseguenti pesanti sacrifici economici, soprattutto per quel che riguarda l’accesso alle risorse energetiche

 

 

Dunque, da tutto ciò si evince come il riarmo tedesco sia un compromesso. A primo sguardo, un compromesso tra Stati Uniti e Germania. Sicuramente lo è ma ad uno sguardo più attento è altresì possibile affermare che il riarmo tedesco prima di tutto un compromesso a cui gli Stati Uniti sono dovuti scendere con se stessi nel tentativo di mantenere la loro supremazia mondiale. Ciò lo dimostra il fatto che questo sia avvenuto esattamente nel momento in cui si sono trovati, il 24 febbraio, catapultati in guerra di contenimento su due fronti. Riarmare Berlino, infatti, mette in questione la strategia di Washington dal 1945 a oggi: tenere sotto controllo la Germania.

Gli Stati Arabi e la crisi ucraina

 

La risposta negativa da parte degli Stati Arabi del Golfo o meglio la mancata adesione alle richieste americane di condanna della Russia, per l’invasione dell’Ucraina, ha posto l’accento sulle relazioni tra gli USA e i Paesi del Gulf Cooperation Council (GCC), evidenziando il crescente scetticismo che viene riservato al ruolo degli Stati Uniti quale tradizionale partner privilegiato nell’aerea.

La posizione di strategica neutralità assunta dal GCC deriva dalla mutata impostazione geopolitica dell’area, dove l’espansione della influenza economico-politica della Cina e della Russia ha creato una nuova realtà multipolare che da tempo ha messo in discussione la leadership americana.

Le difficoltà dei rapporti USA – GCC sono originate rispettivamente dalla declinante fiducia nell’impegno degli Stati Uniti a garantire la sicurezza dei Paesi Arabi alleati e da parte USA dal disappunto per politiche regionali che ostacolano e rendono complesso il conseguimento degli obiettivi geopolitici americani.

Nel particolare, infatti, le relazioni tra gli USA e i Paesi del GCC, improntate sul binomio energia e sicurezza, hanno subito nel tempo un deterioramento causato da una serie di fattori che hanno caratterizzato, nell’ultimi quindici anni, la visione strategica USA nell’area evidenziandone una limitata profondità geopolitica.

Sotto il punto di vista dell’approvvigionamento energetico, la ricerca e il conseguimento dell’autonomia nel settore dei combustibili fossili attuato dagli USA ha generato l’errata asserzione che la produzione di energia degli Stati del GCC non avesse più un valore strategico. Anzi l’espansione dell’attività USA nel settore specifico è stata percepita come una concorrenza volta ad alterare il conseguimento di una collaborazione per conferire equilibrio al mercato globale dei combustibili, in un momento di particolare e delicata transizione verso fonti alternative.

Da qui è derivata la crescita di importanza della Russia nell’ambito dell’OPEC+ quale elemento di stabilità e di affidabilità nella gestione delle risorse energetiche fossili.

Per quanto attiene al concetto di sicurezza, questo ha rappresentato, da sempre, la principale ragione d’essere della presenza USA nella regione e delle sue positive relazioni con i Paesi del GCC.

La fiducia riposta nell’impegno a garantire la protezione agli alleati contro le minacce alla loro sicurezza e nella capacità di assicurare un equilibrio politico nell’area mediorientale è stata messa in discussione e si è incrinata per una serie di scelte politico – diplomatiche che hanno messo in dubbio l’importanza strategica dell’area nella visione americana.

L’inconsistenza politica e la ingenuità dimostrata nella gestione della cosiddetta Primavera Araba, il ruolo ambiguo e marginale svolto nel conflitto siriano, la scarsa considerazione delle esigenze di Paesi del GCC nella stipulazione degli accordi sul nucleare (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA) con l’Iran, Paese che è percepito come la principale minaccia alla stabilità dell’area, le continue dichiarazioni di interesse prioritario verso lo scacchiere Indo Pacifico nel tentativo di contrastare la sfida della crescente influenza cinese, hanno determinato uno scetticismo sempre maggiore nei confronti della determinazione americana a svolgere quel ruolo di garante della sicurezza che assicurava la stabilità dell’area, ritenuta fondamentale dai Paesi del GCC.

Scetticismo che è stato ulteriormente, aumentato dall’atteggiamento estremante attivo assunto dagli USA nella crisi ucraina (e dalle pressioni esercitate su Paesi del GCC per condannare la Russia) e dalla considerazione inerente alle risorse militari offerte all’Ucraina, giudicate quantitativamente sproporzionate in relazione a quelle rese disponibili per supportare gli alleati mediorientali nella loro domanda di sicurezza.

Nel particolare sono le relazioni dirette con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che hanno maggiormente sofferto questo calo di fiducia nell’impegno USA nella regione ed è proprio verso questi due Paesi che si sono rivolte con più attenzione le iniziative politico economiche della Cina.

Pechino ha iniziato da lungo tempo una politica di penetrazione commerciale volta ad inserirsi nell’area mediorientale occupando tutti gli spazi lasciati vacanti dalla poco attenta visione USA.

Se, sino ad ora, le attività cinesi sono state condotte con circospezione evitando di poter essere considerate come attacco diretto volto a distruggere le relazioni di alleanza tra GCC e USA, le conseguenze della crisi ucraina hanno aperto nuove possibilità all’azione diplomatico economica della Cina.

Recenti incontri di vertice della Cina con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi hanno reso chiara l’intenzione di Pechino di adottare una linea politica più decisa e più aperta nel sostegno degli interessi nazionali finalizzati all’acquisizione di una posizione dominante nell’area.

La posizione di strategica neutralità dei Paesi GCC assunta nei confronti della Russia, finalizzata a non danneggiare gli ottimi rapporti stabiliti con Mosca (stabilizzazione della crisi siriana e gestione congiunta delle quote di greggio) sono stati recepiti da Pechino come un segnale positivo nell’ambito di eventuali azioni intese a risolvere la questione di Taiwan. Inoltre, la rinnovata disponibilità alla partecipazione attiva al grande progetto della Belt and Road Initiative (B&RI) ha comportato la stesura di una serie sempre maggiore di accordi e partneship commerciali che hanno portato alla realizzazione di enormi investimenti da parte di Pechino.

Il risultato di questi accordi ha avuto due importanti conseguenze che hanno ulteriormente indebolito la posizione USA.

La prima è quella dell’inclusione della regione mediorientale in uno scacchiere geopolitico che oramai ha spazzato via tutti i precedenti riferimenti, estendendosi senza soluzione di continuità dall’Europa all’Asia globalizzando e trasformando il concetto di relazioni internazionali.

La seconda, strettamente connessa alla prima è quella della condivisone con Pechino di una visione strategica dove non esistono più vincoli all’ingresso nell’area di potenze esterne come l’India in aggiunta, ovviamente, alla presenza della Cina e della Russia, sulla base della ricerca di un sempre maggior volume di investimenti e di attività di cooperazione non solo limitate alla sfera economico commerciale.

L’aspetto fondamentale per i Paesi del GCC è la partecipazione a un mercato più ampio, dove gli investimenti e le partnership economiche offrono l’accesso a tecnologie e risorse indispensabili per affrontare la trasformazione da una società basata sullo sfruttamento delle energie fossili a un mondo con accesso a fonti alternative. Ed è questa la chiave di volta su cui si basa la strategia di Pechino!

Offrire un fondamentale supporto per l’accesso alle nuove tecnologie, proporsi come partner privilegiato nella transizione verso fonti rinnovabili e nell’attesa costituire il maggior partner per l’acquisto del greggio, senza pretendere come condizione pregiudiziale il rispetto di regole e di comportamenti sociali ritenuti intrusivi e moralmente inadeguati.

Attraverso il conseguimento di questi obiettivi Pechino vede la possibilità di creare un cuneo politico tra i Paesi del GCC e il loro principale attuale alleato, dando luogo a una revisione degli equilibri geopolitici.

Il fine ultimo non sembra essere quello di ricoprire un ruolo egemonico sostituendosi agli Stati Uniti ma, invece, di creare una specie di direttorato con Russia e India, escludendo progressivamente gli Stati Uniti da un’area che è la cerniera tra lo scacchiere Indo Pacifico e quello Euroasiatico.

Controllando tale area economicamente, finanziariamente e politicamente (ma non solo, in quanto si sta sviluppando anche una certa presenza militare cinese negli Emirati), la Cina creerebbe le condizioni migliori per la sicurezza degli assi di penetrazione marittimo e terrestre sui quali si articolala sua B&RI e che sono diretti al cuore economico del Vecchio Continente!!!!!

Nello stesso tempo la possibilità di coinvolgere in questa nuova realtà geopolitica sia la Russia (rivitalizzata nel ruolo di grande potenza) sia l’India (gigante che ancora si deve alzare in piedi) mediante la condivisone di una visione strategica comune, senza l‘Occidente, che focalizzerebbe questi due partner geopolitici in un’area di intervento lontana dalle coste cinesi dell’Asia e dal Pacifico lasciando alla Cina il ruolo di arbitro di questo nuovo ordine mondiale.

Questo è lo scenario che si può preconizzare in base all’analisi delle mosse che un Occidente, sempre più cieco, sempre più rinchiuso in sé stesso, privo di una visione politica a lungo raggio, prigioniero dei suoi ideali e delle sue idiosincrasie concettuali, ha messo in atto per contrastare una crisi, quella ucraina, che se pure frutto di un comportamento moralmente inaccettabile da parte russa, in qualche modo ha contribuito a stimolare e che non è in grado di affrontare con provabilità di successo.

Ma questo scenario non è stato ancora concretizzato, c’è ancora tempo e c’è ancora spazio per una ripresa da parte dell’Occidente che, con le risorse immense umane, morali ed economiche che possiede ha le capacità per proporre un’alternativa geopolitica a Cina e Russia in grado di sostenere lo sviluppo, la cooperazione e la partnership economica dei Paesi del GCC pur non abiurando al pieno rispetto dei principi universali di libertà e democrazia su cui si basa l’Occidente.

Ovviamente non solo solo gli Stati Uniti che devono riprendere alla mano una vera linea di politica mondiale, ma anche l’Europa è chiamata a liberarsi dal torpore egoistico dei sui Stati membri che ne tiene frenate le energie e a darsi degli obiettivi concreti e unitari da conseguire.

Maurizio Iacono
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