GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Una nuova ripartenza per il Kosovo: Osmani-Sadriu Presidente del paese

EST EUROPA di

Il parlamento del Kosovo ha eletto l’ex presidente del parlamento Vjosa Osmani-Sadriu come nuovo presidente del paese. Con un mandato di cinque anni, Osmani-Sadriu è la seconda donna leader della nazione balcanica nel dopoguerra.

Il parlamento composto di 120 seggi si è riunito in sessione straordinaria per due giorni, decretando la vittoria di Osmani, eletta con 71 voti, nonostante i tentativi di boicottaggio dei partiti di opposizione e del partito di minoranza etnica serba.

Già nel novembre dell’anno scorso, la 38enne Osmani-Sadriu ha sostituito temporaneamente l’ex presidente Hashim Thaci, dimessosi dopo essere stato accusato dal tribunale speciale del Kosovo con sede all’Aia di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Thaçi ha annunciato le sue dimissioni in una conferenza stampa a Pristina, comunicando la necessità di “proteggere l’integrità della presidenza del Kosovo”. Secondo l’accusa dell’ufficio del procuratore l’ex presidente Thaçi e altri capi dell’esercito di liberazione del Kosovo (KLA) sono stati “penalmente responsabili di quasi 100 omicidi”.

Osmani-Sadriu, settimo presidente del Kosovo del dopoguerra e seconda donna, ha avuto il sostegno del Movimento di autodeterminazione di sinistra, o Vetevendosje!, che ha vinto in modo schiacciante le elezioni anticipate del Kosovo il 14 febbraio.

In qualità di presidente avrà in gran parte un ruolo cerimoniale come capo di stato. Ricoprirà anche una posizione di leadership nella politica estera, e rivestirà il ruolo di comandante delle forze armate.

Nella sua agenda politica, in primo piano spicca la ripresa dei colloqui di normalizzazione con l’ex nemico della guerra, la Serbia. Il Kosovo è diventato indipendente nel 2008 dopo che la NATO è intervenuta nel 1999 per fermare la sanguinosa repressione dei combattenti per l’indipendenza albanese. Il Kosovo è infatti riconosciuto da più di 100 paesi ma non dalla Serbia o dagli alleati serbi come Russia e Cina.

La Cina rafforza il suo controllo sulle procedure elettorali di Hong Kong

ASIA PACIFICO di

Oggi a Pechino, il Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo ha votato all’unanimità la riforma elettorale di Hong Kong, in base alla quale il numero di seggi eletti direttamente nel Consiglio Legislativo (Legco) di Hong Kong viene drasticamente ridotto, mentre viene creato un organo di controllo per determinare chi può candidarsi alle elezioni.

Secondo le nuove procedure:

– Il comitato elettorale controllato da Pechino godrà della quota maggiore di seggi del Consiglio legislativo con 40 seggi, mentre 30 seggi andranno alle circoscrizioni legate alle categorie professionali, lasciando le circoscrizioni geografiche, elette direttamente dai cittadini di Hong Kong, con solo 20 seggi.

– Il comitato di valutazione selezionerà i candidati sulla base delle informazioni fornite dall’unità di sicurezza nazionale della polizia e non sarà consentito alcun riesame giudiziario o ricorso contro la decisione.

Inoltre, per la prima volta nella storia della città, il comitato che ora si occupa di tutte le elezioni chiave della città sarà guidato da un capo convocatore, un membro che “detiene una carica di leadership statale”, che sovrintenderà le procedure elettorali. Ciò renderà estremamente difficile l’elezione dei candidati dell’opposizione.

In base al piano di riforme definitivo approvato all’unanimità, l’obiettivo sarebbe quello di garantire che solo figure “patriottiche” possano candidarsi a posizioni di potere. I critici però avvertono che le riforme, rimuovendo le opposizioni dal parlamento cittadino, segnano la fine della democrazia.

La leader di Hong Kong, Carrie Lam, afferma tuttavia che fintanto che i candidati dimostreranno fedeltà a Hong Kong, sosterranno la Legge fondamentale e supereranno i controlli di sicurezza nazionale, non ci saranno impedimenti alla loro candidatura. La nuova riforma intende invece ostacolare la candidatura di “persone con convinzioni politiche diverse, che si pongono agli estremi dei partiti di destra e sinistra.”

Secondo fonti dell’opposizione invece, il parlamento cinese avrebbe l’intenzione di ricostruire Hong Kong a propria immagine, e così facendo tenere fuori dal parlamento chiunque non sia allineato con il governo di Pechino.

“Dare alle forze di polizia il potere di controllare chi può candidarsi alle elezioni non è comune nei sistemi generalmente considerati democratici”, ha detto Chong Ja Ian, professore associato di politica presso l’Università Nazionale di Singapore.

“Questo sistema completamente nuovo è davvero degradante e molto opprimente”, ha detto Emily Lau, ex parlamentare pro-democrazia, aggiungendo che i disordini politici potrebbero esplodere di nuovo nelle strade di Hong Kong.

La prima votazione che eleggerà i membri del Consiglio legislativo di Hong Kong in base alle modifiche si terrà a dicembre.

 

Un passo indietro…

Nel giugno 2020, il Congresso nazionale del Popolo (organo legislativo di Pechino) ha imposto unilateralmente la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong per criminalizzare “il separatismo, la sovversione, il terrorismo e l’interferenza straniera” che molti hanno interpretato come una repressione delle libertà civili, dei critici del governo e del movimento per l’indipendenza. A luglio, i pro-democratici hanno organizzato un’elezione primaria su tutto il territorio per massimizzare le loro possibilità di ottenere la maggioranza nelle imminenti elezioni del Consiglio legislativo.

Tuttavia, la leader di Hong Kong Carrie Lam ha improvvisamente invocato l’ordinanza sui regolamenti di emergenza Covid-19 per rinviare le elezioni. La decisione è stata ampiamente considerata come l’ultima di una rapida serie di mosse aggressive da parte delle autorità di Pechino per contrastare lo slancio dell’opposizione e neutralizzare il movimento pro-democrazia. Successivamente, i 55 organizzatori e candidati alle primarie sono stati arrestati ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale il 6 gennaio 2021.

Il presidente cinese Xi Jinping ha affermato che Hong Kong potrebbe mantenere la sua stabilità e sicurezza a lungo termine solo assicurando “patrioti al governo di Hong Kong”.

Zhang Xiaoming, vicedirettore dell’Ufficio per gli affari di Hong Kong e Macao (HKMAO) ha affermato che “i patrioti al governo di Hong Kong” è diventata una nuova norma giuridica, in quanto nasce in coerenza con il principio “Un paese, due sistemi”, ovvero di salvaguardare la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo della Cina.

 

 

Le tensioni in Etiopia rischiano di esplodere in una crisi umanitaria

AFRICA di

L’Etiopia sta attualmente affrontando un conflitto armato nella regione del Tigrè, a nord del paese. Le tensioni, che vedono coinvolti il Fronte di liberazione popolare del Tigrè (TPLF) e il governo centrale dell’Etiopia, sono state scatenate a settembre scorso dall’annuncio del Primo ministro etiope, Abiy Ahmed Ali, del rinvio delle elezioni nazionali a giugno 2021 a causa del coronavirus. Il TPLF, che già da tempo considera il governo centrale come illegittimo, e ritiene che il Primo ministro non abbia più il mandato per prendere decisioni, ha tenuto ugualmente le proprie elezioni a settembre, sfidando il Governo di Abiy. Ciò ha innescato una reazione a catena in cui il governo centrale e il governo del Tigrè, che accusano i reciproci governi di essere illegittimi, hanno dato inizio al conflitto armato.

Nel novembre 2020 sono stati registrati incidenti presso il Comando settentrionale etiope, attribuiti dal governo centrale al TPLF. Ciò ha portato a un contrattacco da parte delle forze di difesa nazionale etiope. La situazione è andata ulteriormente peggiorando quando le forze di sicurezza del TPLF sono state accusate di aver ucciso centinaia di civili (per lo più lavoratori di etnia Amhara) nel massacro di Mai Kadra. Sebbene la leadership del TPLF abbia negato ogni responsabilità dell’accaduto, le forze armate governative si sono spinte nella capitale Macallé, il cuore della regione del Tigrè.

La regione settentrionale del Tigrè è uno dei 10 Stati federali semi-autonomi dell’Etiopia.

Inizialmente suddivisa in 13 province, nel 1996 l’Etiopia ha visto l’entrata in vigore della riforma del sistema amministrativo, in base alla quale il paese veniva riorganizzato in 10 Stati regionali federali suddivisi su base etnica.

La Costituzione attribuisce ampi poteri agli Stati regionali che possono stabilire il proprio governo nei limiti della carta costituzionale. Ogni regione è infatti governata dal Consiglio regionale, che detiene i poteri legislativi ed esecutivi per dirigere gli affari interni della regione. L’articolo 39 della Costituzione etiope concede inoltre il diritto di secessione a tutti gli Stati regionali dell’Etiopia.

Sotto il governo di Abiy, salito al potere nel 2018, i leader del Tigrè si sono lamentati di essere ingiustamente presi di mira nei procedimenti per corruzione, rimossi dalle posizioni di vertice e ampiamente considerati come capri espiatori per i problemi del Paese.

Dall’inizio del conflitto, sono state documentate le atrocità e i crimini di guerra commessi dalle forze etiopi e alleate contro i residenti del Tigrè. Nella notte del 9 novembre, uomini armati hanno attaccato la città di Mai-Kadra, nella zona sud occidentale della regione del Tigré, facendo stragi per le strade a colpi d’ascia e di machete. Secondo i media statali sono stati contati 500 cadaveri. Le vittime erano lavoratori giornalieri di etnia Amhara, che non avevano nessun ruolo nel conflitto in corso nella regione.

I dati sui morti e i feriti sono tuttavia difficili da confermare e le notizie che arrivano dal Tigrè non possono essere verificate in modo indipendente, in quanto il governo di Addis Abeba ha dato l’ordine di impedire l’ingresso nella regione, di bloccare le linee telefoniche e l’accesso a internet. Ma la conferma arriva da Amnesty International che, grazie ad un attento lavoro di comparazione dei dati provenienti da più fonti, ha potuto accertare l’autenticità, la data e il luogo delle foto e dei filmati giunti in suo possesso.

Sebbene le agenzie umanitarie non abbiano accesso alla zona del conflitto, numerosi appelli sono stati lanciati dalle organizzazioni umanitarie affinché tutte le parti in conflitto rispettino il diritto internazionale, garantendo l’accesso degli aiuti nella regione e la protezione dei civili.

Secondo quanto comunicato nei rapporti dell’Associated Press e di Amnesty International, il conflitto ha ucciso centinaia di persone e ha causato migliaia di sfollati nelle ultime settimane. L’ONU ha avvertito che il conflitto potrebbe innescare una crisi umanitaria, sia per l’afflusso di rifugiati che nel frattempo si stanno riversando in Sudan, sia per la crisi alimentare esacerbata dall’incendio dei raccolti da parte delle truppe.

Si stima che almeno 33.000 rifugiati sono già entrati in Sudan, una nazione che già sostiene circa un milione di sfollati da altri paesi africani, e che rischia di essere ulteriormente destabilizzata dai continui flussi migratori. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati in base alle previsioni attuali teme l’arrivo di altre 200.000 persone nei prossimi sei mesi se i combattimenti dovessero continuare.

Funzionari umanitari hanno inoltre avvertito che un numero crescente di persone potrebbe morire di fame nel Tigrè. I combattimenti sono scoppiati sull’orlo del raccolto nella regione prevalentemente agricola e hanno mandato un numero incalcolabile di persone a fuggire dalle proprie case. Testimoni hanno peraltro descritto il saccheggio delle provviste da parte dei soldati eritrei e l’incendio dei raccolti.

L’attuale situazione continua a sollevare preoccupazioni sul fatto che il conflitto potrebbe estendersi a una guerra più ampia, che veda coinvolti anche gli Stati confinanti.

Venerdì il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, in qualità di presidente dell’Unione africana, ha annunciato la nomina di tre ex presidenti per mediare i colloqui per porre fine al conflitto in Etiopia. Ma il governo di Abiy ha rifiutato l’offerta perché vede l’operazione come un’intromissione negli affari interni del paese.

“Non negoziamo con i criminali. Li assicuriamo alla giustizia, non al tavolo delle trattative”, ha detto Mamo Mihretu, assistente senior del Primo ministro Abiy. “I nostri fratelli e sorelle africani avrebbero un ruolo più significativo se esercitassero pressioni sul TPLF affinché si arrendesse”.

Mamo ha affermato inoltre che gli ex leader del Mozambico, della Liberia e del Sud Africa – che arriveranno nel paese nei prossimi giorni – non avranno accesso alla regione del Tigrè a causa delle operazioni militari in corso.

Dopo tali dichiarazioni, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha riportato alla Commissione per gli affari esteri del Parlamento degli Stati Uniti le “violazioni dei diritti umani e atrocità in corso, nonché atti di purificazione etnica” in alcune parti del Tigrè.

Un alto diplomatico etiope mercoledì ha lasciato il suo incarico a Washington per le preoccupazioni sulle atrocità riportate nel Tigrè. Berhane Kidanemariam, che ha servito come vice capo missione presso l’ambasciata etiope a Washington, ha criticato Abiy come un leader spericolato che sta dividendo il suo paese.

“Migliaia di civili sono stati massacrati, centinaia di migliaia sfollati dalle loro case con la forza, infrastrutture civili distrutte sistematicamente”, afferma il comunicato pubblicato su Twitter da Getachew Reda, uno dei leader del Tigrè. “Nonostante il regime di Abiy Ahmed e i suoi alleati abbiano invocato spudoratamente la loro innocenza e promesso di consentire l’accesso alle agenzie umanitarie e alle indagini internazionali sulle accuse, i loro crimini di guerra e atti contro l’umanità sono solo aumentati nelle ultime settimane e giorni”.

 

Samia Suluhu Hassan, una donna a capo della Tanzania

AFRICA di

Mercoledì sera la vice-presidente Samia Suluhu Hassan ha annunciato ai cittadini della Tanzania la morte del presidente John Magufuli, evento le conferisce automaticamente l’incarico di capo di Stato del paese.

Eletta per la prima volta nel 2015 come vicepresidente di Magufuli, è stata rieletta lo scorso anno insieme a lui per un secondo mandato quinquennale.

Con l’assunzione della carica di presidente, Hassan diventa l’unica attuale leader nazionale donna in Africa – laddove invece la presidenza etiope ha in gran parte funzioni cerimoniali.

La presidente Hassan è affettuosamente conosciuta come Mama Samia, che lungi dall’essere un’etichetta discriminante di genere, è invece sinonimo di rispetto e orgoglio nella cultura tanzaniana.

La campagna elettorale del 2015 l’ha vista vincitrice a sorpresa, riuscendo a scavalcare molti altri politici più importanti nel partito, tra cui Chama Cha Mapinduzi (CCM), ai vertici del potere dall’indipendenza del paese nel 1961.

La carriera politica della nuova presidente è partita nel 2000, quando è stata eletta per la prima volta a una carica pubblica, per poi diventare nel 2014 vicepresidente dell’Assemblea costituente, con compiti di redazione di una nuova costituzione. È in questa occasione che le sue doti politiche e di leadership le hanno fruttato i complimenti e il consenso dell’elettorato.

 

Dalla personalità pacata e rispettosa delle procedure normative, per la sua etica del lavoro e per il metodo con cui prende decisioni di interesse nazionale, è stata definita “la leader politica più sottovalutata della Tanzania”.

Le prossime settimane saranno un’occasione per avvalorare le aspettative, e soprattutto vederla prendere partito in merito al COVID-19, mai accettato dal suo predecessore come malattia contagiosa o mortale.   

Il presidente Magufuli infatti ha sempre avuto un atteggiamento scettico nei confronti del coronavirus, rifiutandosi di indossare una mascherina e denigrando chi la utilizzava. Secondo i leader dell’opposizione, le ragioni della morte repentina del presidente andrebbero proprio ritrovate nella mancata prevenzione contro il virus. Le fonti istituzionali riportano invece cause legate ad insufficienza cardiaca.

Spetta ora alla nuova presidente in carico appoggiare o allontanarsi da questa politica.

 

 

 

 

Il caso AstraZeneca

EUROPA di

AstraZeneca, azienda biofarmaceutica britannico-svedese, sin dall’inizio della campagna vaccinale è stata al centro dell’attenzione: in un primo momento l’azienda ha annunciato ritardi nelle forniture dei vaccini contro il Covid-19, contrariamente agli accordi presi con la Commissione europea nei mesi scorsi. In questi giorni è tornata a far parlare di sé dopo che diversi paesi europei hanno deciso di interrompere, in via precauzionale, le somministrazioni del vaccino prodotto dall’azienda a causa di timori legati a possibili controindicazioni, quali problemi circolatori e trombosi. Tuttavia, sia l’Agenzia europea per i medicinali che l’Agenzia italiana del Farmaco hanno chiarito che non vi è nessun nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino e quanto accaduto, invitando i paesi a riprendere al più presto le vaccinazioni con AstraZeneca.

I primi controlli e la sospensione del lotto

Nel pieno della campagna vaccinale e dell’emergenza da Covid-19, la somministrazione del vaccino prodotto dall’azienda farmaceutica AstraZeneca ha destato i primi sospetti. La prima settimana di marzo, l’Austria ha deciso di interrompere l’utilizzo di un lotto di AstraZeneca per alcuni casi di trombosi. L’11 marzo scorso, la Danimarca ha sospeso l’utilizzo di tale vaccino in quanto sono stati riscontrati problemi circolatori su persone vaccinate da poco. A tal punto, l’EMA – Agenzia europea per i medicinali – ha diffuso un comunicato stampa sostenendo l’assenza di una casualità diretta tra vaccino e trombosi, affermando che i benefici superano i rischi.

Tuttavia, onde evitare alcun peggioramento della situazione, anche l’AIFA – Agenzia Italiana del Farmaco – ha disposto, in via precauzionale, un divieto di utilizzo su un lotto di vaccini AstraZeneca (ABV2856) per farlo analizzare dall’Istituto Superiore di Sanità e verificare se effettivamente vi fossero eventuali anomalie. In questo primo momento, è stata disposta la sospensione soltanto per questo preciso lotto di AstraZeneca, decidendo dunque di non incidere sull’intera campagna vaccinale per non rallentare ulteriormente la distribuzione di vaccini. In particolare, il processo di consegna dei vaccini prevede numerosi controlli da parte del produttore, con verifiche incrociate e mantenendo la tracciabilità di ogni dose, assicurandosi che ogni vaccino fosse sicuro. La stessa AIFA, nel primo rapporto emesso, non aveva riscontrato alcuna anomalia nei vaccini.

Le notizie di cronaca con decessi e trombosi a persone vaccinate, la confusione mediatica della campagna vaccinale e l’influenza degli altri paesi europei hanno senz’altro reso la situazione più complessa ed hanno comportato l’aumento di controlli e verifiche ulteriori rispetto a quelle effettuate in fase di produzione del vaccino, fino a deciderne la sospensione temporanea.

La sospensione di AstraZeneca

Il 15 marzo il governo Draghi ha deciso per la sospensione della somministrazione dei vaccini prodotti da AstraZeneca, bloccando non più un singolo lotto ma l’intera produzione. L’annuncio è stato un po’ una sorpresa perché soltanto il giorno prima l’AIFA aveva parlato di allarme ingiustificato nei confronti del vaccino, invitando tutti a non allarmarsi. Tuttavia, la decisione di sospendere la somministrazione del vaccino è giunta dal governo italiano in coordinamento con gli altri paesi europei. Oltre alla Danimarca, anche la Francia e la Germania hanno deciso di sospendere l’uso di AstraZeneca per procedere con verifiche e controlli, così come Paesi Bassi, Danimarca, Irlanda e Portogallo.

In risposta alla decisione dei paesi europei, l’EMA ha avviato una revisione dei dati degli affetti avversi che si è conclusa il 18 marzo. Dunque, pur ribadendo la propria posizione e perciò l’assenza di problemi e di correlazione con quanto accaduto, l’EMA si è impegnata in un controllo più approfondito per far riprendere quanto prima le vaccinazioni.

La conferenza stampa dell’EMA

Nel pomeriggio del 18 marzo, dopo i tre giorni di controllo approfondito dei vaccini AstraZeneca, l’agenzia europea per i medicinali ha tenuto una conferenza stampa per esporre quanto emerso dall’indagine. Come anticipato, per l’EMA il vaccino prodotto da AstraZeneca è sicuro e dunque si può riprendere a vaccinare poiché in un momento di crisi quale quello che stiamo vivendo, i benefici superano di gran lunga i rischi. Non è emerso alcun nesso causale tra i casi di trombosi e l’utilizzo del vaccino contro il Covid-19, e si è consigliato caldamente ai paesi europei di ripristinare le vaccinazioni e procedere con la campagna. Infatti, la sospensione in Italia delle dosi di AstraZeneca ha comportato un ritardo di circa 200.000 dosi.

Tuttavia, considerando che vi sono degli aspetti da approfondire sui casi di trombosi cerebrale, anche se molto rari, l’EMA ha consigliato di aggiungere una nuova avvertenza al vaccino. In particolare, su circa 20 milioni di dosi somministrate, ci sono stati 18 casi di trombosi cerebrale, per cui l’EMA ha dichiarato che “Un nesso causale con la vaccinazione non è stato provato, ma è possibile e richiederà ulteriori analisi”. Ad ogni modo, vi sono molti più rischi nelle complicazioni del Covid-19 che nei vaccini, e soprattutto i rischi da Covid-19 sono molto più frequenti di quanto non siano quelli da vaccino.

I certificati verdi digitali per la ripresa del turismo: la proposta della Commissione europea

EUROPA di

Il 17 marzo la Commissione europea ha proposto di creare un certificato verde digitale per agevolare e rendere sicura la libera circolazione all’interno dell’UE durante la pandemia da Covid-19. Il progetto prevede di emettere un certificato verde digitale per attestare tre diverse condizioni: l’avvenuta vaccinazione, un recente risultato negativo ai test per il coronavirus o la guarigione. L’impiego di certificati e “passaporti di immunità” risulta essere discusso da tempo in numerose aree del mondo, soprattutto come una possibile soluzione volta a tutelare, almeno in parte, il settore del turismo, messo in crisi dalla pandemia, tuttavia, vi è ancora molto scetticismo sulla possibilità di sviluppare una soluzione condivisa e soprattutto funzionale.  

La proposta

Il 17 marzo 2021 la Commissione europea ha presentato una proposta legislativa intesa a creare un certificato verde digitale per agevolare la libera circolazione sicura dei cittadini nell’UE durante la pandemia da Covid-19 e tutelare il settore del turismo, messo a dura prova dalla pandemia.

Il 25 e 26 febbraio, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea avevano discusso l’istituzione del certificato verde ed era emerso come i leader dei paesi europei meridionali, la cui economia dipende molto dal turismo, fossero favorevoli, mentre qualche scetticismo era stato avanzato dagli Stati membri dell’Europa settentrionale. Il confronto in seno al Consiglio europeo si era concluso con la decisione di proseguire in tale direzione. La proposta della Commissione è dunque un primo passo compiuto nell’ambito di questo progetto.

Quest’ultimo prevede l’emissione di un certificato verde digitale per attestare tre diverse condizioni: l’avvenuta vaccinazione o un recente risultato negativo ai test per il coronavirus o la guarigione. Ogni certificato potrà essere digitale o cartaceo, dotato di un QR code per poterne fare una scansione e verificarne l’autenticità. L’ emissione sarà a carico dei singoli stati membri, che potranno scegliere le modalità di distribuzione in modo centralizzato, oppure affidando il compito ai centri dove si effettuano le vaccinazioni e i test per rilevare l’eventuale positività al coronavirus o agli operatori sanitari che verificano la guarigione dal virus. Ogni organismo autorizzato a produrre certificati disporrà di una propria chiave digitale, cioè di un sistema che consenta di ridurre i rischi di contraffazione. Il registro delle chiavi digitali sarà mantenuto da ogni paese e la verifica, a livello europeo, non prevederà l’impiego di un sistema centralizzato: questa soluzione dovrebbe garantire la tutela della privacy, considerato che i certificati avranno informazioni sensibili come quelle relative allo stato di salute. In generale il certificato conterrà comunque il minor numero possibile di dati: nome e cognome, data di nascita, giorno di rilascio, un codice identificativo univoco e informazioni sulla vaccinazione o l’esito di un test recente o sulla guarigione. I controlli nei paesi di destinazione serviranno esclusivamente per verificare l’autenticità del certificato, mentre non potranno essere conservate le informazioni personali.

Lo scetticismo

Il progetto avanzato dalla Commissione europea risulta essere piuttosto ambizioso e vi sono forti dubbi che possa essere pronto e funzionante per la prossima estate. I paesi del Nord Europa mantengono, inoltre, un certo scetticismo, poiché ogni Stato membro sarà libero di imporre o meno proprie limitazioni ai viaggi. Dal canto loro, invece, i Paesi del Sud Europa chiedono che il piano sia portato avanti velocemente per garantire la ripresa del settore turistico.

In aggiunta, molti ritengono che includere nell’emissione dei certificati i guariti o i negativi ai test al coronavirus non sia una buona idea, sostenendo che l’avvenuta vaccinazione sia più semplice ed immediata da certificare e renderebbe più rapida e chiara l’emissione dei certificati nonché la loro verifica. Altri affermano che una soluzione di questo tipo sia discriminatoria nei confronti di chi sarà ancora in attesa di ricevere il vaccino, o di chi non potrà essere sottoposto alla vaccinazione a causa di altri problemi di salute.

A questi dubbi si aggiungono le incertezze circa la capacità dei vaccini di rendere meno contagiosi e quindi di contribuire a ridurre la diffusione del coronavirus: i vaccini finora autorizzati hanno, invero, mostrato di avere un’alta efficacia nel proteggere contro le forme gravi di Covid-19, mentre sono ancora in corso le verifiche volte a comprendere se rendano meno contagiosi. Resta, infine, da capire quanto duri l’immunità acquisita tramite il vaccino.

In definitiva, molti ritengono che i tempi non siano ancora maturi per certificati e passaporti di immunità, visto che alcuni importanti studi e valutazioni sono ancora in corso.

La Commissione europea risponde a tali scetticismi affermando che questi problemi potrebbero essere superati poiché il progetto proposto è caratterizzato dalla flessibilità e dalla possibilità di essere aggiornato. Le pressioni da parte del settore del turismo sono, del resto, molto alte e vi è il timore che si possa perdere un’opportunità.

Prossimi step e dichiarazioni

Per essere pronta prima dell’estate, la proposta avanzata dalla Commissione europea dovrà essere rapidamente valutata e poi eventualmente approvata dal Parlamento Europeo e dai singoli Stati membri dell’UE. Mentre proseguirà tale processo di approvazione, la Commissione ha raccomandato ai governi dell’Unione di attivarsi per gestire i sistemi di emissione e di verifica dei certificati.

Quanto alle dichiarazioni delle parti coinvolte, Věra Jourová, vicepresidente per i Valori e la trasparenza, ha affermato che “Il certificato verde digitale offre una soluzione a livello dell’UE che garantisce a tutti i cittadini europei la disponibilità di uno strumento digitale armonizzato che agevoli la libera circolazione nell’Unione. È un messaggio positivo a sostegno della ripresa”. “Con il certificato verde digitale, stiamo adottando un approccio europeo per garantire che quest’estate i cittadini dell’UE e i loro familiari possano viaggiare in sicurezza e con restrizioni minime-queste, invece, le parole del Commissario per la giustizia, Didier Reynders -Un approccio comune a livello dell’UE non solo ci aiuterà a ripristinare gradualmente la libera circolazione nell’Unione e ad evitare frammentarietà, ma sarà anche un’opportunità per influenzare le norme mondiali e per fungere da esempio sulla base dei nostri valori europei come la protezione dei dati.”

Il nuovo governo libico ha giurato: tra ombre e speranze prosegue il cammino verso nuove elezioni

AFRICA di

Lunedì 15 marzo i nuovi ministri del governo libico ad interim hanno prestato giuramento presso la sede temporanea del Parlamento di Tobruk, impegnandosi a preservare l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale del Paese, rispettando la Costituzione.

Giuro di assolvere i miei doveri con tutta onestà e devozione, di restare federe agli obbiettivi della Rivoluzione del 17 febbraio, di rispettare la Dichiarazione costituzionale, di prendermi cura degli interessi del popolo e di preservare l’indipendenza della Libia, la sua sicurezza e la sua integrità territoriale“, sono state le parole pronunciate dal nuovo premier libico Abdel Hamid Dbeibah. La squadra governativa da lui proposta aveva ottenuto l’avallo della Camera dei rappresentanti di Tobruk nella mattina del 10 marzo scorso, con ben 132 voti favorevoli su 134, anche se con 2 astensioni e 36 parlamentari assenti. 

Con questo evento, per la prima volta dal 2014, la Libia torna ad avere un governo legittimo ed unitario, seppur con un mandato temporalmente limitato. L’esecutivo di unità nazionale guidato dal premier Abdel Hamid Dbeibah, insieme al nuovo Consiglio Presidenziale, saranno, infatti, le due istituzioni che avranno il compito di traghettare il Paese africano verso nuove elezioni parlamentari e presidenziali, previste per il prossimo 24 dicembre 2021.

La squadra

Il nuovo esecutivo si configura, di fatto, come un governo di unità nazionale, che ruota attorno al tandem composto da Abdel Hamid al-Dbeibah, ricco imprenditore libico, e da Mohammed al-Menfi, ex ambasciatore in Grecia, nei ruoli, rispettivamente, di Primo Ministro e di Presidente. Attorno a loro è stata costruita un’ampia squadra governativa, composta da ventisette ministri, in gran parte figure definite “sconosciute” all’opinione pubblica.

Va notato che la componente femminile è pari al 30% della squadra di governo, corrispondente a 5 incarichi ministeriali.  Oltre al Ministero della Giustizia, per la prima volta nella storia della Libia, anche il Ministero degli Esteri sarà guidato da una donna, Najla Mangoush, avvocato e docente di diritto penale. Resta invece vacante la carica di ministro della Difesa, sulla quale non vi è ancora accordo tra i deputati libici, e che verrà quindi assunta ad interim dallo stesso Premier nell’attesa di giungere ad un’intesa. 

Come ci si è arrivati

Il nuovo governo, risultato dei lunghi negoziati condotti sotto l’egida delle Nazioni Unite, prenderà il posto dei due governi che, di fatto, negli ultimi anni si sono divisi il controllo della Libia: quello di Fayez al-Serraj —nell’ovest del paese —, sostenuto dall’Onu, e con sede a Tripoli, e quello che faceva riferimento al maresciallo Khalifa Haftar e al suo Esercito Nazionale Libico (LNA), con sede a Tobruk, nell’est della Libia. I colloqui dell’Onu avevano subìto un’accelerazione dopo la sconfitta militare di Haftar, seguita al fallimento del suo tentativo di conquistare Tripoli ed imporre il suo potere su tutta la Libia.

A seguito dell’accordo sul cessate il fuoco permanente del 23 ottobre 2020, e agli sviluppi politici interni al Paese, l’ex Premier al-Serraj si era detto disposto a garantire una “transizione graduale” del potere.

A inizio febbraio, dopo mesi di negoziati, i 75 membri del Forum per il Dialogo Politico libico (LPDF), tenutosi a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite, hanno eletto le figure di al-Manfi e Dbeibah.

In questi giorni, in vista del passaggio di consegne, e dell’imminente insediamento del suo successore, al-Serraj ha annunciato pubblicamente di non presentare la sua candidatura alle elezioni di dicembre. All’ex premier sono giunti gli auguri di numerose cancellerie internazionali, dei paesi arabi, della missione Onu in Libia Unsmil: “la Libia ha ora una reale opportunità per andare avanti verso l’unità, la stabilità, la prosperità, la riconciliazione e per ripristinare completamente la sua sovranità” sono state le parole dell’Inviata Speciale Onu in Libia Ján Kubiš.

Agenda governativa

Nel breve termine, il governo guidato dall’imprenditore Abdel Hamid Dbeibah dovrà percorrere un sentiero non privo di ostacoli. Primo tra questi, provvedere all’espulsione delle numerose milizie di mercenari stranieri, prevalentemente inviati da Ankara e Mosca, presenti sul territorio del Paese nordafricano. L’espulsione delle truppe straniere rientrava, in realtà, nell’intesa sul cessate il fuoco raggiunta lo scorso 23 ottobre, per poi divenire oggetto di un ultimatum che poneva come data ultima quella del 23 gennaio, termine che è stato ampiamente disatteso. È proprio la presenza di attori non libici, tra milizie tribali e gruppi armati stranieri, a complicare ulteriormente lo scenario interno al Paese. Secondo le Nazioni Unite, infatti, sono circa 20 mila le unità di mercenari stanziati sul territorio libico, soprattutto nelle basi di Sirte, al-Jufra e al-Watiya.

I mercenari sono una pugnalata alle spalle del nostro paese e devono andarsene. La nostra sovranità è violata dalla loro presenza” ha dichiarato Dbeibah al Parlamento riunito a Sirte, annunciando la volontà di chiederne l’immediato ritiro.

Lo Yemen protagonista di tre crisi nel mezzo di una guerra civile fuori controllo

MEDIO ORIENTE di

Crisi alimentare, tasso di povertà superiore al 50 per cento, 700mila casi di colera, a cui si aggiunge anche il COVID-19. Il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite prevede che se il conflitto continuerà ancora fino al 2022, il paese potrebbe divenire il più povero al mondo. In realtà, anche prima della guerra e del COVID-19, lo sviluppo economico yemenita era debole. Le cause sono da ricercare nella corruzione dilagante, alti tassi di disoccupazione e un sistema istituzionale incapace di guidare il paese verso la crescita.

La guerra civile ha fatto crollare questo sistema fragile, stremato ancor più da un blocco navale ai porti yemeniti imposto dall’Arabia Saudita e che impedisce il transito delle merci, compresi cibo e medicinali.

Il paese affronta infatti quotidianamente una triplice crisi: politica, economica e umanitaria, l’una strettamente legata all’altra.

La crisi politica è generata da fattori con elementi sia regionali che internazionali. La guerra civile scoppiata nel 2015, e ancora in corso, è la causa principale della pesante situazione in cui versa lo Yemen, ma non l’unica. Ad essa si sono affiancate calamità naturali, emergenze sanitarie e un collasso economico che hanno precipitato il paese nel baratro. Già nel 2016 la dimensione dell’economia yemenita si era dimezzata e il valore della moneta era sceso a un quarto del suo valore iniziale. Peraltro l’assenza di un governo eletto democraticamente non facilita la soluzione della crisi.

La carenza di cibo, acqua potabile, servizi igienici e assistenza sanitaria, nonché la diffusione di massicce epidemie di colera e difterite, hanno gravato sulle condizioni di vita dei civili e privato le famiglie dei bisogni primari. A gennaio 2021, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha segnalato 2.123 casi confermati di COVID-19 nello Yemen e 616 decessi, con un tasso di mortalità del 29%. È stato osservato un notevole calo del numero di casi segnalati, ma gli indicatori suggeriscono che il virus stia continuando a diffondersi. È probabile che i casi segnalati siano sottostimati a causa della limitata capacità di test e difficoltà di accesso ai servizi di cura nonché alla paura di rimanere vittima di uno dei numerosi attacchi alle strutture sanitarie.

Le Nazioni Unite definiscono la crisi umanitaria nello Yemen “la peggiore del mondo”, cosa di cui al-Qaeda non ha mai smesso di trarre vantaggio per espandere il proprio punto d’appoggio nella regione. La situazione è peggiorata quando nel 2017 le forze militari hanno iniziato ad ostacolare la fornitura di beni primari, causando più di centomila decessi a causa della mancanza di cibo, servizi sanitari e infrastrutture.

Mark Lowcock, coordinatore delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha dichiarato: “I tassi di malnutrizione sono a livelli record e 400.000 bambini sono gravemente malnutriti, 16 milioni di persone soffrono la fame, di cui 5 milioni sono a un passo dalla carestia”. Ha detto che le questioni inaccettabili di accesso umanitario continuano con le forze Houthi che ritardano regolarmente i convogli di aiuti e molestano regolarmente il personale umanitario.

Inoltre, in un rapporto delle Nazioni Unite è stato dimostrato che sia gli Houthi che le forze della coalizione internazionale hanno violato il diritto internazionale umanitario attaccando obiettivi civili. Ciò include la distruzione, da parte della coalizione, di un ospedale gestito dall’organizzazione Medici Senza Frontiere nel 2015. Tortura, arresti arbitrari e sparizioni forzate sono tra le altre violazioni perpetrate da entrambe le parti.

 

Come e perché nasce il conflitto?

Il conflitto, nato come risposta alla politica repressiva del regime di Saleh (1990-2012), aveva visto gli Houthi trarre vantaggio dalle tensioni politiche e sociali nella capitale yemenita. Con l’esplosione della primavera araba e il massacro dei manifestanti da parte del governo nel marzo 2011, il regime di Saleh si spacca definitivamente.

Si apre allora un periodo di transizione affinché lo Yemen potesse dotarsi di una nuova Costituzione e eleggere un nuovo governo. Dopo tre anni dalla caduta del governo però l’insuccesso delle trattative tradisce le speranze della popolazione, ormai allo stremo sia a causa della crisi economica che alimentare. Ciò diventa l’occasione per le milizie degli Houthi di cavalcare l’ondata di malcontento e legittimare la loro azione politica.

Gli Houthi propongono un governo di unità nazionale in cui questi ultimi sono ai vertici dello Stato, mentre il governo è formato da ministri tecnici, monitorati in base ai progressi raggiunti in ambito economico. Il nuovo governo tecnico, insediatosi nell’ottobre del 2014, non ha però vita facile a causa delle continue intromissioni delle milizie (in qualità di “supervisori”) nelle attività del governo. Nel gennaio 2015, gli Houthi rovesciano definitivamente il governo e ne prendono le redini.

 

Chi sono le parti coinvolte?

Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi sfruttano la situazione in Yemen per imporre la propria influenza nella Penisola Arabica. Diversamente dagli anni passati, in cui gli Stati del Golfo si affidavano prevalentemente agli Stati Uniti per assicurare la stabilità della regione, ora i leader dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi hanno propri obiettivi strategici in Yemen, tra cui contrastare il controllo dell’Iran sul territorio yemenita.

L’Arabia ha peraltro avviato una campagna militare in Yemen che inasprisce le tensioni. Ciò nonostante, l’amministrazione Trump ha abbracciato la causa saudita e ne difende gli interessi, sostenendo che sia l’Iran il principale responsabile dell’instabilità della regione.

Iran

Contrariamente a quanto sostenuto dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti, molti esperti regionali affermano che l’influenza di Teheran sia invece piuttosto limitata, soprattutto perché iraniani e houthi aderiscono a diverse scuole di islam sciita. In generale, è vero che l’Iran e gli Houthi condividono interessi geopolitici che vedono il dominio saudita e statunitense nella regione come una minaccia, diverse però sono le ragioni alla base di queste posizioni.

Stati Uniti

Sebbene il Congresso degli Stati Uniti sia stato diviso sulla questione, gli Stati Uniti hanno sostenuto la coalizione guidata dai sauditi, così come la Francia, la Germania e il Regno Unito. I loro interessi in Yemen includono la sicurezza dei confini sauditi; passaggio libero nello stretto di Bab al-Mandeb, arteria vitale per il trasporto globale di petrolio; e un governo yemenita stabile che collabori con i programmi antiterrorismo statunitensi. Tuttavia, il clamore per le morti civili nelle campagne aeree della coalizione, che spesso usano armi di fabbricazione statunitense, e il ruolo dell’Arabia Saudita nell’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi nel 2018, hanno indotto gli Stati Uniti e altre potenze occidentali a limitare la vendita di armi e rifornimento di carburante degli aerei della coalizione.

Conferenza sul futuro dell’Europa: la firma della dichiarazione comune

EUROPA di

Il 10 marzo, il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, il Primo ministro portoghese António Costa e la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen hanno firmato, per conto delle rispettive istituzioni dell’UE, la dichiarazione comune relativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa. Si tratta di un passo preliminare all’avvio di una serie di dibattiti e discussioni che consentiranno ai cittadini europei di condividere le loro idee per contribuire a plasmare il futuro dell’Europa. Salute, cambiamenti climatici, equità sociale, trasformazione digitale, il ruolo dell’UE nel mondo e il rafforzamento dei processi democratici: questi i temi principali della Conferenza, i quali coincidono con le priorità generali dell’Unione europea.

L’origine della Conferenza

L’istituzione di una Conferenza sul futuro dell’Europa è stata inizialmente proposta dal Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, nel marzo del 2019, nell’ambito della sua lettera aperta ai cittadini dell’UE intitolata “Per un Rinascimento europeo”. La proposta è stata poi formalmente avanzata dalla Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, all’inizio del suo mandato, con l’obiettivo di promuovere un ruolo attivo e determinante dei cittadini europei nella costruzione del futuro dell’Unione. Negli orientamenti politici presentati nel luglio 2019, Ursula von der Leyen aveva, in particolare, indicato che: la Conferenza si sarebbe dovuta avviare nel 2020 con una durata di due anni e avrebbe dovuto riunire i cittadini, la società civile e le istituzioni europee in qualità di partner paritari; la portata e gli obiettivi delle Conferenza sarebbero stati definiti di comune accordo tra il Parlamento, il Consiglio e la Commissione; vi sarebbe stato un impegno politico a dar seguito alle decisioni della Conferenza, se opportuno anche mediante un’azione legislativa o eventuali modifiche del trattato.

I lavori di tale Conferenza, rimandati di un anno anche a causa della pandemia da Covid-19, dovrebbero avviarsi il 9 maggio 2021, a Strasburgo. Il suo obiettivo primario è il conferimento ai cittadini europei di un ruolo più incisivo nella definizione delle politiche e delle ambizioni dell’UE, migliorando la resilienza dell’Unione alle crisi, sia economiche che sanitarie. La Conferenza costituirà un nuovo spazio d’incontro pubblico per un dibattito aperto, inclusivo, trasparente e strutturato con i cittadini europei sulle questioni che li riguardano e che incidono sulla loro vita quotidiana.

La firma della dichiarazione comune

L’atto che segna l’inizio del processo che permette ai cittadini di partecipare alla ridefinizione delle politiche e delle istituzioni dell’Unione europea è arrivato il 10 marzo con la firma da parte del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, il Presidente di turno del Consiglio dell’UE, Antonio Costa, e la Presidente della Commissione europea, per conto delle rispettive istituzioni dell’UE, di una dichiarazione comune relativa alla Conferenza sul futuro dell’Europa.

La dichiarazione comune definisce la portata, la struttura, gli obiettivi ed i principi della Conferenza. Essa, inoltre, getta le basi per eventi avviati dai cittadini, da organizzare in collaborazione con tutte le parti coinvolte. La partecipazione dei cittadini al processo è infatti essenziale per garantire il massimo coinvolgimento e la massima diffusione ed una particolare attenzione è attribuita alle iniziative avviate dai giovani europei.

Salute, cambiamenti climatici, equità sociale, trasformazione digitale, il ruolo dell’UE nel mondo e il rafforzamento dei processi democratici: questi temi, considerati fondamentali nell’ambito della Conferenza, coincidono con le priorità generali dell’UE nonché con le principali questioni sollevate dai cittadini nell’ambito dei sondaggi d’opinione.

La dichiarazione comune, inoltre, sancisce che la conferenza si articolerà in vari spazi, virtuali e, possibilmente, fisici, nel rispetto delle norme anti COVID. Una piattaforma digitale multilingue interattiva consentirà ai cittadini ed ai portatori d’interessi di presentare idee online e li aiuterà a partecipare o ad organizzare eventi. La piattaforma e tutti gli eventi organizzati sotto l’egida della conferenza dovranno basarsi sui principi di inclusività, apertura e trasparenza, nel rispetto della privacy e delle norme dell’UE in materia di protezione dei dati.

Prossime tappe e commenti dei leader delle istituzioni UE

Quanto ai prossimi step, presto sarà istituito un comitato esecutivo che rappresenterà in modo equilibrato il Parlamento europeo, la Commissione ed il Consiglio dell’UE, le tre istituzioni che guidano l’iniziativa, con i parlamenti nazionali nel ruolo di osservatori. Tale comitato esecutivo supervisionerà i lavori e preparerà le riunioni plenarie della conferenza, compresi i contributi dei cittadini e il loro follow-up.

“La giornata di oggi segna un nuovo inizio per l’Unione europea e per tutti i suoi cittadini – ha commentato il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, al momento della firma della dichiarazione comune – Con la conferenza sul futuro dell’Europa tutti i cittadini europei e la nostra società civile avranno l’occasione unica di plasmare il futuro dell’Europa, un progetto comune per una democrazia europea funzionante. Chiediamo a tutti voi di farvi avanti per partecipare, con le vostre opinioni, alla costruzione dell’Europa di domani, la VOSTRA Europa”. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha, invece, dichiarato: “Oggi vogliamo invitare tutti gli europei a esprimersi. Per spiegare in quale Europa vogliono vivere, per plasmarla e per unire le forze e aiutarci a costruirla. Le aspettative dei cittadini sono chiare: vogliono dire la loro sul futuro dell’Europa, sulle questioni che incidono sulla loro vita. La nostra promessa di oggi è altrettanto chiara: noi li ascolteremo. E poi agiremo.” Infine, il Primo Ministro portoghese Costa ha definito la convocazione della Conferenza “un messaggio di fiducia e speranza per il futuro che inviamo gli europei. Fiducia nel fatto che riusciremo a superare la pandemia e la crisi; speranza nel fatto che, insieme, riusciremo a costruire un’Europa equa, verde e digitale”.

L’Unione europea è stata dichiarata una “zona di libertà LGBTIQ”

EUROPA di

Il Parlamento europeo ha dichiarato l’Unione europea una “zona di libertà LGBTIQ”. La risoluzione adottata dagli eurodeputati giovedì 11 marzo è una importante risposta all’arretramento sui diritti LGBTIQ in alcuni Stati membri dell’Unione, tra cui Polonia e Ungheria. In particolare, la dichiarazione del Parlamento europeo vuole contrastare le oltre 100 zone esenti dalla comunità in questione presenti in Polonia, tutelandola dalle crescenti discriminazioni e dagli attacchi che si trova a subire. Infine, il Parlamento europeo ha esortato la Commissione UE ad usare tutti gli strumenti in suo potere per porre rimedio alle violazioni dei diritti fondamentali delle persone LGBT+, perché tutte le persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, hanno il diritto di vedere rispettati e protetti i propri diritti fondamentali.

La Polonia e le “zone libere da LGBTI”

Nel corso del 2019 le misure di discriminazione nei confronti della comunità di gay, lesbiche, trans e queer sono notevolmente aumentate in Polonia, fino ad arrivare al proprio apice: decine di città, circa 80 amministrazioni comunali, si sono proclamate città libere dall’ideologia LGBTI. Tramite delle circolari, i governi locali sono stati invitati ad astenersi dall’intraprendere qualsiasi azione che incoraggi il rispetto verso tale comunità, evitando anche di fornire assistenza finanziaria a tutte quelle ONG che lavorano per promuovere la parità di diritti.

In risposta a tale politica vi sono state numerose manifestazioni e marce in difesa dei diritti delle persone gay, lesbiche, trans e queer: le crescenti intimidazioni contro la comunità non hanno certo fermato quella parte di popolazione pronta a riconoscere, tutelare e rispettare i diritti altrui. Tuttavia, sono numerose le città che hanno aderito a questa campagna, tanto da destare una forte preoccupazione nelle istituzioni europee. Già nel 2019 il Parlamento europeo si era espresso con una risoluzione esortando le autorità polacche a revocare gli atti che attaccano i diritti delle persone LGBTIQ, monitorando anche in che modo vengono utilizzati i finanziamenti comunitari.

La risoluzione del Parlamento europeo

492 voti favorevoli, 141 contrari (tra cui vi è un alto numero di eurodeputati italiani) e 46 astensioni: questi i numeri dell’Eurocamera giovedì 11 marzo. Il Parlamento europeo ha adottato la risoluzione con una larga maggioranza, dichiarando l’Unione europea una zona di libertà LGBTIQ in risposta alle misure polacche contro la comunità di persone gay, lesbiche, trans e queer. Gli eurodeputati hanno infatti dichiarato che le zone franche istituite dai governatori locali polacchi rientrano comunque nel contesto nazionale, nel quale la comunità LGBTIQ è sempre più soggetta ad un aumento di attacchi discriminatori e ad un odio crescente da parte delle autorità pubbliche e dei media filogovernativi. A dimostrazione di ciò, tra le altre cose, ci sono anche i numerosi arresti avvenuti proprio durante le marce del Pride.

Il Parlamento europeo ha anche invitato la Commissione europea ad agire in tal senso. La Commissione, in primo luogo, ha respinto le domande di finanziamento europeo nell’ambito del suo programma di gemellaggio tra le città polacche che hanno dichiarato le zone franche. Tuttavia, secondo i membri del Parlamento, la Commissione dovrebbe attivare le procedure di infrazione con l’articolo 7 del trattato sull’UE, nonché il regolamento adottato sulla protezione del bilancio UE e il rispetto dello stato di diritto. L’obiettivo è, dunque, porre rimedio alle violazioni dei diritti fondamentali della comunità di gay, lesbiche, trans, queer nell’Unione europea.

La decisione dell’11 marzo del Parlamento europeo è fortemente simbolica anche perché segue di poche ore l’ennesima decisione del governo polacco in contrasto alla comunità in questione. Il governo polacco ha infatti proposto di vietare l’adozione per le coppie omosessuali: formalmente è già vietato, ma rimane possibile per i genitori single. Se venisse approvata tale legge, le autorità polacche potrebbero indagare sulla vita privata delle persone single per accertarsi che non siano coinvolte in una relazione omosessuale: se così fosse, le autorità potrebbero perseguire penalmente le persone coinvolte. Si tratta di una ulteriore misura che viola i diritti e le libertà fondamentali di numerose persone, rimesse al giudizio delle autorità locali senza poter essere libere di essere ciò che si vuole.

Oltre alla Polonia, viene fatta una menzione anche all’Ungheria: nel novembre 2020, la città ungherese di Nagykáta ha adottato una risoluzione che vieta la diffusione e la promozione della propaganda LGBTIQ. Dopo qualche settimana, il parlamento ungherese ha adottato degli emendamenti costituzionali volti a limitare i diritti di tali persone, limitando il loro diritto ad una vita familiare e non tenendo conto dell’esistenza di diverse categorie di persone, quali le persone transgender.

Per gli eurodeputati, “chiunque dovrebbe godere delle libertà di vivere e mostrare pubblicamente il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere senza temere intolleranza, discriminazione o persecuzione”. In particolare, il compito delle autorità non è di fomentare tali pratiche, ma di proteggere e promuovere l’uguaglianza dei diritti fondamentali di tutti, senza discriminazioni.

Flaminia Maturilli
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