GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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L’Africa Occidentale verso una moneta unica nel 2027

AFRICA di

In occasione del vertice annuale tenutosi il 19 giugno scorso, i 15 membri della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS), hanno adottato una nuova tabella di marcia per l’adozione di una moneta comune, con l’obiettivo di promuovere l’integrazione economica tra i paesi dell’Africa occidentale, prevedendone il lancio ufficiale entro il 2027.

Nella nuova Roadmap i capi di Stato, riuniti ad Accra, in Ghana, hanno tracciato il cammino da percorrere verso l’introduzione della nuova valuta comune dal nome “Eco”, da parte del blocco formato da Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone e Togo. 

Le origini del progetto

Occorre notare che, in realtà, i piani di introduzione di una moneta comune sono in lavorazione almeno dal 2000, e che l’idea di creare una valuta unica è stata avanzata, per la prima volta, in un momento ancora più risalente nel tempo, precisamente nel 1982, a seguito della creazione dell’ECOWAS. Passi più concreti verso un’effettiva convergenza monetaria sono stati poi stati ritardati più volte, nel 2005, nel 2010, nel 2014 e, da ultimo, nel 2020.

L’Eco

Il progetto dell’Eco dura, almeno programmaticamente, dal 2015 ed è nato all’interno di una associazione di Stati più ristretta dell’ECOWAS, la cosiddetta WAMZ, West African Monetary Zone, che si compone di Gambia, Ghana, Guinea, Liberia, Nigeria, Sierra Leone. La nuova moneta unica, ancorata all’euro secondo un sistema di tasso di cambio fisso, doveva entrare in vigore nel 2020 ma, le grandi difficoltà economiche e sociali, aggravate dalla pandemia da Covid-19, hanno reso necessario un nuovo rinvio del progetto. Di pari passo è seguita la sospensione del processo di attuazione del Patto di convergenza, e la definizione di altri aspetti implementativi.

Difficoltà di realizzazione

Un altro ostacolo per la realizzazione del progetto della moneta unica africana risiede nel fatto che la maggioranza dei Paesi occidentali del continente utilizzano il franco CFA, una controversa valuta creata nel 1945 dalla Francia, ancorata all’euro e garantita dal Tesoro francese. Infatti, il meccanismo del Franco CFA prevede che gli Stati aderenti depositino il 50% delle loro riserve esterne presso il tesoro francese.  Per aderire all’Eco, quindi, detti paesi dovrebbero “divorziare” dal Ministero del Tesoro di Parigi, con molteplici risvolti economici e politici, relativi soprattutto al rapporto con l’ex potenza coloniale.

Ad oggi, sette membri dell’ECOWAS hanno le proprie valute, mentre i restanti otto paesi utilizzano il franco CFA. L’obiettivo del percorso di adozione di una moneta unica, se effettivamente realizzato, sarà quindi in grado di mutare gli equilibri interni al continente, rappresentando un forte cambiamento di rotta nel rapporto con l’ex potenza coloniale.

La nuova Roadmap

Ad Accra, nel giugno scorso, il progetto riparte, prevedendo un percorso in tempi medi e graduale. In una prima fase, all’Eco aderiranno quei Paesi che hanno una propria moneta, mentre in una seconda fase, ma comunque entro il 2027, si inseriranno anche i Paesi dell’UEMOA (Union Économique et Monétaire Ouest-Africaine) che adottano il franco CFA e cioè Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo.

Il progetto riprende il suo cammino ma le difficoltà non sono poche, prima fra tutte l’ostilità della Nigeria, che rappresenta da sola il 70% del PIL dell’ECOWAS, e che nutre una certa diffidenza verso un ancoraggio della sua economia a quella dei fragili Paesi vicini. 

Il presidente del Ghana Nana Akufo-Addo, in questo momento alla guida dell’ECOWAS, ha manifestato invece ottimismo sulla possibilità di rispettare la nuova tabella di marcia e raggiungere lo storico obiettivo della moneta unica, un passaggio non di poco conto per le sue implicazioni economiche e politiche all’interno del continente. 

 

L’UE ha una legge europea sul clima

EUROPA di

L’Unione europea, dopo mesi di riunioni, negoziati, votazioni e accordi, ha finalmente una legge europea sul clima. Dopo l’accordo politico raggiunto tra Consiglio e Parlamento europeo lo scorso 21 aprile, il PE ha adottato, in prima lettura, la legge europea sul clima il 24 giugno 2021. Qualche giorno dopo, il 28 giugno, il Consiglio ha adottato la sua posizione, concludendo la procedura di adozione dell’atto. In conclusione, il 30 giugno è arrivata la firma finale delle istituzioni europee, necessaria per pubblicare la legge in Gazzetta Ufficiale. La legge rientra nel più ampio Pacchetto Clima della Commissione europea, il cui lancio è atteso per il prossimo 14 luglio. La volontà iniziale di rendere l’UE climaticamente neutra, divenuta poi una promessa, è oggi un obbligo vincolante dell’Unione europea. “L’EU Green Deal sta diventando realtà”, ha affermato il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

L’approvazione del Parlamento europeo

Con 442 voti favorevoli, 203 contrari e 51 astensioni, il 24 giugno il Parlamento europeo ha approvato, in via definitiva, la legge sul clima. Lo scorso 21 aprile il Parlamento europeo ha raggiunto un accordo politico con gli Stati membri in sede di Consiglio in merito a tale legge. Circa due mesi dopo, approvando la legge, il PE ha reso un obbligo vincolante quella che prima era solo una volontà politica, vale a dire raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.

L’adozione del Consiglio

Il 28 giugno il Consiglio ha adottato, in prima lettura, la sua posizione sulla normativa europea sul clima, concludendo la procedura di adozione dell’atto. Sin dall’inizio del processo legislativo, il Consiglio si era detto favorevole ad un’UE a impatto climatico zero entro il 2050, riconoscendo anche la necessità di garantire un quadro favorevole per tutti gli Stati membri e con gli adeguati strumenti, incentivi, investimenti. L’obiettivo, dunque, era di assicurare una transizione efficiente in termini di costi, giusta, equilibrata ed equa. Questo è quanto prevede la nuova legge sul clima.

Cosa prevede la legge

In particolare, la normativa prevede un aumento dell’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas climalteranti per il 2030 dal 40% al 55% rispetto ai livelli del 1990 e poi, dal 2050 a seguire, l’UE punterà a emissioni negative. Per il 2040, la Commissione europea presenterà una proposta per un ulteriore obiettivo entro sei mesi dopo la prima revisione globale dell’Accordo di Parigi, prevista per il 2023. La Commissione pubblicherà la quantità di emissioni di gas serra che l’UE può emettere fino al 2050 rispettando gli impegni europei nell’ambito dell’accordo, fornendo una proiezione del bilancio indicativo per i gas a effetto serra per il periodo 2030-2050 (carbon budget). Inoltre, ogni cinque anni, la Commissione UE valuterà i progressi fatti da tutti i paesi europei, accompagnandoli verso la neutralità climatica entro il 2050. Al fine di garantire che, di anno in anno, vengano compiuti gli sforzi sufficienti a ridurre e prevenire le emissioni, la normativa introduce un limite di 225 milioni di tonnellate di CO2 equivalente al contributo degli assorbimenti a tale obiettivo.

Il passaggio da volontà politica a obbligo vincolante per quanto concerne la neutralità climatica è di fondamentale importanza poiché permette a cittadini e imprese di avere una certezza giuridica e una maggiore prevedibilità per pianificare la transizione ecologica prevista dal Green Deal europeo prima e dal Next Generation EU poi.

Una volta constatata la volontà politica e l’obbligo vincolante, ci si è resi conto che per raggiungere gli obiettivi si dovranno fare importanti passi avanti dal punto di vista scientifico e ambientale. Per questo, sarà istituito un Comitato consultivo scientifico europeo sul cambiamento climatico, con l’obiettivo di garantire una consulenza scientifica e monitorare i progressi della politica europea presentando relazioni in merito alle misure dell’UE, agli obiettivi climatici e ai bilanci per i gas a effetto serra. Inoltre, la Commissione europea ha intenzione di avviare dialoghi con i comparti economici che si occuperanno di elaborare tabelle di marcia indicative per raggiungere gli obiettivi previsti entro il 2050.

La cerimonia di firma e i prossimi step

Il 30 giugno si è svolta a Bruxelles, presso la sede del Parlamento europeo, la cerimonia di firma della legge europea sul clima. Il ministro per l’ambiente portoghese Joao Pedro Matos Fernandes – in virtù della presidenza portoghese del Consiglio, cessata proprio il 30 giugno – il presidente della commissione ambiente del PE Pascal Canfin e il presidente del Parlamento europeo David Sassoli hanno preso parte a tale evento firmando simbolicamente la legge approvata dal Parlamento e adottata dal Consiglio. “Con la firma della Legge europea sul clima oggi trasformiamo la promessa che l’Ue diventerà climaticamente neutra entro il 2050 in un obbligo vincolante”, così il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. “L’EuGreenDeal sta diventando realtà. Il Parlamento europeo è pronto a lavorare sul pacchetto ‘Fit for 2030’ il prima possibile”, ha aggiunto Sassoli.

Apposta la firma, il regolamento verrà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea ed entrerà in vigore tra circa 20 giorni. Inoltre, la Commissione europea prevede di presentare una serie di proposte – circa 11 proposte legislative – che tradurranno i target della legge in normative settoriali e specifiche, il 14 luglio 2021.

Il braccio di ferro tra Unione europea e Ungheria sui temi LGBT

EUROPA di

Negli ultimi giorni il governo ungherese ha acquistato pagine pubblicitarie su diversi giornali europei di orientamento conservatore per criticare l’Unione Europea e illustrare «le proposte dell’Ungheria» per il futuro dell’Unione. Il gesto simbolico è stata una risposta alle critiche che l’Ungheria ha ricevuto nelle ultime settimane in seguito all’approvazione della contestata legge che vieta di affrontare temi LGBT in contesti pubblici frequentati dai minori. Contro la legge i rappresentanti di 14 Stati membri dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, hanno firmato un documento congiunto di condanna, il quale si è posto alla base delle discussioni avviate nell’ambito dell’ultimo Consiglio europeo: le forti critiche provenienti dagli altri Stati membri dell’UE, tuttavia, rischiano di non avere un impatto rilevante.

La contestata legge ungherese

Il 15 giugno il Parlamento ungherese ha approvato una legge che paragona di fatto l’omosessualità alla pedofilia e che impedirà di affrontare temi LGBT in contesti pubblici frequentati dai minori. Il giorno precedente più di 5mila persone si erano riunite davanti al Parlamento di Budapest per chiedere al governo di non approvare la legge, sostenendo che avrebbe limitato ulteriormente i diritti della comunità LGBT in un paese già ostile agli omosessuali. Tutti i partiti di opposizione, tranne i neofascisti di Jobbik, hanno boicottato la votazione, ritenendo che il contenuto della legge fosse «discriminatorio» e «diffondesse l’odio». Tuttavia, la legge in questione è stata approvata senza criticità, con 152 voti favorevoli su 199.

La proposta di legge era stata presentata dal partito di estrema destra Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán, che detiene la maggioranza assoluta in Parlamento. Ufficialmente ha lo scopo di tutelare i bambini dalla pedofilia, ma nella sostanza vieterà alle associazioni legate alla comunità LGBT di promuovere i propri programmi educativi e di diffondere informazioni sull’omosessualità o sulla possibilità di richiedere un intervento chirurgico per la riassegnazione del sesso. Inoltre, con la nuova legge sarà possibile vietare o censurare libri per ragazzi che parlano apertamente di omosessualità; non sarà permessa nemmeno la diffusione di campagne pubblicitarie in favore dell’inclusione nei confronti della comunità LGBT+, come quella realizzata da Coca Cola nel 2019 proprio in Ungheria; secondo il canale televisivo RTL Klub Hungary, in aggiunta, anche serie tv come Friends o film come Billy Elliot e Harry Potter, in cui si parla di omosessualità, potrebbero essere mostrati in seconda serata o vietati ai minori.

La reazione dell’UE

Il 23 giugno dopo una lunga discussione, i rappresentanti di 14 paesi membri dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, hanno firmato un documento congiunto in cui condannano la nuova legge ungherese definendola «una evidente forma di discriminazione». Formalmente la discussione sulla nuova legge ungherese è stata inserita nell’ambito della procedura disciplinare avviata nei confronti dell’Ungheria circa tre anni fa in applicazione dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona, che permette alla maggioranza degli stati membri di punire uno stato che violi i valori dell’articolo 2 del Trattato, cioè «il rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e dei diritti umani».

Nel dettaglio la dichiarazione è stata firmata da Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Svezia e Italia: inizialmente l’Italia non aveva aderito, in attesa di chiarimenti da parte dell’Ungheria, ma poi si è aggiunta agli altri stati.

La dichiarazione è giunta in un contesto caratterizzato da ampi dibattiti e polemiche: in particolare, il giorno precedente, vi erano state ampie critiche nei confronti della decisione della UEFA di vietare all’amministrazione comunale di Monaco di Baviera di illuminare, in maniera simbolica, con i colori dell’arcobaleno l’Allianz Arena, lo stadio di Monaco, in occasione della partita degli Europei di calcio tra Germania e Ungheria. La UEFA aveva spiegato che l’illuminazione sarebbe rientrata in un «contesto politico», in contrasto con la sua linea neutrale.

La questione ungherese è stata altresì centrale il 25 giugno, quando i capi di stato e di governo dell’Unione Europea si sono riuniti nell’ambito del Consiglio Europeo a Bruxelles. La maggior parte dei leader ha criticato il primo ministro ungherese Viktor Orbán: alcuni lo hanno invitato a uscire dall’Unione e altri hanno minacciato di bloccare i fondi comunitari diretti all’Ungheria. Benché i toni siano stati piuttosto forti, rischiano tuttavia di non ottenere risultati rilevanti: la legge, come ha ricordato lo stesso Orbán durante il Consiglio europeo, è già stata approvata e l’Unione europea difficilmente riuscirà a trovare l’unanimità per ricorrere a misure drastiche. La Commissione Europea potrebbe chiedere l’intervento della Corte europea dei diritti dell’uomo per bloccare la legge, ma i tempi rischiano di essere molto lunghi.

La pubblicità ai danni dell’Unione europea

«A Bruxelles vogliono costruire un superstato per il quale nessuno ha dato l’autorizzazione»; L’integrazione «è un mezzo, non un fine»; bisogna eliminare dai trattati dell’Unione Europea l’obiettivo di «un’Unione sempre più stretta fra i popoli d’Europa»; le decisioni devono essere prese dai parlamentari eletti «e non dalle ong». Queste sono solo alcune delle dichiarazioni contenute nelle pagine pubblicitarie di diversi giornali europei di orientamento conservatore, con lo stemma del governo ungherese e la firma del primo ministro Viktor Orbán, acquistate dal governo magiaro nelle ultime settimane per screditare l’Unione europea e presentare “le proposte dell’Ungheria”. 

Solo due giornali belgi, da quanto si è appreso, hanno deciso di non pubblicare la pubblicità del governo ungherese: De Standaard, in lingua olandese, e La Libre Belgique, in lingua francese. Il primo ha spiegato di non poter accettare che un governo possa sostenere assunti falsi semplicemente pagando ed eludendo il filtro del giornalismo; il secondo ha, invece, risposto al governo ungherese con un’intera pagina del giornale occupata da una bandiera arcobaleno, simbolo della comunità LGBT+, con al centro i colori della bandiera dell’Ungheria e la scritta “Caro Viktor Orbán, le leggi non dovrebbero mai fare distinzioni tra forme di amore”.

Il via libera definitivo ai Green pass europei

EUROPA di

Il Parlamento europeo ha approvato definitivamente i cosiddetti “Green pass” che, dal primo luglio, permetteranno di circolare all’interno dell’Unione Europea senza particolari restrizioni, purché venga attestata almeno una di tre diverse condizioni: l’avvenuta vaccinazione, un recente risultato negativo ai test per il Covid-19, l’avvenuta guarigione dal virus. Il sistema di certificazione, che dovrà essere adottato formalmente anche dal Consiglio Europeo per essere ufficiale, resterà in vigore per 12 mesi. I certificati saranno rilasciati gratuitamente dalle autorità nazionali e saranno disponibili in formato digitale o cartaceo con un codice QR. Facilitare la libera circolazione e contribuire all’eliminazione graduale e coordinata delle restrizioni: questi gli obiettivi che si pongono alla base del regolamento approvato dal Parlamento europeo.

Il certificato Covid digitale dell’UE

Il 9 giugno, il Parlamento europeo riunito in seduta plenaria, ha completato l’iter legislativo relativo al “certificato COVID digitale dell’UE”, il cosiddetto “Green pass”, approvando il sistema che permetterà di circolare senza particolari restrizioni all’interno dell’Unione Europea. Il sistema si applicherà dal 1° luglio 2021 e resterà in vigore per 12 mesi.

Il documento attesterà che una persona è stata vaccinata contro il Covid-19 o ha effettuato un test recente con esito negativo o che è guarita dal virus. In pratica, si tratta di tre certificati distinti: un quadro comune dell’UE li renderà compatibili e verificabili in tutto il territorio dell’Unione europea, oltre a prevenire frodi e falsificazioni.

Il certificato sarà rilasciato gratuitamente dalle autorità nazionali e sarà disponibile in formato digitale o cartaceo con un codice QR. Gli Stati membri sono tenuti, dunque, a realizzare un’infrastruttura adeguata al rilascio e alla verifica; essi potranno optare per modalità centralizzate di distribuzione dei certificati, oppure affidare il compito ai centri dove si effettuano le vaccinazioni e i test per rilevare l’eventuale positività al coronavirus ovvero agli operatori sanitari che verificano la guarigione dal Covid-19.

Durante i negoziati tra le istituzioni europee, gli eurodeputati hanno ottenuto un accordo grazie al quale gli Stati dell’UE non potranno imporre ulteriori restrizioni di viaggio ai titolari di certificati – come quarantena, autoisolamento o test – “a meno che non siano necessarie e proporzionate per salvaguardare la salute pubblica”.  Si dovrà tenere conto delle prove scientifiche, “compresi i dati epidemiologici pubblicati dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC)”. Le misure dovranno essere notificate, se possibile, con 48 ore di anticipo agli altri Stati membri e alla Commissione, mentre le persone interessate dovranno ricevere un preavviso di 24 ore.

Test, vaccini e protezione dei dati

Con riguardo ai vaccini, nell’ambito del regolamento approvato dal Parlamento si chiarisce che tutti gli Stati membri dell’Unione dovranno accettare i certificati di vaccinazione rilasciati in altri paesi membri per i vaccini autorizzati dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA); essi potranno decidere se accettare anche i certificati per altri vaccini autorizzati secondo le procedure nazionali o per i vaccini elencati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l’uso d’emergenza. Relativamente ai test, invece, i Paesi dell’UE sono incoraggiati a garantire che abbiano prezzi abbordabili e siano ampiamente disponibili; su richiesta del Parlamento, la Commissione europea si è impegnata a mobilitare 100 milioni di euro per consentire agli Stati membri di acquistare test per il rilascio di certificati di test digitali Covid dell’UE.

Inoltre, al fine di consentire l’interoperabilità, cioè lo scambio dei dati tra i vari paesi, la Commissione ha istituito e gestirà un “gateway” per raccogliere le “chiavi pubbliche” dei certificati. I dati sanitari dei cittadini rimarranno comunque nei rispettivi paesi e non saranno trasmessi e conservati in alcun modo; i certificati saranno verificati offline e, in generale, tutti i dati personali dovranno essere trattati in linea con il regolamento generale sulla protezione dei dati.

Prossime tappe e dichiarazioni

Il testo del regolamento relativo ai Green pass dovrà ora essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, per l’entrata in vigore e l’applicazione immediata dal 1° luglio 2021.

“Oggi il Parlamento ha dato il via al ripristino della libera circolazione e a uno Schengen pienamente funzionale, mentre continuiamo a combattere questa pandemia” ha dichiarato il relatore e presidente della commissione per le libertà civili, Juan Fernando López Aguilar, dopo l’approvazione da parte del Parlamento europeo.

Diddier Reynders, il Commissario europeo alla giustizia, nel corso della plenaria dell’Europarlamento, ha, invece, ricordato che “il regolamento sottolinea l’importanza di test universali e accessibili per tutti i cittadini, soprattutto per le persone che attraversano le frontiere quotidianamente. E per sostenere questi sforzi la Commissione europea si è impegnata a mobilitare 100 milioni di euro per i test necessari al rilascio del certificato”.  

La Commissione europea approva il PNRR italiano da 191,5 Mld€

EUROPA di

Il 22 giugno 2021 la Commissione europea ha adottato una valutazione positiva del PNRR – Piano nazionale per la ripresa e la resilienza dell’Italia da 191,5 miliardi di euro. La presidente della Commissione Von der Leyen, in visita a Roma, ha consegnato al Presidente del Consiglio Draghi le conclusioni della Commissione europea sul piano di investimenti italiano, annunciando l’approvazione ufficiale in una conferenza stampa congiunta. Il PNRR italiano è stato approvato quasi a pieni voti, ottenendo dieci “A” e una “B”, un punteggio leggermente più basso per i costi del piano. Il piano prevede l’erogazione di 68,9 miliardi di euro di sovvenzioni e 122,6 miliardi di euro di prestiti, essenziali per aiutare l’Italia ad uscire dalla pandemia di Covid-19.

Il PNRR

Il PNRR – Piano nazionale di ripresa e resilienza – è il documento che ogni Stato membro dell’UE ha dovuto preparare per avere accesso ai fondi del Next Generation EU, lo strumento previsto dall’Unione per la ripresa dalle crisi economica, sanitaria e sociale a seguito della pandemia Covid-19. Il PNRR è il documento centrale per ogni Stato membro in quanto, per accedere ai fondi messi a disposizione dall’UE, ogni Stato ha dovuto lavorare su un pacchetto coerente di riforme e investimenti per il periodo 2021-2026, fornendo dettagli circa i progetti e le misure previste.

In Italia, l’iter di scrittura e approvazione del PNRR è stato piuttosto lungo ed ha visto anche un passaggio di consegne tra il governo Conte II e il governo Draghi. Di concerto con il Comitato interministeriale per gli Affari Europei, la task force della Commissione europea e il Parlamento italiano, il governo Draghi ha riscritto e discusso il Piano, fino ad inviarlo, il 30 aprile 2021, alla Commissione europea, per sottoporlo alla sua approvazione.

Il contenuto del PNRR e l’approvazione della Commissione

La Commissione europea, nel valutare e poi approvare il piano nazionale, ha preso in considerazione molteplici criteri stabiliti nel regolamento sul dispositivo per la ripresa e resilienza. In particolare, ha valutato se gli investimenti e le riforme esposti nel piano italiano sostenessero la transizione verde e digitale, se contribuissero a risolvere le criticità individuate e se rafforzassero il potenziale di crescita, la creazione di posti di lavoro e la resilienza economica e sociale italiana.

L’approvazione, dunque, è giunta dopo aver constatato che il piano dell’Italia dedica il 37% della spesa totale a misure di sostegno agli obiettivi climatici; il 25% della dotazione del piano va a favore della transizione digitale in generale, con particolare attenzione alla digitalizzazione della pubblica amministrazione, della sanità, della giustizia e dell’istruzione. In generale, il piano prevede un’ampia gamma di riforme e investimenti nell’ambito delle principali sfide economiche e sociali per l’Italia di oggi: aumentare la sostenibilità delle finanze pubbliche e la resilienza del settore sanitario; rendere più efficaci le politiche attive del mercato del lavoro; ridurre le disparità regionali; accrescere l’efficacia della PA e del sistema giudiziario; migliorare il contesto imprenditoriale ed eliminare gli ostacoli alla concorrenza.

In definitiva, si considera il piano presentato come una risposta completa ed equilibrata alla situazione economica e sociale dell’Italia, con sistemi di controllo adatti a proteggere gli interessi finanziari dell’Unione e prevenire conflitto di interesse, corruzione e frode. Per questo, si ritiene che il piano soddisfi i criteri previsti dalla Commissione, ottenendo dieci A e una B, quasi il massimo dei voti.

Quanto ai prossimi step, i ministri dell’Economia si riuniranno in sede Ecofin il 13 luglio e dovranno approvare i piani presentati dai paesi membri UE, votando a maggioranza qualificata. Dopodiché, si potrà procedere con l’emissione della prima tranche di prefinanziamenti, del valore di circa 25 miliardi di euro per l’Italia.

Von der Leyen e Draghi insieme a Cinecittà

Ursula Von der Leyen e Mario Draghi, rispettivamente la Presidente della Commissione europea e il Presidente del Consiglio dei ministri italiano, si sono incontrati il 22 giugno a Roma, nel simbolico luogo di Cinecittà, in occasione della consegna della pagella del PNRR italiano e, dunque, della sua approvazione.

In tale occasione, i due presidenti hanno tenuto una conferenza stampa congiunta. “È una giornata di orgoglio per il nostro Paese” – questa l’apertura di Mario Draghi – “Abbiamo messo insieme un piano di riforme ambizioso, un piano di investimenti che punta a rendere il nostro paese – l’Italia – un Paese più giusto, più competitivo e più sostenibile nella sua crescita. Lo abbiamo fatto con il sostegno decisivo delle forze politiche, degli enti territoriali e delle parti sociali, a cui va il mio sentito ringraziamento. E con una costante proficua interlocuzione con la commissione, che ringrazio nella persona della Presidente von der Leyen”. Inizia così il lungo discorso del presidente Draghi, entusiasta dei risultati ottenuti. La presidente Von der Leyen, a sua volta, ha replicato: “è un piacere essere a Roma in un momento così speciale per l’Italia e per l’Unione europea. La campagna vaccinale prosegue, così come la corsa degli Azzurri, il paese e l’economia ripartono e tornano i turisti. Sono lieta di poter condividere con voi questo momento”. “Oggi sono qui per annunciare che avete il pieno sostegno della Commissione europea” […] “Mario, questa non è la fine del percorso insieme: è solo l’inizio. Ora comincia la fase attuativa, che richiederà un grande impegno. Voglio solo ribadire che sarò al vostro fianco, che la Commissione sarà al vostro fianco, in ogni tappa di questo ambizioso cammino verso il futuro”. Ha concluso così la Von der Leyen, consegnando la valutazione positiva della Commissione nelle mani del presidente Draghi.

Jihadismo nel Sahara: «Una seria minaccia alla sicurezza del Marocco»

AFRICA di

 Nel novembre del 2020 il Fronte Polisario, ha fatto sapere al governo marocchino di Re Mohamed VI la sua intenzione di riprendere la lotta armata per ottenere l’indipendenza del Sahara dal Marocco. A dare l’annuncio è stato un giovane membro del Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, tale Salmi Gailani, giovane marocchino, che da anni risulta residente in Spagna, il quale spiega che i motivi per i quali il Fronte Polisario intende riprendere la lotta armata sono riconducibili ad una violazione messa in atto dal governo di Rabat sugli accordi internazionali riguardanti il Sahara.

Nel 1991 infatti tramite la mediazione delle Nazioni Unite, venne firmato un accordo per far cessare tra il Marocco e il Fronte Polisario, il quale dal 1973 aveva dato il via ad una vera e propria strategia di guerriglia per ottenere l’indipendenza da: Marocco, Spagna e Mauritania; in tutto questo molto probabilmente godeva del sostegno del governo della vicina Algeria, la quale di fatto forni al Fronte Polisario una base operativa nell’area occidentale del paese, più precisamente a Tindouf, nella parte occidentale dell’Algeria. L’interesse dell’Algeria a questa situazione era molto probabilmente riconducibile alle grandi risorse energetiche presenti nell’area sahariana, la quale è molto ricca di materie prime come per esempio il fosfato. Con questo cessate il fuoco, le Nazioni Unite promisero al Fronte Polisario che presto sarebbe stato indetto un referendum per determinare o meno la nascita della Repubblica Democratica del Sahara, cosa che in trent’anni non è mai avvenuta. Il Marocco tuttavia non rispetto mai gli accordi presi nel 1991. Nell’ottobre dello scorso anno, la popolazione sahariana blocco dei camion che stavano transitando a Guerguerat, area di confine tra il Sahara occidentale e la Mauritania, il governo marocchino si serviva di quest’area per importare le proprie merci verso gli altri paesi africani. In seguito al blocco messo in atto dai manifestanti sahariani, il governo marocchino decise di inviare l’esercito per risolvere la situazione. La presenza dell’esercito non fece altro che causare un ulteriore dissenso nell’area; inoltre in seguito a questa risposta, il Marocco si è reso autore di una violazione degli accordi stipulati nel 1991, nei quali è specificato il divieto dell’utilizzo di forze militari da parte di entrambe le parti. L’attuale sovrano del Marocco Re Mohamedd VI ci tenne a fare sapere la volontà del governo marocchino di mantenere gli accordi presi nel 1991, tuttavia ha ribadito la sua volontà di intervenire militarmente, qualora il Fronte Polisario dovesse tornare a costituire nuovamente una minaccia per la sicurezza del paese. A fornire un’altra valida spiegazione su questa nuova tensione è stato il Professore Jacob Mundy dell’Università di Colgate, il quale dichiarò che«Nel 2016 il Marocco ha cercato di aprire la strada che collega l’ultimo posto di blocco al confine con la Mauritania, che passa attraverso il muro difensivo, nella “zona cuscinetto” dell’Onu e tecnicamente sotto il controllo del Polisario anche se la loro presenza amministrativa è stata minima. Il Polisario si è fortemente opposto a questa costruzione vista come sforzo marocchino per ribadire la propria presenza e di fatto per aumentare il commercio tra il Marocco, il Sahara Occidentale occupato e l’Africa occidentale. Lo spazio tra l’ultimo posto di blocco marocchino, il muro militare e poi il primo posto di blocco mauritano, dall’altra parte, si chiamava “terra di nessuno” perché era abbastanza pericolosa da attraversare per via delle mine. Gli accordi Onu vietano questo tipo di progetti di infrastrutture. Per il Fronte la cosa insostenibile è stata che cadesse in una sua parte di territorio» . Lo stesso Gailani annunciò che di fatto i governi spagnolo e marocchino, cosi come le Nazioni Unite, avevano del tutto dimenticato l’esistenza del Fronte Polisario, il quale per la ripresa di questo conflitto sta raccogliendo il consenso anche di molti giovani, molti dei quali residenti all’estero, i quali potrebbero fare ritorno in patria per aderire alla causa sahariana. La questione della ripresa dei conflitti sulla questione sahariana dovrebbe essere presa seriamente dal mondo occidentale e dalle Nazioni Unite, in quanto c’è il forte rischio che gruppi terroristici di matrice jihadista potrebbero infiltrarsi all’interno del Fronte Polisario. Tutto ciò sarebbe oltremodo favorito dalla vicinanza del Sahara con due paesi nei quali negli ultimi anni è stata riscontrata una forte presenza di gruppi jihadisti ovvero: il Mali e la Mauritania. In questi paesi risulterebbe attiva un organizzazione terroristica legata ad Al Qaeda, meglio conosciuta come AQMI (Al Qaeda nel Maghreb Islamico) organizzazione nella quale sono confluiti molti membri del Fronte Polisario subito dopo la fine delle ostilità col governo marocchino. Con la ripresa del conflitto non è da escludere che molti ex membri del Fronte Polisario potrebbero rientrare nel paese per sostenere la causa sahariana, tuttavia sarebbe da verificare la disponibilità dell’AQMI ad impegnarsi attivamente la causa sahariana, in quanto l’alleanza con il Fronte Polisario gli garantirebbe la possibilità di installare basi in Marocco. Dall’altra parte, il Fronte Polisario guadagnerebbe molto dal punto di vista della visibilità e dell’ideologia . Inoltre nell’ultimo periodo anche l’ISIS ha manifestato il proprio interesse alla questione del Sahara. Nel 2018 l’allora leader dello Stato Islamico Abu Bakr al-Bagdadi, affiliò allo Stato Islamico diversi gruppi jihadisti presenti sul territorio africano, tra questi vi è l’ISGS – Islamic State in the Greater Sahara, alla cui guida vi è l’emiro Adnan Abu Walid al-Sahrawi, un sahariano, che durante gli anni del conflitto tra il Fronte Polisario e il governo marocchino, fece parte dell’ Esercito popolare di liberazione saharawi, il braccio armato del Fronte Polisario. Dopo il cessate il fuoco stipulato tra quest’ultimo e il governo marocchino, al-Sahrawi trascorse molto tempo tra in Mali, luogo nel quale molto probabilmente prese contatto con gruppi jihadisti presenti nel paese. Lo Stato Islamico del Grande Sahara, potrebbe costituire una grave minaccia per la sicurezza internazionale e per il paese marocchino, in quanto stiamo parlando di un organizzazione che negli ultimi anni ha accolto nei propri ranghi molti seguaci, inoltre ha già dimostrato una certa abilità anche nel compiere attentati terroristici, tra i più clamorosi vi è quello messo in atto dalla formazione jihadista nel villaggio di Togo Togo in Niger, in questo attentato vennero uccisi anche dei militari degli Stati Uniti d’America. Senza contare che il gruppo jihadista in accordo col Fronte Polisario, potrebbe scegliere di mettere in atto numerosi attentati terroristici contro il governo marocchino al fine di ottenere l’obbiettivo prefissato, ossia l’indipendenza del Sahara . Giuseppe Giliberto

La Corea del Sud corre ai ripari contro i cambiamenti climatici

ASIA PACIFICO di

Dopo la vittoria elettorale del Partito Democratico della Corea del Sud, il presidente Moon Jae-in ha ridato impulso all’agenda sui cambiamenti climatici, messa in discussione durante il periodo di crisi.

Il presidente ha infatti approvato la politica sui cambiamenti climatici, soprannominata Green New Deal della Corea del Sud, grazie alla fiducia ottenuta dal governo nel mese di marzo.  

Dal nome fortemente evocativo, il “Green New Deal” si ispira alle politiche di lotta al cambiamento climatico dell’Europa e degli Stati Uniti per un’agenda trasformativa verso la sostenibilità ambientale.

Il piano d’azione annunciato dal governo include un investimento su larga scala nelle energie rinnovabili, l’eliminazione graduale delle attività inquinanti e dei finanziamenti sul carbone, una nuova tassa sull’anidride carbonica e un obiettivo di emissioni nette pari a zero entro il 2050.

Questi obiettivi ambiziosi si scontrano tuttavia con una realtà molto meno affascinante. Il paese infatti è attualmente il nono più grande inquinatore di anidride carbonica al mondo, con emissioni di Co2 pari a 11,98 tonnellate per capita (sulla base di una popolazione di 51.225.308 nel 2019), in aumento dello 0,28 rispetto alle 11,70 tonnellate di CO2 registrate nel 2015. *

Nonostante l’impulso verso un’economia più verde, la Corea del Sud non ha ancora aggiornato i suoi sistemi energetici, che fanno affidamento in grande misura sul carbone per circa il 44 per cento del suo fabbisogno energetico attuale. Il settore delle rinnovabili non nucleari, compresi l’eolico e il solare, è sottosviluppato e ha rappresentato meno del 2% della produzione nel 2018.

Le nuove politiche messe in campo dal governo dovranno dunque confrontarsi con infrastrutture e sistemi di produzione di energia rinnovabile inesistenti o arretrati. Peraltro, anche la normativa alla base delle modifiche nel settore energetico, dovrà essere sviluppata e approfondita.

“Raggiungere questi obiettivi per la Corea del Sud sarà un compito più impegnativo rispetto a molte altre nazioni che hanno avviato già da tempo modifiche simili alla loro produzione di energia”, commenta Melissa Brown, direttore di Energy Finance Studies, presso lo Institute for Energy Economics and Financial Analysis.

Gli obiettivi attuali della Corea del Sud nell’ambito dell’accordo di Parigi si incentrano su una riduzione del 37% delle emissioni entro il 2030. Si tratta però di un impegno considerato “altamente insufficiente” (Climate Action Tracker, un consorzio indipendente che segue l’azione del governo sul clima), se si considera che il paese è il quinto importatore di carbone al mondo e il terzo investitore pubblico nelle centrali a carbone d’oltremare.

Brown afferma che le potenti imprese statali della Corea del Sud – in particolare la Korea Electric Power Corporation (KEPCO), che domina il settore energetico nazionale – non hanno saputo recepire i nuovi trend dei mercati energetici globali, che hanno visto l’eliminazione graduale dei combustibili fossili e l’accelerazione del ritiro di alcune vecchie centrali a carbone. Le vecchie infrastrutture sudcoreane sono ora a rischio di non essere redditizie o di essere dismesse anticipatamente a causa della diversificazione del mercato.

“Accecate dagli enormi ed entusiasmanti cambiamenti tecnologici, le imprese statali non li hanno saputi adattare alle nuove politiche ambientali, e ora si trovano a dover agire velocemente per non essere lasciate indietro.” continua Brown.

Intanto ad essere davvero cambiato in Asia è la percezione dei pericoli climatici. L’Asia non solo non è la regione del negazionismo climatico, ma le persone che vivono ogni giorno le conseguenze di alte concentrazioni di Co2, si sono espresse calorosamente durante le elezioni per un futuro più pulito e più verde.

Ciò avrebbe incoraggiato l’amministrazione Moon ad intraprendere azioni significative e riformatrici nel settore. Infatti, nonostante i persistenti problemi economici della crisi COVID-19, l’agenda del governo non può più ignorare le richieste dei cittadini, non dopo che un’affluenza record di elettori gli ha conferito una rara maggioranza in parlamento.

*http://www.globalcarbonatlas.org/en/CO2-emissions

Geopolitica delle elezioni presidenziali in Iran

MEDIO ORIENTE di

Si stanno svolgendo oggi venerdì 18 giugno 2021 le elezioni presidenziali per decretare chi sarà il successore di Hassan Rouhani in carica negli ultimi otto anni. Le votazioni che eleggeranno il tredicesimo presidente della Repubblica Islamica dell’Iran si svolgono sullo sfondo di una significativa crisi economica e una diffusa sfiducia pubblica nei confronti del governo. Continue reading “Geopolitica delle elezioni presidenziali in Iran” »

Bielorussia, il dirottamento del volo Ryanair e l’arresto di Roman Protasevich

EST EUROPA/EUROPA di

Domenica 23 maggio, le autorità della Bielorussia hanno dirottato un aereo della compagnia Ryanair impegnato nella rotta Atene – Vilnius costringendolo ad atterrare a Minsk, la capitale della Bielorussia, con lo scopo di arrestare un giornalista di opposizione presente in aereo. La compagnia aerea, dopo la deviazione in Bielorussia, ha affermato di aver ricevuto tale ordine a causa di una “potenziale minaccia per la sicurezza a bordo”. Dopo il controllo, tuttavia, non è emersa alcuna minaccia presente in aereo, se non la presenza del giornalista ventiseienne Roman Protasevich, poi portato via dalle autorità in quanto minaccia per la stabilità governativa. Tale gesto ha provocato la reazione di tutto l’occidente, portando l’Unione europea ad introdurre delle sanzioni contro la Bielorussia, insieme al blocco dei voli sul paese dell’Est Europa.

Cosa è successo domenica 23 maggio

Il volo Ryanair FR4978 è partito domenica 23 maggio da Atene per arrivare a Vilnius: a bordo trasportava 6 membri dell’equipaggio e oltre 130 passeggeri, tra i quali figurava il giornalista d’opposizione al regime di Lukashenko, Roman Protasevich, insieme alla sua fidanzata, Sofia Sapega. Durante il viaggio, l’aereo è stato dirottato all’aeroporto nazionale di Minsk mentre era a circa 80km a sud di Vilnius, ma ancora nello spazio aereo bielorusso. Il volo Ryanair è stato affiancato da un jet MIG-29 bielorusso che lo ha costretto a cambiare rotta, deviando di circa 200 km, e all’atterraggio a Minsk, con la scusa di presunti esplosivi a bordo. Tuttavia, una volta atterrato, le autorità bielorusse hanno smentito quanto detto sugli esplosivi ed hanno arrestato e portato via il giornalista e attivista d’opposizione Roman Protasevich, di 26 anni. La motivazione dell’arresto è la seguente: Roman Protasevich era da tempo inserito nella lista dei ricercati in quanto accusato di “attività terroristiche”; anche la fidanzata è stata messa in detenzione.

L’agenzia di stampa ufficiale bielorussa ha affermato che è stato proprio il presidente bielorusso Lukashenko ad ordinare il reindirizzamento del volo a Minsk con un caccia dell’aeronautica per motivi di “potenziale minaccia alla sicurezza”. Oltre al giornalista e alla sua fidanzata, sono stati costretti all’atterraggio anche altri tre passeggeri, agenti dei servizi segreti di sicurezza bielorussi (KGB). L’aereo è stato autorizzato a ripartire da Minsk dopo sette ore, arrivando a Vilnius con otto ore e mezza di ritardo, dopo i controlli di molti agenti di sicurezza bielorussi su tutti i passeggeri.

Chi è Roman Protasevich

Blogger, attivista e giornalista di opposizione di appena 26 anni: Roman Protasevich è stato arrestato, insieme alla sua fidanzata, in quanto accusato di “attività terroristiche” contro quello che è un vero e proprio regime autoritario. Dopo l’arresto, le autorità bielorusse hanno dichiarato di aver portato Protasevich in un centro di detenzione nella capitale bielorussa, in buone condizioni di salute. Dopodiché, è stato messo in circolazione un video in cui il giornalista afferma di essere trattato “con correttezza” e “secondo la legge”, di star bene e di non avere problemi cardiaci. Inoltre, in questo video, Protasevich afferma di aver commesso crimini punibili fino a 15 anni di detenzione. Molti osservatori, guardando il video, hanno notato in primo luogo i segni sul volto e sul collo, quale risultato di una probabile violenza fisica subita in detenzione; in secondo luogo, sembrerebbe trattarsi di un video recitato ad hoc su richiesta delle autorità bielorusse.

Roman Protasevich è considerato una minaccia per la stabilità del paese in quanto è uno dei fondatori del principale organo di informazione indipendente della Bielorussia, Nexta. Si tratta di un vero e proprio punto di riferimento per la stampa libera e indipendente, ed è diventato centrale in particolar modo dopo le elezioni – e le proteste – di agosto 2020. Attraverso il canale Telegram di Nexta, Roman Protasevich ha contribuito all’organizzazione delle più importanti proteste antigovernative svolte in Bielorussia, tra le principali mai viste contro Lukashenko. Come Protasevich stesso ha detto nel video, i suoi capi d’accusa potrebbero portargli fino a 15 anni di carcere e, se davvero fosse incriminato di terrorismo, si potrebbe anche arrivare alla pena di morte.

Le reazioni in UE

Quanto accaduto il 23 maggio ha scosso l’intera Europa: il volo pubblico dirottato per arrestare un giornalista accusato di minaccia alla stabilità e attività terroristiche ha provocato la reazione immediata dei leader europei e di Bruxelles. L’UE ha deciso di introdurre nuove sanzioni economiche contro la Bielorussia procedendo anche con il blocco dei voli: non è permesso volare sopra la Bielorussia e non è permesso alla compagnia di Stato di utilizzare gli aeroporti europei. Il gesto è stato definito “una pirateria aerea” e i leader dei paesi UE, riuniti in sede di Consiglio europeo il giorno seguente, hanno chiesto la liberazione del giornalista bielorusso e della sua compagna. Inoltre, è stata interpellata anche l’ICAO, Organizzazione internazionale per l’aviazione civile, chiedendo un’indagine approfondita.

La presidente della Commissione europea Von der Leyen ha definito l’accaduto “un attacco alla democrazia, un attacco alla libertà di espressione e un attacco alla sovranità europea”, riscuotendo consensi anche oltre oceano, con l’appoggio di Joe Biden. Anche il presidente Michel si è detto contrario, affermando “Non tolleriamo che si giochi alla roulette russa con la vita dei civili”. Per tutta risposta, il ministero degli Esteri bielorusso ha respinto le critiche europee in quanto prive di fondamento poiché, dal suo punto di vista, l’aviazione bielorussa avrebbe agito “in pieno rispetto delle regole internazionali”.

I già delicati rapporti tra l’UE e la Bielorussia potrebbero essersi definitivamente compromessi dopo quest’ultimo attacco alla democrazia e alla libertà, non rendendo affatto semplice un riavvicinamento politico e rendendo la situazione, ancora una volta, del tutto aperta.

Stop alla plastica monouso: gli orientamenti della Commissione europea

EUROPA di

Entro il 3 luglio gli Stati membri dell’Unione europea dovranno garantire che determinati prodotti di plastica monouso non siano più immessi sul mercato dell’UE: a stabilirlo è una direttiva europea che i 27 Stati membri dovranno recepire nei rispettivi ordinamenti nazionali, affinché entri in vigore per la data concordata. Al fine di facilitare un’applicazione corretta e standardizzata delle nuove norme atte a ridurre i rifiuti marini derivanti dalla plastica monouso e dagli attrezzi da pesca, il 31 maggio la Commissione europea ha fornito degli orientamenti che riportano alcune indicazioni fondamentali per il recepimento. L’obiettivo è promuovere la transizione a favore di un’economia circolare basata su modelli, prodotti e materiali innovativi e sostenibili, nel perseguimento degli obiettivi del Green Deal europeo. Non sono mancate, tuttavia, le polemiche delle parti interessate.

Contesto

Oltre l’80% dei rifiuti marini è costituito da plastica. Quest’ultima si accumula nei mari, negli oceani e sulle spiagge nell’UE e nel mondo, ponendo un grave rischio per la vita marina e la salute umana nonché per le attività economiche. L’accumulo della plastica danneggia, invero, attività come il turismo, la pesca e la navigazione e crea costi di pulizia e smaltimento.

Nell’ambito del Green Deal europeo, l’UE è impegnata nella promozione di un’economia circolare e di un uso sostenibile della plastica, a favore del riuso e del riciclo, riducendo drasticamente la creazione di rifiuti o inquinamento.

In tale contesto è stata emanata la Direttiva UE 2019/904, provvedimento che per la prima volta vieta la vendita di cotton-fioc, posate, piatti, cannucce, palette, bastoncini per palloncini realizzati in plastica, nonché alcuni contenitori alimentari in polistirolo espanso. I 27 Stati membri hanno l’onere di recepire tale direttiva nei rispettivi ordinamenti nazionali entro il prossimo 3 luglio, pertanto, la Commissione europea, al fine di facilitare un’applicazione corretta e standardizzata delle nuove norme, ha pubblicato alcune linee guida che riportano le indicazioni fondamentali per il recepimento.

Contenuto degli orientamenti

Nel dettaglio, gli orientamenti forniti dalla Commissione europea, maturati attraverso ampie consultazioni con gli Stati membri e le parti interessate, specificano definizioni e termini chiave per garantire un’attuazione coerente in tutta l’Unione.

In particolare, rileva che, ai sensi della direttiva, la definizione di plastica comprende tutti quei materiali costituiti da un polimero a cui possono essere stati aggiunti additivi o altre sostanze, e che possono fungere da componente strutturale principale dei prodotti finali, ad eccezione dei polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente. 

Anche i polimeri plastici biodegradabili e/o a base biologica sono considerati plastica ai sensi della direttiva: attualmente, infatti, non sono disponibili standard tecnici ampiamente condivisi per certificare che uno specifico prodotto sia correttamente biodegradabile nell’ambiente marino in un breve lasso di tempo e senza causare danni all’ambiente.

Per altri prodotti in plastica monouso, come attrezzi da pesca e salviettine umidificate, l’Unione europea ha fissato ulteriori misure di limitazione o riduzione del loro uso attraverso requisiti di etichettatura, schemi di responsabilità estesa del produttore (“principio chi inquina paga”), campagne e standard di progettazione. Nel dettaglio, l’etichettatura di determinati beni dovrà seguire le regole stabilite dal regolamento del 17 dicembre 2020, relativo alle specifiche armonizzate di marcatura sui prodotti di plastica monouso.

Dichiarazioni e proteste in Italia

In occasione della pubblicazione degli orientamenti da parte della Commissione europea, il vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo, Frans Timmermans, ha ribadito che “la riduzione della plastica monouso aiuta a proteggere la salute delle persone e del pianeta. Le norme UE rappresentano una pietra miliare nell’affrontare il problema dei rifiuti marini. Stimolano anche la nascita di modelli di business sostenibili e ci avvicina a un’economia circolare in cui il riutilizzo precede l’usa e getta”.

In Italia non sono mancate le proteste da parte dei rappresentati dei settori industriale e agroalimentare che non condividono il provvedimento adottato dalla Commissione europea. Carlo Bonomi, Presidente di Confindustria, ha dichiarato: “Auspico che il commissario Gentiloni voglia intervenire perché il testo, nella forma attuale, è fortemente pregiudizievole per l’interesse dell’industria italiana”. “Riteniamo fortemente sbagliata l’impostazione sulle bioplastiche compostabili delle linee guida emanate nei giorni scorsi dalla Commissione europea, che invece farebbe bene a seguire il modello italiano, che ha permesso di ridurre i sacchetti per l’asporto merci di quasi il 60% dopo il bando entrato in vigore circa 10 anni fa”. Così Stefano Ciafani, presidente di Legambiente.

Lo stesso Ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha affermato che si tratta di “una direttiva assurda, per la quale va bene solo la plastica che si ricicla. Questo a noi non può andar bene” aggiungendo che “l’Europa ha dato una definizione di plastica stranissima”.

Francesca Scalpelli
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