GEOPOLITICA DEL MONDO MODERNO

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Partenariato strategico Cina-Iran: non una novità

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L’ampio partenariato tra i due Paesi spianerebbe la strada a miliardi di investimenti cinesi, complicando tutti gli sforzi del presidente Trump di isolare Teheran e le sue ambizioni nucleari e militari. La cooperazione militare tra Cina e Iran non è però una novità.

Secondo il Wall Street Journal, l’Iran e la Cina avrebbero raggiunto un importante accordo militare e commerciale. L’intesa lascerebbe spazio a investimenti cinesi per circa 400 miliardi di dollari nei settori chiave dell’energia e delle infrastrutture della Repubblica islamica nei prossimi 25 anni. L’intelligence statunitense è preoccupata che l’accordo possa prevedere l’installazione di basi militari cinesi nel paese mediorientale: se così fosse la geopolitica dell’intera regione subirà un cambiamento radicale.

La bozza dell’accordo, come riporta la testata giornalistica americana, parla di una forte espansione cinese in Iran (dalle banche, alle Tlc, dalle ferrovie ai porti); in cambio Teheran dovrebbe fornire una quantità regolare di petrolio a Pechino nel prossimo quarto di secolo.

L’intesa prevedrebbe anche un approfondimento della cooperazione militare tra i due Paesi, con addestramento ed esercitazioni congiunte, ricerca e sviluppo nel settore e condivisione dell’intelligence. Questa “collaborazione militare” avrebbe l’obiettivo di contrastare il terrorismo internazionale, traffico di droga e di essere umani e crimini transazionali.

L’accordo sarebbe stato promosso dal presidente cinese, Xi Jinping, durante la sua visita nella capitale iraniana nel 2016, per poi essere approvato dal presidente iraniano, Hassan Rouhani nelle ultime settimane. Tuttavia, non è stato ancora presentato al Parlamento iraniano, sebbene i funzionari di Teheran abbiano più volte dichiarato che con la Cina esiste un progetto in sospeso. Questa  alleanza arriva in un periodo alquanto difficile per l’Iran, sia a causa delle sanzioni statunitensi  che della pandemia di coronavirus.

Per entrambi i Paesi, si tratta di una mossa strategica di grande importanza, non solo per espandere i propri interessi nella regione, ma anche per contrastare la politica di Washington. Il progetto con l’Iran mostra come la Cina, a differenza di altri Paesi, ritiene di essere in grado di sfidare gli Stati Uniti. Dall’altra parte, la Repubblica islamica, abituata ad intese di solo carattere commerciale con i Paesi europei, per la prima volta, stringe un’alleanza con una grande potenza mondiale.

Tra i vari investimenti nel settore delle infrastrutture, molta importanza acquista l’eventuale costruzione di un porto a Jask, appena fuori dal Golfo di Hormuz. Un porto cinese a Jask consentirebbe a Pechino di avere una posizione strategica in una tratta nella quale transita gran parte del petrolio mondiale. Tale ipotesi preoccupa molto la Casa Bianca che considera il passaggio di fondamentale importanza strategica.

L’accordo in sé rappresenta un duro colpo per l’amministrazione guidata da Donald Trump e la sua politica aggressiva nei confronti della Repubblica islamica da quando ha abbandonato l’accordo nucleare raggiunto nel 2015 dal suo predecessore Barack Obama e dai leader di altre sei nazioni dopo oltre due anni di estenuanti negoziati. Le rinnovate sanzioni statunitensi sono riuscite a soffocare l’economia iraniana e spingere Teheran tra le braccia di Pechino.

La collaborazione militare tra Iran e Cina non è cosa nuova. All’inizio degli anni Novanta intensi rapporti erano in atto tra i due Paesi. Durante la guerra tra Iran e Iraq, la Cina fornì all’Iran il 22% del totale delle importazioni iraniani di armi, e nel 1989 divenne il suo maggiore fornitore. Inoltre la Cina partecipò attivamente agli sforzi iraniani, esplicitamente dichiarati, di acquisire armi nucleari in passato. Dopo un primo “accordo iniziale di cooperazione sino-iraniano”, nel gennaio del 1990 i due paesi raggiunsero un’intesa decennale in materia di cooperazione scientifica e trasferimento di tecnologia militare. Nel settembre del 1992 il presidente Rafsanjani si recò in Pakistan e quindi in Cina, dove firmò un altro accordo di cooperazione nucleare. Nel febbraio del 1993 la Cina acconsentì a costruire in Iran due reattori nucleari 300-MW. In ossequio a tali accordi, la Cina trasferì informazioni e tecnologia nucleare all’Iran, addestrando inoltre ingegneri e scienziati. Nel 1995, dietro forte pressione statunitense la Cina fu costretta a “sospendere” la vendita dei due reattori. Pechino è stato anche fornitore di missili e tecnologia missilistica all’Iran, come i Silkworm (via Corea del Nord).

UNIFIL Medal Parade al Sector West

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I caschi blu italiani ricevono la United Nations Medal. Oltre 250 le UN Medal consegnate ieri ai caschi blu del Sector West. Una rappresentanza degli oltre mille peacekeeper dell’Esercito Italiano e dei quasi tremila colleghi delle quindici nazioni impegnate nel sud del Libano sotto comando italiano.

La Medal Parade è la cerimonia che sancisce l’impegno di uomini e donne, il loro servizio sotto egida delle Nazioni Unite, la loro competenza e professionalità a favore della collettività.

“Il conferimento della UN Medal si arricchisce oggi di significato – ha ricordato il Comandante del Sector West, Gen. B. Diego Filippo Fulco – voi avete dimostrato spirito di sacrificio, flessibilità e capacità di adattamento, caratteristiche che vi hanno permesso, ci hanno permesso di tener fede al nostro mandato nonostante le difficoltà dettate dall’emergenza sanitaria che ci ha posto a confronto con problematiche nuove e imprevedibili.”

La UN Medal racchiude simbolicamente le oltre 250 attività quotidiane, le cinquanta pattuglie sulla Blue Line, i più di 1300 progetti di cooperazione civile-militare, il supporto alle Lebanese Armed Forces ma anche le tante esercitazioni multinazionali, l’aiuto alla popolazione, la salvaguarda della stabilità, l’impegno per la sicurezza, in una parola il peacekeeping.

Iran: per Rouhani un “anno difficile”

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Secondo il presidente iraniano la pandemia di Covid-19 ha accentuato le difficoltà create dalle sanzioni americane. Ad Abu Dhabi colloquio tra USA ed EAU per la stabilità della regione.

Domenica scorsa, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha dichiarato che il suo paese sta affrontando il periodo più duro degli ultimi anni a causa delle sanzioni statunitensi e della pandemia di coronavirus.

La scorsa settimana il rial iraniano è sceso al suo valore più basso rispetto al dollaro Usa, mentre l’economia del paese mediorientale continua ad essere colpita dalla pandemia che ha aggravato la già difficile situazione causata dalle sanzioni imposte da Washington nel 2018.

“Viviamo un anno difficile a causa delle sanzioni economiche imposte dal nostro nemico e dalla pandemia”, ha affermato Rouhani in un discorso televisivo. “La pressione economica, iniziata nel 2018, è aumentata, e oggi è il periodo più duro per il nostro paese”, ha continuato il presidente iraniano.

L’Iran ha visto un forte aumento del numero di contagiati e di decessi da coronavirus nelle ultime settimana, in parte causate anche dalla revoca a metà aprile delle misure restrittive per arginare la diffusione del virus. Il bilancio delle vittime ha superato la quota di cento al giorno, per la prima volta dopo due mesi.

Circa 2.490 nuovi casi sono stati registrati nelle ultime 24 ore, portando il totale ad oltre 222.670 contagi. Secondo la portavoce del ministero della Salute, Sima Sadat, i morti avrebbero raggiunto la cifra di 10.508.

Il presidente Rouhani ha detto che indossare la mascherina diventerà obbligatorio per le prossime due settimane in alcune parti del paese considerate ad alto rischio. Funzionari iraniani hanno avvertito che le restrizioni precedentemente revocate potrebbero essere reintrodotte qualora non venga rispettato il distanziamento sociale e le altre misure di sicurezza. Il paese ha lanciato la campagna “#Iwearmask” per motivare il pubblico riluttante a utilizzare i dispositivi sanitari di sicurezza. Il viceministro della Salute, Iraj Harirchi, ha supplicato i suoi concittadini di prendere sul serio la malattia ed evitare qualsiasi comportamento che possa mettere a repentaglio la propia salute o quella degli altri. Secondo lo stesso Harichi, in Iran “ogni 33 secondi una persona viene infettata dal coronovirus, e ogni 13 minuti muore un contagiato”.

Incontro tra USA ed EAU

Sempre ieri, lo sceicco Abdullah bin Zayed al Nahyan, ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti, ha incontrato Brian Hook, il rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Iran e consulente politico presso il Segretario di Stato, per discutere le questioni regionali di interesse comune e i modi per rafforzare la cooperazione bilaterale tra i due Stati. Al centro degli argomenti trattati la minaccia alla sicurezza posta dall’Iran e gli sforzi congiunti per creare una regione mediorientale più stabile e sicuro.

Mandato di arresto per Trump

Il procuratore di Teheran, Ali Qasi Mehr, citato dall’agenzia di stampa statale IRNA, ha affermato che 36 funzionari politici e militari statunitensi “coinvolti nell’assassinio” del generale Qasem Soleimani “sono stati indagati e nei loro confronti è stato emesso un mandato di arresto”. In cima alla lista ci sarebbe il presidente Donald Trump. Lo stesso procuratore avrebbe richiesto all’agenzia internazionale di polizia Interpol di emettere i mandati di arresto nei confronti di Trump e degli indagati, ma l’Interpol avrebbe chiarito che la sua costituzione impedisce  di “intraprendere qualsiasi intervento o attività di carattere politico, militare, religioso o razziale”. L’organizzazione di polizia internazionale ha dichiarato di non aver ricevuto nessun tipo di richiesta dall’Iran, e che non sarebbe in grado di ottemperare a una richiesta del genere qualora le venisse recapitata.

Di Mario Savina

 

 

IRAN: dalle proteste di novembre alla pandemia, con le denunce dell’OMPI e la condanna dell’UE

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Secondo l’Organizzazione dei Mojahedin del popolo iraniano l’emergenza pandemica ha permesso al regime di rafforzare il proprio potere nonostante gli errori commessi e soprattutto far passare in secondo piano il malessere del popolo. Qalibaf eletto Presidente del Parlamento. L’Unione Europea condanna le dichiarazioni su Israele di Khamanei.

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USA-Iran: petrolio e Venezuela fanno risalire la tensione

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Tra Iran e USA risale la tensione. Questa volta il motivo è il petrolio inviato da Teheran con destinazione Caracas. Una mossa vista come una provocazione per Washington.

Le cinque petroliere inviate dall’Iran con 1,5 milioni di litri di benzina stanno arrivando in Venezuela, violando l’embargo imposto dall’amministrazione a stelle e striscie, con lo scopo di aiutare  il Paese ad alleviare la carenza di carburante che ha sofferto in questi mesi, aggravata anche dall’emergenza sanitaria causata dalla pandemia di coronavirus. Fortuna, il nome della prima nave entrata in acque territoriali venezuelane, è arrivata nella mattinata di lunedì nei pressi della raffineria di El Palito, sulla costa centrale del Paese sudamericano. Le altre si stanno avvicinando alle strutture di Puerto La Cruz, a nord ovest, e Amuay, sul lato occidentale. L’operazione ha causato un aumento della tensione tra i due Paese “alleati” e gli Stati Uniti di Trump.

Il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino Lopez, ha annunciato che le navi iraniane sarebbero state scortate da elicotteri e aerei delle forze armate fino a raggiungere i porti. Il ministro degli Esteri, Jorge Arreaza, il numero due del partito chavista Diosdado Cabello, e altri leader politici e militari hanno ringraziato il sostegno alle autorità iraniane e attribuiscono il risultato alla “diplomazia pacifica” condotta da Nicolas Maduro.

L’alleanza politica tra Teheran e Caracas risale ai tempi dell’amicizia tra gli ex presidenti di entrambe le nazioni, Hugo Chavez e Mahmud Ahmadineyad. Maduro aveva annunciato a inizi gennaio la sua solidarietà alle Repubblica islamica dopo che un attacco missilistico portato a segno dagli statunitensi aveva assassinato il leader della Guardia Rivoluzionaria iraniana Qasem Soleimani a Baghdad. Uno dei principali attori in campo della gestione ufficiale venezuelana per ottenere questo importante contributo petrolifero è stato l’attuale vicepresidente dell’Economia, Tareck El Aissami, venezuelano ma di origine libanese.

I settori radicalizzati dell’opposizione venezuelana al governo speravano che Trump avrebbe impedito il passaggio delle navi per colpire maggiormente Maduro in un momento di totale collasso dei servizi pubblici e dell’economia generale del Paese: non è successo, nonostante il dispiegamento militare statunitense nell’area dovuto alla battaglia sempre più intensa contro il narcotraffico. Da Teheran, invece, il Presidente Hassan Rouhani aveva avvertito gli Stati Uniti che un atto ostile nei confronti della flotta iraniana avrebbe avuto conseguenze gravi.

Da diversi mesi il governo Maduro sta lavorando con i tecnici di Petroleos de Venezuela (PDVSA), la compagnia petrolifera statale che prima della crisi era tra le principali esportatrici di benzina al mondo, per riparare le raffinerie di El Patito e Cardòn gravemente danneggiate. Per gestire al meglio il ripristino delle industrie, il Venezuela è stato assistito da tecnici iraniani arrivati nel Paese nelle ultime settimane. Sebbene i lavori di riparazione siano a buon punto, alcuni problemi tecnici  ne hanno ritardato la riapertura.

Il Venezuela, così come lo stesso Iran, è colpito da drastiche sanzioni decretate dagli Stati Uniti. Quelle contro la Repubblica islamica erano state parzialmente eliminate dall’amministrazione Obama per poi essere ripristinate dall’attuale Presidente Trump. Con l’embargo al Paese sudamericano, invece, si vuole mettere con le spalle al muro il governo di Maduro, considerato illegittimo e colpevole di abusi contro i diritti umani. Gli Stati Uniti continuano ufficialmente a riconoscere Juan Guaidò come rappresentante legittimo di Caracas. In preda a penurie di benzina, e di elettricità, il Venezuela aveva potuto contare fino a un paio di mesi fa sui fornitori russi della Rosneft, ma dopo le sanzioni inflitte alle filiali dell’azienda russa da parte di Washington il Cremlino sembra abbia affievolito il proprio sostegno al leader venezuelano.

Di Mario Savina

Il Senato USA approva il veto di Trump sull’Iran

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Una risoluzione del Congresso che cercava di limitare il potere presidenziale per attaccare la Repubblica islamica rimane paralizzata. 

Dopo il veto imposto mercoledì scorso da Donald Trump sulla risoluzione del Congresso che aveva limitato la sua capacità di usare la forza militare in Iran senza l’approvazione del Campidoglio, il Presidente degli Stati Uniti ha segnato una grande vittoria nella giornata di ieri grazie all’aiuto del Senato – a maggioranza repubblicana – che non è riuscito a bloccare quel veto. Il risultato del voto è stato di 49 voti contrari  e 44 a favore della risoluzione, quindi ben  lontano dai due terzi necessari per  scavalcare il veto presidenziale. L’iniziativa è stata promossa dai democratici e mirava a ridurre le tensioni politiche e militari tra Iran e USA. La risoluzione fallita chiedeva al Presidente di non mobilitare le forze armate  statunitensi contro la Repubblica islamica dell’Iran a meno che non fosse esplicitamente  autorizzato da una dichiarazione di guerra o da un’autorizzazione specifica per l’uso della forza militare.

Nei mesi di gennaio e febbraio, la Camera dei Rappresentati e il Senato avevano approvato una risoluzione che limitava la capacità del Presidente di usare la forza militare  in Iran senza l’esplicita approvazione  del Congresso. L’iniziativa legislativa è arrivata dopo il raid che ha portato all’omicidio del generale iraniano Qasem Soleimani. Trump ha quindi definito l’iniziativa “offensiva” e “parte di una strategia “ da parte dei democratici nella lotta per le elezioni presidenziali.

Soleimani, comandante dell’élite Al Quds della Guardia rivoluzionaria iraniana, l’unità responsabile delle operazioni all’estero, è stato ucciso il 3 gennaio in un attacco di droni, nei pressi dell’aeroporto della capitale irachena Baghdad, effettuato dall’esercito americano per ordine dello stesso Presidente. La morte dell’architetto dell’intelligence  e delle forze militari iraniane negli ultimi vent’anni ha inferto un duro colpo a Teheran, che ha promesso vendetta e scatenato drammaticamente la tensione nella regione. L’Iran ha risposto giorni dopo la morte di Soleimani con un attacco missilistico contro due basi militari statunitensi in Iraq.

La decisione adottata a febbraio dal Senato, ricordiamo a maggioranza repubblicana, rappresentava un severo rimprovero per Trump che aveva dato il via libera all’attacco contro Soleimani senza consultare il Congresso, creando un pericoloso precedente che avrebbe significato troppa autonomia da parte del Presidente in alcune decisioni che potrebbero portare alla guerra.

Finora, Trump ha posto il veto per due volte alla restrizioni del Congresso sulle sue iniziative militari. Il precedente è stato contro una risoluzione per porre fine al sostegno degli Stati Uniti all’offensiva dell’Arabia Saudita nello Yemen.

Di Mario Savina

L’ISIS approfitta dell’emergenza sanitaria per guadagnare terreno

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Con i soldati iracheni mobilitati contro l’emergenza Covid19 e il ritiro di alcune truppe della coalizione, i jihadisti intensificano i loro attacchi.

In piena pandemia l’Iraq ha messo in campo una parte del proprio esercito per sostenere le misure adottate contro il coronavirus e ha sospeso i programmi di addestramento anti-jihadisti ricevuti dalla coalizione internazionale. Molti membri di quest’ultima hanno ritirato le truppe impegnate in questa missione. Contemporaneamente, gli Stati Uniti hanno ritirato i propri militari da due basi a causa degli attacchi delle milizie filo-iraniane. Gli osservatori avvertono che lo Stato Islamico (ISIS) sta cercando di sfruttare questa crisi sanitaria per guadagnare terreno.

“Il coronavirus ha fortemente influenzato le operazioni contro l’ISIS, poiché la maggior parte delle truppe irachene si sono trasferite dalle valli e dai deserti ai centri urbani per imporre e gestire il coprifuoco”, secondo Hisham al Hashemi, consigliere del governo di Baghdad nella lotta ai gruppi terroristici. Tuttavia, Al Hashemi sottolinea che la riduzione delle forze straniere era già iniziata prima della diffusione del Covid19 e che i militanti dello Stato Islamico avevano ricominciato l’avanzata già dallo scorso anno.

In concomitanza con il declino delle attività di controinsurrezione, l’organizzazione jihadista è stata particolarmente attiva nel mese di marzo. A Khanaqin,  nel Governatorato di Diyala e vicino al confine iraniano, ha attaccato diversi basi delle forze di sicurezza causando alcune vittime. Ha anche attaccato con mortai in alcuni quartieri delle città di Tuz Khurmatu e Amirli (entrambe nel Governatorato di Saladino), cosa che non accadeva da un paio d’anni. Il timore è quello di un inizio di un nuovo ciclo di omicidi di leader locali con lo scopo di intimidire la popolazione.

Gli stessi propagandisti dell’ISIS si sono vantati delle loro intenzioni, come ha evidenziato nel suo blog Aymenn al Tamimi, ricercatore alla George Washington University. Al Tamini, che analizza dettagliatamente le pubblicazioni del gruppo, osserva un incoraggiamento verso i seguaci e sostenitori “a non mostrare misericordia nell’organizzazione di evasioni da prigioni e nel lancio di attacchi”. Secondo il ricercatore, l’ISIS “vede la pandemia come un’opportunità per sfruttare le divisioni e le debolezze dei suoi nemici; e allo stesso tempo, fornisce consigli utili sulla salute dei propri membri al fine di evitare il contagio.

Sebbene Daesh affermi di aver intensificato il numero di attacchi, in realtà non vi è stato alcun aumento significativo. Gli attacchi sono passati dalle centinaia lanciati nel 2014, quando il governo iracheno ha richiesto assistenza internazionale per fermare l’avanzata dei jihadisti, a una decina a settimana nell’ultimo periodo. Inoltre, con il supporto della coalizione si è riusciti a recuperare il territorio conquistato dall’ISIS precedentemente.

La maggior parte degli analisti concorda sul fatto che la minaccia non è la stessa. “C’è una ripresa dell’ISIS in alcune zone del’Iraq e della Siria,  ma è improbabile che possa lanciare una campagna territoriale come quella del 2014; è possibile inquadrarla come un’insurrezione di basso livello in particolare aree vulnerabili come Diyala”, sottolinea Hafsa Halawa, ricercatrice presso il Middle East Institute, in un recente seminario online, aggiungendo che “quello che abbiamo visto nel lavoro degli ultimi anni sul campo è che la popolazione è contro il settarismo”.

Secondo Farhad Alaaldin, presidente del Consiglio Consultivo iracheno (un’ong che fornice consulenza al governo iracheno), le operazioni dell’ISIS “sono limitate alla terra di nessuno rimasta tra le forze irachene  e i Peshmerga (truppe curde), che vanno da una dozzina di chilometri in alcune aree a poche centinaia di metri in altre”. Secondo Alaaldin, “il problema  non è l’assenza  delle forze statunitensi sul campo, dal momento che crede che l’Iraq abbia abbastanza truppe da combattimento, ma la condivisione delle informazioni e il supporto logistico, che deve continuare ed essere rafforzato”.

Il portavoce dell’esercito statunitense, il Colonnello Myles B. Caggins, sottolinea come le misure adottate dalla coalizione internazionale in seguito all’emergenza coronavirus possano comportare una diminuzione del sostegno alle forze irachene. Consapevoli della battaglia politica a Baghdad sulla presenza delle truppe straniere, i militari insistono sul fatto che il successo contro Daesh dipende dalla cooperazione tra le truppe locali e la coalizione.

Di Mario Savina

Israele, il governo di solidarietà nazionale è un ibrido

Lunedì notte Benjamin Netanyahu e Benny Gantz hanno firmato l’accordo di Coalizione per l’Istituzione del Governo d’Emergenza di Unità Nazionale, un fascicolo di 16 pagine perlopiù atte ad evitare che uno dei due firmatari possa soverchiare l’altro.

L’intesa è stata trovata dopo che le precedenti trattative tra il Likud e il Blu e Bianco per formare un governo erano fallite nuovamente e, a più di un anno dalla crisi politica che ha investito il paese, per la seconda volta nell’arco di 12 mesi il presidente Reuven Rivlin aveva concesso in data 16 aprile un periodo di 21 giorni alla Knesset per designare un membro del parlamento idoneo a formare una maggioranza al proprio interno.
Nonostante il primo turno per la carica presidenziale verrà assunto da Netanyahu per 18 mesi, dai termini dell’accordo sembra che sia Benny Gantz ad incidere maggiormente sulla prossima legislatura; ad esempio molti deterrenti e contraltari sono posti al capo di Likud, come la previsione di un lungo periodo prima delle elezioni, in caso venissero indette da Netanyahu, in cui ad assumere il ruolo di primo ministro sarebbe lo stesso Gantz; inoltre tradire l’accordo di governo varrebbe a dire per il Likud un’enorme perdita di consensi in vista di eventuali elezioni.

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Hezbollah e la lotta al coronavirus

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Il partito della milizia sciita libanese annuncia la mobilitazione di migliaia di volontari con il tentativo di riconquistare la legittimità persa negli ultimi mesi.

Hezbollah ha dichiarato guerra al coronavirus in Libano. Un esercito di 25.000 persone in prima linea e quattro ospedali privati per vincere la battaglia contro il virus, una priorità dichiarata dal partito della milizia sciita libanese. La terminologia bellicosa permea i discorsi televisivi del segretario generale del partito, lo sceicco Hasan Nasralà, che non si riferisce alla milizia meglio equipaggiata della regione, ma al reggimento di medici, infermieri e volontari mobilitati nel Paese levantino. E’ la penultima mutazione di un movimento, denominato di resistenza islamica, in costante metamorfosi nell’ultimo decennio.

Hezbollah è passato dallo scontro con Israele, il nemico sionista, alla lotta contro i “tafkiris in Libano e Siria” – dal 2012 circa 10.000 miliziani libanesi  hanno combattuto nel Paese vicino a fianco di truppe fedeli a Bachar al-Assad e al sostegno di Teheran -, fino a trovarsi oggi ad affrontare la questione pandemia. A livello nazionale, ha cessato di essere un partito di opposizione  per entrare a far parte del governo appena creato, un governo fragile che ha preso vita insieme agli alleati sciiti di Amal e alla forza cristiana incarnata dal Movimento patriottico libero. Nella distribuzione dei ministeri, il partito islamista ha preteso quello della salute.

“La paura del virus ha riportato i libanesi nelle tradizionali strutture di solidarietà basate sul partito e sulla confessione, oggi in competizione per servire le proprie basi sociali”, ha affermato Maha Yahia, direttrice del Carniege Center for the Middle East, a Beirut. Le persone hanno perso la fiducia nelle istituzioni statali in cui il potere politico-economico è distribuito sulla base delle 18 religioni ufficiali. “Tra le parti, Hezbollah è semplicemente quello che offre il piano più completo avendo a disposizione più risorse”, sottolinea la Yahia. La milizia ha deciso di trasferire la sua capacità di mobilitazione militare sul piano sociale. Nei sobborghi di Dahie, periferia a sud di Beirut e feudo di Hezbollah, si trova l’ospedale Saint George Hospital, che il partito della milizia ha messo a disposizione come centro nevralgico per la cura dei pazienti infetti dal Covid-19: 1000 tamponi e 80 posti letto, 16 dei quali con respiratori, in un quartiere dove la popolazione è di 800 mila abitanti, secondo le informazioni che ha dato alla stampa il direttore del centro ospedaliero Hasan Oleik.

L’esecutivo libanese ha stabilito l’ospedale universitario Rafik Hariri come centro nevralgico per il trattamento degli infetti, con una capacità di 128 posti letto. Con 541 positivi e 19 decessi (dati risalenti alla settimana passata), gli esperti hanno già annunciato che il settore della sanità pubblica libanese non sarà in grado di far fronte a un aumento del numero degli infetti.

Nel seminterrato di una moschea di Dahie si può apprezzare la complessa rete sociale di Hezbollah: dozzine di volontari muniti di mascherine e guanti impacchettano diversi prodotti alimentari nelle scatole che poi distribuiranno alle famiglie più svantaggiate. Hanno a disposizione un budget di 1,8 milioni di euro “tra fondi propri e donazioni di affiliati”, affermano fonti del partito.

La pandemia di coronavirus arriva in piena crisi economica. Prima che il virus si diffondesse, la Banca Mondiale aveva avvertito che metà dei 4,5 milioni di libanesi sarebbe finita al di sotto della soglia di povertà. Dal 17 ottobre, giorno in cui le proteste antigovernative hanno iniziato a chiedere la caduta in blocco dei partiti tradizionali, oltre 220.000 persone hanno perso il lavoro. Ora questi stessi partiti stanno cercando di sfruttare questa minaccia sanitaria. Questo è il motivo per cui è stata lanciata una campagna strada per strada distribuendo aiuti economici e alimentari. I leader promettono donazioni milionarie agli ospedali seguendo la mappa demografica-confessionale, mentre il governo ha dovuto annunciare il primo default dovuto al proprio debito statale nella sua storia.

Di Mario Savina

Israele: l’accordo per il governo d’emergenza e il possibile vaccino

Questa mattina il ministro della salute israeliano Yaakov Litzman ha annunciato tramite un comunicato ministeriale che nell’ultima giornata si è registrato il maggiore aumento di casi di contagio nel paese; nelle ultime 24 ore infatti il numero di contagiati è salito di 760 casi, per un totale di 6.200 pazienti e 30 morti. 

Come evidenziano i dati Gerusalemme è la città più colpita, ma ciò che suscita interesse è il fatto che il secondo focolaio più grande del paese stia a Bnei Brak, una città di 185mila cittadini abitata prevalentemente dalla comunità haredi (ortodossa); solo nell’ultima giornata si è registrato un amumento di 159 pazienti affetti dal virus, per un totale di 730 casi. Le varie testate nazionali hanno riportato il fatto con notevole interesse poiché oltre alla cittadina in questione si è rilevato che il virus ha maggiore contagio in altre zone a prevalenza ortodossa, tant’è che l’esecutivo stesso sta valutando se decretare una quarantena differenziata per questi bacini, per via della reticenza delle comunità ortodosse a seguire le disposizioni sanitarie.
In un’ottica più ampia Israele è il secondo paese del Medio Oriente per contagi dopo l’Iran, dove il virus ha impattato fortemente e sta portando la Repubblica Islamica a dichiarare un’emergenza sanitaria disastrosa; tuttavia Gerusalemme sta dando notevoli risposte alla crisi pandemica sul piano politico e tecnologico, le quali se concretizzate potrebbero rinsaldare il ruolo di leadership nel quadrante medio-orientale.
Difatti in questa settimana i due partiti che da ormai più di un anno si contendono la guida del paese, ovvero il Likud di Netanyahu e il Blu e Bianco di Gantz, dovrebbero concludere un accordo per spartirsi l’esecutivo e formare un governo di coalizione per fronteggiare l’emergenza sanitaria. In virtù dell’accordo i rispettivi leader divideranno nell’arco della legislatura la carica di premier e, a meno di imprevisti, Netanyahu, che guiderà il governo nella prima fase, finirà la sua carriera politica nel 2021, allo scadere dei 18 mesi previsti; dall’altra parte Benny Gantz in attesa di succedere al capo di Likud è stato già eletto presidente della Knesset il 26 marzo, con l’appoggio compatto dei parlamentari di Likud e successivamente, alla ratifica dell’accordo per il nuovo esecutivo, dovrebbe essere investito della carica di ministro della Difesa.
Sembrerebbe quest’evento una vera svolta per Israele in quanto tre consultazioni elettorali, la prima il 9 aprile dell’anno passato, non sono riuscite a dare al paese una leadership, tenendo in sospeso alcuni temi; ciononostante il nuovo governo di unità nazionale, secondo le indiscrezioni riportate dai media israeliani, dovrebbe essere costituito al solo scopo di far fronte all’emergenza e quindi difficilmente lavorerà sulle annose questioni che da anni affliggono Israele, come i rapporti con la Palestina o la questione della Cisgiordania. Sul fronte interno l’azione comune dei due leader ha creato non pochi scontenti nelle rispettive file, soprattutto sul versante Blu e Bianco. Il neo partito, fondato un anno fa a seguito di una coalizione elettorale fra i partiti Resilienza per Israele del generale Gantz e Yesh Atid del giornalista Yair Lapid, sta subendo una sorta di fuoriuscita da parte dell’ala più progressista, facente capo a quest’ultimo.
“Abbiamo formato Blu e Bianco per offrire un’alternativa al popolo israeliano, un partito centrista decente, onesto e basato su dei valori. I risultati delle elezioni hanno dimostrato che il paese aveva bisogno di un’alternativa, che è necessaria quanto l’aria, ma Benny Gantz oggi ha deciso di strisciare nel nuovo governo di Netanyahu, una decisione deludente. Questo non è un governo di unità, è un nuovo governo di Netanyahu. Gantz si è arreso e si è unito con il blocco estremista-ortodosso” ha detto Lapid lo stesso giorno dell’investitura di Gantz a capo della Knesset, aggiungendo che il suo blocco, quello ex-Yesh Atid, ha presentato la richiesta per fuoriuscire dalla coalizione e tornare a fare opposizione assieme al gruppo Telem e altri di sinistra.
Più in generale questo è il prezzo che ha dovuto pagare Gantz per unirsi nel governo con Likud; a sua difesa l’ex generale ha capito che tornare per la quarta volta a elezioni senza che vi sia stato un reale cambiamento avrebbe potuto rivelarsi il punto di non ritorno politicamente parlando, visto che il Likud negli ultimi sondaggi veniva dato in crescita, e che le ultime tre tornate elettorali sono costate allo stato circa due miliardi di dollari. D’altronde questa decisione ha spaccato in due il partito che in un anno era riuscito ad essere una seria alternativa al premier più intaccabile della storia di Israele, complice l’ampio spazio politico che è riuscito a ottenere nei momenti di opposizione: come per il Movimento 5 Stelle in Italia, Blu e Bianco non ha una definita posizione sulla tradizionale linea di lettura sinistra-destra, occupa un posto centrale e per certi versi è a metà tra il conservatorismo, una caratteristica diffusa nella politica israeliana, e il secolarismo-progressista in chiave anti-ortodossa (nelle posizioni di vertice), si è spesso detto a favore di un’apertura al dialogo con i partiti di sinistra mantenendo però una certa diffidenza verso le liste a maggioranza araba, ma soprattutto ha sempre avuto una continua avversione contro Benjamin Netanyahu, più volte definito dallo stesso Gantz un despota disonesto, paragonandolo ad Erdogan.
Nel frattempo, a margine di queste ultime vicende politiche, Israele si sta rendendo protagonista nel mondo per la sua ricerca contro il COVID-19. Secondo quanto riferito dal dott. Chen Katz, capo del dipartimento di biotecnologia del Migal Galilee Research Institute, l’istituto potrebbe presto trovare il vaccino contro il virus, in quanto già da quattro anni il Migal si sta concentrando sulla ricerca per un vaccino contro la famiglia dei coronavirus come la SARS e il MERS. Il vaccino dovrebbe consistere in una proteina e presto potrebbe arrivare, tuttavia anche se ultimato bisognerà aspettare i risultati di alcuni test e le pratiche d’ufficio prima di metterlo a disposizione; per questo il Migal sta cercando un partner disposto a snellire l’iter burocratico.
Andrea Elifani
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