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L’Unione europea è stata dichiarata una “zona di libertà LGBTIQ”

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Il Parlamento europeo ha dichiarato l’Unione europea una “zona di libertà LGBTIQ”. La risoluzione adottata dagli eurodeputati giovedì 11 marzo è una importante risposta all’arretramento sui diritti LGBTIQ in alcuni Stati membri dell’Unione, tra cui Polonia e Ungheria. In particolare, la dichiarazione del Parlamento europeo vuole contrastare le oltre 100 zone esenti dalla comunità in questione presenti in Polonia, tutelandola dalle crescenti discriminazioni e dagli attacchi che si trova a subire. Infine, il Parlamento europeo ha esortato la Commissione UE ad usare tutti gli strumenti in suo potere per porre rimedio alle violazioni dei diritti fondamentali delle persone LGBT+, perché tutte le persone, indipendentemente dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, hanno il diritto di vedere rispettati e protetti i propri diritti fondamentali.

La Polonia e le “zone libere da LGBTI”

Nel corso del 2019 le misure di discriminazione nei confronti della comunità di gay, lesbiche, trans e queer sono notevolmente aumentate in Polonia, fino ad arrivare al proprio apice: decine di città, circa 80 amministrazioni comunali, si sono proclamate città libere dall’ideologia LGBTI. Tramite delle circolari, i governi locali sono stati invitati ad astenersi dall’intraprendere qualsiasi azione che incoraggi il rispetto verso tale comunità, evitando anche di fornire assistenza finanziaria a tutte quelle ONG che lavorano per promuovere la parità di diritti.

In risposta a tale politica vi sono state numerose manifestazioni e marce in difesa dei diritti delle persone gay, lesbiche, trans e queer: le crescenti intimidazioni contro la comunità non hanno certo fermato quella parte di popolazione pronta a riconoscere, tutelare e rispettare i diritti altrui. Tuttavia, sono numerose le città che hanno aderito a questa campagna, tanto da destare una forte preoccupazione nelle istituzioni europee. Già nel 2019 il Parlamento europeo si era espresso con una risoluzione esortando le autorità polacche a revocare gli atti che attaccano i diritti delle persone LGBTIQ, monitorando anche in che modo vengono utilizzati i finanziamenti comunitari.

La risoluzione del Parlamento europeo

492 voti favorevoli, 141 contrari (tra cui vi è un alto numero di eurodeputati italiani) e 46 astensioni: questi i numeri dell’Eurocamera giovedì 11 marzo. Il Parlamento europeo ha adottato la risoluzione con una larga maggioranza, dichiarando l’Unione europea una zona di libertà LGBTIQ in risposta alle misure polacche contro la comunità di persone gay, lesbiche, trans e queer. Gli eurodeputati hanno infatti dichiarato che le zone franche istituite dai governatori locali polacchi rientrano comunque nel contesto nazionale, nel quale la comunità LGBTIQ è sempre più soggetta ad un aumento di attacchi discriminatori e ad un odio crescente da parte delle autorità pubbliche e dei media filogovernativi. A dimostrazione di ciò, tra le altre cose, ci sono anche i numerosi arresti avvenuti proprio durante le marce del Pride.

Il Parlamento europeo ha anche invitato la Commissione europea ad agire in tal senso. La Commissione, in primo luogo, ha respinto le domande di finanziamento europeo nell’ambito del suo programma di gemellaggio tra le città polacche che hanno dichiarato le zone franche. Tuttavia, secondo i membri del Parlamento, la Commissione dovrebbe attivare le procedure di infrazione con l’articolo 7 del trattato sull’UE, nonché il regolamento adottato sulla protezione del bilancio UE e il rispetto dello stato di diritto. L’obiettivo è, dunque, porre rimedio alle violazioni dei diritti fondamentali della comunità di gay, lesbiche, trans, queer nell’Unione europea.

La decisione dell’11 marzo del Parlamento europeo è fortemente simbolica anche perché segue di poche ore l’ennesima decisione del governo polacco in contrasto alla comunità in questione. Il governo polacco ha infatti proposto di vietare l’adozione per le coppie omosessuali: formalmente è già vietato, ma rimane possibile per i genitori single. Se venisse approvata tale legge, le autorità polacche potrebbero indagare sulla vita privata delle persone single per accertarsi che non siano coinvolte in una relazione omosessuale: se così fosse, le autorità potrebbero perseguire penalmente le persone coinvolte. Si tratta di una ulteriore misura che viola i diritti e le libertà fondamentali di numerose persone, rimesse al giudizio delle autorità locali senza poter essere libere di essere ciò che si vuole.

Oltre alla Polonia, viene fatta una menzione anche all’Ungheria: nel novembre 2020, la città ungherese di Nagykáta ha adottato una risoluzione che vieta la diffusione e la promozione della propaganda LGBTIQ. Dopo qualche settimana, il parlamento ungherese ha adottato degli emendamenti costituzionali volti a limitare i diritti di tali persone, limitando il loro diritto ad una vita familiare e non tenendo conto dell’esistenza di diverse categorie di persone, quali le persone transgender.

Per gli eurodeputati, “chiunque dovrebbe godere delle libertà di vivere e mostrare pubblicamente il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere senza temere intolleranza, discriminazione o persecuzione”. In particolare, il compito delle autorità non è di fomentare tali pratiche, ma di proteggere e promuovere l’uguaglianza dei diritti fondamentali di tutti, senza discriminazioni.

L’Unione europea dei vaccini, tra approccio comunitario e rivendicazioni

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Negli ultimi giorni diversi Stati membri dell’Unione europea hanno annunciato che prenderanno autonomamente delle decisioni relative all’acquisto dei vaccini contro il Covid-19. Gli ultimi a rompere simbolicamente il fronte comune sono stati i governi di Austria e Danimarca: i due Stati, accodandosi ad Ungheria, Slovacchia, e Repubblica Ceca, derogheranno, invero, all’approccio comunitario, fino ad ora garante di una maggiore forza contrattuale, ma accompagnato da lunghi negoziati. Ad essere nel mirino è proprio la complessità alla base delle trattative e delle procedure europee di approvazione dei vaccini. In definitiva, la gestione della campagna vaccinale europea si fa sempre più complessa e appare chiaro come si stiano creando le condizioni per uno scenario che le istituzioni europee hanno voluto scongiurare fin dai primi mesi dell’emergenza pandemica: permettere a ciascun paese di muoversi autonomamente in ordine sparso.

I “dissidenti”

Il primo marzo, i governi di Austria e Ungheria – aderenti ad un approccio conservatore dal punto di vista economico – hanno annunciato che avvieranno dei negoziati con il governo israeliano per una possibile partnership volta ad ospitare dei centri di produzione delle aziende farmaceutiche Pfizer e Moderna sul proprio territorio. L’obiettivo è quello di ottenere una corsia preferenziale nelle forniture del vaccino rispetto ai contratti stipulati dalle istituzioni europee.

Il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, ha dichiarato che l’approccio comunitario “è stato fondamentalmente corretto” ma l’Agenzia europea per il farmaco (EMA) è stata “troppo lenta” nell’approvare i vaccini, e che in futuro il suo Paese “non dovrebbe dipendere soltanto dall’Unione Europea per la produzione di vaccini”. Dal canto suo, la Prima Ministra danese, Mette Frederiksen, ha adottato un approccio meno critico, tuttavia, ha sottolineato che “potremmo trovarci a dover vaccinare di nuovo, magari una volta l’anno: per questo dobbiamo potenziare con forza la produzione dei vaccini”.

L’Austria e l’Ungheria sono solo gli ultimi Stati membri dell’UE che hanno deciso di derogare all’approccio comunitario, fino ad ora adottato per la fornitura di vaccini contro il Covid-19: invero, l’Ungheria, Paese guidato da un governo semi-autoritario, nell’ambito della propria campagna di vaccinazione nazionale sta utilizzando anche il vaccino russo Sputnik V nonché il vaccino cinese Sinopharm, entrambi non approvati dall’Agenzia europea per il farmaco (EMA); inoltre, anche la Slovacchia ha ricevuto 2 milioni di dosi dello Sputnik V, mentre Polonia e Repubblica Ceca stanno negoziando rispettivamente con Cina e Russia per ricevere forniture di vaccini.

La strategia comunitaria

Fino ad ora l’approccio comunitario ha garantito agli Stati membri una maggiore forza contrattuale, appannaggio soprattutto degli Stati membri di piccole dimensioni, i quali non avrebbero potuto permettersi di stipulare contratti vantaggiosi; al contrario, tale approccio sembra essere meno conveniente per gli Stati membri di medie e grandi dimensioni, i quali autonomamente sarebbero probabilmente riusciti a ricevere un maggior numero di dosi rispetto a quelle attuali.

La Commissione europea ha effettivamente stipulato contratti a prezzi minori e condizioni più vantaggiose rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti ed al Regno Unito, tuttavia, la complessità e le tempistiche dei negoziati sono state considerate eccessive.

In realtà la scrupolosità dei controlli dell’EMA si spiega con l’esigenza di rassicurare un’opinione pubblica europea inizialmente molto scettica nei confronti di vaccini realizzati in tempi così rapidi. Inoltre, la Commissione europea ha puntato molto sul vaccino prodotto dall’azienda britannico-svedese AstraZeneca, il cui vaccino è prodotto soprattutto in Europa, è uno dei meno costosi e più facili da conservare, inoltre prevede una dose di richiamo che può essere somministrata anche a distanza di tre mesi. La drastica riduzione delle forniture annunciata dall’azienda a fine gennaio, ha, tuttavia, inciso pesantemente sulle campagne vaccinali europee.

In definitiva, a mettere in difficoltà i Paesi europei e la strategia comunitaria sarebbero stati quindi i ritardi – legati altresì alla necessità di mettere d’accordo i governi di 27 paesi – e i tagli nelle forniture da parte dei produttori di vaccini.

La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha minimizzato le accuse dei “dissidenti”, sostenendo che i ritardi nelle forniture di vaccini dovrebbero esaurirsi entro qualche settimana, e che nei prossimi mesi gli Stati membri dell’UE “avranno molte più dosi di quelle che serviranno”. Invero, l’aumento delle forniture previsto per i prossimi mesi –  reso possibile anche dalla disponibilità di nuovi vaccini come quello di Johnson & Johnson, la cui autorizzazione è prevista per metà marzo – dovrebbe consentire di accelerare le campagne vaccinali in tutti gli Stati membri dell’UE.

Giornata internazionale della donna, le celebrazioni delle istituzioni UE e la nuova proposta per la parità salariale

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L’8 marzo è la giornata internazionale della donna: ogni anno, si celebrano i progressi in ambito economico, culturale e politico raggiunti dalle donne di tutto il mondo e ci si interroga su cosa ancora è necessario fare. Ogni anno, si riconosce che la strada per raggiungere la parità di genere è ancora molto lunga e nient’affatto semplice. È prezioso, dunque, il lavoro delle istituzioni europee proprio in tal senso. Il Parlamento europeo, in questi giorni, sta portando avanti molteplici iniziative volte a celebrare la giornata della donna affrontando temi quali i diritti, il divario retributivo di genere, pari al 14% in UE, e l’impatto della pandemia sulle donne. La Commissione europea, con la sua prima presidente donna Von der Leyen, ha presentato una proposta sulla trasparenza salariale per garantire che donne e uomini europei ricevano le stesse retribuzioni per lo stesso lavoro: i datori di lavoro con almeno 250 dipendenti dovranno rendere pubbliche le informazioni sul divario di retribuzione.

Le iniziative del Parlamento europeo

In occasione della Giornata Internazionale della donna 2021, il Parlamento europeo ha deciso di celebrare le donne rendendo omaggio a quelle che lavorano in prima linea e che sono state colpite dalla pandemia. In particolare, si riconosce che le donne sono state in prima linea contro la pandemia di Covid-19 soprattutto perché vi è una presenza consistente nel settore sanitario, con 49 milioni di donne. Poi, anche perché molte sono le donne impiegate in lavori poco sicuri o precari, che hanno sofferto maggiormente la chiusura delle attività nell’ambito del lockdown. Sono 47 milioni le donne e ragazze in tutto il mondo che rischiano di cadere sotto la soglia della povertà: l’epidemia da coronavirus ha avuto e continua ad avere ricadute sociali, economiche e culturali non da poco conto. Da ultimo, ma non per importanza, va senz’altro menzionata anche la crescita dei fenomeni di violenza contro le donne che hanno avuto luogo nell’ultimo anno. Durante le chiusure, con le restrizioni, per le donne è stato ancora più difficile fuggire da certe situazioni o denunciare per ottenere aiuto.

L’8 marzo, giornata internazionale della donna, il Parlamento europeo dedicherà a questo tema parte della sessione plenaria, celebrando le donne e la parità di genere. Per tale occasione, verrà trasmesso il video messaggio della prima ministra neozelandese, Jacinda Arden. Inoltre, il Parlamento europeo ha attivamente contribuito anche all’iniziativa della Commissione europea che si è svolta il 4 marzo – “Noi siamo forti: Le donne che guidano la lotta contro la pandemia di Covid-19” – volta a riaffermare la parità di genere.

Le iniziative della Commissione europea

Il 4 marzo, la Commissione europea ha presentato una proposta sulla trasparenza salariale per garantire che donne e uomini nell’UE ricevano la stessa retribuzione per uno stesso lavoro. Si tratta di un’iniziativa che rientra tra le priorità della Commissione Von der Leyen: l’attuale presidente, infatti, è la prima donna a ricoprire tale carica, e intende continuare a lavorare duramente proprio per ottenere la parità di genere. Sulla stessa lunghezza d’onda del Parlamento europeo, le misure previste dalla Commissione UE considerano anche l’impatto della pandemia di Covid-19 sui datori di lavoro e sulle donne, e sono volte a sensibilizzare di più sulle condizioni salariali all’interno dell’impresa e a fornire maggiori strumenti per affrontare la discriminazione retributiva sul lavoro.

La proposta della Commissione europea

La proposta legislativa consta di due elementi fondamentali nell’ambito della parità retributiva: misure volte a garantire la trasparenza retributiva per i lavoratori e i datori di lavoro; un migliore accesso alla giustizia per le vittime di discriminazioni retributive.

Per il primo punto, si prevedono una serie di misure da dover essere rispettate: i datori di lavoro dovranno garantire una trasparenza retributiva sin dal momento di selezione del personale e della ricerca del lavoro, fornendo in sede di annuncio o di colloquio già il livello di retribuzione; i lavoratori avranno diritto di chiedere informazioni al proprio datore di lavoro sul loro livello di retribuzione individuali e sui livelli medi; si prevede che i datori di lavoro con almeno 250 dipendenti rendano pubbliche le informazioni sul divario di retribuzione tra i dipendenti di sesso femminile e i dipendenti di sesso maschile per categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. Infine, in caso di divario retributivo di almeno il 5%, ingiustificabile in base a fattori oggettivi neutri, i datori di lavoro dovranno effettuare una valutazione delle retribuzioni collaborando con i rappresentanti dei lavoratori.

Quanto al secondo punto, si richiede di fornire indennizzi per i lavoratori che hanno subito discriminazioni retributive di genere e l’onere della prova a carico del datore di lavoro. Questi ultimi potranno incorrere a sanzioni e ammende, mentre gli organismi per la parità e i rappresentanti dei lavoratori possono agire in procedimenti giudiziari.

Le prossime tappe

Il diritto alla parità di retribuzione rientra tra i diritti fondanti dell’Unione europea ma, ad oggi, non risulta sufficientemente applicato. Per questo, è necessario portare avanti tale proposta della Commissione europea: la proposta dovrà essere approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio e poi passerà agli Stati membri che ne dovranno discutere al fine di inserirla nel proprio ordinamento giuridico. “Dare potere alle donne andrà a vantaggio di tutti noi. Continuerò a lavorare per un’Europa dove sia garantito l’equilibrio di genere fra i sessi” perché “lo stesso lavoro merita la stessa retribuzione, e per la parità di retribuzione è necessaria la trasparenza”, ha affermato la Von der Leyen.

Effetti e conseguenze della Brexit, due mesi dopo

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Il Regno Unito ha completato l’uscita dall’UE il primo gennaio 2021, dopo un periodo di transizione durato quasi un anno, nonché numerosi e complessi negoziati per la definizione delle relazioni future tra le parti. A quasi due mesi dal completamento di tale lungo processo sono già evidenti alcuni dei suoi effetti e delle sue conseguenze: la Brexit sta provocando, invero, problemi e squilibri in vari settori, come l’agricoltura e la pesca. A ciò si unisce la protesta degli unionisti irlandesi per il compromesso raggiunto sullo status dell’Irlanda del Nord, che, di fatto, l’ha allontanata dalla Gran Bretagna. Le dinamiche legate alla Brexit, sembrano, dunque, destinate ad avere un ruolo di primo piano nell’attualità internazionale ancora a lungo.

Agricoltura e pesca

A quasi due mesi dal completamento del processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea, appare evidente che i settori maggiormente colpiti dagli effetti e dalle conseguenze della Brexit risultano essere quelli dell’agricoltura e della pesca. Invero, i grossisti abituati a vendere alimenti di origine animale e vegetale agli Stati membri dell’Unione europea si sono trovati improvvisamente dinnanzi ad una serie di ostacoli burocratici: ad esempio, nell’era pre Brexit, le società di logistica che si occupavano del trasporto di alimenti dal Regno Unito ai clienti europei impiegavano un giorno lavorativo, a partire dal primo gennaio 2021 ne impiegano due o tre.

Nonostante il compromesso raggiunto dal Regno Unito e dall’Unione europea non preveda l’imposizione di dazi o limiti nelle quantità di alimenti trasportati, attualmente sono comunque previsti controlli di sicurezza e ispezioni, come accade per ogni paese che commercia con l’Unione Europea. Ciò sta causando notevoli ritardi e problematiche per le parti coinvolte, nonché per la merce stessa in quanto spesso si tratta di prodotti freschi che non hanno una lunga conservazione.

Tali categorie, inoltre, riscontrano notevoli difficoltà anche sul mercato interno, sempre a causa della Brexit: il governo britannico ha, infatti, deciso di non imporre controlli di frontiera approfonditi alle merci che arrivano dagli Stati membri dell’Unione Europea, almeno fino a luglio, al fine di non sguarnire i supermercati; in tal modo vengono importate merci a basso costo che possono essere vendute a prezzi piuttosto concorrenziali. I più colpiti sono ovviamente i pescatori dei porti britannici più attivi, come quelli scozzesi e della Cornovaglia, i quali nutrono un sentimento di tradimento nei confronti del compromesso raggiunto dal Primo Ministro, Boris Johnson. A tal proposito, come reazione, il Governo britannico presieduto da quest’ultimo, ha, pertanto, annunciato che saranno stanziati 23 milioni di sterline a sostegno di tali categorie in questa fase post Brexit.

Le rivendicazioni degli unionisti irlandesi

Il Partito Unionista Democratico – in inglese Democratic Unionist Party, DUP – dell’Irlanda del Nord, ha iniziato una campagna politica e giudiziaria per convincere il governo britannico a modificare alcune parti essenziali del compromesso avente per oggetto le relazioni post Brexit tra Regno Unito e Unione europea, che, di fatto, hanno allontanato l’Irlanda del Nord dagli altri territori del Regno Unito. Il Partito, intento a presentare una serie di ricorsi presso le corti inglesi, nordirlandesi e delle istituzioni europee al fine di dichiarare l’illegittimità di alcuni punti dell’accordo, ha annunciato che “le tenterà tutte per provare ad ottenere giustizia”.

Gli unionisti criticano, in particolare, il compromesso raggiunto dal Primo Ministro Johnson ad ottobre 2019, il quale ha risolto lo stallo dei lunghi negoziati accettando che l’Irlanda del Nord rimanesse sia nel mercato comune europeo sia nell’unione doganale, evitando la costruzione di una barriera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. La ratio condivisa sia dal Regno Unito che dall’Unione europea era evitare di spezzare il legame tra esse, tuttavia, tale relazione, soprattutto commerciale, risulta già essere indebolita. Da quando l’uscita del Regno Unito si è completata gli ostacoli burocratici fra l’Irlanda del Nord e gli altri territori britannici si sono, invero, moltiplicati, provocando una iniziale penuria di prodotti alimentari, nonché un progressivo ripensamento delle tratte commerciali.

Fra le conseguenze della Brexit più contestate dagli unionisti, oltre quelli già menzionati, vi sono altresì la necessità di un nuovo passaporto per gli animali domestici per chi viaggia fra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito, l’impossibilità di acquistare online alcuni prodotti provenienti dal Regno Unito, nonché la prospettiva che nei prossimi mesi entrino progressivamente in vigore ulteriori procedure burocratiche, attualmente sospese per facilitare la transizione.

Inizialmente il DUP appoggiava l’intesa raggiunta da Regno Unito ed Unione europea, tuttavia, dopo un mese dall’entrata in vigore dell’accordo, i sondaggi hanno riportato un calo dei consensi del partito con il conseguente cambio dei toni. Attualmente non sono chiare le modalità e le probabilità di successo della loro campagna politica, in passato, ad esempio, per ostacolare delle leggi decise dal governo centrale, il DUP applicava un oscuro meccanismo contemplato dagli accordi del Good Friday tra le due Irlande, il cosiddetto petition of concern, il quale dispone che le decisioni più importanti del governo britannico dovrebbero essere prese con il consenso della comunità nordirlandese. Inoltre, attualmente non sono previste azioni volte a modificare radicalmente il compromesso raggiunto sulle relazioni post Brexit. La questione, dunque, risulta essere in continua evoluzione, man mano che si esplicano gli effetti e le conseguenze della Brexit.

Cambiamenti climatici, la nuova strategia di adattamento dell’Unione europea

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Il 24 febbraio 2021 la Commissione europea ha adottato una nuova strategia di adattamento ai cambiamenti climatici per garantire la capacità degli Stati di saper reagire e di sapersi adattare con resilienza ai loro effetti. L’azione dell’UE in materia di cambiamenti climatici è volta, infatti, sia alla riduzione e alla mitigazione dei cambiamenti climatici, sia a migliorare le capacità di adattamento degli Stati membri, considerando le conseguenze che già vi sono e che causano all’economia danni per 12 miliardi di euro l’anno. “La pandemia di COVID-19 ci ha ricordato con durezza che una preparazione insufficiente può avere conseguenze disastrose. Non esiste alcun vaccino contro la crisi climatica, ma possiamo ancora combatterla e prepararci ai suoi effetti inevitabili”. Queste le parole di Frans Timmermans, Vicepresidente esecutivo responsabile per il Green Deal europeo.

Continua la lotta ai cambiamenti climatici

L’Unione europea è divenuta un leader nel settore della lotta ai cambiamenti climatici e, anno dopo anno, non sono mancate nuove strategie e novità per far fronte ad uno dei principali problemi del 21° secolo. Ciononostante, anche se si riuscisse a mettere fine a tutte le emissioni di gas a effetto serra, per anni dovremo avere a che fare, ancora, con gli effetti dei cambiamenti climatici già in corso. Gli eventi climatici e metereologici estremi, dovuti all’emissione di gas a effetto serra, sono sempre più frequenti ed hanno un impatto diretto sulla società. Gli incendi boschivi, le ondate di calore e la siccità, gli uragani, le carenze idriche: sono tutti fenomeni causati dai cambiamenti climatici e che incidono direttamente sull’economia europea con perdite di circa 12 miliardi di euro l’anno. A risentirne sono, principalmente, l’agricoltura, l’acquacoltura, il turismo, il trasporto merci sui fiumi e così via.

È importante, dunque, garantire un continuo aggiornamento delle strategie europee in materia di cambiamenti climatici e, soprattutto, garantire la capacità di adattamento e resilienza degli Stati membri, che mentre promuovono politiche volte al contrasto del climate change, devono imparare a convivere con i suoi effetti.

La nuova strategia

La strategia adottata dalla Commissione europea il 24 febbraio va di pari passo con l’impegno dell’UE di diventare climaticamente neutra entro il 2050. Tuttavia, come detto, oltre ad agire per contrastare i cambiamenti climatici, l’UE considera fondamentale anche agire per garantire una miglior capacità di adattamento degli Stati membri, vista l’inevitabilità degli effetti. La strategia mira, dunque, ad intensificare l’azione in tutti i settori dell’economia e della società con un adattamento più intelligente, rapido e sistemico. In linea con quanto previsto dal Green Deal europeo, particolare importanza è rivolta alla modalità di raggiungimento di un buon livello di resilienza: è essenziale che, anche in questo caso, si faccia fede ad un modo giusto ed equo di azione.

Particolare attenzione è rivolta, poi, all’azione internazionale: l’UE intende continuare a cooperare con gli altri paesi, in particolar modo i paesi parte dell’accordo di Parigi, garantendo tre azioni. In primo luogo, aumentare il sostegno alla resilienza e alla preparazione ai cambiamenti climatici a livello internazionale. Poi, aumentare i finanziamenti internazionali per rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici, arrivati alla cifra di 21,9 miliardi di euro. Infine, rafforzare l’impegno e gli scambi a livello mondiale.

Gli obiettivi

La strategia persegue tre obiettivi: rendere l’adattamento più intelligente; rendere l’adattamento più sistemico; accelerare l’adattamento trasversale. La Commissione, nel perseguire questi obiettivi, continuerà a fornire orientamenti, capacità tecnica e opportunità di finanziamento per aiutare gli Stati membri, le regioni e le amministrazioni locali nell’attuazione delle strategie di adattamento. Inoltre, verrà potenziata la piattaforma europea Climate-ADAPT, realizzata per far ampliare le conoscenze in materia di adattamento, collegandola ad altri portali e fonti di informazioni e rendendole accessibili ai cittadini. In particolare, si possono approfondire con molteplici dati gli effetti dei cambiamenti climatici, gli aspetti socioeconomici connessi e i costi, ma anche i benefici, dell’adattamento. Si tratta di uno strumento alla portata di tutti che aiuterà nell’implementazione di politiche di resilienza.

L’intervento di Timmermans

Parlando della strategia europea sul tema, il vicepresidente della Commissione UE, nonché responsabile per il Green Deal europeo, ha riconosciuto l’importanza della strategia anche per le questioni legate al mediterraneo. In particolare, si è affermato che nel Mediterraneo “c’è un problema gigantesco” per quanto riguarda l’adattamento ai cambiamenti climatici. “Ci sarà anche una pressione migratoria enorme se non riusciamo a evitare conflitti per esempio sull’acqua, e mi sembra logico e necessario un dialogo con tutti i paesi del Mediterraneo” ha poi aggiunto.

Infine, richiamando la situazione attuale, il Vicepresidente ha affermato che “la pandemia di COVID-19 ci ha ricordato con durezza che una preparazione insufficiente può avere conseguenze disastrose. Non esiste alcun vaccino contro la crisi climatica, ma possiamo ancora combatterla e prepararci ai suoi effetti inevitabili – che si fanno già sentire sia all’interno che all’esterno dell’Unione europea”. “Se ci prepariamo oggi, possiamo ancora costruire un domani resiliente ai cambiamenti climatici”, ha concluso Timmermans.

Cooperazione UE-Cina in forte aumento dall’inizio della pandemia

ASIA PACIFICO/EUROPA di

Nel 2020, la Cina è diventata il principale partner commerciale dell’Unione europea, superando gli Stati Uniti. Con l’accordo globale sugli investimenti (Comprehensive Agreement on Investment, CAI) la collaborazione dell’UE e della Cina ha continuato a fare progressi, mentre sul versante transatlantico il futuro rimane ancora poco chiaro.

Gli ultimi dati dell’Eurostat mostrano che il volume degli scambi dell’UE con la Cina ha raggiunto i 586 miliardi di euro nel 2020, rispetto ai 555 miliardi di euro degli Stati Uniti. Le importazioni dell’UE dalla Cina sono aumentate del 5,6%, mentre le esportazioni verso la Cina sono aumentate del 2,2%. Allo stesso tempo, il commercio con gli Stati Uniti ha registrato un calo significativo sia delle importazioni (-13,2%) che delle esportazioni (-8,2%).

Il commercio di prodotti europei riguarda in particolare i settori automobilistico e dei beni di lusso. Nel frattempo, le esportazioni cinesi in Europa hanno beneficiato della forte domanda di apparecchiature mediche ed elettronica. “Molte forniture mediche anti-virus vengono trasportate nell’UE tramite i treni merci Cina-Europa in costante funzionamento”, ha affermato Cui Hongjian, direttore del dipartimento di Studi Europei presso il China Institute of International Studies.

Un record di 12.400 viaggi in treno merci Cina-Europa sono stati effettuati nel 2020, in crescita del 50% rispetto all’anno precedente, permettendo una maggiore cooperazione globale per combattere il COVID-19.

L’UE è il secondo partner commerciale della Cina nel 2020, superata dall’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN), che ha visto i volumi commerciali con la Cina raggiungere i 4,74 trilioni di yuan lo scorso anno, un aumento del 7% su base annua.

“La dipendenza economica dell’UE dai prodotti cinesi, in particolare i prodotti per la prevenzione dei virus, è aumentata lo scorso anno, ma poiché l’UE ha invitato a costruire la propria catena di approvvigionamento, è ancora un punto interrogativo se il primato della Cina nel commercio con l’UE verrà mantenuto nel 2021 “, ha detto Cui al Global Times.

La perdita del primato degli Stati Uniti nel commercio con l’UE nel 2020 non si è verificata solo a causa della crisi sanitaria globale, ma è stata anche il risvolto naturale della presidenza statunitense sotto l’amministrazione Trump.

E’ certo che l’accordo CAI, i cui negoziati si sono conclusi alla fine del 2020, aumenterà la fiducia nei confronti delle società europee in Cina, purché quest’ultima si impegni a fornire un maggiore accesso agli investitori europei. In questo modo i legami bilaterali non potranno che rafforzarsi ulteriormente.

Nonostante gli ottimi pronostici, l’accordo CAI subirà ulteriori revisioni legali e tecniche prima di essere sottoposto all’approvazione del Consiglio europeo e del Parlamento europeo, un processo che l’UE ha dichiarato di voler completare entro l’inizio del 2022.

Le implicazioni politiche del caso Navalny coinvolgono la Corte di Strasburgo

EST EUROPA di
 

Sin dall’estate scorsa il panorama internazionale è stato monopolizzato dal caso Navalny che ha drammaticamente peggiorato le relazioni russo-europee portando le parti sulla strada dello scontro e ai livelli sperimentati nel 2014 a seguito della Crisi Ucraina.

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Commissione europea, al via una politica commerciale più sostenibile

EUROPA di

Il rapporto tra commercio e sostenibilità è al centro dell’agenda europea da diverso tempo, sia per l’importanza che ricopre il commercio come strumento di diffusione dei valori europei, sia per il modo in cui incide su ambiente e clima. A tal fine, il 18 febbraio la Commissione europea ha presentato la sua strategia commerciale per una politica aperta, sostenibile e assertiva, volta a riformare l’OMC con regole più eque e sostenibili. I prossimi anni, dunque, saranno caratterizzati da una apertura dell’UE per contribuire alla ripresa economica sostenendo anche la trasformazione verde e digitale e procedendo verso una riforma delle norme commerciali globali. La strategia lanciata dalla Commissione europea si basa su una consultazione pubblica ampia e inclusiva, lavorando a contatto con gli Stati membri, il Parlamento europeo, le imprese e la società civile.

Commercio e sviluppo sostenibile

L’Unione europea ha dimostrato il proprio impegno in materia di clima e ambiente sin da subito, diventando un attore di primo piano nella promozione del rispetto dell’ambiente e delle norme ambientali internazionali. In questa attività, è centrale la politica commerciale europea, sia come mezzo di diffusione dei valori, degli standard e dei principi dell’UE, sia perché se non gestita bene, è suscettibile di incidere negativamente su ambiente e clima, comportando ingenti scambi tra l’UE e i Paesi terzi. Negli ultimi anni, l’UE ha, dunque, sviluppato una serie di regole e strategie commerciali volte ad assicurare un commercio sostenibile ed equo sia negli accordi commerciali bilaterali, sia nei negoziati in seno all’Organizzazione mondiale del commercio.

In particolare, tutti i più recenti accordi commerciali dell’Unione europea contengono un capitolo apposito dedicato al rapporto tra Commercio e Sviluppo Sostenibile – Trade and Sustainable Development Chapter – con impegni specifici volti a ratificare ed attuare gli accordi multilaterali ambientali, tra cui l’Accordo di Parigi. Tale capitolo, generalmente, contiene norme sul clima, la biodiversità, la gestione delle foreste, la gestione dei rifiuti, la condotta aziendale responsabile e il rispetto dei diritti dei lavoratori. L’impegno dell’Unione europea in materia di sostenibilità, clima e protezione ambientale è presente da diversi anni e andrà via via aumentando e consolidandosi, fino a garantire effettivi meccanismi di applicazione e azioni efficaci in caso di mancato rispetto di tali capitoli.

La nuova strategia

Le sfide che ha dovuto affrontare l’Unione europea nell’ultimo anno sono molteplici e si aggiungono a quelle che dovranno essere affrontate prossimamente: la ripresa economica, i cambiamenti climatici e il degrado ambientale, le tensioni internazionali anche per la corsa ai vaccini e la difesa del multilateralismo. La nuova strategia pubblicata dalla Commissione europea si inserisce proprio in questo contesto: andrà ad intensificare l’integrazione della politica commerciale dell’UE nelle priorità economiche dell’UE, così come previsto dal Green Deal europeo, e affermerà il ruolo della politica commerciale dell’UE nell’ambito della ripresa economica post-Covid. Avere un ruolo di primo piano nella lotta ai cambiamenti climatici e nella protezione ambientale fa sì che l’UE debba integrare questi aspetti in ogni politica portata avanti e, per di più, la posizione di leader dell’UE nel commercio mondiale fa sì che si garantisca un commercio equo e sostenibile.

Gli obiettivi previsti

La nuova strategia ha come scopo la creazione di una politica commerciale aperta, sostenibile e assertiva. Queste tre caratteristiche figurano proprio come gli obiettivi fondamentali da portare a termine nell’ambito della strategia. In primo luogo, la politica commerciale dell’UE è volta al sostegno della ripresa e della trasformazione verde e digitale dell’economia; poi, definisce le norme per una globalizzazione più sostenibile ed equa; infine, vuole aumentare la capacità dell’UE di perseguire i propri interessi e far valere i propri diritti.

Questi tre obiettivi verranno conseguiti nell’ambito della riforma dell’OMC, sostenendo la transizione verde con catene del valore responsabili, rafforzando l’impatto normativo dell’UE, sviluppando ulteriori partenariati con i paesi vicini e l’Africa, e rafforzando la fase di applicazione degli accordi commerciali a parità di condizioni con gli altri Paesi. L’Unione europea investe molto sull’importanza del commercio con i Paesi terzi e si ritiene che il modo migliore per garantire la prosperità dell’UE sia proprio continuare con gli scambi commerciali globali. La novità principale della strategia è nel concetto di “autonomia strategica aperta”: l’UE vuole inserirsi e rimanere nella scena mondiale collaborando con quanti più partner possibili, e intensificando la cooperazione transatlantica ma, allo stesso tempo, rimanendo autonoma e affermandosi come attore principale, senza trovarsi ad essere indifesa. In particolare, si ritiene che l’apertura e l’impegno rappresentino una scelta strategica che favorisce la prosperità, la competitività e il dinamismo.

A tal proposito, il Vicepresidente esecutivo, nonché Commissario per il Commercio, Dombrovskis, ha dichiarato, presentando la strategia, “Adottiamo un approccio aperto, strategico e assertivo, che sottolinea la capacità dell’UE di compiere le proprie scelte e di plasmare il mondo che la circonda attraverso la leadership e l’impegno, e che rispecchia i nostri interessi strategici e i nostri valori”.

Il piano Hera incubator per un’UE pronta alla crescente minaccia delle varianti

EUROPA di

L’Unione europea deve fare i conti con nuove minacce, già presenti o che si profilano all’orizzonte: fra queste, la comparsa e il moltiplicarsi delle varianti del Covid-19 che si stanno sviluppando e diffondendo in Europa e nel mondo. A tal fine, il 17 febbraio, la Commissione europea ha proposto un’azione immediata tramite il Piano europeo di preparazione alla difesa biologica contro le varianti del Covid-19, denominato “Hera Incubator”. Il piano sarà finalizzato ad individuare le nuove varianti, incentivare lo sviluppo di vaccini adattati e nuovi, accelerarne il processo di approvazione ed aumentare la capacità produttiva. Attualmente i vaccini autorizzati sono considerati efficaci per le varianti note, tuttavia, l’Unione europea deve essere pronta e preparata rispetto alla possibilità che future varianti siano resistenti ai vaccini esistenti. In definitiva, l’UE è chiamata ad agire, compensando i ritardi riscontrati in altre fasi dell’emergenza nonché fronteggiando le difficoltà emerse nella sua gestione.

L’evoluzione della strategia dell’UE sui vaccini

La strategia dell’Unione europea sui vaccini, frutto di un accordo tra la Commissione europea e gli Stati membri, ha permesso di accedere a 2,6 miliardi di dosi nell’ambito del più ampio portafoglio mondiale di vaccini contro il Covid-19. A meno di un anno di distanza dalla comparsa del virus in Europa, in tutti gli Stati membri dell’UE sono state avviate le vaccinazioni: si tratta di un risultato notevole, tuttavia, al contempo, si riscontrano numerose difficoltà nella gestione della campagna vaccinale europea, a cui si aggiunge la comparsa di nuove varianti del virus.

Quanto alle criticità riscontrate nella produzione dei vaccini, al fine di rafforzare la capacità produttiva in Europa, risulta essere necessaria una cooperazione pubblico-privato molto più stretta, integrata e strategica con l’industria. In quest’ottica la Commissione ha istituito una task force per l’aumento della produzione industriale di vaccini contro il Covid-19, per individuare le criticità e contribuire a rispondervi in tempo reale. Inoltre, al fine di fornire una risposta collettiva europea mirata ed immediata, la Commissione ha annunciato un nuovo piano per fronteggiare la comparsa di nuove varianti del virus.

Il piano “Hera Incubator”

Implementare azioni chiave per migliorare la preparazione, sviluppare vaccini per le varianti di Covid-19 e aumentare la produzione industriale: questo l’obiettivo del Piano europeo di preparazione alla difesa biologica contro le varianti del Covid-19, denominato “Hera Incubator”, annunciato dalla Commissione europea il 17 febbraio per fronteggiare la nuova fase dell’emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19, vale a dire quella della scoperta di nuove varianti del virus nonché delle nuove sfide correlate all’aumento della produzione dei vaccini.

Il Piano prevede la collaborazione tra ricercatori, aziende di biotecnologie, produttori e autorità pubbliche nell’UE e a livello mondiale. In primo luogo, al fine di individuare, analizzare e valutare le varianti, sarà necessario lo sviluppo di test specializzati nonché il sostegno al sequenziamento del genoma negli Stati membri con finanziamenti per almeno 75 milioni di €; la Commissione europea mira, inoltre, ad intensificare la ricerca e lo scambio di dati sulle varianti stanziando ulteriori 150 milioni di €. In secondo luogo, l’UE sarà chiamata ad attuare la velocizzazione delle procedure di approvazione dei vaccini mettendo a punto un meccanismo di approvazione accelerata. Infine, sarà altresì necessario aumentare la produzione dei vaccini, aggiornando gli accordi preliminari di acquisto, stipulandone nuovi e collaborando strettamente con i produttori.

Le azioni annunciate dalla Commissione europea andranno ad integrare la cooperazione globale nell’ambito dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e le altre iniziative su scala mondiale in tema di vaccini. Esse serviranno, inoltre, a preparare il terreno all’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie, HERA, la quale costituirà una struttura permanente operante nel settore.

Le dichiarazioni di Ursula von der Leyen

“La nostra priorità è fare in modo che tutti gli europei abbiano accesso quanto prima a vaccini sicuri ed efficaci contro la COVID-19. La comparsa di nuove varianti del virus è molto rapida e dobbiamo essere ancora più veloci nell’adattare la nostra risposta” queste le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annunciando le nuove misure nell’ambito del piano Hera Incubator. Quest’ultima, pochi giorni prima, nell’ambito di una riunione plenaria del Parlamento europeo, parlando dello stato della campagna vaccinale in Europa e delle difficoltà riscontrate nelle ultime settimane nel fornire ai paesi membri sufficienti dosi, aveva dichiarato “Non siamo al punto dove vorremmo essere. Ci siamo mossi in ritardo con le autorizzazioni. Siamo stati troppo ottimisti riguardo alla produzione di massa e forse troppo fiduciosi che quelli che avevamo ordinato sarebbero stati consegnati in tempo”. Ursula von der Leyen ha, dunque, ammesso i ritardi riscontrati nella vaccinazione di massa, ribadendo però la promessa che entro la fine dell’estate il 70% degli adulti sarà vaccinato e sottolineando l’importanza di un impegno collettivo.

In questa nuova fase, dunque, emerge come l’Unione europea voglia riconoscere gli errori compiuti nel passato, imparando da essi ed agendo in maniera preventiva e mirata.

La controversa visita di Borrell in Russia e la difficoltà dell’UE di affermarsi come attore geopolitico globale

EUROPA di

La scorsa settimana, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, si è recato in Russia per una visita ufficiale nell’ambito della quale ha incontrato Sergei Lavrov, il Ministro degli esteri russo. La visita era molto attesa: si è trattato, invero, della sua prima visita ufficiale in Russia dall’inizio del suo mandato nel 2019; inoltre, recentemente i rapporti tra l’Unione europea e la Federazione russa sono molto tesi per via del caso Navalny. Uno degli obiettivi primari di Borrell era proprio quello di esercitare delle pressioni per la liberazione del dissidente russo, tuttavia, la sua visita in Russia è stata considerata fallimentare e Lavrov ha definito l’UE “un partner inaffidabile” nelle questioni di politica estera. Inoltre, proprio durante la visita, vi è stata è stata l’espulsione da parte delle autorità russe di tre diplomatici europei. La condanna alla visita di Borrell è stata, dunque, pressoché unanime e non sono mancate critiche anche dalle istituzioni europee. In definitiva, emerge, ancora una volta, la difficoltà dell’Unione europea di affermarsi come un attore geopolitico globale, dovuta altresì ai differenti approcci dei singoli Stati membri nei rapporti con Mosca.

L’ obiettivo della visita di Borrell

Nell’ambito della sua prima visita ufficiale in Russia dall’inizio del suo mandato, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, considerato il capo della diplomazia europea, ha incontrato il Ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, affrontando questioni come il rilascio di Navalny, le relazioni bilaterali UE-Russia, il rispetto dello stato di diritto, dei diritti umani e della libertà politica.

Uno degli obiettivi primari della visita era, dunque, esercitare pressioni sulle autorità russe per il caso Navalny: l’avvelenamento del dissidente russo, il suo arresto e la condanna a tre anni e mezzo di detenzione, nonché la repressione delle proteste che ne sono conseguite, hanno, invero, incrementato le tensioni bilaterali tra la Federazione Russa e l’Unione europea.

Nei giorni precedenti alla visita diversi osservatori avevano, tuttavia, avvertito che incontrare le autorità russe in tale contesto avrebbe comportato una legittimazione dei comportamenti perpetrati da Mosca. Borrell aveva però respinto i timori sottolineando l’importanza di trovare «un comune denominatore» su cui avviare un dialogo.

Il fallimento

Non solo Borrell non ha raggiunto il suo obiettivo, ma è stato anche “maltrattato” da Lavrov durante la conferenza stampa congiunta. Nell’ambito di quest’ultima, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, ha mantenuto un approccio costruttivo e conciliante, auspicando l’autorizzazione da parte delle autorità europee del vaccino russo contro il coronavirus, lo Sputnik V, limitando al massimo le critiche nei confronti di Putin – mai citato – e concentrandosi sui settori in cui l’Unione europea e la Russia potrebbero collaborare, come la lotta al cambiamento climatico, la gestione del Mare Artico e la ricerca scientifica. Lavrov, invece, ha approfittato della conferenza stampa per attaccare l’Unione europea, accusandola di interferenza negli affari interni della Russia, di avere approvato sanzioni “illegittime” per l’invasione della Crimea e dell’Ucraina orientale, e in definitiva di essere «un partner inaffidabile» nelle questioni di politica estera. Quanto al caso Navalny, il Ministro degli esteri russo ha anche respinto la tesi – accettata da tutte le agenzie di intelligence occidentali e confermata da uno degli agenti coinvolti nell’operazione – secondo cui Navalny sarebbe stato avvelenato dai servizi di sicurezza russi. In aggiunta, un giornalista russo ha sottoposto a Borrell la questione dell’embargo USA – alleati storici dell’UE – nei confronti di Cuba – alleata della Russia – spingendolo a criticare gli Stati Uniti.

La sensazione che ne è derivata è che Borrell non fosse in grado di difendersi o di contrattaccare.

Proprio durante la conferenza stampa congiunta, inoltre, è stata diffusa la notizia dell’espulsione da parte del governo russo di tre diplomatici europei, rispettivamente di Svezia, Germania e Polonia, accusati di aver partecipato alle manifestazioni contro l’arresto di Navalny.

Il giudizio pressoché unanime è che la visita di Borrell in Russia sia stata fallimentare e lui stesso, al rientro, ha ammesso che al momento la Russia «non vuole cogliere l’occasione di avviare un dialogo costruttivo con l’Unione Europea».

La condanna da parte del Parlamento europeo

Il 9 febbraio, nell’ambito di un dibattito sulla situazione in Russia tenuto in presenza dell’Alto Rappresentante, molti membri del Parlamento europeo hanno condannato il suo viaggio a Mosca.  Gli Eurodeputati hanno sottolineato che la visita di Borrell non è stata effettuata in un buon momento, a causa del prolungato deterioramento delle relazioni UE-Russia, della continua aggressione russa in Ucraina, della repressione dei manifestanti, dell’espulsione dei diplomatici UE dal paese e del caso Navalny.

Dal canto suo, Borrell ha dichiarato di essersi recato a Mosca per capire, con l’ausilio della diplomazia, se il governo russo fosse interessato ad affrontare le differenze e ad invertire gli sviluppi negativi nelle relazioni UE-Russia, tuttavia, la reazione che ha ricevuto indica una direzione diversa.

Molti eurodeputati hanno sottolineato che il governo russo non è interessato ad invertire la tendenza negativa nelle relazioni bilaterali con l’UE, finché l’Unione europea continuerà a sollevare questioni relative ai diritti umani ed allo Stato di diritto. Essi hanno altresì fortemente criticato il comportamento e l’atteggiamento tenuto dalle due parti nei loro incontri nonché nell’ambito della conferenza stampa, che aveva l’obiettivo di minare l’immagine dell’UE. In aggiunta, è stata stigmatizzata l’incapacità dei governi dell’UE, in seno al Consiglio, di porre in essere una reazione più decisa contro la Russia, comprese ulteriori sanzioni. Infine, alcuni Stati membri dell’UE sono stati accusati di non aver risposto in modo appropriato al deterioramento delle relazioni UE-Russia.

Gli Stati membri, che mantengono una grandissima autonomia nella propria politica estera, sono, infatti, da tempo divisi sull’approccio da tenere nei confronti della Russia: ad esempio, la Germania ha avviato da alcuni anni una politica più conciliante sia nei confronti della Cina che della Russia – con cui ha in progetto di costruire un nuovo controverso gasdotto, il Nord Stream 2 – mentre i paesi baltici e la Polonia temono la crescente aggressività di Mosca e chiedono all’Unione Europea posizioni più nette. In mezzo, vi sono tutti gli altri Paesi.

In virtù di tali differenti approcci, l’approvazione di ulteriori sanzioni appare, pertanto, molto improbabile, in quanto necessiterebbe di un’approvazione all’unanimità.

In definitiva, permangono le difficoltà dell’UE nel presentarsi al mondo con una sola voce.

Francesca Scalpelli
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